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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana"

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UNIVERSITY OF 
TORONTO PRESS 



Me I 



GIORNALE STORICO 



LETTERATURA ITALIANA 



YOLUME LXXIII 

(1* semestre 1910). 



ÙC?f 



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GIORNALE STORICO 



DELLA 



LETTERATURA ITALIANA 



DIRETTO DA 



VITTORIO GIAN 



VOLUME LXXIII. 




Casa K <1 i t r i o e 



,A 



TORINO 



il 



W 



eiOYAlSTNI OHIANTORE 

Successore ERMANNO LOESCHER 
1919 







PROPRIETÀ LETTERARU 



Torino — Yorouiso Bova, Tip. di S. M. e de' BB. PrinoipL 



LE QUATTRO REDAZIONI 

DELLA 

' ZANITONELLA,, 



Quando comparivano nell'edizione Paganini del 1517 (1) le 
due ecloghe maccheroniche dalle quali doveva germogliar l'idea 
d'un canzonieretto parodico rusticano, Merlin Cocai poteva avere 



(1) Per questa redazione, in mancanza della prima stampa, ricorro alla 
riproduzione che porta la data del 10 gennaio 1520 {Macaronea \ Merlim 
Cocai poefe Man\tuani. — Venetiis ... per Caesarem Arrivabenum). Anche 
questa riproduzione è rara : mi valgo dell'esemplare della Vittorio Emanuele 
di Roma (segnatura 6. 21. I. 5), da aggiungersi ai due unici noti al Portigli 
[Le opere maccheroniche di M, C, Mantova, ditta editrice Mondovì, 1882, 
I, p. xciv, n, 1). Nelle citazioni sciolgo le abbreviature, sostituisco i segni 
grafici moderni e la nostra punteggiatura corrente. — Noto, poiché mi si 
presenta l'occasione, che Alessandro Luzio nella sua ediz. delle Maccheronee 
(Bari, Laterza, 1911, voi. II, p. 363) afferma che questa è l'unica riprodu- 
zione della Paganini 1517, mentre negli Studi folenghiani (Firenze, San- 
soni, 1899, p. 8) aveva dato peso alle seguenti parole dell' Arrivabene 
(p. cxix r.), che farebbero pensare invece a qualche ignota stampa intermedia 
dei libri maccheronici : « ...post omnes impressiones ubique locorum decussas, 
« novissime recogniti omnibusque mendis et erroribus, quibus undique sca- 
« tebant, expurgati ». Vi sono aggiunte illustrazioni « et alia multa, quae 
« in aliis hactenus impressionihus non reperies ». Parole notevoli, non sol- 
tanto perchè potrebbero giovare a ricostruir la serie delle stampe folenghiane, 
ma anche perchè additano differenze fra le stampe anteriori e questa, di cui 
dovrebbe tener conto l'autore d'una bibliografia ragionata delle opere di 
Merlin Cocai. — Circa la possibilità di stampe intermedie v. Brunet, II, 
1316-7, e il Suppìement del Graesse che indica anch'esso un'edizione senza 
luogo e senza data, con XVII maccheronee (p. 308). 

Giornale storico, LXXIII, fase. 217. 1 



A. MOMIGLIANO 



da ventuno a venticinque anni(l); quattr'anni dopo, nella To- 
scolana (2), le due ecloghe diventavano una piccola parte della 
« Zanitonella »; quasi quattro lustri piii tardi (3) l'operetta usciva 
con notevoli ritocchi nella Cipadense (4); limata ancora negli 
ultimi anni della vita del poeta, si ripubblicava postuma nella 
Vigaso Cocaio il 1552 (5). 11 Folengo, dunque, si occupò forse 
per più d'un quarto di secolo di un lavoro, che pure è senza 
paragone inferiore al « Baldus ». È questa la prova più signifi- 
cativa della sua serietà e della sua pazienza artistica: poiché, 
quanto al poema, è più facile comprendere che egli lo rifacesse 
quattro volte, e quanto alla « Moscheide », le redazioni comin- 
ciano soltanto con la Toscolana, e in complesso le varianti fra le 
tre edizioni sono molto meno notevoli che per la « Zanitonella ». 
Al canzoniere rusticano il Folengo doveva attribuire un'im- 
portanza supei'iore alla « Moscheide », fra l'altro, per le inten- 
zioni satiriche con le quali lo aveva condotto. Val quindi la pena 
di descriverne le trasformazioni, per seguire il maturarsi della 
coscienza artistica del Folengo, per scoprire i criteri coi quali 
lavorava, e indicare con una certa approssimazione le influenze 
a cui soggiaceva e i suoi intenti di reazione all'ambiente lette- 
rario contemporaneo. 



(1) È noto che si discute sulla data di nascita del Folengo, come su tanti 
altri particolari della vita e dell'operosità di questo che è, per tale riguardo, 
il più terribile dei nostri poeti. V., fra l'altro, Luzio, Nuove ricerche sul 
Folengo, in questo Giornale, 13, 163-6, e Studi cit., p. 91, w. 1; Umberto 
Benda, Nuove indagini sul Folengo, Giorn., 24, 37, 54. 

(2) Per questa redazione mi attengo alla nota riproduzione che porta la 
data Amsterdam, 1768 (voi. I), correggendo un po' l'interpunzione e togliendo 
qualche errore evidente. Le note marginali, che qui mancano, le cito dalla 
edizione Opus \ Merlini Cocaii | poetae mantuani \ Macaronicorum ... Ve- 
netijs, apud Bevilacquam, 1564. 

(3) La data della Cipadense è incerta; v. quanto ne dice il liUzio nella 
citata ediz. delle Maccheronee (voi. II, p. 364). 

(4) Per questa redazione, non potendo ottenere in prestito nessuno dei ra- 
rissimi esemplari, mi valgo delle varianti registrate integralmente dal Luzio 
nell'appendice della sua ediz. cit. 

(5) Questa redazione fu riprodotta dal Luzio, che ho davanti. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA ZANITONELLA 



La Paganini. 

1. — L'argomento della prima « Aegloga macaronica » della 
Paganini è identico ad una parte dell'ultima della Toscolana, 
salvo le leggerissime modificazioni che il poeta dovette poi in- 
trodurre nella seconda redazione per accordare questo compo- 
nimento con il resto del canzoniere. Tognazzo domanda a Bi- 
golino perchè se ne sta sdraiato malinconico all'ombra ; il com- 
pagno risponde irosamente. Di qui una lite: Tognazzo si lagna 
che Bigolino gli abbia tagliato di notte le viti e votato il pol- 
laio ; Bigolino nega e rinfaccia a Tognazzo il tentato furto d'un 
capretto ; Tognazzo ribatte che Bigolino ha spogliato un impic- 
cato, « cui mansit sola camisa ». Dalle parole si passa alle ba- 
stonate: Bigolino chiede mercè: 

Heu, heu! Ne facias! Oyme, oyme! Desine, quaeso. 
mea testa, iiieae spallae, raea schena, masellae! 

Ma poi si rifa montando sulla pancia di Tognazzo: donde una 
scena scatologica nauseante, il primo, infelice, tentativo del Fo- 
lengo di sostituire ai soavi profumi della bucolica classica i 
gravi fetori della stalla e dei villani. A questo punto Scara- 
mella s'interpone fra i due contendenti e li rappacifica. 

In questa redazione c'è già il particolare del furto del ca- 
pretto, che risponde ad un passo della III ecloga virgiliana (1). 
Circostanza notevole, perchè mostra che gìk nella prima conce- 
zione dell'operetta c'era l'intento della parodia. Ce ne sono altri 
indizi: il primo verso della Paganini: 

Tu solus, Bigoline, iacens straracatus in umbra 



(1) La somigHanza con quest'ecloga fu poi notata dall'editore della Tosco- 
lana 1768 (I, 53, n. 5) e confermata — sempre a proposito della Tose. — 
da Vincenzo Russo, La Zanitonella e V Orlandino di Teofdo Folengo, Bari, 
F. PetruzzeUi e figli, 1890, p. 30. 



4 A. MOMIGLIANO 

è ima bella caricatura proprio del primo verso delle « Buco- 
liche » : 

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi. 

La deformazione dovette parere cosi pittoresca e significativa 
all'autore stesso, che la mantenne anche nell'ultima redazione. 
Basta quel verbo cosi massiccio e animalesco, per trasformare il 
pastore poeta in un grosso e sporco bovaro. Ma a questa remini- 
scenza già altre se ne mescolano, che non si possono additare 
con piena sicurezza perchè i motivi delle ecloghe classiche si 
ripetono all'infinito in poeti innumerevoli. Titiro è lieto, ma 
altri pastori del mondo classico giacciono tristi all'ombra, come 
Bigolino, ed altre ecloghe incominciano proprio con questo mo- 
tivo riprodotto dal Folengo. Calpurnio aveva cantato: 

Quid tacitus, Corydon, vultuque subinde minaci, 
Quidne sub hac platano, quam garrulus adstrepit humor. 
Infesta statione sedes? (1) 

E il Sannazaro, forse ricordandosi di questi versi, aveva comin- 
ciato la prima poesia dell' « Arcadia » : 

Ergasto mio, perchè soUngho et tacito 
Pensar ti vegio? (2) 

Probabilmente in ^quest'ecloga non si possono riscontrai^e altre 
reminiscenze virgiliane. Il Folengo non era stato il primo a 
mascherar comicamente qualche esametro di Virgilio : la poesia 
maccheronica anteriore a lui ne aveva già fatto qualche fugge- 
vole accenno, il primo avviamento — forse — alla vasta e inu- 



(1) Btic., IV, 1-3. 

(2) Ed. ScHERiLLO, Torino, Loescher, 1888, p. 10, vv. 1 sgg. La somi- 
glianza dell'» Arcadia » con i vv. di Calpurnio è già indicata dallo Sche- 
RiLLO a p. 10, n. 1-2. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 5 

tile impresa del Lalli. Già Tifi Odasi s'era ricordato deirultimo 
verso della prima ecloga scrivendo: 

Crescere cum vident umbras de monte maiores (1), 

e di un altro dell' « Eneide » (2). Non più numerose, nonostante 
il titolo dell'opera, erano tali reminiscenze nei « Virgiliana » 
del Fossa (3). Il terz'ultimo verso della prima ecloga compa- 
riva nella « Macaronea contra Savoynos » di Bassano da Man- 
tova (4). Ma sono tratti sparsi, ai quali non si può attribuire 
nessun'intenzione : la vera e propria parodia virgiliana comincia 
coll'edizione del 1521, dove il Folengo stesso cita, nelle note 
marginali, i versi delle « Bucoliche » dei quali s'è ricordato. 

La prima ecloga della Paganini ha anche una fonte popolare, 
già additata nel « Contrasto di Tonin e Bighignol » dal Co- 
tronei (5). Ma anche questa fonte avrebbe poca importanza, se 
Merlin Cocai non conservasse nella posteriore evoluzione della 
sua arte i procedimenti che già possiamo rilevare in germe 
nella Paganini: la parodia classica, l'atteggiamento popolare, 
il realismo. 

Appunto quest'ultimo è già nei versi giovanili l'elemento più 
importante, quantunque non pareggi ancora i migliori precur- 
sori del Folengo, e in confronto non solo sia pallido, ma non 
debba considerarsi nemmeno come una coraggiosa reazione 
contro le eleganze idealistiche e convenzionali della letteratura 
aulica. Le schifezze che ho rilevate, sono un nulla in paragone 
con quell'emetico potentissimo che è la descrizione della serva 



(1) Macaronea, v. 300 (edita da Giov. Zannoni, in I precursori di Merlin 
Cocai, Città di Castello, Lapi, 1888. \"edi p. 110). 

(2) Ediz. cit., p. 122, V. 699. Questo riscontro è già additato dallo Zan- 
noni [ivi, w. 3). 

(3) Ediz. cit., p. 141, vv. 4-5; p. 146, vv. 158-60 (e cfr. la nota dello 
Zannoni). 

(4) Ediz. cit., p. 168, V. 61. 

(5) Il « Contrasto di Tonin e Bighignol » e due egloghe maccheroniche 
di Teofìlo Folengo, in questo Giorn., 36, 281 sgg. 



b A. MOMIGLIANO 

nell'opera di Tifi (1), superiore in luridezza ai versi latini del Po- 
liziano contro una vecchia (2). L'immaginazione del Folengo non 
è e non sarà mai una cosi gigantesca cloaca, la sua foga non è 
ancora cosi sovrabbondante come quella di questo primo annun- 
ziatore del Rabelais ; i suoi tentativi di farci torcer la bocca sono 
sforzi d'un novellino dinanzi alla nauseabonda valanga della 
« Macaronea ». Ma il giovane poeta supera già tutti i precur- 
sori per le sfumature del maccheronico, che con lui solo di- 
venta una vera lingua, per la festività che in lui solo è agile 
e spontanea, e per la vivacità drammatica, che manca invece 
a tutti i poeti antecedenti. L'ecloga del Folengo ha una strut- 
tura: e questa si cercherebbe invano nelle operette macche- 
roniche più antiche. Per esempio, il « Nobile Vigenze opus » 
non ha articolazioni, passaggi, non è snodato ; la « Macaronea » 
è una serie, sia pure notevole, di caricature, ma nulla più. 
Nessuno ha saputo riprodurre senza goffaggini la parlata viva. 
In nessuno c'è qualcosa di simile alla facilità con la quale To- 
nello e Bigolino vengono a contesa e dalla contesa giungono 
alle busse, e alla limpidezza colla quale nelle battute brevi, 
irose e lamentose del dialogo si riflette l'azione, senza bisogno 
delle didascalie, che furono poi aggiunte ex abundantia nella 
Toscolana. 

Nel suo primo saggio si sente già subito una fantasia nati- 
vamente allegra e gioviale, che per interessare non ha un bi- 
sogno assoluto e continuo di enormità, che sa trovare il riso 
anche senza ricorrere alle deformità più orrende ed alle osce- 
nità più fetide. Si sente già subito, pur fra l'architettura rile- 
vata e calcata del maccheronico, una fantasia più fine, più mi- 
surata, più intimamente ricca, più armonica — più classica 
direi —, più sinceramente aperta alla visione della realtà, no- 



(1) Macaronea, vv. 493-570, pp. 116-18. 

(2) Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e inedite raccolte 
da I. Del Lungo, Firenze, Barbèra, 1867, pp. 271-2v 



ZANITONBLLA „ i 

nostante il ricordo suggestivo del tanfo dei precursori. Questa 
prima ecloga non vale certamente l'operetta di Tifi, ma pro- 
mette già molto di più : è vero che oramai la profezia è abba- 
stanza facile. Ci vuol forse più fantasia a trovare un'immagine 
moderata, precisa, evidente come questa: 

Guarda istam frascham quam magna superbia coepit [sic] 
Namque suus pater est villa comparus in ista: 
Elatam portat frontem cristamque levatam, 
Ut gallina solet si grossum fecerit ovum, 

che ad escogitare una delle tante iperboli dei primi macche- 
ronici. Ma quel che più importa è che tutto l'ambiente della 
prima ecloga è reale, e non soltanto questo o quel particolare; 
che il Folengo mostra già di avere un senso continuo, e non 
istantaneo, della realtà : mentre la condizione dei suoi precur- 
sori più notevoli mi sembra quasi il rovescio della sua: in loro 
il senso della realtà è un istante in mezzo ad un continuo bac- 
canale dell'immaginazione che vaga pazzamente fra l'irrealtà 
più mostruosa. Anzi, il gigantesco della poesia maccheronica 
in questa prima ecloga è ancora assente. I fatti, i personaggi, 
i discorsi sono contenuti nei lijniti della più comune verità 
campagnola, a parte quell'eccesso dovuto, forse, ad un'influenza 
letteraria. C'è qualcosa più semplice di quei furti che i due 
contendenti si rinfacciano a vicenda, con un'ironia e con una 
canzonatura cosi piana? 

Me robasse tuas gallinas? Do codesella! 
Non tres pollastros tua coniunx nutrit in anno, 
Et iactans plenum te dicis habere pollarum? 
Nempe tuis habeo galUnis grande bisognum ! 

Qui c' è già la stoffa del creatore di caratteri, ben più rara che 
quella del disegnatore di mostri incoerenti. Poi vengono alle 
mani: il verso si rompe, grandina, rimbalza come una gragnuola 
di pugni; e l'avversario che bravava, chiede misericordia, e 
poi, nella vicenda della lotta, di nuovo s'invertono le parti. 



8 A. MOMIGLIANO 

L'ecloga è in sé compiuta, ha una linea chiara, è la prima 
nostra poesia maccheronica che abbia una salda impalcatura. 

Anche il linguaggio è quello della realtà, della media realtà 
d'ogni giorno. Il poeta non ha bisogno di troppi paroloni e di 
troppe parolacce: il lettore non è stordito da un continuo ro- 
tolar di macigni. Il contadino pensa e parla cosi: sotto la ma- 
schera trasparente del latino c'è il volto reale del villano; il 
maccheronico non è più in gran parte il linguaggio inventato 
da un'immaginazione sregolata, ma è il linguaggio della verità, 
travestito solo perchè la verità risalti meglio. Siamo davanti 
ad una fantasia piuttosto che ad un'immaginazione. Il Folengo 
dice già : « Noli mihi rumpere testam »; « Taceas ; faciesque 
« tacendo belopram »; » De facies benum tales non dicere cosas : 
« Nam cum cervello rupto fors ibis a casam » (andrai a casa 
colla testa rotta): piccoli accenni alla ricchezza di espressioni 
famigliari e proverbiali che scoppietteranno attraverso le pa- 
gine del « Baldus ». Uno solo dei precursori è veramente no- 
tevole per questo riguardo, sebbene poverissimo per ogni altro: 
Giovan Giorgio Alione, che scrive: « Non potens equum cer- 
« cavit batere sellam », « Aspice cum fiocant nobis hic rodere 
« costas », « Cum bona gratia velut marendine caules », ecc. (1). 
Ma questo, che nel Folengo è un pregio, nell 'Alione non lo è 
affatto, perchè il poeta astigiano ignora, quasi, il latino, e perciò 
si trova naturalmente sotto la penna l'espressione volgare senza 
saperla travestire alla latina e fondere in un linguaggio che 
non sia un irto miscuglio di rottami. 

Le frasi pittoresche sono ancora rarissime nel Folengo: ma 
la mossa, la snodatura, la tinta della parlata e del dialogo sono 
già pienamente e artisticamente volgari ; e la cappa latina fa 
già un'abbastanza vistosa figura sul corpo plebeo, poiché l'agi- 



(1) Macaronea contra Macaroneam Bassani (ediz. Zannoni cit., p. 172, 
V. 43; p. 174, v. 86 e v. 96). Vedi anche p. 171, v. 4; p. 173, vv. 49-50; 
p. 182, V. 291, e qualche altro esempio. 



ZANITONELLA „ 9 

lità del volgare è leggermente avviluppata nelle pieghe soste- 
nute della costruzione classica o della figura grammaticale pre- 
tensiosa. Sono le prime ricerche d'un gioco di contrasti e di 
sfumature, che diventerà poi una delle cure più assidue del Fo- 
lengo e contribuirà potentemente a staccarlo dai precursori e 
a dare al suo stile la finitezza d'un classico. 

Scis modo quod cercas malannum seu mala pascha, 
Quam dabo ni cessas tales parlare parolas. 

Ille sub umbrosa tìngens dormire nosaro, 

Dum pascolabant spinosa per arva '^apellae 

Et dum calcagnis conares ire leziris 

È vero che le costruzioni di questa fatta sono un po' frequenti 
e producono una certa monotonia; ma in genere in questa 
ecloga si respira già un'aura un po' più classica di certe mac- 
cheronee antecedenti, e si vede che il linguaggio si avvia, 
anche per questo, ad una complessità più artistica. 

A ciò contribuisce anche una prosodia più regolare: ele- 
mento del quale si preoccupò subito il Folengo reagendo contro 
gli arbitri. Già nella prefazione della Paganini scriveva, anti- 
cipando la «Normula macaronica » della Toscolana: «Et bene 
« noster Poeta servat normam syllabarum. Nonnulli tamen di- 
« cunt in hac arte Macaronica non deberi servare breviamenta 
« ncque longamenta. rudes et grossolani, quos tanta mateza 
«piavit! Scandite Merlini carmina: videbitis postea si norma 
« servetur. Sua tamen auctoritate, licet raro, corrumpit syl- 
« labas: sed non omnes hanc potestatem habent » (1). C'è, come 
si vede, una restrizione burlesca: ma di questa libertà, almeno 
nelle ecloghe, si vale ben di rado, se non mi sbaglio. Anzi, alle 
parole stesse che in latino mancano, o attribuisce quasi sempre 
la medesima quantità o attribuisce quella che ha in latino la 



(1) P. \ÌV. 



10 A. MOMIGLIANO 

sillaba radicale; sicché le stesse parole maccheroniche hanno già 
per questo un lieve sapore classico. Un solo esempio : 

Non, Bi^oline, bona est: prius est biassanda; repossum 
Da : 

la sillaba re- è breve secondo la regola generale dei composti 
latini col prefìsso re-. 

C'è dunque, anche per tale riguardo, una finezza maggiore 
che nei maccheronici precedenti : lo stesso Tifi ha un esametro 
come questo: 

Quam vincentinum Paulum satiare doctoreni (1). 

Anche la grammatica è tutta latina, o almeno ne conserva 
tutte le apparenze: ma abbondano le costruzioni del latino di 
cucina, che solo più tardi saranno scaltramente alternate con 
quelle della più fine classicità. Al contrario in questa prima 
redazione gli aperti accenni di grammatica volgare sono raris- 
simi; diventeranno più frequenti nelle successive, sempre perchè 
il contrasto degli elementi produce un effetto più artistico. 
Nella Paganini il Folengo scrive: 

Nani cum cervello rupto fors ibis n casam : 

lievissimo accenno di grammatica volgare, quasi trascurabile 
di fronte a quelli di questo tipo, numerosi specialmente nel- 
l'Alione, ma già usati anche nell'operetta di Corado (2). Come 
riscontro cito solo un verso di Tifi: 

Ad fìnem misse ociilis guardate la terra (8). 



(1) Op. cit., p. 112, V. 378. Sulla prosodia di Tifi v. Vittorio Rossi, Di 
un poeta maccheronico e di alcune sue rime italiane, in questo Giornale, 
11, 4, n. 4. 

(2) V., p. es., i vv. 60, 64. 66 a p. 586 di Giov. Fabris, // più antico 
documento di poesia macaronica, in Atti delVIst. Yen., 65, 1905-6. 

(8) Op. cit., p. 104, V. 120; v. anche p. 105, v. 134; e, di altro genere, 
p. 120, V. 645. Versi simili nel Nobile Vigonse opus, op.cit., p. 130, v. 181; 



11 

2. — Nella seconda ecloga di Merlino i personaggi sono diversi 
— Pedralo e Tonello — , ma la mossa iniziale è simile: questo 
domanda a quello la ragione della sua malinconia, e Pedralo gli 
risponde irosamente. Tonello capisce che l'amico è fuori di sé per 
il dolore, e quindi non si offende delle sue parole. Allora Pe- 
dralo gli promette di confidargli le sue pene, se gli dà un sorso 
di vino. E cosi bevendo loda malinconicamente la defunta moglie 
Bertolina, più cara di tutte le vacche, eccettuata Bonella. 

I pregi della prima ecloga sono parecchio attenuati nella se- 
conda; la quale, salvo la fonte già additata dal Gotronei, me- 
rita attenzione semplicemente per il tema delle lodi grottesche 
d'una donna, già tradizionale nella nostra letteratura, e collegato 
da una parte col motivo già dugentesco della caricatura femmi- 
nile, orribilmente esagerato poi nella poesia maccheronica, dal- 
l'altra col motivo parodico della lode d'una donna brutta, di 
cui abbiamo i primi esempi famosi nella « Nencia » e nella 
« Beca », continuati nel poemetto amoroso rusticano e nella 
canzonatura bernesca — e non soltanto bernesca — della poesia 
petrarcheggiante (1). Bertolina aveva la testa fatta a pera («pi- 
rontus vertex »), il naso a rampino, la bocca che « Quando ri- 
« debat, geminas toccabat oregias », gli occhi di due colori di- 
versi — come Alessandro Magno! —, la persona emanante 
« stranium odorem », ecc. La descrizione non ha nulla di note- 
vole: ma il pianto di Pedralo, in mezzo alle buflbnate, ha un 
momento felice: 

Non sic presto ussuui stallae quandoque subintro, 
Quod mihi paret eam stravacatam cernere zosum, 



p. 134, vv. 221, 230; nei Virgiliana, p. 147, v. 208 — p. 149, v. 258 — 
p. 154, V. 414; nell'AuoNE, pp. 173, vv. 57, 78 — p. 174, vv. 83, 95 — 
p. 177, vv. 1:54, 164, 178, ecc. ecc. 

(1) Così, coU'aggiunta della poesia macclieronica, di quella rusticana e di 
quella antipetrarchesca, mi pare si possa completare il cenno sintetico dato 
dal Rossi su questo tema a proposito di un sonetto dello Strazzola (// can- 
zoniere inedito di Andrea MichieU detto Squarsòla o Strazzola, in questo 
Giornale, 26, 38-4 0). 



12 A. MOMIGLIANO 

Vel inter vaccas Brognolam sive Bonelam, 
Vel inter manzos Boldrinum seu Capriolum: 

l'illusione del sentimento è spontanea, e la posa grossolana e 
sgangherata ne mantiene la verità psicologica. È il più bel par- 
ticolare dell'ecloga, quello che rivela meglio la presenza d'un 
poeta e non d'un rozzo ricercatore di mosse villane e grottesche. 
Nelle redazioni posteriori la descrizione e il rimpianto della 
moglie scomparvero : passarono invece, come fu già notato dal 
Gaspary e dal Luzio per la Toscolana, nel « Baldus » (1). Questa 
edizione conservò, correggendo, gran parte dei versi esaminati; 
i quali, con successive modificazioni ed abbreviazioni, furono 
trasportati dalla IV macaronea della Toscolana alla VI della 
Cipadense e della Vigaso Cocaio (2). 



Dalla Paganini alla Toscolana. 



1. — Le due ecloghe staccate della Paganini diventano nella 
Toscolana un canzoniere rusticano, messo insieme col proposito 
di fare un'operetta organica, e con un preciso fine antiaccade- 
mico, apertamente dichiarato nel « Prooemiunculum »: 

Non Jiie nasutis, non meque dicacibus edo, 
Non quibus est humiles nausa videre libros. 

Le singole parti svolgono i seguenti temi : l'amore coglie tanto 
1 villani quanto i cittadini ; innamoramento di Tonello in prima- 
vera (sonolegia seconda e terza) ; lodi di Zanina ; Tonello si loda 
di Federico Gonzaga che gli dà modo di vivere tranquillo, 



(1) Studi cit., p. 19. 

(2) Per la Tose. v. ed. cit., voi. I, p. 148, v. .3 - p. 149; per la Vig. Coc. 
l'ediz. Luzio, voi. I, pp. 143-144, vv. 523-554; per la Cip. le varianti re- 
gistrate dal Luzio nel voi. II, a p. 233. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA , 13 

mentre Pedralo è obbligato a fuggire dinanzi ai Tedeschi ; altre 
lodi di Zanina; lamento e preghiera a Zanina; tutti riposano la 
notte, Tonello no; lamento per la crudeltà di Zanina; invoca- 
zione disperata a Zanina; Zanina non corrisponde; contrasto 
fra Zanina e Tonello; maledizione a Zanina; lodi della forca; 
Salvigno, dopo aveir tentato invano di distogliere Tonello dal 
suo amore, finisce per dargli ragione; lamento di Tonello; ef- 
fetti dell'amore; sono passati tre anni, e Tonello si vergogna 
del suo amore; conclusione; Tonello, malinconico, dapprima 
non vuol vedere Pedralo, poi beve e si sfoga con lui ; dopo la 
sbornia, Tonello litiga con Bigolino, e Pedralo li rappacifica. 
Il sommario dimostra: che le ultime due parti, aft'atto staccate 
dalla « Zanitonella », sono un'appendice mantenuta per non sa- 
crificare le ecloghe della Paganini, da cui il Folengo sentiva 
di poter ricavare notevoli effetti artistici ; che, se il poemetto 
ha un'introduzione e una conclusione, non ha però uno svolgi- 
mento lineare e compatto, ed ha press'a poco la libera e vaga 
unità di tutti i canzonieri amorosi; che quindi c'è bensì nell'ope- 
retta un processo psicologico, ma c'è anche il ritorno sopra lo 
stesso motivo, che è pure caratteristico di tutte le raccolte vol- 
gari di poesie amorose. Grià nella costruzione, dunque, è evidente 
l'intenzione di parodiare i canzonieri, non soltanto, ma anche lo 
sforzo di ottenere una certa unità, che sarà ancora più mani- 
festo nelle due elaborazioni successive. Il fine satirico, appena 
accennato nella Paganini, diventa pienamente conscio e con- 
tinuo; il realismo del primo tentativo ora si oppone costan- 
temente all'idealismo bucolico e petrarchesco : due degli ele- 
menti fondamentali di tutta l'arte del Folengo — realismo e 
parodia — appaiono già qui in viva luce e rinforzati l'uno dal- 
l'altro in virtù del contrasto. Ma i molti componimenti aggiunti 
in questa redazione sono più notevoli per l'intento che per 
l'arte: il migliore è il dialogo con Salvigno, l'unico di vena, 
opulento, eloquente, pieno della rozza vita campestre, di par- 
ticolari reali non cercati — come altrove — ma sgorgati spon- 
taneamente dallo svolgersi del colloquio. Le altre parti nuove 



14 A. MOMIGLIANO 

sono per lo più fredde, compassate, hanno qualcosa dell'anda- 
mento rigido e dignitoso dell'epigramma umanistico serio, senza 
che tale sostenutezza riesca quasi mai a cavare un buon ef- 
fetto comico dal contrasto col linguaggio e colla materia. Questa 
è, per esempio, l'impressione che fanno parecchi versi, un po' 
troppo lapidari, della sonolegia ottava e nona. In genere la co- 
struzione complessiva delle singole parti ò fiacca, e i riempi- 
tivi sono molti; manca la festività della prima ecloga della 
Paganini. C'è, invece, una maggior complessità di elementi, una 
più frequente caricatura di motivi classici o accademici conta- 
minati con una ricchezza un po' sovrabbondante di motivi po- 
polari e realistici, che avrà poi bisogno di essere sfrondata 
nelle redazioni seguenti. L'osservazione della verità non è cosi 
nauseante come nella Paganini, è più misurata, più precisa e 
rivela una più versatile attitudine a cogliere il caratteristico 
della vita e del parlare quotidiano: 

Sum refrescatus, maduique inilzam ; 
Sicca prò caldo nimio corada 
Sorbuit vinum veluti quadrellus 
Igne recoctus. 

La mania dell'enorme dei primi maccheronici, incapaci di 
trarre poesia da un mondo di linee parche e regolari, è abban- 
donata e sostituita dallo studio della verità più comune, della 
vita mantovana e rustica contemporanea. Di qui il ricordo ab- 
bastanza frequente di questo o quel luogo del contado, i par- 
ticolari del costume, le canzoni del tempo, i primi accenni anti- 
tedeschi (1), che ritornano tante volte nel Folengo (2). Ma in 
tutto questo materiale il rilievo artistico è ancora scarso: si 



(1) P. 6, str. « Nos Todescorura... ». 

(2) Sull'odio del Folengo per i nemici della patria in genere, vedi le pre- 
cise indicazioni di Louis Thuasne {Études sur Rabelais, Paris, libr. Émile 
Bouillon, 1904, p. 171), che rendono inutile il misero accenno di Angelo Otto- 
lini sul Folengo e la barbarie tedesca {Fanfulla della Doni., XL, 4). 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA y, 15 

nota più spesso il freddo amore del folklorista o l'inanimato 
proposito antiaccademico. Nella seconda sonolegia il poeta fa 
una descrizione serio-comica della primavera, ma il verso più 
bello è un esametro lirico, dove neppure il verbo onomatopeico 
riesce a dare il senso del maccheronico, tanto si snoda agile nel 
'primo emistichio volubile : 

Boschicolae frifolat rosignolae gorga per umbras. 

Il canto zampilla solitario dall'ombra, e il lettore lo ascolta 
come se in una passeggiata deserta gli s'alzasse improvviso sul 
capo il getto limpido dell'usignolo ; e non cerca se la sua im- 
pressione lirica derivi' da una lingua immaginaria. Verso bel- 
lissimo, ma isolato, perchè né si lega col contesto, né se ne 
stacca con un contrasto giustificabile. 

Tutto invece é ben fuso nel principio della prima ecloga, 
dove la sensazione del paesaggio estivo è data con quella sen- 
sibilità agreste che, mentre sembra parodia della finezza buco- 
lica, é ad un tempo verità colta con una misura e con una co- 
scienza insolita nella nostra poesia: 

ToNELLus. Dum stravaccatae pegorae marezant, 

Dumque passutas coprit umbra vaccas, 

Ecce sub gianda locus unibriosus, 
Barba Philippe. 
Philippus. Cancar! est verum, reposemus ambo: 

Quam bonus ventus sofiat sub istis 

Frondibus, dum sol nimio sbojentat 
Rura calore! 
ToN. Sentis an quantae cicigant cigalae, 

Quae mihi rumpunt cicigando testam? 

Non è la pace idillica di Virgilio, la verità indeterminata e 
grave del verso 

Sole sub ardenti resonant arbusta cicadis (1), 



(1) Bue., II, 13. 



16 A. MOMIGLIANO 

ma una sensazione nuova, dove appena si avverte la remini- 
scenza parodica confusa con una percezione rozza che domina 
su tutto e quasi soiìbca Fallusione. Da questa novità di sensa- 
zione scaturirà poi l'immortale vita plebea e rusticana del 
« Baldus », più libera da intenti particolaristici di opposizione 
letteraria. 

Il contadino della « Zanitonella « ha già un modo di sentire, 
di immaginare e di paragonare le cose, direttamente derivato 
dall'ambiente in cui vive : il cuore di Zanina è duro come la 
terra gelata, d'inverno, sotto i colpi della vanga; Zanina è più 
lucente che il badile, le sue occhiate sono come colpi di forca. 
Ma in genere questa rozza atmosfera spirituale non è cosi co- 
stante e uniforme da lasciarci un'impressione profonda, uguale, 
sicura. Soltanto, qua e là, all'immagine succede la scena la 
quale, benché scarsamente rilevata, fa già presagire i grandi 
quadri del capolavoro: Tonello va a sonar la piva davanti alla 
casa della sua bella, ma questa gli rovescia sopra le « fracide 
crete » o gli aizza dietro i cani. 

Qua e là uno spirito festosamente burlesco dà rilievo alla 
rappresentazione rusticana e mostra il poeta in un atteggia- 
mento giulivo che ravviva la materia comica o, mescolandosi 
alla nota realistica, rivela nel Folengo una disposizione intel- 
lettuale che oscilla fra quella dell'osservatore che vuol fermare 
un aspetto comunemente trascurato della vita, e quella del- 
l'uomo raffinato che se ne burla. La ricerca dell'onomatopea, 
la frequenza delle bestemmie e degli epiteti sgangherati, l'im- 
maginazione grottesca rispondono all'uno o all'altro di questi 
intenti : 

Saepe dum canto gelidis sub umbris, 

Cum lupis agni, canibus capretti, 

Vulpibus galli pari ter comenzant 
Fare morescham. 

L'effetto comico è già ottenuto, qualche volta, con un finis- 
simo adattamento maccheronico delle più aristocratiche eleganze 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 17 

classiche : a Salvigiio, che gli ha fatto una lunga orazione sopra 
i (Ianni deiramore per fargli abbandonar Zanina. Tonello ri- 
sponde : 

Ista iiieam rupit circumparìatio testain. 

Che ronzio ! È forse il più bel verso della « Zanitonella », grot- 
tescamente pittoresco, non meno denso che quello sublime di 

Dante : 

Così ini circonfulse luce viva, 

o quello solenne di Virgilio: 

At me tum primum saevus circumstetit horror. 

Il contrasto degli elementi comincia ad essere sfruttato dal 
Folengo con una notevole frequenza; questa, raffinandosi via 
via, diventerà una delle norme fondamentali della sua arte: 

Est mihi per superos forca parata deos. 



Quaenam sors mortis, quam forca trovatur in orbe 

Dulcior? hac mihi nil gratius esse potest. 
Celerà per .gesias sub terris corpora condunt : 

Piccatis coelum posse videre datur. 

Notate la solennità della costruzione fra cui serpeggia grottesca 
l'idea patibolare, e la sostenutezza lapidaria della chiusa. 

2. — I componimenti della Toscolana sono accompagnati da 
glosse marginali, singolari per più rispetti, ma specialmente 
perchè spesso mirano a dar più rilievo alle intenzioni comiche (1). 
Cosi accanto alla fine della strofe 

Tu prius buso remove cocajum. 
En bibo: ciò ciò resonat botazzus; 
Est bonum vinum, sed habet saporem 
Oybò vascelli, 



(1) Sulle note marginah, osservate da punti di vista diversi dai miei, 
V. Luzio, Studi cit., pp. 13 sgg, 

aiornnle storico, LXXIII, faac. 217. 9 



18 A. MOMIGLIANO 

scrive: « Oy})ò. s])uzzantis est; aliquando est iiomen indecli- 
« nabile, ut illucl: Nasum defendit b, oybò ». Cosi fa rilevare 
al lettore una smorfia di schifo che altrimenti gli sfuggirebbe, 
e dà l'illusione che la strofe sia più colorita. Poi aggiunge una 
pretensiosa nota di morfologia, che dev'essere una canzonatura 
dei grammatici, i quali — come vedremo meglio più sotto — 
se non poterono essere presi in giro nel testo, si ebbero però 
la loro parte nelle glosse, insieme coi pedanti e cogli eruditi in 
genere. 

Le note interpretative, le didascalie, i commenti tendono a 
dar più rilievo alla « Zanitonella ». Questo si osserva special- 
mente nelle ecloghe finali, e più ancora nella III e nella IV, 
dove il poeta con le sue glosse accompagna il lettore, gli sot- 
tolinea gli stati d'animo da cui scaturiscono le parole degli in- 
terlocutori, e gli fa vedere il processo dell'azione e dei movi- 
menti. Sopratutto l'ecloga quarta, « Per alphabetum », diventa 
più chiara e guadagna, se non altro, una certa rapidità dram- 
matica, poiché le glosse segnano con precisione le varie fasi 
dell'azione e distinguono tutto il componimento in una serie di 
scene, divise da pause che male apparirebbero senza le dida- 
scalie. Nell'ecloga terza le note del poeta — le più artistiche 
di tutto il canzoniere — disegnano con una brevità solenne ed 
arguta lo stato d'animo di Zanina e di Tonello. Il pastore, geloso 
di Bertolo, « vadit ad Zaninam stantem melinconicam vultuque 
« superbam », e cerca di commoverla descrivendole la natura 
primaverile ebbra d'amore. Ma Zanina, che ama invece Bertolo, 
gli risponde con una maledizione e finge di credere che To- 
nello ami un'altra ragazza. Allora Tonello che prima, ispirato 
dal desiderio d'amore, aveva parlato un latino classico ed ele- 
gante — « quia », dice il poeta scusando buflbnescamente (o sa- 
tiricamente ?) r inescusabile stonatura, « novas amor instruit 
« artes » —, prorompe in una -sigorosa esclamazione macche- 
ronica, credendosi amato dalla gelosa Zanina : « Extremitas 
« gaudij eloquentiam perdit ». Tonello non ama altra donna che 
Zanina: 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONKLLA » 19 

Tu me bertezas, dubito; me, perfida, truffas, 
Mo cancar, quidnaiii feci? Die vera, calefas? 

E il Folengo finissimamente annota scoprendo via via la sin- 
cerità ingenua dell'uomo e la perfidia consumata della donna: 
« Haec subdubitando, pariter ridendo, profert. Summissa voce, 
« blandiendo, dicit : Calefas ? » E subito dopo, quando Tonello 
s'accorge — e come non accorgersene? — che la risposta di 
Zanina è beffarda, e perciò le replica che ella lo irride : « Non 
« est tam insanus quin agnoscat se irrideri ». Poi Tonello indi- 
gnato le rinfaccia che sa del suo amore per Bertolo, e Zanina 
« prorumpit in iram, quia detegitur ». Allora Tonello le insinua 
che Bertolo piace ad un'altra ragazza, per vendicarsi, « ut in- 
« dignationem faciat inter amantes ». Poi torna, con la volubi- 
lità del vero amore, alle lusinghe e alle imprecazioni : ma Za- 
nina, « mira superbia mulieris », risponde: Andranno insieme i 
lupi e gli agnelli, le cerve e i leoni, i cani e le lepri, prima 
che Zanina ti ami. Tonello aveva messo in serbo per lei un 
candido capretto: lo darà a Lena o a Fillide. 

Nec te Laena unquam, nec candida PhyUs amabit, 

risponde Zanina. E il commentatore, colla solita pronta malizia: 
« Dubitat tamen puella, ne aliunde vadat amare ». 

Senza queste note la scaltrezza psicologica dell'ecloga non 
avrebbe tutto il suo rilievo, e noi ci lasceremmo in parte sfuggire 
la delicatezza di questa piccola commedia d'amore. Dal commento 
del Folengo sembrerebbe che egli colla mescolanza del macche- 
ronico e del latino classico avesse voluto satireggiare l'eloquenza 
elegante e falsa dei pastori aulici innamorati: ma il commento 
in questo caso non serve, perchè non si accontenta di dar rilievo 
ad un motivo del testo, ma vi introduce un'intenzione che nei 
versi non appare. Questo è un difetto grave dell'ecloga ; e non 
lo cancella nemmeno il fatto che pur nel latino classico c'è una 
notevole efficacia di sentimento e qualche sottile punta comica 
ed ironica. 



20 A. MOMIGLIANO 

Un'altra appendice satirica, che non risponde all'intonazione 
del testo, ma completa quel che la « Zanitonella » ci dice delle 
idee critiche del Folengo sulla poesia erotica contemporanea, è 
il commento alla sonolegia quarta, dove si lodano quasi casta- 
mente le bellezze di Zanina : « Mira poetae honestas qui hac de 
« materia loquens tam immaculate transit ad confusionem impu- 
« dicorum poetarum ». La frecciata è diretta, questa volta, non 
alla lirica platonica in volgare, ma a quella lubrica e alla lirica 
latina catulliana e priapesca : basti rimandare il lettore ai saggi 
umanistici del quattrocento e del cinquecento raccolti nell' « Ero- 
topaegnion », a certe liriche del Fontano (1), alle poesie pria- 
pesche edite ed inedite citate in uno studio di Carmelo Cali (2), 
e alla letteratura italiana sconcia di cui ha dato qualche cenno 
comprensiv^o il Salza nelle « Nuove, discussioni intorno a Gaspa- 
« rina Stampa » (3). 

Non è questa l'unica volta che il poeta richiama la nostra 
attenzione sopra i suoi meriti: accanto alla sonolegia quinta 
scrive, supponiamo scherzosamente — per non far torto alla sua 
penetrazione critica — : « Mira descriptio insaniae amoris ». 
E se anche la nota vuol alludere satiricamente ad un luogo 
comune della lirica amorosa volgare, questo non toglie che il 
componimento sia insignificante. 

Qualche volta la nota pare semplicemente retorica: spesso 
il Folengo avverte : « Comparatio ». L'avvertimento è serio ? Dato 
lo spirito di Merlino, se ne può dubitare, tanto più che accanto 



(1) V., per es., le liriche XXX e XXXIII del primo libro degli Amori 
(Carmina, ediz. Soldati, Firenze, Barbèra, 1902, pp. 89, 90). 

(2) V. Studi letterari, Torino, Loescher, 1898, pp. 65 sgg. DeWErotopae' 
gnion, sive Priapeia veterum et recentiorum (Lutetiae, 1798, apud C. F. Patris 
bibliopolam) vedi la pars altera : fra gli italiani ci si trovano i nomi del 
Poliziano, del Bembo, del Sannazaro, del Della Casa e, s'intende, del Panor- 
mita, ecc. Chi voglia altre notizie veda Cian, Le rime di BaHolomeo Cavas- 
sico {Scelta di curiosità letterarie, Bologna, 1893, voi. I, pp. cxxxii sgg. e 
note relative). 

(3) Giornale, 70, 7-11. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 21 

a queste glosse ce ne sono altre lessicali, grammaticali e metriche, 
che han tutt'altra apparenza che di gravità, e sono un prezioso 
aiuto per completar la figura di questo poeta che usa il mac- 
cheronico con una non comune conoscenza della cultura classica, 
e si serve della sua dottrina per complicare di svariate e sottili 
allusioni canzonatorie la sua rappresentazione del mondo rozzo 
e plebeo. « Cravas zenovese, capras latine»- « Schitarinos villanice, 
chitarinos urbanice » ; « Fo, fas, fat ; antiqui utebantur ut etiam 
tro, tras, trat » ; « Par, indeclinabile est aliquando » ; « Bovum et 
bovorum »; « Studia studiabus, sicut asinabus »; « Flatus, anima; 
fiata, vices » ; « Mermoria, villanice » ; « Essere, prò esse antiqui 
dicebant » ; fra queste ed altre glosse, ve ne sono di quelle che 

— di per sé — hanno un significato serio, ma sono confuse in 
un complesso che ha troppo l'aria di voler canzonare il pedan- 
tesco mondo umanistico contemporaneo, perchè si possa credere 
che il poeta le abbia scritte solo coll'intenzione seria di chiarire 
il testo. Sono dunque da considerarsi come un timido precedente 
dei commenti burleschi, che incominciano con quello sopra il 
« Capitolo del giuoco della primiera », stampato a Roma nel 1526, 
e continuano abbastanza numerosi nello stesso secolo (1). Fu già 
rilevato più volte che alcune note di genere affine a queste, 

— i rimandi burleschi — preludono più particolarmente al- 
l'uso che il Rabelais fece poi delle citazioni scherzose (2), le 
quali però hanno un fondo di erudizione soda più serio di quel 
che si potrebbe credere (3). A proposito delle « scarparum 
sparamenta » (fodere delle scarpe), il Folengo annota : « Quid 



(1) V. su questi comraenti A. Salza, Francesco Coppetta dei Beccuti, 
3« Suppl. di questo Giornale, Torino, Loescher, 1900, pp. 121 sgg. 

(2) Luzio, Studi cit., p. 13, n. 1 e p. 46. Sulla ragione artistica di queste 
citazioni v. Paul Stapfer, Rabelais'^, Paris, A. Colin, 1889, pp. 407 sgg. 

(3) V. infatti la lunghissima lista delle fonti della sua erudizione in 
L'oeuvre de Rabelais di Jean Plattard (Paris, Champion, 1910, pp. 171 sgg.; 
e V. anche pp. 272 sgg.), e il commento alle sue citazioni nelle note all'edi- 
zione critica del Rabelais procurata dal Lefranc (Paris, Champion, 1912-3) 
e troncata dalla guerra. 



22 A. MOMIGLIANO 

sint, » « lege Nicolam zauatinum ». E chi sarà questo autorevole 
ciabattino letterato che l'autore cita colla dotta gravità d'un 
erudito commentatore ? Probabilmente qualcosa di simile al Fan- 
faluca, al Pintasso, ecc., ecc., del Caro (1). Gli esempi tornano 
più numerosi nel « Baldus » e ci fanno pensare a Merlin Cocai 
come ad un precursore delle invenzioni bibliografiche del Doni (2) 
oltre che dei commenti burleschi citati (3). 

Se a queste note si aggiungono quelle dove il poeta riporta la 
fonte virgiliana per far rilevare al lettore quanto gli sembrino 
noiosi gli innumerevoli ricalcatori delle « Bucoliche », si vede 
per quante vie e per quanti sentieri il Folengo, già in quest'opera 
minore, ci appaia come uno dei più ^ ari e più antichi satirici 
delle* abitudini pedantescamente umanistiche del Rinascimento. 

Ma una nota, brevissima, inerita forse più attenzione di tutte 
queste. L'ecloga quinta è, da un certo punto di vista, una disputa 
fra Tonello e Salvigno sull'amore ; Salvigno riconosce che l'amico 
ragiona come uno Scoto^ un Aquinate, un Pomponazzi ; e quando 
Tonello ribatte un'altra volta le affermazioni del compagno, il 
Folengo annota: « Argumentum aliud». Questa piccola glossa, unita 
ai nomi citati nel testo, mostra l' intenzione del Folengo di deri- 
dere l'uggiosa scolastica contemporanea, che gli ha lasciato — dai 
tempi della scuola — un cosi pesante ricordo da indurlo spesso 
ad una frecciata satirica nel corso delle sue opere. Siamo giunti 
cosi a toccare un argomento che, dalla canzonatura della retorica 
e della logica contemporanea, confina con la critica della teologia, 
il che implicherebbe l'esame di alti*e opere e di altre circostanze. 
Non est ine locus. 

L' idea di commentare in un modo cosi molteplice la propria 
opera, è bizzarra, e caratteristica del Folengo, che cosi annota 



(1) V. Commento di Ser Agresto da Ficarìwìo, in Opuscoli del Caro, 
disp. VII della Scelta di curiosità letterarie, Bolo^^na, 1861, passim. 

(2) L'argomento non è ancora approfondito: v. un cenno negli Anntdi di 
Giolito del BoNGi (Roma, 1890, voi. I, pp. 287-8), e per una rapida infor- 
mazione in proposito Giuseppe Petraglione, in questo Giorn., 44, 443. 

(3) Ved. Salza, Op. cit., pp. 124-5, per le citazioni burlesche. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 23 

anche la « Moscheide » e il « Baldus » e poi, con soli intenti 
seri, il « Cliaos ». Ma anche nelle glosse della « Zanitonella » ve 
ne sono di quelle erudite apposte semplicemente per chiarire 
il testo per mettere in evidenza la natura maccheronica del 
linguaggio. Cosi più d'una volta avverte che una certa frase 
deriva da un proverbio o da un modo volgare; per esempio, a 
proposito del verso: 

Incipe, non ultra e scala in cantiribus ibis, 

nota: « Proverbium, cum quis vacillando loquitur et confuse». 
Un'altra volta spiega una frase di gergo, che del resto noi com- 
prendiamo anche per altri esempi (1): « Sonzia boschi »: « idest 
lignum ». Altre volte dà il significato d'una parola che ritiene 
oscura: cosi, quando Tonello fra i doni fatti a Zanina enumera 
« stringas cum ferettis », il Folengo nota: « Sunt aliae stringhe 
quae habent ferettum unum »: particolare di costume che per 
noi non avreb])e bisogno di spiegazione, e del quale — del resto — 
troveremmo esempì esplicativi nella stessa poesia maccheronica 
prefolenghiana, ricca di tali particolari, specialmente nel- 
l'Alione (2). 



Dalla Toscolana alla Vigaso Cocaio. 

1. — Nella Cipadense e nella Vigaso Cocaio le glosse sono 
scomparse : il Luzio dice che non occorrevano più perchè allora 
il Folengo era già noto al pubblico (3). Non mi pare che questo 



(1) V. Rossi, Il canzoniere, ecc. cit., p. 8, nota. 

(2) Per le stringhe coi ferretti, v. Tifi, Op. cit., p. Ili, vv. 345-6; e 
Fossa, Op. cit., p. 143, vv. 78-80: 

Donzenis quatuor de stringhi^ calcia stringai 
quibus tot remanent gropi quot in arbore frondes, 
ferreti totidem qnot piUs rana copritur. 

(3) Studi cit., p. 45. 



24 A. MOMIGLIANO 

possa essere l'unico motivo della soppressione: per alcune glosse 
si sarà accorto che aggiungevano intenzioni non evidenti nel 
testo e che cosi non si rimediava alla debolezza dei versi ; altre 
gli saran parse troppo buffonesche; certo la rinunzia completa 
alle note marginali presenta sotto un aspetto un po' diverso gli 
intenti della « Zanitonella » (qui non parlo che di questo poe- 
metto) e ne limita le intenzioni satiriche, specialmente riguardo 
al mondo umanistico contemporaneo. Ma complessivamente la 
soppressione dà maggiore unità e maggior serietà al lavoro : cosi 
il lettore non è più distratto da appendici che, per quanto brevi 
ed ai'gute, costituivano però altrettante parentesi nocive all'im- 
pressione fondamentale. 

Fra la Toscolana e la Vigaso Gocaio vi sono altre differenze^ 
più meno importanti. 

Parecchi tentativi di miglioramenti non riuscirono ad impri- 
mere un suggello caratteristico ai versi pallidi e fiacchi della 
redazione antecedente, ottennero solo un decoro illusorio, che è 
già retorica, ma non è ancora arte. Cosi l'ecloga prima, nata 
infelicemente, continua ad essere in complesso una povera cosa^ 
quantunque si veda qua e là lo sforzo del poeta che, colorendo 
meglio qualche particolare e dando maggior movimento al dia- 
logo, cerca d' infondere vita all' insieme. La descrizione dei giochi 
e delle feste di Mantova non aveva nessun valore : nella Vigaso 
Cocaio i ritocchi migliorano il suono e l'apparenza del periodo, 
ma non riescono a far balzar fuori un motivo poetico. Basterà 
un confronto : 

Sgonflas ballas veluti vesigas (1), 

Sole sub caldo scanulis balanzant. 

Hic battit, signat caciam sed alter; 

Ille lebattit. 

(Tose). 



(1) Sono le « palle di vento », riempito d'aria collo « schizzo » o « gon- 
fìetto ». Per spingerle in alto si armava la mano di uno strumento di legno 
detto « scanno », solcato da canaletti. Per questo e per la definizione, del 
resto nota, della « caccia », vedi Antonio Scaino, Trattato del (jiunco (iella 
palla, Vinegia, Gabriel Giolito, MDLV, pp. 148, 149, 155, 15. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 25 

Gontìas ballas veluti vesigas 
solis ad razzos agitant scanellis, 
hic batit primus, rebatit secundus, 
cazza notatur. 

( Vig. Ooc). 

Dal rifacimento si guadagna cosi poco, clie è inutile mostrare i 
segni che rivelano nel Folengo uno stilista più raffinato e un 
poeta dall'orecchio più sensibile. Molti versi della « Zanitonella » 
vennero fuori dalla penna di Merlino cosi assolutamente privi 
di poesia, che qualche volta i suoi ritocchi ci lasciano incerti 
se costituiscano un miglioramento, e sono notevoli soltanto come 
prova che il poeta non è soddisfatto. 

Talora la correzione è dovuta a motivi cosi sottili, che il let- 
tore non li apprezza se non ha una conoscenza speciale dei 
dialetti che contribuiscono a formare il linguaggio del poemetto. 
Cosi la sostituzione di « Cuncta repossatum redeunt » a « Guncta 
« reposatum vadunt » è un' impercettibile finezza dovuta all'in- 
troduzione della radice lombarda in luogo di quella italiana; il 
che produce poi un effetto ben visibile quando si noti che in 
contrasto con l'elemento dialettale è stato sostituito al vadunt 
più vicino al volgare il redeunt che è solamente latino. In un 
altro verso, per contro, la parola dialettale è stata sostituita da 
quella italiana: 

Sentio me me smagonare (1) fiatum 

(Tofic.) ; 

Sentio me me vomitare flatum. 

Le correzioni di questo genere sono spesso sottilissime, e sono 
una delle prove che il criterio fondamentale della revisione 
fu la cura di proporzionare con ogni delicatezza gli elementi 



(1) « Cavar dal profondo dello stomaco » (Saggio d'un vocabolario man- 
tovano, toscano, e latino, in appendice al II volume dell'edizione di Am- 
sterdam, p. 403). 



26 A. MOMIGLIANO 

italiani aulici e volgari, quelli dialettali e quelli latini, in modo 
da creare un linguaggio che avesse la perfezione stessa di sfu- 
mature, di trapassi, di contrasti, di richiami che ha una lingua 
viva: che è poi il merito più aristocratico e più diffìcilmente 
apprezzabile del Folengo, sopratutto in confronto coi precursori. 
Gli elementi dialettali nella Toscolana erano talvolta soverchi, 
talvolta scarsi in confronto con gli altri; talora non servivano 
allo scopo — la pittoresca vivacità rusticana — e potevano 
essere un inutile ostacolo ad un lettore non lombardo, od appa- 
rire un facile, grossolano ed intemperante sfoggio di regiona- 
lismo ; talaltra mancavano proprio dove la loro presenza avrebbe 
trasformato in quadretto l'abbozzo stinto. Poco dopo il verso 
citato, nella Toscolana si leggeva: 

Cum piva multas venio fiatas, 
Et iriaitinadas facio galantas, 
Nec tuam duram, manigoìda, testam 
Eumpere possura; 

la Vigaso Cocaio corregge: 

Nec tamen duram tibi, porca, testam... 

« Manigoìda » era letterario, inopportuno, scolorito. Un esempio 

simile: 

Muta tu semper precibus fuisti, 

Matta quapropter reputaris esse: 

Mortus at postquam fuero, pianges 

Moesta Tonellum 

{7b$c.); 

negli ultimi due versi la Vigaso Cocaio corregge: 

mortus at postquam fueiit Tonellus, 
moesta crepabis: 

il tono elegiaco dà un fortissimo risalto all'inattesa volgarità 
della chiusa. 

La sensibilità colla quale il Folengo distribuisce e commisura 
i vari elementi linguistici, è cosi continua, che non c'è pagina 



LE QUATTRO UBDAZIoM DELLA " ZANITONKLLA ^ 27 

che non offra parecchi esempi di tale squisitezza classica. Poiché 
Merlin Cocai ha veramente educato il suo gusto di poeta mac- 
cheronico sulle opere dei classici : la contraddizione è solo ap- 
parente ; una delle cause principali per cui il Folengo è riuscito 
superiore a tutti i suoi predecessori, è la sua maggiore espe- 
rienza delle eleganze e delle profondità dell'arte latina. Solo un 
umanista poteva darci una cosi perfetta poesia maccheronica. 
Bisognava che il Folengo conoscesse tutti i segreti della poesia 
di Virgilio, per poter mostrare agli umanisti del Rinascimento 
che — per un vero poeta — c'era di meglio da fare che imitar 
l'autore delle « Bucoliche ». Finché la poesia maccheronica non 
si fosse colorita di tutte le aristocratiche sfumature classiche, 
il problema di quel linguaggio e di quell'arte doveva rimanere 
insoluto; senza essere umanisti si poteva scrivere del latino di 
cucina, ma non del latino maccheronico. La creazione di questo 
linguaggio era — mi sembra — indissolubilmente legata alla co- 
noscenza delle più riposte finezze del latino classico: l'arte 
maccheronica, per dissolvere nel ridicolo della parodia l'arte 
classicheggiante, doveva vestirsi de' suoi medesimi panni, e 
nascondere nelle loro mille pieghe seriche e simmetriche le 
punte, i bernoccoli, le smorfie, le asimmetrie, i lazzi, le mosse 
dinoccolate e sgarbate delle membra contadinesche e del farsetto 
plebeo. Nella Toscolana il maccheronico era ancora troppo gros- 
solano frigido; mancavano quelle impercettibili sfumature 
classicheggianti fra cui dovevano levar più alto fragore le larghe 
chiazze rosse del maccheronico. La grossolanità essendo troppo 
uguale e continua, veniva a mancare il carattere vitale del 
nuovo linguaggio: perciò la comicità svaniva in una rusticità 
pallida e insipida. Un senso sempre più squisito dell'equilibrio 
degli elementi contrastanti, da cui doveva scaturire la forza 
del maccheronico, guidò il Folengo nelle sue correzioni e lo 
aiutò a sostituire alla buffoneria spesso goffa e stentata della 
Toscolana una comicità grave, che é il tessuto sgargiante e 
cangiante che si forma dall'intreccio delle rozze filacce volgari 
coi sottili fili classici. La comicità della Toscolana manca spesso 



28 



A. MOMIGLIANO 



di dignità; quella della Vigaso Cocaio conserva le apparenze 
paludate della letteratura aulica. Il Folengo mira sempre ad 
una guardinga e complessa temperanza. Cosi è notevole che 
nelle successive redazioni egli non aumenta i particolari reali- 
stici, come potrebbe sembrar naturale a chi considerasse questo 
poeta solo come un rivendicatore della verità umile e rozza di 
fronte alle idealizzazioni convenzionali : nel Folengo colla poesia 
realistica è quasi continuamente compenetrato l'atteggiamento 
parodico. 

La sua temperanza fa si che più d'una volta l'ultima redazione 
della « Zanitonella » sia, anziché più concreta, più astratta: e 
nulla meglio di questo prova che lo scopo principale della 
correzione fu, non attingere il massimo realismo, ma tenersi in 
un aristocratico mezzo fra la rievocazione dell'idealismo bucolico 
e la rappresentazione della realtà campagnola contemporanea, 
in modo da far continuamente oscillare il lettore fra i due 
mondi, naturalmente con un'inclinazione molto più risoluta verso 
il secondo. Se il realismo avesse soverchiato in modo assoluto, 
l'atteggiamento parodico sarebbe stato offuscato : questo spiega 
il sacrificio di qualche particolare realistico, pur bello, e prova 
l'austerità della coscienza artistica del Folengo. Ciò non toglie 
che altre volte, invece, egli aggiunga un tratto realistico per 
rinforzare un'ispirazione fiacca. 

Vediamo qualche esempio. 

Nella Toscolana aveva scritto: 

Non appena tuas goltas, vidique musinum, 
Balestram subitus discarigavit Amor; 

nella redazione definitiva corregge: 

Vix et apena tuum vidi gregnare bochinum, 
illieo balestram discaricavit Amor: 

primo esametro non dava nessun' impressione, perchè l'im- 
magine era scolorita e il travestimento latino non aveva finezze; 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA „ 29 

il secondo invece prepara con la figura retorica di « vix et 
apena » il rilievo dell'immagine, dove la tenerezza di « bochinum » 
e la grossolanità popolana di « gregnare » ritraggono con finita 
precisione la sfumatura dell'amor rusticano. E poi il pentametro 
trasportando al principio la designazione temporale, rinnova, 
con l'impeto solenne e patetico che ne deriva al verso, l'altalenare 
della nostra fantasia fra la sensibilità classica e quella volgare. 
Confrontate 

Capra legera mihi, dum saltat nonne videtur, 
Qaum ballat fomnae gamba polita meae? 

(Tose.) 

con 

Capra legera mihi saltando nonne soraeiat, 
cum ballat divae gamba gaiarda meae? 

(F. C.) 

e guardate, oltre il resto, com'è robustamente campagnola quella 
« gamba gaiarda », e come per farlo sentire fosse necessario 
rompere la linea vigorosa («ballat -gamba gaiarda») con un sospiro 
di sogno (« divae »). 

Volendo descrivere il canto della cicala, nella Toscolana aveva 
detto: 

Sentis an quantae cicigant cigalae, 

Quae mihi rumpunt cicigando testam? 

E poi, nell'ultima redazione : 

Sentin ut tantae cicigant cigalae? 
sentin ut rumpunt cerebros cridore? 

Come la maggiore eleganza classica fa risaltar l'idea e Tonoma- 
topea volgare! Come la ripetizione di « sentin » colora di lirismo 
il fastidioso frinire della cicala ! Come stride quel « cridore » 
dopo « cerebros » ! Sicché risalta ancora una volta quel che di 
scaltramente composito, in cui è il più riposto sapore del mac- 
cheronico. 



30 A. MOMIGLIANO 

Zanina sola ha saputo vincere il mio cuore, dice Tonello: 
Sola Zanina siiis me snembolavit (1) ocellis: 

nella Toscolana c'era invece « ocliiadis », e il verso non faceva 
nessun' impressione, perchè la sgangherata violenza maccheronica 
non era comicamente ammorbidita dalla gi'azia affettuosa di quel 
diminutivo catulliano. 

L'amore, afferma Salvigno in un periodo sonante di retorica 
eloquenza, è una specie d'angoscia, è un inferno dell'anima, 

estque putanae 
fìlius, est proprii donienticatio iuris, 
est quoque vergognae contrarius, estque maligna 
pestis et a nulla morbus guarrihiìw herba: 

l'enumerazione faconda, mentre si conclude con un costrutto 
solenne, scatta improvvisamente in un suono tragicomico. La 
Toscolana continuava pianamente con « sanabilis » : e cosi man- 
cava la parola che in tutta la tirata sottolinea meglio l'inten- 
zione buffonesca. 

Sono effetti che coll'esame di pochi versi non si possono ap- 
prezzar per intero, tanto è complesso e sottile lo studio delle 
relazioni fra le varie parti ! Si sente che il Folengo correggendo 
vuol sopratutto che l'insieme, con un più studiato equilibrio, 
con una più intima fusione, con un più mascherato contrasto, 
dia una sensazione più originale, sfuggente all'analisi come un 
perfetto mosaico. L'ombra d'una sfumatura mutata si proietta 
tutto intorno al contesto e mescendosi con altre, ne varia l'aspetto 
con impercettibile profondità. 

Appunto uno degli elementi meno esaminabili è la struttura 
del pensiero, che diventa più organica, più architettonica, più 
proporzionata, più sapiente nel rilevare e nello smorzare, nel- 
l'unire e nel dividere. Per questo talora è sufficiente la sop- 



(1) M^ha fiaccato. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 31 

pressione, l'introduzione, il cambiamento d'un segno ortografico 
d'una congiunzione: ma le conseguenze sono cosi notevoli da 
tradire esse sole una penetrazione più sostanziale dell'arte clas- 
sica. La sintassi latina nella Vigaso Cocaio riveste meglio il 
maccheronico, pur lasciando il posto a quella italiana quando 
una ragione d'arte lo esiga. Il modo di pensare latino si com- 
penetra più addentro con il materiale linguistico volgare: ne 
scaturisce un mostro versipelle : « Vedi che già non son né 
due, ne unol » I contadini del Folengo esprimono con eloquenza 
le loro immagini, i loro sentimenti, i loro atteggiamenti di pen- 
siero. Nelle discussioni rusticane della Vigaso Cocaio mi sembra 
di sentire un dialogo più pieno, una facondia 'più rotonda e più 
robusta, come se il Folengo le avesse rifatte avendo piìi sonanti 
nell'orecchio non solo le eleganze aristocratiche dell'eloquenza 
poetica latina, ma anche il dissertare dei ciceroniani (1). 

Il dialogo dell'ultima redazione è di volta in volta più agile 
e più sostenuto, più vivo e più solenne, complicato forse anch'esso 
di qualche nuovo elemento parodico, scritto forse, in qualche 
momento, sorridendo dei ciceroniani fanatici combattenti a 
gran A^oce per il loro idolo. Non posso far citazioni: ma qual- 
cuno mi darà ragione confrontando il componimento dove sono 
interlocutori Salvigno e Tonello con la Toscolana, dove questo 
passo ha il titolo di « Ecloga quinta ». Le correzioni di questo 
dialogo sono complesse, ma in genere tendono a smorzare 
e venare le tinte, in modo da ottenere una vivacità mode- 



(1) La battaglia fra i Ciceroniani ed i loro avversari, divampata arden- 
tissima nel 1519, si era riaccesa per opera di Erasmo che combattè gli imi- 
tatori di Cicerone dal 1526 al 1536. Morto Erasmo, la lotta continuò fino 
al 1541 (v. Remigio Sabbadini, Storia del ciceronianismo, Torino, Loescher, 
1885, pp. 52-73). Occorre rammentare queste cose notissime, per confrontar 
la cronologia della disputa con quella delle edizioni folengliiane. Il FoIengo,^ 
che risentì anche per altri rispetti l'influenza di Erasmo (v. Luzio, Studi cit., 
pp. 149 sgg.; Thuasne, Op. cit., pp. 226-7 n., 242-6, 257 n. 1), dovette aver 
notizie della sua polemica e del Ciceronianus, e nel passo di cui qui di- 
scorro, e in altri simili, dovette mirare, più che a parodiar lo stile dei ci- 
ceroniani, a prenderli in giro per la loro oziosa manìa della concione. 



32 A. MOMIGLIANO 

rata, quella che deve avere un dialogo serio di contadini, con 
quel tanto di esagerato e di contradditorio che occorre i)er 
mantener la parodia. Sicché il dialogo della Vigaso Cocaio diventa 
più vivo, non solo perchè il Folengo ne ha conquistato meglio 
il movimento psicologico fermando nello scambio delle frasi la 
vita del sentimento e della fantasia contadinesca e talora il 
gesto e lo scatto, ma anche perchè ha imparato a distribuirlo 
più logicamente e a far risaltar l'idea con più solenne rilievo., 
L'eloquenza classica e la verità psicologica, urtandosi, generano 
anche qui una delle comiche incertezze del maccheronico folen- 
ghiano. 

2. — Due componimenti anche per la loro brevità si prestano 
a dare un'idea di quel che divenga per virtù di correzioni sparse, 
minime e profonde, un passo fiacco della Toscolana. Leggiamo 
la sonolegia settima di quest'edizione: 

Phoebus abandonat mundum, latitatque per alpes, 

Vultque super lectum se reposare suum. 
Zappator zappam, lassatque bifulcus aratrum, 

Depositam falcem jamque segator habet. 
Cuncta reposatum vadunt, gallina polarum, 

Porcus porcillum, bos stabulumque petit. 
Jam fomnae spadolant ad lunam, sive lucernam, 

Nam bellas goltas esse lucerna facit. 
Martellos ponunt fabri, pennamque nodari, 

Installatque asinos medda Tognola suos. 
Quisque suum quaerit, dum scampai Apollo, riposum, 

Tigris, cerva, leo, sus, lupus, anguis, aper. 
Ast ego gregnapolae similis, chiamando Zaninam, 

Huc illuc, tota nocte volare paro. 

L'impressione è scarsa: nell'enumerazione insistente il realismo 
è puramente intenzionale; il sentimento è smorto, perchè la 
comicità solita del maccheronico è sostituita da una serietà, che 
sembra goffa in un linguaggio insolito per un argomento grave. 
Eppure nella Vigaso Cocaio il maccheronico riesce a dare un 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 33 

senso di severità malinconica; la rinunzia a qualche verso 
inutile e a ([ualche determinazione soverchia nel rustico ab- 
bozzo del riposo universale, ottiene la nudità scarna e netta 
d'un epigramma serio: 

Phoebus abandonat terras cascatque sotacquam, 

vultque super lectuni se colegare suum. 
Zappator zappam, bovarus lassat aratrum, 

cavaque fossator straccus a casa redit. 
Cuncta repossatum redeunt, gallina polarum, 

porcus porcili um, capra caprile petit. 
Fabri niartellos ponunt, pennamque nodari, 

installatque asinos iam raolinara suos. 
Quisque aliquem busum cercai qualcumque ripossum, 

solus ego tota nocte travaio miser. 

L'ultimo verso, abbandonato, deserto, dà un significato artistico 
a tutto il resto. Gli ultimi due versi della Toscolana non ave- 
vano nessun' intonazione, non si staccavano cosi solitari sopra 
la moltitudine tranquilla dei viventi. Se ora torniamo indietro 
per spiegarci come sia mutata la fìsonomia dell'insieme, vediamo 
bene che la frase « latitatque per alpes » era troppo solenne e 
troppo sonora in questo quadro smorzato di pace e di malinconia, 
dove la semplicità è cosi lineare, che stentiamo a renderci ra- 
gione della nostra impressione profonda. La mitologia del primo 
distico, cosi attenuata nella Vigaso Gocaio, è appena un accenno 
alle descrizioni tradizionali, lo sfondo discreto su cui si rileva la 
novità della rappresentazione; la quale è povera e disadorna, 
ma ha quel tanto di concretezza che è necessario per trasportare 
il motivo petrarchesco in un ambiente e in un tono di sentimento 
originale. La Toscolana esagerava nel concreto, fino a giungere 
all'enumerazione asindetica quasi violenta del terz'ultimo verso, 
che guasta la mesta pacatezza del quadro. La stessa specifica- 
zione della zia Tognola strideva nel parco complesso ; fermando 
l'attenzione su un particolare troppo preciso, la distoglieva per 
un attimo dal sentimento che invece doveva dominare. L'osser- 

Oiornale storico, LXXIII, fase. 217. 3 



84 A. MOMIGLIANO 

vazione dell'amante infelice, in questo momento deve essere 
uguale e generica, secondando il ritmo desolato del suo animo. 
K questo echeggia grave nel suono stesso dei versi rifatti, nel 
quarto e nel sesto, che sono migliori della Toscolana non foss'altro 
per il loro passo cadenzato e stanco. È diffìcile ricavare da tutta 
l'opera del Folengo un altro confronto di due redazioni, che 
mostri meglio l'austerità classica della sua coscienza artistica. 
Con assidue correzioni di questo genere l'ottava sonolegia è 
diventata un capolavoro. Le mosse sono evidenti e significative; la 
rozza spontaneità della vita dei campi è ritratta con una sobrietà 
forte, con un sentimento cosi preciso e profondo, che s'indovina 
il poeta capace anche di sentire ogni delicatezza. Qui sembrerebbe 
che il maccheronico fosse necessario per far risaltare in pieno 
i contorni della realtà che il Folengo vuol ritrarre, e che nessun 
mezzo sarebbe più adatto per scolpire gravemente la scena 
robusta e dolorosa. Tonello vaga solo per il bosco chiamando 
invano la sua Zanina, come la vacca che corre pei campi cer- 
cando con muggiti angosciosi il vitellino perduto. La comicità 
balena per un attimo nell'idea astratta di questo paragone ; ma 
il suo svolgimento è pieno di passione, sicché il dolore stesso 
di Tonello acquista un' intonazione di alta elegia. Incomincia 
con la semplicità delle grandi liriche, le quali danno sin dal 
principio la sensazione fondamentale, giungono di primo tratto 
al quid indefinibile che costituisce l'anima poetica di una situa- 
zione : 

Vado per hunc boscum solus, chiamoque Zaninam, 
ut chiamat vitulum vacca dolenta suum. 

Direi che siamo messi dinanzi ad uno stato d'animo con un'im- 
mediatezza simile al Petrarca che interrompe la sua taciturna 
malinconia per cantare: 

Solo e pensoso i più deserti campi... 

Ma non vorrei che il richiamo inducesse il lettore nell'inop- 
portuna tentazione d'un sorriso. Qui l'arte è severa, e lo scherzo 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 35 

si spegne immediatamente nella tristezza di quel « dolenta », 
che è cosi semplice e cosi maccheronico, ma cosi profondo e 
cosi serio. Quella parola umana è la sfumatura della situazione, 
che vela della sua delicatezza austera tutto quel che di rilevato 
e di rustico c'è nel resto del quadro. 

Ma nella Toscolana il Folengo aveva scritto invece « smarita », 
che era più specifico e meno espressivo, più letterario e meno 
fine. « Dolenta » sparge intorno la malinconia e insinua una 
spiritualità inafferrabile e profonda in tutta la descrizione di 
quella povera bestia che cerca la sua creatura. 

Cursitat huc illuc, nescit retrovare fiolum, 
smergolat echisonis per nemus omne cridis: 

e prima invece, continuando con sintattica freddezza il periodo 
antecedente : 

Quae ruit huc illuc, nescitque trovare quietem... 

Il movimento era più impetuoso, ma muto alla nostra fantasia, 
perchè quel furioso « ruit » non era giustificato ; solo il « cursitat » 
dà l'ansia della ricerca, e con tanto espressiva inquietudine che 
l'emistichio « nescitque trovare quietem » ne viene assorbito : 
sicché il poeta ha il modo di esprimere il dolore dello sforzo 
vano con le parole « nescit retrovare fiolum » che danno un 
ben più forte significato d'angoscia al grido del pentametro : che 
è bellissimo: lacera improvviso il silenzio del bosco e vi fa 
echeggiar dentro il mugghiante richiamo. La vacca corre e spia: 

Fert altam codam, se trigat, stendit orecchias, 
an scoltet puttum forte boare suum ; 

mi vien voglia di completare con dei versi che non hanno 
nessuna relazione con questi, ma rendono l'impressione di ogni 
lettore : 

L'umano 
Occhio volge, si ferma a sentir; 



36 A. MOMIGLIANO 

tanta è rumànità di queste mosse, che pure sono tutte d'una 
precisione specifica insuperabile. Ma ognuno degli atti di quella 
bestia move da un sentimento che l'avvicina a noi: la coda 
alzata nell' impeto inquieto dell'affanno, la sosta nelF istinto della 
ricerca, le orecchie tese quasi nella volontà di aguzzare l'udito. 
La forma che si disegna alla nostra fantasia è quella d'una 
bestia, il dolore che le dà vita è pure d'una bestia, ma tale che 
sveglia nelle nostre viscere umane, senza sentimentalismi, una 
tristezza di simpatia. Commozione che rimaneva intralciata nella 
prima stesura, quando il Folengo non vedeva che « caudam » 
era più pesante e niente più serio di « codam », e che « longas 
« distendit orecchias » fermava troppo sull'esterno della mossa 
disperdendone il significato affettivo; abbreviando la frase, gli 
sorge nella fantasia « se trigat » che, inserito fra l'uno e l'altro 
atto, nel centro del verso, come un attimo d'immobilità ansiosa, 
fa sbalzar l'uno e l'altro più scultorii e più agitati. A questo punto 
sottentra direttamente Tonello con un lagrimoso rimpianto che 
suona benissimo nella forma quasi tutta classicheggiante: 

Heu quia nihil sentii, nec sentiet omnibus annis, 
namque suum pignus dulce becarus habet (1). 

La Toscolana invece continuava senz'altro la descrizione coi 
versi : 

Sed plangens aliquam finaliter introit umbram, 
Ac ibi non dorniit, non bibit, estque nihil: 

la congiunzione di trapasso era un ripiego del poeta, che non 
sapeva risolvere la situazione, eppure sentiva che fra i due 
momenti c'era una pausa che avrebbe dovuto esprimersi. Questa 
invece è segnata dai versi aggiunti nella Vigaso Cocaio, i quali 
sembrano solo un rimpianto elegiaco di Tonello che sente riso- 



(1) Tommaso Parodi, che pure ha osservazioni fini su quest'episodio, esagera 
il realismo comico dell'ultimo verso, poggiando troppo sulla parola becarus 
(Poesia e letteratura, Bari, Laterza, 1916, p. 15). 



I 



LB QUATTRO REDAZIONI DBLLA " ZANITONELLA „ 87 

nare il suo proprio dolore in quello della vacca, ma sono anche 
e sopratutto una sosta durante la quale la nostra fantasia pro- 
lunga l'attesa ansiosa della bestia che spia nell'aria il richiamo 
del figlio. Perciò dopo quel distico l'ultima stesura può concludere 
senza soluzione di continuità: 

Plangens tandem aliquo se firmat sola sub antro, 
nulla dat herba cibum, nulla dat unda bibum. 

Cosi finisce il bellissimo motivo naturalistico ed umano; e il 
verso medioevale ci rimanda ancora, come l'eco dell'antro, il 
muggito doloroso e suscita, nella ripetizione accorata, l'immagine 
della misera bestia abbandonata alla sua angoscia senza più 
speranza. La Toscolana diceva una cosa di più, ma non ne rap- 
presentava nessuna. 

Cosi s'è formato il breve capolavoro : nelle corse e nelle soste 
affannose della mucca, i campi malinconici intorno sembrano più 
vasti ; si respira l'aria aperta delle verdi distese, in virtù d'una 
potenza suggestiva che la poesia bucolica del tempo non conosce. 

Altri dieci versi sviluppano un altro motivo, con un'arte no- 
tevole : ma questo secondo paragone, non più elegiaco come il 
primo, costituisce una parte giustapposta e non fusa con quella 
antecedente, la quale bastava da sola a rendere il sentimento 
di Tonello. A noi ora interessa vedere come anche qui il Folengo 
abbia dato vita ad un abbozzo impacciato. La Vigaso Cocaio 
prosegue cosi: 

Me rursum trasportat amor de more cavalli, 

quem smaniare facit vista cavalla procul. 
Raspat et antrattum soghae retinacula spezzat, 

longeque fameio retro cridante fugit. 
It rognendo viam, sofiat per utrumque canalem, 

cercat equam, sed non pazzus acattat equam. 
Dicere nil zovat famulo : — Sta, bestia, pru, sta ; — 

nilque in crevello mostra biava trigat. 
Sola tamen potis est illum firmare cavalla, 

sic me, sic heu me sola Zanina potest. 



38 A. MOMIGLIANO 

Anche qui il Folengo rifacendo la Toscolana ha saputo ripor- 
tarsi al momento dell' ispirazione e rinnovarla in sé più limpida 
e più forte. Sono pochi particolari vigorosi appena inclinati verso 
il verismo, e concentrati con abile prospettiva intorno al rapido 
quadro della corsa invano oramai ostacolata dallo stalliere tra- 
volto: le due figure si staccano e si richiamano in un rilievo 
scultorio, mosso e rumoroso. 

Ma nella Toscolana non c'era né questo pentametro che é il 
centro drammatico dell'azione, né l'esametro precedente che dà 
cosi bene la furia poderosa del cavallo in amore. Tutto il passo 
é stato rifatto evitando la secchezza inespressiva della prima ste- 
sura, mettendo in evidenza l'abilità del poeta di isolare le linee 
sintetiche della realtà in gruppi a sbalzo o in mosse risolute: 
sicché questa correzione é una delle prime e più notevoli pro- 
messe di quelle macchie di colori chiassosi in pieno sole e di 
quei pieni e massicci rilievi che troveremo poi tante volte nel 
« Baldus ». 

3. — Una larga e molteplice elaborazione ha subito nella Yi- 
gaso Cocaio l'ecloga della Toscolana rispondente alla seconda 
della Paganini. Questa, passata alla Vigaso Cocaio con il titolo 
« Ecloga de imbriagatura », è diversissima nelle tre redazioni. 
L'ubriachezza, appena accennata nella prima stesura, si allarga 
nella seconda e diventa il motivo artistico predominante dell'ul- 
tima. La descrizione e il rimpianto della moglie, abbastanza ampi 
nella Paganini, si restringono nella Toscolana per cedere il 
posto ad una rappresentazione satirica dei medici omicidi e degli 
avidi frati loro complici, e ad allusioni personali di carattere 
autobiografico, che il Folengo soppresse nella Vigaso Cocaio, 
dove é spesso più o meno evidente (1) l'intenzione di eliminare 



(1) Dico « più meno evidente », perchè alcuni accenni e alcuni nomi 
della Toscolana lasciano l'impressione della verità storica: ma queste allu- 
sioni, se ci sono, son troppo minute perchè si possa aver molta speranza di 
chiarirle. Altre invece sono state spiegate dal Luzio {Studi cit.. pp. 87-90, 19). 



LK QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 39 

gli elementi soggettivi e gli accenni troppo particolari. Non tutto 
quello che di buono ha già il debole abbozzo della Paganini, 
rimane nella Toscolana (1), superiore del resto per le ragioni 
che abbiamo vedute più addietro. Ma la Vigaso Cocaio, anche 
più lontana dalla Paganini, che qui è per la seconda volta 
completamente rifatta, non lascia più luogo a rimpianti per 
questo quel particolare soppresso. L'eloquenza dei due conta- 
dini che in principio contendono fra di loro, ha più sonorità e 
più coesione. Il Folengo rifa, stringe, dà un organismo ai versi 
sfasciati, sopprime ciò cl\p allenta il dialogo, e lo rende più 
concitato, sicché il dolore e l'irascibilità di Tonello, e la sag- 
gezza affettuosa ma rude del compagno che lo vuol consolare, 
riescono più vivi, e l'urto dei sentimenti ha maggior rilievo. Ma 
quando i due amici incominciano a bere, le differenze sono cosi 
grandi, che appena di tratto in tratto si ritrovano nella Toscolana 
i frammenti della nuova concezione. L'umore del Folengo è 
diventato più rumoroso, più giocondo, più bizzarro; l'ubriachezza 
s'è rovesciata, prima voluttuosa, poi barcollante e visionaria, 
per tutta l'ecloga. 

Il principio delle libazioni dà luogo alle più indovinate fra le 
parodie virgiliane del Folengo. Quando hanno ben bevuto, Garillo 
invita Tonello a raccontare le sue tristezze. Ma l'amico che per 
far le sue confidenze aveva chiesto di bere, « quia vinum cuncta 
« palesai », ora ha smarrito nei rubicondi flutti il ricordo de' 
suoi dolori: 

Ab love principium buttae, vini omnia piena. 

Boccalides Musae, paulo meliora bibamus. 

Non omnes vinessa iuvat, picolique marelli: 

si bibimus gregos, greghi sint gutture digni. 

Sed quid ego, fradelle, tibi contare volebam? 
Garillus. Doh cancar; testam ne tulit possanza botazzi? 

Gratta caput, revocat capitis grattatio menteni. 
ToNELLus. Nunc scio quid sit amor 



(1) Non c'è più il passo citato su Bertolina. 



4Ù A. 3I0MI OLIANO 

Ma il ricordo della sua malinconia, appena affacciatosi fra l'onda 
del vino, subito si sommerge: 

veteres migrate coconi. 
iiìibriaghe puer, niinium ne crede barillo. 
Vina adaquata cadunt, vernazza ribula leguntur. 

Tutti hanno a mente i versi di Virgilio, e vedono con quanta 
grazia la loro solennità profetica svapori nella buffonata. Niente 
più della parodia è adatto a rappresentare la psicologia d'una 
sbornia incipiente, quando il fervore 4el vino dispone l'animo 
agli atteggiamenti epicomici e mantiene ancora alle sue mani- 
festazioni una coerenza dignitosa. 

A questo punto Tonello s'accorge che il vino lo fa smemorato, 
e in quattro versi completamente nuovi descrive benissimo la 
mente annebbiata e la lingua restia. Ma infine qualcosa si ri- 
corda, e sembra che si prepari a raccontare il suo dolore: 

Ahn, sed ego tandem recolo, iam tornor acasam. 
Oyme, quot et quales sub milza porto rasoros ! 



Non tibi sanglottos, tibi non suspiria narro, 
qnae per iter colli vellent uscire magonem, 
sed quia sunt troppi, quia se l'un l'alter adossant, 
en i)er iter culi braghis sorantur ab imis, 
efficiuntque meras suspiria multa corezas. 

Che lirismo! E domandiamo perdono al lettore: ma la malin- 
conia elegiaca dei molti sospiri è cosi scaltramente inquadrata 
nella graveolente cornice, e l'elaborazione del motivo della 
Toscolana è cosi fine, che non si poteva passar senza chiosa. 
A questo punto il Folengo nella seconda redazione faceva 
raccontar da Tonello i suoi dolori: ma l'interrompere il motivo 
dell'ebrietà vaneggiante e smemorata dovette parergli, ed a 
ragione, un' incoerenza artistica ; perciò nella Vigaso Cocaio 
continuò a rappresentare il progresso dell'ubriachezza rimaneg- 
giando ed ampliando la parte che nella Toscolana segue alle 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA „ 41 

tirate satiriche. La vista dei due beoni si annebbia: il sole è 
alto sull'orizzonte, e Garillo vede il cielo denso di fumi; poi 
l'uno e l'altro, confuse le linee e i colori della^terra e del cielo, 
vedono salire nell'azzurro le pecore dalla lana turchina, ed un 
montone azzuri-o cozzare con una vacca verde. 

4. — Nella Vigaso Cocaio c'è un solo esempio notevole d 
correzione, per me, infelice: l'ultima ecloga, rispondente alla 
prima della Paganini (1). Nella Toscolana il componimento in- 
comincia riattaccandosi coll'ecloga teste esaminata, e continua 
con altri esametri, che mancano nella Vigaso Cocaio, dove la 
lite di Tonello e Bigolino non ha nessun legame colla scena 
della sbornia. L'ultima stesura amplia i motivi, con maggior 
ricchezza di particolari e con uno scherno più accorto: ma in 
complesso non direi che qui riesca ad un effetto migliore delle 
altre due, dove è seguita rapidamente la linea più espressiva 
dei fatti. La Vigaso Cocaio è più eloquente : ma questo rallenta 
il corso drammatico della lite (2). 

Gli indizi dello sforzo per ottenere fra i vari elementi espres- 
sivi un equilibrio suggestivo, cauto, complicato di molte grada- 
zioni, sorretto non solo dalle evidenti reminiscenze virgiliane, 
ma anche da ritmi e movenze classiche imprecisabili e sempre 
sonanti all'orecchio del poeta, le prove di questo lavorio sapiente 
e compassato sono, si può dire, continue nella Vigaso Cocaio. 
Il sostantivo, l'aggettivo, il verbo, le parole che esprimono la 
sostanza più concreta del pensiero, sono per lo più volgari ; ma 
quelle che ne rappresentano le relazioni e le modificazioni 
— sopratutto il pronome, la preposizione e la congiunzione — 
sono latine: già per questo e per la fonetica, il maccheronico 
assume l'aspetto strano d'un organismo in cui lo scheletro sia 



(1) Fra la Paganini e la Toscolana non ci sono grandi diversità, tranne 
l'aggiunta del principio nella Toscolana. 

(2) V. la parlata compresa nei vv. 1020-39. Il Parodi , confrontando la 
Toscolana e la Vigaso Cocaio, dà il medesimo giudizio (Op. cit., p. 17). 



42 A. MOMIGLIANO 

stato rivestito e connesso con tendini e con carni d'un altro 
organismo. Ma la contaminazione si complica per cento infiltra- 
zioni inaspettate, quando la locuzione e l'atteggiamento volgare 
si allineano o si compenetrano colla finezza, colla costruzione 
colla figura retorica classica, colla magniloquenza della poesia 
dell'oratoria latina (1). 

Senza questo processo la « Zanitonella » sarel)])e stata solo 
una parodia, e non avrebbe avuto l'interesse umano che offre qua 
e là colla rappresentazione grossolana ma vera della vita conta- 
dinesca. L'eco della forma classica, mentre canzona gli imitatori, 
ingrossa lievemente la voce della realtà campestre, ma solo di 
quel tanto che serve a far sentire, nel contrasto con le allusioni 
alla bucolica aulica, quale essa sia veramente. Per equilibrar 
la parodia e il realismo, la Vigaso Cocaio sopprime qualche par- 
ticolare troppo concreto o che fa dimenticare troppo a lungo la 
sostenutezza classica (2), ma aggiunge quello che nella Toscolana 
mancava perchè la mossa avesse la vigoria scomposta o la grazia 
pesante del contadino (3). 

In ogni pagina poi la fantasia per maturazione naturale, per 
lo studio dei classici e per un apprezzamento più meditato del- 
l'efficacia espressiva del volgare, s'è fatta più incisiva (4), per 
modo che il contorno delle cose è più netto, e questo linguaggio 
artificiale acquista la precisione d'un linguaggio spontaneo. Gli 
atteggiamenti della fantasia sono più varii, diversi a seconda 



(1) Esempi, la ripetizione di Tu nei vv. 173-4 (cfr. Tose, ed. I); i vv. 329 
(cfr. Tose, sonolegia IX); 638, 646-7, 734-5 (cfr. Tose, ecl. V); 826 (cfr. 
Tose, ecl. VI). 

(2) Dopo il V. 376 nella Vig. Coc. sono tralasciate due strofe della Tose. 
(la 5* e la 6* dell 'ecl. II); dopo il v. 1099 ne sono soppressi alcuni della 
Tose. (ecl. VII, terz'ultima parlata di Bigolino). 

(3) Cfr. i vv. 80, 82 con quelli corrispondenti della Tose, nella sonolegia IV ; 
il V. 303 con il penultimo dell'ecl. I; il v. 423 con quello corrispondente 
dell'ecl. II; ecc. 

(4) Cfr. i vv. 331-2 con quelli corrispondenti della Tose, nella sonolegia IX ; 
e il V. 583 con quello corrispondente della Tose, nell'ccl. V. 



LE QUATTRO REDAZIONI DKLLA " ZANITONELLA „ 43 

del momento e del soggetto; la monotonia della frase, che si 
notava di quando in quando nella Toscolana, è scomparsa. I 
motivi che là erano abbozzati, qui assumono una vitalità mag- 
giore, talora in virtù di sostituzioni brevissime, talora per 
effetto di tagli opportuni (1) o di aggiunte che danno una più 
rotonda sonorità lirica, rendono più rigoglioso il corpo ancora 
un po' smilzo del maccheronico della Toscolana (2). La ga- 
gliarda frondosità della Vigaso Cocaio opera insensibilmente, 
attraverso tutto il poemetto, una modificazione notevole: dai 
versi di sangue più abbondante e più denso vien fuori un 
contadino più villoso e più membruto, un gesto più evidente, 
una voce più robusta, un ambiente più lussureggiante e più 
forte, un'atmosfera più larga, più sana, più aspra di campi e 
di stalle. E intanto la parodia riesce più persuasiva. 

Attilio Momigliano. 
(Continua). 



(1) Cfr. l'ecL V della Tose, passim, con le pp. 25 sgg. della Vig. Coc. 

(2) r vv. 161-6 della Vig. Coc. corrispondono a quattro deboli versi della 
Tose. (ecl. I) ; i vv. 41-50 sono un'aggiunta alla Tose, tranne il v. 43 che 
è trasportato dall'ecl. Ili della 2'osc. (v. 7). Un altro ampliamento notevole 
è quello dei vv. 89-94, che corrispondono agli ultimi due nella sonolegia IV 
della Tose. 



VARIETÀ. 



Il nuovo codice del " De vulgari Eloquentia 



>> 



Che ai tanti manoscritti conosciuti del trattato dantesco De Mo- 
narchia un altro venisse ad aggiungersi, non è cosa che potesse 
meravigliar chicchessia. Di somma importanza pratica l'argo- 
mento, oggetto per secoli di acerrime contese ; compiuta l'opera ; 
divulgata largamente, sei anni dopo la morte dell'autore, dall'uso 
fattosene nella venuta e nell'incoronazione di Lodovico il Ba- 
varo (1) e dal bruciamento per ordine del cardinale del Poggetto; 
perpetuatasi ininterrottamente, sicché un secolo e mezzo dopo 
la composizione Marsilio Ficino si lasciò indurre da due amici 
a tradurlo « di lingua latina in toscana », perchè diventasse « a' 
« più de' leggenti comune » (2). 

Condizioni opposte presenta il De vulgari Eloquentia. Inter- 
rotto a mezzo, o men che a mezzo, e mancante precisamente 
delle parti atte a suscitare interesse più generale; rimasto co- 
munemente (3) nell'ombra lungo il secolo XIV (4) ; cosi recondito 



(1) « ...per la qual cosa il libro, il quale infino allora appena era saputo, 
divenne molto famoso »: Boccaccio, nella Vita più ampia; p. 55 nella re- 
cente edizione del Guerri, Il Comento alla Divhia Commedia e gli nitri 
scritti intorno a Dante, Bari, 1918, voi. I. 

(2) Secondo volume delle Opere minori di Dante curate per il Barbèra 
dal Fraticelli, p. 287 nella 1» ed. (1857), p. 277 nelle successive. 

(3) Il perchè di questa restrizione, resulta da un articolo che sta per vedere 
la luce nel Bullettino della Società dantesca italiana. 

(4) Diranno le edizioni critiche della Cronaca di Giovanni Villani, se io 
m'inganni, pensando che il capitolo dantesco, IX, 136, da aversi tutto intero 
in conto di giunta (V. la mia ediz. maggiore, p. cxliv, n. 4), non contenesse 
in origine la menzione di quest'opera e del Convivio. E tacere aveva do- 
vuto essere ignorare. 



VARIETÀ 45 

lièi XV, che in Firenze anche dai più appassionati dantofili non 
se ne sapeva altro che per udita (1); venuto a galla nel XVI 
in due soli manoscritti, a cui nulla aggiunge, ne potrebbe ag- 
giungere, la copia bembina di uno di essi. E nessun altro codice 
era stato scovato dalle pertinaci ricerche del secolo XIX (2). 

Cosi stando le cose, il breve cenno bibliografico che al di 
sopra delle muraglie erette dalla guerra E. Walser lanciò da 
Zurigo al nostro rimpianto Gorra nel maggio e che ha poi visto 
la luce nel fascicolo 214-215 del Giornale storico (pp. 165-66), 
di un'edizione germanica del De mtlgari Eloquentia per la 
quale s'era fatto uso di un nuovo codice antico, non potè non 
destare nei periti viva sorpresa. A me la sorpresa fu anticipata 
da una lettera nella quale il Gorra, prontamente ragguaglian- 
domi, mi domandava, s'io nulla gli sapessi dire in proposito. E 
alla lettera tennero presto dietro colloqui, di cui forni l'oppor- 
tunità una convocazione romana. Frattanto, senza perder tempo, 
egli aveva fatto altra cosa. Aveva provvisto perchè tanto del 
De vulgari Eloquentia^ quanto del De Monarchia^ che s'ap- 
paiava con esso nella notizia del Walser e in servizio del quale 
manifestamente l'editore, Lodovico Bertalot, aveva attinto alla 
stessa fonte, gli fosse dalla Svizzera spedito un'esemplare per 
via diplomatica. Le due pubblicazioni gli arrivarono per l'ap- 
punto nei giorni in cui egli si senti irreparabilmente colpito^ 
Entrambe potè ancora destinarmi in dono il 1^ agosto (3) con 
dediche affettuose, dove al nome suo è soggiunta, sottosegnata, 
la parola niorentel Nello scrivere, la mano tremava; e sul De 
vulgari Eloquentia un « Pontenure » — il luogo dove il Gorra 
villeggiava colla madre — fu cancellato. Il povero amico partiva, 



(1) Ciò che Girolamo Benivieni dice quale interlocutore del Dialogo di 
Antonio Manetti, di cui si fa relatore, « ma questo io non lo vidi mai », vale, 
oltre che per lui fino al 1506, per il Manetti — uno dei suscitatori della 
versione ficiniana del Be Monarchia — e per tutta quanta la Firenze stu- 
diosa e dotta del cadere del secolo. E il De vulgari Eloquentia è la sola 
opera di Dante passata sotto silenzio nella vita che del grande concittadino 
scrisse l'altro più famoso Manetti, Giannozzo, nel 1459. Che se ventiquattro 
anni prima l'aveva menzionata nella vita sua Leonardo Aretino, ciò aveva 
fatto in maniera tale, da indurre in noi la persuasione che mai non l'avesse 
avuta fra le mani. 

(2) V. l'ed. mia, p. xi, n. 1. 

(3) La data si ha soltanto sul De vulgari Eloquentia. 



46 P. T5AJNA 

si vede, per Pavia. Pareva fatale che in quel periodo ancora 
tremendo ogni cosa si colorasse di cupo. 

In cambio di descrivere il nuovo codice, il Bertalot si limita 
a dirlo membranaceo e del secolo XIV, riserbandosi di discor- 
rerne altrove: « de quo alio loco fusius agam » (1), « de quo 
« alio loco plus referam » (2). E cela a chi, o a qual biblioteca 
od altro istituto appartenga. Che dall'essere da lui battezzato 
« codex Bini » non è punto da dedurre che un Bini ne sia 
ora in possesso. Possessore ne sarà stato un tempo; e cosi 
egli lo dirà, a quel modo che per lui il De vvjgari Kloquentia 
di Grenoble è « codex Corbinelli » e il Trivulziano è « codex 
Trissino ». Ma che Bini sarà questo mai? Due filologi del secolo 
passato, il lucchese monsignor Telesforo (1805-1861) e il più 
oscuro Giuseppe del Valdarno di sopra, canonico a Firenze in 
S. Lorenzo (3), sono da escludere; che di un codice siffatto pos- 
seduto dal primo avrebbe certo saputo il Torri, vissuto trenta- 
cinqu'anni (1826-1861) a Pisa (4); e il secondo, morto solo 
nel 1873, avrebbe ragguagliato, per non dir altri, il Giuliani (5). 
Piuttosto, sembrando di dover uscire dalla strada comunemente 
battuta, verrebbe fatto di pensare a qualche Bini della famiglia 
ragguardevole di Assisi, segnalatasi nel seicento con Tullio e il 
figliuolo Giovan Antonio (6), se un'orma non guidasse in altra 
direzione. 

Passati in rassegna i codici e gli altri « subsidia », che hanno 



(1) Prefazione al De vulgari Eloquentia. 

(2) Prefazione al IJe Monarchia. 

(3) Erroneamente nel Thesaurus del Petrocchi egU è detto « accademico 
della Crusca ». Fu ascritto bensì alla Colombaria. Da ciò forse lo sbaglio. 

(4) A Telesforo Bini, come si può vedere dalle Rime e prose dei buon 
secolo della lingua, Lucca, 1852, fu liberale prestatore di manoscritti il romano 
Commendatore Francesco De Rossi, raccoglitore della biblioteca cospicua in cui 
andò a finire, nel duplice autografo, anche la versione che del De vulgari 
Eloquentia eseguì Celso Cittadini. Ciò non metta sopra una falsa pista. Mi 
basterà rilevare che il De Rossi fu molto cortese ancbe col Torri; al quale 
di certo di un codice dell'originale latino prestato al Bini non avrebbe ta- 
ciuto, scrivendogli nel gennaio del 1854. V. la mia Introd., p. lxxxvii, w. 2. 

(5) Quindi, nonostante l'adescamento topografico, altra falsa pista sarebbe 
la circostanza che Giuseppe Bini, come ricavo dalle sue pubblicazioni nuziali, 
era stato istitutore nella casa fiorentina dei Principi Strozzi. 

(6) Per questi Bini mi basta rinviare al Mazzuchelli. 



VARIETÀ 



47 



servito all'edizione sua del De Momu'ChUi, il Bertalot sog- 
giunge (p. 8) : 

« Variam lectionem inspicienti quattuor apparent familiae: 
« 1. classis Mediolanensis A. T, quae quasdam lectiones genuinas 
« sola servavi!, 2. classis Fiorentina BL, 3. classis BG, 4. classis 
« Tuscana FP. M cuin BG et V et longinqiia cognatione cum // 
« coliaeret, Iteni E et K eiusdem sunt stirpis. » 

Fermiamo gli occhi sulle designazioni geografiche. La « classis 
Mediolanensis» comprende due codici, dei quali l'uno .am- 
brosiano e l'altro Trivulziano, e però milanesi entrambi di 
residenza, mentre del primo il Bertalot, che senza riserva lo 
dichiara lombardo, opina che possa forse esser stato copiato a 
Pavia (p. 3). « Tuscana » è una classe a cui sono assegnati un 
codice Felini ano di Lucca (p. 4) ed uno Vaticano-Palatino (p. 7) 
scritto da Francesco Piendibeni, montepulcianese vissuto spe- 
cialmente a Perugia e nella curia pontifìcia (1). Si vede da 
ciò che nelle denominazioni il Bertalot procede con criteri 
alquanto incerti; non tanto tuttavia, che al battesimo della 
« classis Fiorentina » non deva aver contribuito il codice ^ini. 
È mai concepibile che senza di ciò fosse chiamata Fiorentina 
una classe da cui rimangon fuori i più dei manoscritti che 
Firenze possiede (2), e si può mai credere che al Miniano, as- 
segnato al secolo XIV, si facesse dettar legge dal Zaurenziano 
(p. 6), della metà del XV? Donde io deduco che il codice Bini 
vuol ritenersi per un verso o per un altro fiorentino, e che 
assai verosimilmente fiorentino sarà il Bini che sta nella mente 
del Bertalot. 

Certo a Firenze il casato era e rimane florido, tanto da gareg- 
giare coi più ovvi, se non cogli universali (3). Fu illustrato nel 



(1) Intorno a lui nelle carte del Novati doviebb'esserci una monografia, 
decima della serie intitolata « Corrispondenti del Salutati »; Epistoì. di Coi. 
Sai, III, 312, n. 2; IV, 3, n. 1. Qui basta ciò che è detto nella prima di 
queste due note. 

(2) Il Bertalot stesso si è valso anche di un Magliabechiano e di due Ash- 
burnhamiani. 

(3) Nell'indice dei nomi àeìV Indicatore generale della città e provincia di 
Firenze per il 1914 — un'annata che ha ragioni speciali di opportunità — 
ho contato 23 Bini, di contro a 25 Benvenuti, 23 Biondi, 22 Bacci, 18 Berti, 
altrettanti Poggi. « Casati universali » sono per l'Italia Rossi e Bianchi; e 
dei primi l'Indicatore ne registra 55, dei secondi 41. 



48 P. RAJNA 

secolo XVI da Giovan Francesco, noto rimatore faceto e uomo 
di corti, passato nel 1509 a Roma, dov'ebbe- uffici e copiose 
amicizie, e dove mori nel 1556 (1); gli ridette notorietà letteraria 
due secoli dopo l'abate Giuseppe Clemente, sotto il nome del 
quale Giovanni Lami pubblicò cose proprie, sferzandolo poi alla 
morte nel 1749 (2). Sarebbe mai possibile che il Bini del Bertalot 
fosse un « Franciscus Bini cartholarius » o un « lacobus Bini 
« cartolarius » del pari, Jacopo e Francesco di Bino (3) librai, 
verosimilmente fratelli, che furono squittinati per il gonfalone 
del Bue, l'uno il primo, l'altro il terzo di di febbraio del 1381 (4)^ 
E Jacopo parrebb'esser stato vivo ancora nel 1417 (5), mentre 
poi nel 1428 era morto (6). Vogliono altresì essere additati 
Pietro di Bernardo Bini e il suo figliuolo Bernardo, possessori 



(1) Della sua vita ragguaglia particolareggiatamente il Mazzuchelli. 

(2) Novelle letterarie pubblicate in Firenze ecc., t. XX, col. 321. Come 
stessero le cose, non ha capito bene il Moreni, Bibliogr. stor. -ragionata della 
Toscana, riportando al suo posto alfabetico la breve necrologia. 

(3) Il casato viene dal nome di persona, proverbiale nel detto « Il giorno 
di San Bino, ch'è a tre dì dopo il finimondo ». E Bino è scorciamento di vari 
nomi (si veda a buon conto ciò che dice il Flechia in una memorabile recen- 
sione, Riv. di fìlol. ed istruì, class., VII, 379), e nell'antica Firenze proba- 
bilmente soprattutto dall'usitatissimo Cambio. 

(4) Delizie degli eruditi toscani, t. XVI, pp. 153 e 158 : indicazioni pe- 
scate alla Biblioteca Nazionale di Firenze nelle acque torbide, ma ricchis- 
sime, del Poligrafo del Gargani. 

(5) « Jacopo di Bino cartolaio, per Gonfalon Carro, aggiunto al Consiglio 
l'anno 1417 », pone in una scheda il Gargani; e rinvia al « Priorista del 
Calamai, e. 723 »; un Priorista che, come rilevo da un'altra scheda, questa 
calamaiesca, al tempo di F. L. Del Migliore era « in mano al S.*" Cav." Rim- 
botti »; ma che ora né io, né altre persone da me interrogate sappiamo dove 
si trovi; né forse il Gargani lo sapeva meglio di noi. Spiace di non poter 
risalire all'origine; e più spiace perchè l'identità del Jacopo del 1382 e di 
quello del 1417 ha per sé l'identità dell'arte e contro di sé la differenza del 
gonfalone; diff'erenza aggravata da ciò che dico nella nota seguente. Può 
darsi che Raffaello Calamai abbia commesso una inesattezza. 

(6) « Simon ol. Jacobi Bini cartolarj — S. Fir[enze]... emit », s'ha in 
uno spoglio del Del Migliore (cod. Magliab. 141 della CI. XXVI, p. 1^3), a 
cui m'ha condotto ancora il Gargani. Intorno a « Simone... di Jachopo di 
Bino » e al fratello « Salvadore » ragguaglia il volume contenente il gon- 
falone del Bue nel Catasto del 1427. Jacopo personalmente non apparisce; 
né apparisce nel Carro. 



VAHIKTÀ 49 

dì un codice ragguardevole della Danna Coniìnedia, il Lau- 
renziano-Strozziano 149 (1). 

Io vado cosi brancicando. È anche accaduto che dal misterioso 
silenzio siano stati suscitati sospetti. Che se quanto al Bertalot 
ogni sospetto è rimosso dalla solida reputazione ch'egli s'è me- 
ritato quale studioso dell'umanesimo, rimarrebbe aperto l'adito 
alla possibilità che fosse stato tratto in inganno dalla malizia 
altrui. Il codice potrebb'essere stato fabbricato, per lucro o per 
farsi beffe della miopia letterata, da un paleografo fraudolento. 
Esempi vecchi e nuovi si affacciano. 

E un motivo speciale di dubbio apparisce. Che in un mano- 
scritto del secolo XIV, quale ci è asserito il biniano, vadano 
unite due opere dantesche di materia, di condizione, di vicende 
cosi disparate come il De Monarchia e il De vulgari Eloquentia^ 
riesce singolare. Finora il De Monarchia non s'era visto ap- 
paiato con nuU'altro di dantesco che lettere — cosa ben diversa — ; 
e ciò unicamente nel Vaticano-Palatino 1729, Quanto al Be vul- 
gari Eloqiientia. isolato affatto nel testo di Grenoble, può 
dirsi isolato anche nel Trivulziano, dacché l'accoppiamento suo 
coW Ecerinis del Mussato, sia pure copiata, secondo me, dalla 
mano medesima, è agglomerazione di due codicetti distinti (2). 
Ma agglomerazione (chi di noi ne sa nulla?) potrebb'essere anche 
quella nel codice Bini; il quale d'altronde è forse stato giudi- 
cato più antico che in realtà non sia per le apparenze tardiva- 
mente arcaiche d'una scrittura che sono portato ad assegnare 
all' Italia del nord. D'altronde si possono esser date circostanze 
speciali, per cui ciò che in sé stesso non par naturale, sia nondi- 
meno accaduto. 

Se per questa via non s'arriverebbe a nulla di conclusivo, 
non per ciò abbiamo bisogno di aspettare che ci sia aperta 
quella, maestra, dell' ispezione diretta, per chiarirci in modo 
sicuro. Ne fornisce il mezzo lo studio delle varianti. Intrapresolo, 
mi si alzarono bensì dapprima davanti agli occhi delle nebbie; 
ma presto l'aria divenne limpida. Il codice Bini completa felice- 
mente il testo in certi punti lacunosi, e porta alcune lezioni 
eccellenti, che, non immaginate mai dalla critica, non possono 



(1) Bandim, SuppL, II, 548-49. Devo la segnalazione ad Enrico Rostagnu. 
Il codice è uno dei cosiddetti Danti del Cento. V. BhU. della Soc. dant. ital., 
1* serie, n. 2-3, p. 26. 

(2) Introd., pp. xxxii-iii. 

Giornale storico, LKKIII, fase. '217. 4 



50 P. KA.7NA 

davvero essoic uscite dal cervello di un falsificatore, per quanto 
ingegnoso. 

Con ciò ho anche detto che, come prova e dimostra il Bertalot 
proemiando, il codice Bini rappresenta una tradizione distinta 
da quella del trivulziano e del grazianopolitano, congiunti fra 
loro da ben stretta parentela. Quale nella somma sia da dire 
migliore, non sto ora a decidere. Forse la l)iniana; ma devo 
riserbare il giudizio fino a che non abbia anche del nuovo 
manoscritto una conoscenza cosi piena ed esatta, come ho degli 
altri due. E può darsi che la tradizione migliore sotto il rispetto 
delle lezioni, stia ortograficamente al di sotto. Del resto i due 
rami si ricongiungono in un punto che non è ancora il tronco; 
molte corruttele sono comuni, sicché la critica ha pur sempre 
da esercitare il suo ufficio; e alcune schegge si son ficcate cosi 
addentro nelle carni, che non si riesce ad estrarle. Ma intorno 
a quest'ordine di cose non entro qui in particolari e meno che 
mai prendo a discutere. Esporrò, discuterò, con ben maggiore 
opportunità, nel BiUletliao (iella Società Dantesca Italiana. 

Basta un breve esame per sincerarsi che il codice Bini è 
lontanissimo dall'avere per il De Monarchia l'importanza che 
ha per il De vulgari Eloqiientia. Eppure il De Monarchia fu 
sicuramente la causa che portò a rintracciarlo. 11 formato stesso 
maggiore e l'aspetto più dignitoso dell'edizione di esso al con- 
fronto dell'altra, indicano di già che fra i due al Bertalot stava 
propriamente a cuore il trattato politico; e ciò spiega alla sua 
volta come i due — cosa apparentemente strana — non siano 
stati trattati tipograficamente alla maniera medesima. Ciò che 
fanno pensare le esteriorità, confermano e dimostrano ragioni 
intrinseche. Il Bei'talot non si sottopose certo occasionalmente 
al grave carico di collazionare egli medesimo nove manoscritti, 
a Milano, a Venezia, a Firenze, a Lucca, a Roma, a Parigi (1). 
Mi consta che il codice Marciano fu da lui studiato nel luglio 
del 1913; sicché a quel tempo almeno risale il disegno dell'edi- 
zione. A Firenze lavorò quasi tutto il giugno del 1914. Segui in 
quel torno la scoperta ? Alla condizione del trovarsi egli irrime- 
diabilmente lontano dal codice, attribuisco la sua misteriosità. 
E me ne rendo conto anche migliore se esso, inaccessibile a lui, 
fosse invece, durante la guerra, a portata di mano in campi 

nemici alla Germania. 

Pio RA.INA. 



I 



(1) Pref., p. 8. 



L'abate PIER DOMENICO SORESI DA MONDOVI 

collega ed antico di Giuseppe Paririi. 



Sono noti i vincoli d'amicizia, che unirono il Parini al Tanzi, 
al Balestrieri, al Passeroni ed a quanti divisero con lui i pia- 
ceri e le noie delle accademiche adunanze dei Trasformati; ma 
non è del pari conosciuta la consuetudine che l'autore del Giorno 
ebbe con un colto e degno abate piemontese, il quale, capitato 
a Milano da quella città, donde prima d'allora non erano per- 
venuti che celebrati zuccherini (1), vi fece professione di pre- 
cettore, di letterato, di negoziatore politico, di impiegato del 
governo ed anche di uomo di commercio : voglio dire dell'abate 
Pier Domenico Soresi da Mondovì (2). 



(1) Cfr. Caxtì , L'abate Favini e la Lombardia nel secolo passato, Mi- 
lano, 1854, p. 137. 

(2) Cfr. Danna, Di Pier Domenico Soresi letterato e scrittore amico del 
Parini e del Passeroni, in II Stibalpino, Torino, 1839 ; e ultimamente il 
succoso quanto modesto studio del Michelotti, Dell'abate Pier Domenico 
Soresi, in II pane di S. Antonio, Mondovì, anno IX, pp. 844-52. Il Soresi 
frequentò a Torino la scuola del modenese Gerolamo Tagliazucchi , fautore 
del rinnovamento letterario (cfr. Novelle della Repubblica letteraria, Venezia, 
1751, t. XXIII, p. 200, e Tiraboschi, Biblioteca modenese, Modena, 1784, 
voi. V, pp. 167 sgg.) e vi ebbe compagno il Guenzi, poeta mediocre, oratore 
di qualche conto e professore di merito (cfr. Panegirici sacri del can. Grian 
Francesco Guenzi, Venezia, 1756, p. viii sgg.). Col Guenzi professò poi let- 
tere e retorica alle regie scuole di Vercelli (cfr. Memorie, in Poemetti ita- 
liani, Torino, 1797, VII, p. 232) e quindi si trasferì ad Alessandria e poi a 
Milano, come precettore in private famiglie e per ultimo nella casa Serbel- 
loni. Si dice sia stato precettore del duca Gian Galeazzo Serbelloni, sul quale 



52 L. BERRÀ 

Si conobbero essi, con molta probabilità, nella casa della « spi- 
« ritosissima duchessa », Vittoria Serbelloni Ottoboni ; e, ad onta 
della disparità degli anni, — di ben venti ne era più leggiero 
il Parini — giovarono alla loro intimità singolare somiglianza 
d'indole pronta e focosa, professione comune e, forse più d'ogni 
altra cosa, l'identità dei generosi propositi in favore di quel 
rinnovamento letterario e civile, al quale cosi insigne opera 
diede l'abate di Pusiano. Si fecero pertanto ottima compagnia 
non solo nelle rabescate sale del palazzo Serbelloni, che anche 
il Soresi abbandonò forse un poco per l'incidente che commosse 
l'anima sdegnosa e gli spiriti democratici del Parini, e, più si)e- 
cialmente, per l'offerta d'un impiego negli uffici del censimento, 
ma nelle dotte riunioni e nelle piacevoli brigate, dove al Soresi 
« i versi estemporanei stillavano dal labbro dolcissimi » (1), nei 
passeggi (2) e nelle adunanze dei Trasformati (3). Fu difatti il 



corrono così disparati giudizi (cfr. Ardi. stor. lomb., S. ITI, voi. Ili, p. 277; 
voi. I, p. 458: voi. XVIII, p. 121). Ottenne poi un impiego negli uffici del 
censimento in Milano, si adoperò in negoziazioni di cose statali in favore del 
suo re, ottenne ai suoi fratelli, fatti venire da Mondovì a Milano, di fondare 
un istituto fiorente di commercio (cfr. Memorie, in Poemetti cit., voi. cit., 
pp. 232-234) e morì finalmente in Parigi nel 1778, dove s'era recato per 
cagion d'affari. 

(1) « ...vi deve ricordare — scrive il Parini contro il Branda — di una sera 
« del carnevale dell'anno passato che noi ci trovammo a conversazione presso 
« il degnissimo e gentilissimo p. Provinciale dei PP. dei Servi di questa città, 
« in compagnia di molti altri, fra' quali eran compresi l'abate Passeroni e 
« l'abate Soresi e l'abate Salandri. Vi deve ancor ricordare che quivi cadde 
e il discorso sopra la questione dal Soresi e da me avuta col p. Bandiera e 
« da quei padri dei Servi, che colà erano, si confermò la novella già sparsa 
« per Milano della morte di lui e a tal segno tenuta per certa che il Salandri 
« ed il Soresi fecero soggetto del loro improvvisare e lodarono co' loro versi il 
« p. Bandiera » (cfr. Lettera di Giuseppe Parini milanese in proposito di 
un^ altra, ecc., Milano, 1760, p. 40). 

(2) « ... vi domando — scrive il Branda contro il Parini — ... se forse il 
« sig. Tanzi, il sig. Balestrieri, i signori abati Parini e Soresi, per esser 
« quelli che ogni giorno si veggono frequentare il suddetto luogo (la piazza 
« del Duomo), gli abbiate creduti per un nuovo mondo » (cfr. Al novello 
giìidice delle presenti controversie utio scolaro del rev. p. Onofrio Branda, 
Milano, 1760, p. xxxix). 

(3) Cfr. Cantì', Op. cit., p. 56; De Castro, Milano nel Settecento, Mi- 
lano, 1894, p. 212 e Poesie di Giuseppe Parini, Milano, 1889, p. 9. Il 
De Castro non nomina il Soresi. 



VAlìlKTÀ 53 

Soresi accademico trasformato^ lieto dell'ombre del platano^ 
che rimbonati educava con ispiriti mecenateschi : di più, gli 
« Ipocondriaci » di Reggio ed i « Concordi » di Bologna lo an- 
noverarono tra i loro (1). 

Per lode letteraria era però superiore, in quei tempi, il So- 
resi al Parini, il quale par quasi considerarlo come maestro e 
guida (2): non è anzi cosa avventata ritenere che sia l'abate 
monregalese, già scolaro di quel rinnovatore che era stato il 
Tagliazucchi (3), quegli che indusse il Parini a rendersi fautore 
del rinnovamento letterario, che portò poi a cosi alto grado. Al 
quale proposito il Gantù, unendo i loro nomi, scrive che « ve- 
« nera vano i classici, volevano in essi si studiasse, ma senza 
« farsene plagiarli » (4). 



(1) Cfr. Soresi, Saggio sopra ìa necessità e la facilità di ammaestrare le 
fanciulle, Milano, 1774, nel titolo del frontespizio. 

(2) Ed anche come fonte poetica. Si mettano a confronto i seguenti versi 
di una cantata del Soresi [In segno di vero e cordial giubbilo per Vaecla- 
matissima guarigione di Madamigella Francesca Teresa Beccaria da Fos- 
sano, ecc., Milano, senz'anno), con alcune strofe àeW Educazione : 

. . . ormai si stenda 

la freschezza e il vigor per le tue membra: 

il tuo candor ripiglia, 

riabbiali le ciglia 

il lor sereno e il brio, 

le molli gote 

il lor roseo colore, 

le labbra il riso. 

Modi pariniani ci ricordano questi altri versi dedicati a Giuseppe Imbonati 
(cfr. Soresi, Prose e poesie, Milano, 1750, pp. 137-141): 

Vieni, Vesalno, vieni 
dai colli un tempo ameni, 
vieni a render felici 
i tuoi diletti amici. 

Ogni arbore depone 

la chioma sua gradita, 

te la fredda stagione 

alla cittade invita. 
Il sol col tardo aroiero 
ad abitar sen riede 
e obliquamente fiede 
questo nostro emisfero..., ecc. 



(3) Cfr. Prose e poesie, citate, p. 86. 

(4) Cfr. Op. cit, p. 53. 



54 L. BBRKA 



Appunto per invito e consiglio del Soresi, il Parini polemizza 
per la prima volta col p. Bandiera dei Servi di Maria, reo di 
aver mal parlato del Segneri e di avere esposto un disegno di 
riforma scolastica, dal medesimo Soresi ritenuto inadeguato (i). 
La polemica, che fu nutrita, come diciamo, dagli oi)uscoli dei 
nostri due abati, fu variamente apprezzata (2) ed ebbe poco o 
nessun sèguito (3): ma essa dimostra quale fosse la stima ed il 
conto che il Parini esordiente faceva del Soresi, come fosse 
intimo l'accordo delle loro idee, e, soprattutto, quale chiara e 
completa opinione avesse il N. di una riforma delle Scuole ai 
suoi tempi: non esitiamo anzi a dire che il Soresi si può an- 
noverare tra i più benemeriti promotori di quella riforma sco- 
lastica, che, attuata di li a poco, può essere considerata come 
titolo di gran lode per l'imperiai regio governo delle provincie 
lombarde. 

Non è il caso di ricordare qui il pessimo stato, in cui era 
abbandonata la scuola nella Lombardia di allora. La stessa con- 
dizione delle classi sociali, cosi profondamente divise, anche al 
di qua dell'Alpi, in privilegiate e servili, si ripeteva nelle scuole. 



(1) L'opuscolo del Bandiera recava il titolo: I pregiudizi delie umane let- 
tere per argomenti apertissimi dimostrati dal p. Al. Bandiera, Venezia, 1755. 
Quello del Parini, in risposta, in Reina, Opere di Giuseppe Parini, Milano, 
1801, ITI, p. 170 sgg., era rivolto al Soresi ed incominciava così: « Voi mi 
« comandaste in questi giorni addietro che io leggessi il libro del p. maestro 
« Aless. Bandiera... e che dappoi ve ne dicessi quel che io ne sento ». L'opu- 
scolo del Soresi, indirizzato al Parini, Lettera sopra la maniera di insegnar 
le umane lettere, in Prose e poesie, citate, pp. 78 sgg., terminava a questo 
modo: « Mi rimarrebbe a soggiungere alcuna cosa sopra gli altri scolastici 
« esercizi... Ma voi sapete che io non son di quelli ohe votino il sacco tutto 
« in una volta ». 

(2) Cfr. Novelle citate, XXXIX, p. 75 e Memorie per ,^ercnr alla storia 
letteraria, Venezia, 1757, L, parte IV, p. 63: « Se questi dottori e lor coni - 
« pagni vanno di questo passo, vogliono ristuccar tutta la città di Milano 
« con le loro pedanterie ». 

(3) Cfr, Bisposta del p. Alessandro Bandiera alV imputazioni opposte 
contro il suo Gerotricameron, Milano, 1757; e Bandiera al vento, ossia V au- 
tore dei pregiudizii intronizzato, Venezia, 1757, asprissimo contro il padre 
servita : ma né il Soresi, ne il Parini, a quanto pare, vi ebbero mano (cfr. 
Novelle citate, XXX, p. 114). 



k 



VARIETÀ 55 

le quali non por il popolo povero e minuto erano istituite, ma 
solo, quasi si direbbe, per chi avesse modo e tempo di poltrirvi 
per anni. Non parliamo del loro ordinamento: non ne avevano (1); 
non dei maestri, che di maestri non avevano che il nome: 
gente « di carovana » li dice il Bandiera (2), « mercenarii, igno- 
« ranti e scostumati » il conte Carli (3). Mancavano i presidenti 
delle scuole o lasciavano che « le scolette si facciano a ca- 
« priccio, senza regola » (4). Tacciamo del metodo di insegna- 
mento, che pareva consistesse in far mandare a memoria regole 
di latino versificate ed in vietar lo studio della grammatica ita- 
liana (5), e non accenniamo alla disciplina, della quale furono 
già svelate cosi le trovate ingegnose, come le peregrine bra- 
vure (6). Nelle scuole entravano piccoli e grandi, alla rinfusa: 
ignoranza crassa e sovrana nelle classi umili (7), grandissima 
nelle elevate la presunzione; sembrava essere ritornati, per 
quanto spetta all'istruzione ed all'educazione dei giovani, a 
tempi di barbarie (8). 

A cosi grave male addita pronti ed efficaci rimedi il Soresi: 
egli, nella citata risposta al p. Bandiera, propone che si istitui- 
scano scuole uniformi, più tardi dette normali, di primo grado, ' 
per tutti, ricchi e poveri, nobili e plebei: lo Stato, arbitro, fon- 
datore ed invigilatore ; durata del corso, quattro o cinque anni; 



(1) Cfr. Bandiera, Pregmdizii delle umane lettere, citati, e. II. 

(2) Ibidem, e. III. 

(3) Cfr. Delle opere del signor comm. coìde Carli, Milano, 1787, XVIII, 
Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia, già edito a Firenze con la 
data di Lione, 1774, pp. 295-96. 

(4) Cfr. SoREsi, Lettera sopra la maniera, ecc., p. 88. 

(5) Cfr. Carli, Ibidem, p. 296 : « ...fqjino pappagallizzare i giovani per 
« ijiezzo di una informe grammatica una lingua che nessuno parla, che essi 
« non possono intendere e che qualora col tempo voghosi sieno di bene pos- 
« sederla conviene ad essi dimenticare tutti i precetti avuti e dolersi e pen- 
« tirsi di tanto tempo inutilmente perduto ». Il Soresi {Lettera cit., p. 105): 
« ... a dare ai loro allievi gli ammaestramenti di lingua italiana ... troppo 
« tardi s'inducono o forse non mai ». 

(6) Cfr. Cantù, Op. cit., pp. 92-93; Archivio storico lornb., S. Ili, Vili, 
p. 272; Natali, Idee, tiomini e costumi del Settecento, Torino, 1916, p. 149 

(7) Cfr. Bianchi, Ricerche sulV antichità e vantaggi delle scuole normali, 
Crema, 1789, p. 29. 

(8) Cfr. Carli, Opera e voi. cit., p. 296. 



56 L. BERRÀ 

insegnamento principale, quello della lingua italiana; frequenza, 
obbligatoria. Alla fine di questo corso, i giovanetti avrebbero 
potuto adire a scuole di grado superiore, facoltative, e scegliere 
tra due rami : il ramo classico, per cosi dire, con l'insegnamento 
del latino, quelli che volessero « o vestir toga od abbracciare lo 
« stato ecclesiastico oppure farsi letterati di professione » ; invece, 
a quel ramo, che oggi si dice tecnico, dovevano darsi quelli che si 
volevano volgere alla mercatura o all'agrimensura, alla milizia o 
ad una scienza od arte esatta. Doveva però essere acquisito che 
l'insetrnamento del latino era da farsi tenendo a mente che esso, 
come lingua morta, non doveva rubar tempo eccessivo allo studio 
di cose ben più importanti, e che era da studiarsi non tanto 
per iscriversi, ma per leggersi nell'opere dei più insigni autori ; 
gente costumata e degna i maestri e dei migliori talenti forniti 
ed in apposite scuole preparati. 

Spiega meglio e ribadisce il Soresi questi suoi concetti, anzi 
ad essi aggiunge frutto notevole di studi, di osservazioni e 
molto probabilmente di conversazioni fatte in merito col Pa- 
rini (1), in un opuscolo apparso nel 1774 (2), quando, cioè, già 
la satira del Giorno contribuiva alla riforma dei costumi, di cui 
doveva essere fondamento quella della scuola. 

Il Soresi pertanto propugna l'istituzione di scuole popolari, 
che fossero fine a se stesse: scuole rurali e scuole cittadine 
operaie, nelle case canoniche o presbiteri o nelle chiese subal- 
terne, alle quali, in caso di necessità, si provvedesse a spese del 
Comune o delle fondazioni religiose o dello Stato. Questi gli in- 
segnamenti di simili scuole: religione, preghiere in italiano e 
spiegazione del Vangelo; lettura; calligrafia; conteggio, ope- 
razioni fondamentali e nozioni sui pesi e le misure, specie dei 
paesi limitrofi; disegno; geometria eìemeiAdiYe; nozioni di agri- 
coliura ai contadini e di morale e giustizia agli artigiani, ed 
a chi, come loro, ha l'arte di gabbare il prossimo. 

Se poniamo mente allo spirito liberale e democratico di questa 



(1) Alludendo a queste conversazioni, scriveva il N. al Parini : « Non ci 
« mancherà tempo di discorrerne a bocca. Nei nostri passeggi ve ne ho date 
« parecchie seccature ». 

(2) T>eìV educazione dei minuto popolo, dijisertazione dì P. 1). Soresi, con- 
corso al premio proposto dalla li. Accademia di scienze, lettere ed arti di 
Mantova, Milano, 1775. 



VARIETÀ 57 

proposta riforma scolastica, ben diverso dallo spirito che informa 
un'identica proposta del conte Carli (t), ci vien fatto di doman- 
darci se non sia da vedersi l'influenza dell'abate monregalese 
in certi atteggiamenti democratici e liberali del Parini: certo 
è ad ogni modo che ai concetti del Soresi si ispirarono gli uo- 
mini dell'I. R. Governo della Lombardia, quando istituirono le 
Scuole Noynnalì, o scuole « triviali, dette del basso popolo, le 
« quali hanno per oggetto principale di insegnare la grammatica 
« inferiore, arti e cognizioni fondamentali di ogni scienza, cioè 
« a leggere, scrivere, l'aritmetica inferiore e cognizioni neces- 
« sariissime agli individui del più infimo volgo... » (2). Alle 
scuole poi diede lo stesso Soresi una grammatica cosi chiara e 
pratica della lingua italiana, che ebbe larga eco di approvazioni 
e fu, in breve volgere d'anni, più e più volte ristampata (3). 

Fu il Soresi il principale istigatore del Parini contro il padre 
Onofrio Branda (ÌqW università di S. Alessandro, nella famosa 
polemica, che si accese e divampò tra l'agosto del 1759 e la 
prima metà dell'anno seguente (4) ; se vogliamo anzi credere a 



(1) Il Carli si lagna che l'insegnamento delle scuole fosse così ordinato che 
i giovani nobili venissero superati dai giovani delle più basse classi sociali, 
i quali più tosto erano necessari alla campagna (!). 

(2) Cfr. Bianchi, Op. cit., p. 10. Il Bianchi sbaglia evidentemente, affer- 
mando che in questa riforma delle scuole fatta dal governo trionfano le idee 
del conte Carli, mentre il Carli, nell'opusc. citato, a cui il Bianchi si rife- 
risce, non fa che ripetere le idee già dal Soresi manifestate fin dal 1755. 

(3) Cfr. I rudimenti della lingua italiana delVah. Pier Domen. Soresi, 
Milano, 1756, nella regia ducal corte. Vedi quanto lodino quest'opera il Tanzi 
(cfr. Alcune lettere di CarV Antonio Tanzi, Milano, 1760, p. 15) ed il Maz- 
zoleni nella prefazione alla decima ristampa che ne fece in Venezia nel 1818. 

(4) Sulle cagioni della polemica cfr. Parini, Al p. D. Paolo Onofrio Branda 
milanese, C. M. di S. Paolo, Milano, 1760, e l'opuscolo anonimo, vagante fa- 
scicolo delle Novelle letterarie, già citate, Per il luglio, in Misceli. Z. VI. 72 
dell'Ambrosiana,. Sulla polemica cfr. Mazzuchelli, Gli scrittori d'Italia, II, 
parte IV, pp. 2000-2009 : Cantù, Op. cit., p. 55 sgg.; De Castro, Milano nel 
Settecento, passim, incompleto e non sempre esatto; Concari, Il Settecento. 
I sessanta opuscoli della polemica si possono difficilmente reperire, ma la 
maggior parte furono raccolti dal Mazzuchelli nella cit. Miscellanea. Sul- 
V Antihrandana in genere si veda la notizia che riporta VArch. stor. lomh., 
S. V, XLni, p. 277, n. 1 dell'autore. 



58 L. BERRÀ 

colui elle dal letterario litigio raccolse maggior copia d'ama- 
rezze, al Branda, fu il Soresi il più sfegatato aizzatore della 
furibonda canagliata. « Se a lui » (al Soresi) -— scriveva il ber- 
sagliato Barnabita al Tanzi, che, insieme col Balestrieri, si 
distinse in quell'occasione — « se a lui domandiamo chi portò, 
« chi appiccò le fiaccole? chi si ingegnò di gettar olio nel fuoco? 
« chi ad ogni novella e romore correva furioso qua e là e con 
« viso acceso 

e con irsuto contro usanza crine 



« gridava e contro l'autore e contro il dialogo, e s'ingegnava di 
« aizzare ognuno? Voi ancora ne avete la vostra parte: ma la 
« corona si debbe al sig. Soresi, che nella parte di gracchia, di 
« banditore, di faccendiere dei briganti non ebbe chi gli andasse 
«innanzi e forse neppure chi gli stesse al pari» (1). Il Soresi 
tuttavia non diede alla nota serie numerosissima degli opuscoli 
antibrandani che un solo libello, il quale ristampò, assai imper- 
malendosene il Branda, con mutato titolo (2); e poi, come gli 
altri, tacque anch'egli, quando il governo intervenne a por fine 
all'indecorosa faccenda, che più tardi il Parini disse essere -stata 
un obbrobrio (3). 

Per fortuna ben presto il Soresi ed il Parini, lasciando a banda 
cosi sterili pettegolezzi, si volsero a cose più degne e ripresero 
alacremente a propugnare il rinnovamento della gente e dei 
costumi del loro tempo : e mentre il Parini scriveva il poemetto 
del Giorno, volgendo gli acuti strali della satira a sanare gli 
slombati e sfaccendati giovani lombardi, il Soresi promosse del 
suo meglio l'educazione, allora trascuratissima o falsata, delle 
fanciulle. 

L'argomento, come si sa, era assai discusso al di là e al di 



(1) Cfr. Ai Sig. CarV Antonio Tanzi un amico dei due dialoghi delia 
lingua toscana. Lettera quarta colla risposta insieme, ecc., Milano, 1760, p. 8. 

(2) Cfr. Risposta di Pier Domenico Soresi al Sig. CarV Antonio Tanzi, 
in cui si esaminano alcuni difetti del primo dialogo della lingua toscana e 
specialmente un passo di Cicerone male interpretato, Milano, 1 760 ; la stess?a 
sotto il titolo : Il passo di Cicerone « bene et praeclare » sostenuto nel sefiso 
delVah. Soresi contro la quarta lettera al sig. Tanzi, Milano, 1760. 

(8) Cfr. Reina, Opere citate, I, p. x, e III, pp. 7-8 àoiV Elogio del Tanzi. 



VARIETÀ 59 

qua dell(> Alpi (1); ma tra le due opinioni, quella dei fautori 
dell'educazione ed istruzione delle giovinette, e l'opinione con- 
traria, il Soresi segui molto francamente la prima. 
Anche in questo fu grande l'accordo col Parini (2): ma se 



(1) Cfr. per la bibliografia dell'argomento i volumi della Bibliofj rapine des 
ouvrtKjex reìatifs à l'amour, aux femmes et au mariage, Lilla, 1899. Vedi 
il bello studio del Corbellini, in Arch. stor. lomh., S. IV, XV, pp. 820 sgg. 
In favore, come sopra diciamo, correvano: L^ amico delle donne, opera morale 
trasportata dalVidioma francese nell'idioma italiano dalVab. Gerol. Merlini, 
Firenze, 1761; L'amico delle fanciulle, tradotto dal francese dal conte 
G. Gozzi, Venezia, 1768; Bel matrimonio, Londra, 1762; La scuola delle 
fanciulle nella loro puerizia, nelV adolescenza, nella gioventù, in 10 volumi, 
tradotto dall'inglese, stampato a Roma nel 1768 e ristampato a Genova 
nel 1788, ecc.; senza dire che il p. Bandiera aveva già pubblicato nel 1740 
un Trattato degli studi delle donne. Contro le idee nuove invece il De Ca- 
taneo aveva scritto la Filosofìa delle belle, Venezia, 1758, e correva anche 
un libro che se la prendeva con gli ecclesiastici che si dedicavano all'educa- 
zione delle donne (cfr. La felicità del matrimonio, Venezia, 1761). 

(2) Sulle idee del Parini intorno all'educazione del bel sesso, cfr. Vannetti, 
Educazione letteraria del bel sesso, Milano, 1835, passim,. Si leggano inoltre 
i versi del Parini {Notte, 547-556) contro l'educazione data alle fanciulle 
nei chiostri 

...ove il seirnon d'Italia 
pur giunse ad obliar, meglio erudita 
de le galliche grazie ... 

e si confrontino con quanto scrive il Soresi nel Saggio sopra la necessità e 
la facilità di ammaestrare le fanciulle, citato, pp. 21 e 104. Il Parini com- 
batte contvo la « ...superstizion del ver nemica » {Innesto del vaiolo, v. 161) 
e scrive il Soresi, ivi, p. 100: « ...non si lasci credere (alle fanciulle) che si 
«• piaccia al cielo a forza di smorfie, di schifosità, di lentezza, di torpedine, 
« di ipocrisia, di superstizione ». Canta il Parini nel sonetto della B. Cate- 
rina d(( Pallanza, volgendosi al popolo : 

Fa che gli inni e l'odor soli non siano, 
ma ad imitar le sue bell'opre impara, 

ed il Soresi, ivi, p. 25, alza la voce contro la « devozione meramente mac- 
« chinale ». Mette in ridicolo il Parini la dama, in tante e così inutili cure 
affaccendata, ed il Soresi fa un così chiaro ed interessante quadro dei modi 
con cui la dama comparte la giornata, che potrebbe con bel frutto essere ci- 
tato nei commenti del Giorno (cfr. Meriggio, IV, 410-470 ; e Saggio, sopra 
citato, p. 11), ecc. 



60 \j. HKKHA 

l'autore del Giorno usava la sferza dell'ironia, l'abate monre- 
galese adoperava invece l'arma del ragionamento, e, combattuti 
i pregiudizi più comuni sull'educazione ed istruzione delle donne 
e dipinte le condizioni davvero non liete, in cui, per questo ri- 
spetto, le donne erano dagli uomini tenute, esponeva le ragioni 
ed i modi dell'educazione ed istruzione, che si dovevano impar- 
tire al bel sesso (1). L'educazione, scrisse egli, deve mirare al 
cuore ed allo spirito, ma prima a quello che a questo. Si col- 
tivino praticamente le virtù religiose nelle fanciulle e si allevino 
probe, sottomesse, obbedienti e sincere; e, per quanto spetta 
all'istruzione, si insegni loro a leggere e scrivere, qualche no- 
zione d'aritmetica e geometria, geografia e fisica, e, utile passa- 
tempo, poesia e musica, disegno e pittura. Da tale educazione 
sono da ottenersi, secondo il Soresi, una maggior dignità delle 
donne, il buon governo delle famiglie ed un eccellente rimedio 
all'imperante cicisbeismo. 

Questa la teoria. Il modello il Soresi lo presenta in una donna 
di alti sensi e di educazione squisita: Teresa Cristiani (2). Ella 
studia geografia, la storia, la Bibbia; parla l'italiano ed il francese ; 

... in batavo lino obbietti vaghi 
talor col piombo ad effigiar s'accinge; 



(1) È il Saggio sopra la necessità e la facilità di ammaestrare le fan- 
ciulle, già più volte citato. La prima parte del quale molto opportunamente 
si potrebbe mettere a confronto con le cose che si dicono nel ben noto arti- 
colo del Caffè, Difesa delle donne, Milano, 1764, pp. 169 sgg. Sull'educa- 
zione delle donne del suo tempo scrive il Soresi che esse, da fanciulle, veni- 
vano affidate a balie « cui non si affiderebbe il governo delle stoviglie », si 
viziavano tra le domestiche discordie e quindi si chiudevano nei collegi, dove 
crescevano nei pettegolezzi e nelle leggerezze, venendo ad odiare la compagnia 
delle persone di spirito, a sbadigliare se alcuno osasse parlar di cose serie in 
loro presenza, e ad abituarsi a passare la giornata in dormire, abbigliarsi, 
ricever visite dal cavalier servente, e fare strepitose comparse in teatro. 

(2) Cfr. Il globo di Venere delVahate Pier Domenico Soresi, in Poesie, 
elegantissima pubblicazione nuziale in onore del march. Onorato Castiglioni 
e di donna Teresa Cristiani di Ra varano, Milano, 1754, curata dall'ab. Sa- 
landri. L'opera del Soresi è un perspicuo esempio di poesia encomiastica delle 
donne, mai come allora tanto scarsa (cfr. Corbellini, Studio cit., in Ardi. stor. 
lomh., fase, cit., p. 322). Essa venne stampata in Poemetti italiani, ^ihcìt., 
voi. VII, e menzionata in Bibliographie des ouvrages relatifs à Vamour, ecc., 
pure citata, p. 774. 



VAUIETÀ 61 

ricama, sa toccar con j^razia il i>ravi(oinbalo. Umile e modesta, 

...a l'altrui vizio sua virtù vieii meno: 
non van disio, non leggerezza impara 
in mezzo a turba che folleggia a gara. 

Chi educò in cosi compiuta maniera Teresa? la madre, la 
quale non mise in mostra la figliola 

... qual venditor che si consiglia 
d'ornar sue merci e come può lo abbella 
e ponte in mostra per mercati e tìere 
acciò ne invogli chi le va a vedere, 

ma la tenne iuAece ritirata, 

né per feste e teatri il piede vago 
dietro il giovin desio permise ir lunge, 



e volle 



... che il piacer domestico si godesse, 

che donna, in men si veda, ha maggior loda. 



Il Parini, come ognun vede, presentava ben altro modello di 
dama: ma egli tentava correggere coi morsi deirironia, il Soresi 
colla forza dell'emulazione. 

Sebbene le prose (1) del Soresi siano ben più pregevoli e per 
contenuto e per forma che non le poesie, pur tuttavia alcune di 
queste sono anche oggi degne di qualche considerazione. In ge- 
nere sono poesie di occasione : sonetti per la maggior parte, can- 
zoni, capitoli e odi, disseminati nelle innumerevoli raccolte del 
tempo, spesso accanto a simili componimenti del Parini. Dispa- 
ratissimi, gli argomenti : per elevazione alla porpora, per mona- 



(1) Sono ancora da menzionarsi tra queste una Lettera sopra il promovere 
la lettura dei libri ed un Discorso sulla Verità, in Prose e poesie citate, 
pp. 241 sgg. e 250 sgg. Sopra la lettura dei libri che si faceva in quei tempi, 
cfr. De Castro, Milano nel Settecento, cit., p. 258, e Mattino, vv. 645-695. 
Il discorso della Verità venne opportunamente confrontato con V Impostura , 
la Recita dei versi ed i Ciarlatani del Parini (cfr. Michelotti, Studio cit.. 
pp. 847-48). 



62 L. BERRÀ 

cazione, per quaresimalisti, nuove messe, nomine di \oscovi, 
morte di amici, lauree, nozze, o che so io, nonché per celebri 
cantanti, quelle stesse, per cui anche il Parini non fu ])arco 
di lodi (i). 

Cose, per lo più, di scarso o niun valore storico e letterario. 

Due poemetti tuttavia ed alcune altre minori composizioni 
])oetiche meritano particolare menzione. I primi sono poemetti 
didattico-allegorici, composti e pubblicati in occasione di nozze 
cospicue (2). Nelle Stanze^ che celebrano i principeschi sponsali 
di Vittorio Amedeo di Savoia e di Maria Antonietta Ferdinanda, 
infante di Spagna, il Soresi canta quanto la Pace — siamo ?lla 
pace di Aquisgrana — fece per sotterrar finalmente la Discordia, 
foriera di tante guerre, e ricondurre il benessere in Europa. 
È la Pace che, con artifizio non peregrino, induce la principessa 
spagnola ad innamorarsi del principe sabaudo, il quale è anche 
bellamente invitato a non trattar troppo famigliarmente con le 



(1) Su quest'abitudine ktteraria, diffusissima a quei tempi, cfr. Colagrosso, 
Un^usanza letteraria di (jran voga nel Settecento, Firenze, 1908, e Natali, 
Op. cit., p. 145, n. 2. Tra le raccolte, cui collaborò il Soresi, cito: Bìme per 
la promozioyie al cardinalato di S. E. JR(?r.»«« Mons. Fabrizio Serhelloni, 
milanese, Milano, 1753; Rime in morte del sig. can. Gian Frane. Guenzi, 
Milano, 1758; Poesie raccolte nel solenne ingresso in Fossano delVIll.^^o 
e Bev.^no Mons. Filippo Mazzetti di Salyggia, Saluzzo, 1755, contengono 
un brutto sonetto del Parini, ignoto al Reina, a p. 24; Componimenti poe- 
tici per la solenne professione della signora Maria Cristina Teresa Ma- 
derni, Milano, 1756; Poetici componimenti nelle pubbliche dimostrazioni di 
giubilo fatte da cittadini pavesi per le vittorie riportate in Boemia, ecc., 
Pavia, 1756. — In lode delle cantanti sono: In segno di vero e cordial 
givhbilo, ecc., già cit., e AlVIlì.'"^*^ ed Ornatissima dmina Teresa Agnese 
Pinottini, cantate per musica del dott. P. D. Soresi, Milano, 1756 (cfr. Bar- 
B1ERA, Sonetti inediti e rari del Parini, in Nuova Antoh, 644, pp. 620-21, 
e Arch. stor. lomb., S. Ili, pp. 425-26). — Le poesie minori del Soresi sono 
poi raccolte per la maggior parte in Prose e poesie, citate. 

(2) Cfr. In occasione delle felicissime nozze delle Altezze reali di Vittorio 
Amedeo e di Maria Antonietta Ferdinanda infante di Spagna. Stanze di 
Pier Domenico Soresi, Milano, 1750. In alcune stanze è facile scorgere lo 
spirito pratico dei Lombardi, ai quali oramai apparteneva il Soresi, che, af- 
fezionati a Maria Teresa, vedevano di mal occhio che Vittorio Amedeo si 
volgesse a Federico di Prussia (v. Arcìi. stor. lomb., S. I, VIII, p. 296). — 
Il globo di Venere, citato. 



VARIETÀ 63 

armi in pugno e colle polvei'i. Nel Globo di Venere^ invece, 
onorandosi le nozze del Castiglioni colla Oistiani, il poeta im- 
magina di essere tratto sopra un ( ano di fuoco sino alla tei'za 
sfera, dove incontra il più celebre antenato dello sposo, ne più 
n^ meno che l'autore del Cortegiano. È costui che fa da guida 
al poeta, a cui viene via via tessendo le lodi della sposa. 

Fantasia buona, versificazione spigliata e talvolta facilissima, 
luoghi originali e piacevoli, sono commendevoli pregi dell'opera. 

Tra le composizioni poetiche minori, una non ignobile collana 
di sonetti amorosi, pubblicati coU'anagramma di Operto Seriosi, 
ci richiama alla mente modi e sostanza di certe poesie di Ripano 
Eupilino (1); un sonetto celebra il battesimo di Carlo Imbo- 
nati (2) ; un'anacreontica è in onore del principe di Belgioioso, 
dal quale pare che il Soresi ricevesse ringraziamenti, non sol- 
tanto di parole (3); un componimento in terza rima misto di 
prose celebra le nozze del principe Alberico, figlio del principe 
di Belgioioso, sopra nominato (4); un altro, a questo simile, ce- 
lebra la nascita del figlio del figlio ed il conte Firmian, che lo 



(1) Cfr. Saggio di poesie di Operto Seriosi, Milano, 1750. 

(2) Cfr. Prose e poesie, citate, p. 62: questo sonetto si può unire a quegli 
altri noti componimenti poetici in lode di questo Imbonati, tanto favorito 
dalle muse. 

(3) Cfr. Nel giorno di SanVAidonio da Padova si celebra il nome di 
S, Eccellenza il sig. D. Antonio del S. B, I. conte di Cunio, Barhiano, ecc., 
Anacreontica di P. D. Soresi, Milano, 1758. È in un fogho volante. Questi 
sono i versi, cui alludiamo: 

Barbiano, tu lo sai. 

accoglie i versi nostri, 

dritto è ben che tu mostri 

amore e ossequio a si gentil signore. 

(4) Cfr. Nelle applauditissime nozze de' nobilissimi Signori D. Alberico 
di Barbiano, conte di Belgioioso, ciambellano delle LL. MM. hnp. BB., 
tenente colonnello, ecc., e donna Anna Bicciarda principessa d'Este, con- 
tessa di Cortellona, ecc., Poesie di P. D. Soresi, Milano, senz'anno. Degno 
di nota che il Soresi, tanto amico del Parini, lodi questo principe Alberico 
per i viaggi fatti in « stranii liti » in cerca del 

...bel tesor, ond'uom non si disfama 
godendo al rezzo i ricchi beni aviti. 



64 L. BERRÀ 

tenne a battesimo (I), a cui segue la già da altri citata breve 
anacreontica del Parini ; e, per ultima, un'ode dedicata al cano- 
nico Agudio del capitolo pariniano, arguto ringraziamento al be- 
nefattore, che, tra quelli degli uomini illustri della sua pri- 
vata galleria, aveva posto anche il ritratto del Soresi: 

Morte, quand'al del piaccia, 
fa che il tuo dardo scocchi, 
scolorami la faccia, 
chiudimi entrambi gli occhi; 
morte, quand'il ciel voglia, 
quest'umile spoglia 
implacabile atterra, 
la guasta, la sotterra. 

Non temerà qual pria 

gli oltraggi del tuo dardo, 

che, qual essa pur sia, 

fin ch'entro me gagliardo 

fresco vigor boUia, 

non parve ad ogni sguardo 

priva di leggiadria (2). 

Al Soresi, dunque, non toccò il caso del Mascheroni, che non 
volle essere ritratto sulla tela per la poca grazia — adoperiamo 
l'eufemismo — delle linee del viso; fu anzi di leggiadra per- 
sona, come egli stesso dice, e ricercato e quasi affettato nei 
modi del trattare e del vestire, come affermano altri (3). Eccolo 
uscire per le vie tra la sfaccendata e gaudente società mila- 
nese: portamento grave, fronte alta e pensosa. I giovani lo ad- 
ditano, i cittadini lo riveriscono, i nobili arrestano il cocchio 



(1) Cfr. Applausi poetici alla nascita del primogenito delie loro eccellenze 
don Alberico, conte di Cunio, ecc., e donna Anna Ricciarda d'Este, Mi- 
lano, 1760. Famosi 1 festeggiamenti fatti in Milano in quell'occasione, a cui 
accenna anche un romanziere recente (Rovani, Cento anni) : notizie partico- 
lari mss. in Miscellanea, VV,-IV-1, alla Braidense. 

(2) In Prose e poesie, citate, pp. 202-205. 

(3) Cfr. Branda, Al Sig. CarV Antonio Tanzi, un amico dell'autore dei 
due dialoghi, ecc., citato, p. 13. Vi si legge questa acerba insinuazione contro 
il Soresi: « ...maestri di buona creanza, che prima si trasser le spese per le 
« case delle virtuose e de' virtuosi di ballo e di palco e fecer poscia un buon 
« capitale di smorfie, d'inchini e di riverenze ». 



VARIETÀ 



per salutarlo. Eccolo discutere animatamente con un crocchio 
di letterati nella piazza del Duomo: il Passeroni lo ascolta, an- 
nuisce il grave Tanzi, lo loda il Salandri, il Guttierez gli risponde, 
il Balestrieri lo interrompe coi frizzi mordaci della satira verna- 
cola. E in certe ore della giornata, eccolo pel viale solitario dei 
tigli odorosi al fianco d'un abatino, che gli scritti faran principe 
dei poeti del suo tempo: Giuseppe Parini. Con lui discute la 
materia e la forma di quelle opere, per le quali e l'uno e l'altro, 
sia pur in diversa misura, avranno non tarda né dubbia influenza 
sul rinnovamento letterario e morale degli Italiani. 

Tale il Soresi, degno collega ed amico di Giuseppe Parini: 
poeta mediocre, buon prosatore, ottimo educatore; uno, insomma, 
dei più colti abati fra quanti ne ospitò Milano nella seconda 
metà del secolo decimottavo. 

Luigi Berrà. 



Oiornnle storico, LXXIII, fase. 217, 



SPlfiOLATDRB DA BIBLIOTECHE E DA ARCHIVI 



UGO FOSCOLO A LONDRA 

NEI RICOHDI DI SANTORRE SANTAROSA (*) 



Fra le carte del glorioso saviglianese — solo incompiutamente 
e non direttamente conosciute e utilizzate da Nicomede Bianchi 
— le quali hanno avuto la ventura di essere affidate alle mani 
esperte e delicate di Adolfo Colombo (1), non mancano, com'era 
da aspettarsi, materiali che hanno diretta attinenza col Foscolo 
e recano, se non vere rivelazioni, luce viva di nuovi particolari 
e di impressioni sulla sua vita e sulla sua figura di esule nella 
ospitale Inghilterra. Erano, il Foscolo e il Santarosa, due anime 
veramente italiane, fatte per intendersi e per amarsi, come si 
intesero e si amarono. Il che era ben noto agli studiosi; ma 
piace rivederli accostati qui di corpo e di spirito i due degni 
amici, quali apparivano dalle poche lettere — due coppie, ma 
preziose — che ne furono pubblicate xìqW Epistolario fosco- 
liano (2) e dagli altri documenti fatti conoscere dal Bianchi (3) 



(*) S'inizia con questi documenti quella serie di Spigolature da biblioteche 
e da archivi che fu annunciata nel Giornale, T2, 229. La tirannia, non me- 
taforica, dello spazio, ci obbliga a rinunciare a gran parte di quelle illustra- 
zioni e considerazioni che l'argomento richiederebbe. 

(1) Cfr. Giornale, 72, 384. 

(2) Voi. Ili, lin. 618 e 635 e, in appendice, pp. 454-7. 

(3) S. di Santarosa. Memorie e lettere ined., in Curiosità e ricerche di 
storia subalpina, voi. Ili, 1879, pp. 179-83. Occorre appena rilevare che il B. 
sfiorò malamente il magnifico soggetto e, per la fretta, diede come inedita e 
senza data quella lettera del Santarosa al F. che era già stata pubblicata in 
appendice all'epistolario foscohano (III, pp. 454-5). È anche a deplorare che 



SPIGOLATURE DA BIBLIOTECHE E DA ARCHIVI 67 

e dal Viglione, in quel volume che, nonostante i suoi difetti, è 
stato meritamente apprezzato dagli studiosi (1). 

Nel Quaderno 3" « incominciato in Londra ai 10 di gennaio 
1823 », zibaldone curioso di appunti e di ricordi svariati, San- 
torre, che, come si sa, viveva in intimità fraterna col Foscolo, 
del quale fu anche inquilino nel Digamma Cottage (2), trascri- 
veva, a p. 13, queste notizie, che non è qui il caso di sottoporre 
ad una disamina critica o a un commento, ma che sembrano 
echeggiare confidenze avute dall'amico poeta: 

Vicende d'Ugo Foscolo nel 1799 e nel 1800. 

Come fu nella Primavera del 1799 preso dai Tedeschi, e spogliato. Del- 
l'Ungarese che, mentre Foscolo era condotto sopra una carrozza, gli si ac- 
costò e gli restituì tre sovrane, parte sua del bottino. Del Tirolese che dicea, 
sarai impiccato; perchè ti sei fatto Cisalpino? 

In prigione a Modena per 15 dì ; liberato dall'esercito di Macdonald pro- 
cedente da Napoli. Fu alla battaglia della Trebbia, dopo la quale fece il giro 
in Toscana, e si ridusse a Genova, d'onde a Nizza. Quivi soffrì gran mi- 
seria, e stentava, e stava per morirsi in uno spedale, quando Sicuri, ufficiale 



gli Editori fiorentini abbiano riprodotta in lezione scorretta e mutilata, non 
si sa perchè, nell'ultima parte, la preziosa lettera del F. in data 16 settembre 
1824. Dell'ultima parte, ommessa nell'ediz. lemonnieriana (III, pp. 166-7), ri- 
ferisco di sull'autografo il testo in fine a queste Spigolature. 

(1) U. Foscolo in Inghilterra, Catania, 1910 (ma estr. à&glì Annali éeìla, 
R. Scuola Normale superiore di Pisa), pp. 97 sgg. 

(2) Alle testimonianze già note di questa intimità mi piace di poterne ag- 
giungere due altre, comunicatemi dal prof. Colombo, sempre cortese, e tratte 
dalle lettere che il Saviglianese scriveva alla moglie. — Il 24 giugno '23: 
« Foscolo è una delle mie nuove non dirò amicizie, ma conoscenze quasi in- 
« time. Facciamo le sere insieme. Ha molto orgoglio, molto ingegno, mali- 
« gnità nello spirito, ma assai bontà nel cuore ». — E il 18 ottobre dello 
stesso anno : « La sera fra le 7 e le 8 mi piglio ancora alcune tazze di té, di 
« cui sono vieppiù ghiotto. Ordinariamente non esco che la sera dopo il mio té 
« e vo a finirla con Ugo Foscolo, dove capitano uno o due italiani nostri 
« vicini... ». Erano, quegli italiani — oltre i due amici, il Porro, Filippo 
Tigoni, lo Scalvini , il Pecchie , il Berchet — i rappresentanti di quella 
emigrazione che il Santarosa, scrivendone il 13 nov. '23 al Panizzi, diceva 
acutamente « avere un carattere storico » {Lettere ad Antonio Panizzi, 2"" ed., 
Firenze, Barbèra, 1882, p. 14). 



68 V. GIAN 

del Genio, di Zante, lo riconobbe tra gli ammalati ai folti suoi capelli rossi, 
lo chiamò e abbracciò e sostenne con molto amore, secondo comportavano i 
tempi. 

Foscolo da Nizza tornò a Genova per esservi collocato in servizio attivo. 
Dovette vendere un suo panciotto datogli da una donna che il giorno dianzi 
che si separassero gli mostrò suo amore prima dissimulato. Incontro del Fran- 
cese, alto, magro, che soffriva di fame e soccorso da Foscolo che divise con 
lui le uova e il pane allora comprato col danajo del panciotto. V'era un Po- 
lacco col francese ; Foscolo lo regalò di 30 soldi ; e il Polacco fu per diventar 
pazzo dalla gioja. Lo stesso francese, che sempre avea avvertito a (sic) Fo- 
scolo quando lo incontrava nelle mosse militari, vedutolo cadere col cavallo 
ferito in un burrone presso alla Bocchetta, vi scese subito e ne lo trasse pre- 
murosamente. 

Nel 4'^ Libro di Ricordi e Lavori che il Santarosa dice 
«incominciato il 19 ottobre i823 », a p. 328, leggiamo: 

Saliceti e Foscolo. 

Saliceti (1) nel 1796 si trovava a Venezia dove si era recato con finto nome 
a riscontrarvi lo stato delle cose. Foscolo allora giovanetto di 20 anni o meno 
lo ricercò. Un giorno essendo insieme questi due. Dandolo (2) e un Bresciano, 

che avea nome (3) professore, caldo, veementissimo, ma onesto patriota, 

Saliceti volgendosi a Foscolo, gli disse : « Mon enfant, il nous faut des gens 
« pendables ». È notabile la confessione in quella bocca. 



(1) È quell'Antonio Cristoforo, còrso, ben noto uomo politico, grande fau- 
tore, agente e fido factotum del Bonaparte, che lo compensò della sua pro- 
tezione sino all'ultimo, cioè fino al 1809, anno della sua morte, avvenuta in 
Napoli. Un suo ritratto si può vedere riprodotto nel Com andini, L'' Italia nei 
Cento anni del sec. XIX, Milano, 1901-2, p. 395. 

(2) Senza dubbio, il farmacista Vincenzo Dandolo, il quale insieme con 
Demetrio Naranzi, cugino del Foscolo, con l'abate Compagnoni, direttore del 
Mercurio d^Italia, e con più altri, era fra i giacobini più accesi nella Ve- 
nezia d'allora. Cfr. Adr. Aug. Michieli, U. Foscolo a Venezia, Venezia, 1903 
(estr. dal N. Arch. veneto, N. S., t. V, P. II; t. VII, P. I), pp. 68-9. 

(3) Il nome di questo bresciano fu dal Santarosa lasciato in bianco, segno 
evidente ch'egli scriveva in fretta e a memoria dopo una conversazione avuta 
col Foscolo, come, del resto, appar chiaro anche dalla forma schematica di 
questi appunti. Ma deve trattarsi di quel don Luigi Scevola, « patriotta » 
ardente, per la cui prima messa il Foscolo compose l'ode alla quale accenna 
nella lettera notissima al Fornasini, altro amico di Brescia, in data del 
29 agosto 1795. Qualche notizia ne diede il Mk^ieli, Op. cit., pp. 97-8. 



SPIGOLATURB DA lUBLIOTECIIK E DA ARCHIVI 69 



Foscolo, gr inquisitori e la madre di Foscolo (1). 

Poco tempo dopo che Foscolo ebbe veduto Saliceti in Genova (sic), per questo 
fatto e per altri che mostravano le inclinazioni del giovane, gl'Inquisitori 
dello Stato lo fecero chiamare. Comparve nella casa di Foscolo (2) il loro fante 
chiamato Cristoforo, la cui sola vista metteva paura alle persone, e il nome è 
celebre tra' veneziani ; lo zio Rocco inarca le ciglia, e ammutolisce. La madre 
di Foscolo sale al secondo piano della casa dove il giovane avea le sue camere, 
ed avvertito della chiamata si allestiva tutto baldo, e volenteroso di pericolare 
per le sue opinioni ; ella lo abbraccia, e accomiatandolo sul pianerottolo della 
scala gli dice: « Figlio mio, se non ti puoi salvare, pensa di non perdere 
« l'onore accusando i compagni ». Gl'Inquisitori fecero aspettare Foscolo alcun 
tempo. Egli, tirato di tasca un Dante, leggeva. Quando fu entrato nella ca- 
mera del Magistrato gli fu ingiunto di giurare dinanzi ad un quadro di 
Nostra Donna che non paleserebbe nulla di quello che gli fosse detto quivi. 
Poscia lo interrogarono, e ammonirono amorevolmente. Foscolo non indugiò 
di andare a Firenze, d'onde si recò in Bologna quando essa si richiamava in 
libertà sotto la tutela di Buonaparte; fu fatto Luogotenente di cavalleria 
leggiera. Lo Stato mutato in Venezia, egli vi corse. Fu segretario del Comi- 
tato di Salute pubblica della Municipalità, poi membro di quella e uno dei 
segretari!. Segretario di Legazione di Battaglia, quando questi fu mandato 
dalla nuova Repubblica di Venezia a Buonaparte; e allora aveva incumbenza 
dai più caldi democratici d' invigilare Battaglia del quale dubitavano ; ma 
Foscolo si aifezionò all'ambasciadore che teneva per onesto servitore della patria 
sua, e prudente uomo di Stato. Buonaparte lo stimava e non lo giudicò 
quindi stromento ai suoi disegni, non cera da piegarsi e col quale (sic) in 
ogni forma, e volle un altro deputato. Gli si mandò Dandolo, quel medesimo 
Dandolo che si trovava con Foscolo quando Salicetti gli disse le «parole rife- 
rite di sopra, quel Dandolo celebre come autore di nuovi modi di tenere i 
bachi da seta ; complice marito, accarezzatore di ogni potenza bene stabilita ; 



(1) Per questo episodio « Foscolo e gli Inquisitori » si veda quanto ne 
scrive il De Winckels, Vita di Ugo Foscolo, voi. I, Verona, 1885, pp. 29-30, 
che riferisce una versione, meno compiuta della presente, e che egli dice di 
avere raccolta dalla bocca della sorella del F. Il Bianchini, pur propendendo 
a ritenere vero il fatto, dichiarava d'aver fatto invano tutte le ricerche pos- 
sibili negli archivi. Il Chiarini, La vita di U. F., Firenze, Barbèra, 1910, 
p, 37, scrive: « una tradizione, la quale sembra avere qualche fondamento di 
« verità, narra che gli fosse fatta una perquisizione ». Dal racconto riferito 
qui il fondamento appare sicuro, a meno che non si voglia attribuire al F. 
un'invenzione o una bugia non necessaria. 

(2) In Campo delle Gatte. 



70 V. GIAN 

nato Ebreo, cresciuto speziale; inclinato alle opinioni liberali, ma conside- 
rando e gli uomini e le opinioni e i casi solamente nei loro rapporti colla propria 
esaltazione Dandolo servì Buonaparte colla docilità di un fanciullo, come avea 
servito la breve sua Repubblica coU'accorta, ma diligente rapacità di un ladro. 
Tornando a Foscolo egli si recò nella Repubblica Cisalpina dopo che la sua 
patria veneziana fu venduta all'Imperadore, e vi riassunse gli ufìzii militari. 

Né è senza significato il vedere nello stesso Lìbico di Ricordi^ 
due pagine (46-7) consacrate dall'esule piemontese a raccogliere 
« Spogli di passi &e\V Ajace di Ugo Foscolo ». Sono, com'è fa- 
cile immaginare, quei versi che meglio interpretavano i senti- 
menti e gl'ideali pei quali egli aveva combattuto ed era pronto 
a sacrificarsi. Chi trascriveva i versi foscoliani : 

Anima e fama. 
Toccando le frementi urne degli avi, 
Alla Patria votai 

e 

Ti valse almeno a morir per la tua 
Patria e cadesti lagrimato e sacro! 

pochi mesi dopo, non potendo prendere le armi per la resur- 
rezione della sua patria, s'immolava combattendo a Sfatteria 
per la libertà della Grecia (1). 

Nello stesso 4"" Libro di Ricordi e Lavori, il Santarosa, 
segnò, a p. 133, questo appunto: 

Il Precetto omesso nel " Decalogo „. 

Si narrava dinanzi ad un Veneziano, zio di Ugo Foscolo, e chiamato da' 
suoi lo zio Rocco, vecchio e scapolo, come il Trattato di Campoformio dava 
facoltà ai Veneziani che non volessero rimanere sotto al dominio austriaco di 
abbandonare la patria e assicuravagli di cittadinanza nella Repubblica cisal- 
pina. Lo zio Rocco disse : « Quando leggo il Decalogo sempre mi meraviglio 



(1) A proposito del Foscolo tragico, gioverà rilevare che ancora nel 4° Libro 
di ricordi, a p. 56, il Santarosa in certi suoi appunti informi, intitolati ^4/-- 
ticle sur Adelchi, cioè abbozzo schematico d'un articolo sulla tragedia man- 
zoniana, cosi esordisce : « Suite des idées principales. Après Alfieri , état de 
« la Tragèdie en Italie. Monti. Foscolo. Lignani. D. Saluzzo ». E più oltre: 
« Manzoni est le chef d'un nouveau genre en Italie. Nouvelle école de Milan. 
« Grossi. Brème. Berchet. Manzoni a défendu come critique le système dont 
« il a donne des exemples comme poète ». 



SPIGOLATURE DA BIBLIOTECHE E DA ARCHIVI 71 

« che si siano fatti due comandainenti del 9<* che dice di non desiderare la 
« donna del prossimo, e del 10° che dice di non desiderar la roba del prossimo. 
« Io dico che i due dovevano farne uno solo, ma sapete che è? Il 10™° di- 
« ceva così : non emigrare. E Mosè, che era guidatore di emigrazione, pensò 
« di tacerlo, e divise il nono in due. E quel 10™° comandamento era una 
« gran cosa a chi ben l'intende ». 

Questo mi fu raccontato da Ugo Foscolo il 31 gen. 1824. 

In un piccolo taccuino tascabile di Ricordi, scritti a matita, 
e che reca nella prima pagina la data del « 24 febbraio 1823 », 
dopo un breve ragguaglio circa il noto duello di Guglielmo Pepe 
col Carascosa — duello sul quale potremo ritornare un'altra 
volta, Santorre scrive, in data del 25 febbraio: 

Fui da Ugo Foscolo con Gino (1). Ci parlò di Vaccari (2), che fu suo 
amico, e che da piccolo avvocato raodanese si alzò ai primi onori del Regno. 
Tant'era la tristezza di quei tempi, tanto il delitto di essere altra cosa che 
adoratore del potere, che Vaccari disse un giorno a Foscolo: « D'ora in poi 
« guardatemi come un padre, un amico che sia stato morso da un cane ar- 
« rabbiato, e che incontrandovi, non volendo, vi morde » ; parole memorabili 
e che mostrano quanto * fosse inesorabilmente tirannico e duro il sistema im- 
periale, qual guerra si facesse ai non vili, qual pericolo s'incontrasse al voler 
serbare a se ** un animo, un'opinione, un sentimento indipendente. 

Foscolo era oggi amabile e cortese più dell'usato, ci lesse della sua Iper- 
caìtssi spiegandoci a chi toccavano i terribili improperio 

9 gennaio (3). 
* CanceUato, neU'autografo, implacabile. ** Sostituito a serbarsi. 



(1) Capponi. 

(2) Il conte Vaccari, ben noto ai foscoliani, che fu a Milano ministro del- 
l'Interno ed era amico al Poeta, che però di quell'amicizia rimase deluso. A 
illustrazione di questo appunto possono giovare, fra gli altri documenti, l'ac- 
cenno contenuto nella lettera che il F. scrisse al co. G. B. Giovio il 27 ott. 
1809 [Epistoh, I, n. 233, p. 324) e la lettera di Milano, novembre 1809, in- 
dirizzata a una « Eccellenza », nella quale gli Editori fiorentini àoiVEpi- 
stotario (I, n. 236, pp. 328-30) giustamente ravvisarono il Vaccari, al quale 
anche dovette essere indirizzata l'altra lettera del 6 ottobre 1810 che è nel- 
VEpistol., I, n. 266, p. 375 sg. Notevole, per la storia delle relazioni del F. 
col Vaccari, quanto egli ne scriveva al Monti nella lettera del 13 giugno 1810 
{Epistol., I, n. 259, pp. 364 sgg. della seconda redazione). 

(3) Di questo ricordo diede notizia, parte riproducendo letteralmente con 
inesattezze e arbitrarie mutazioni e mutilazioni, parte malamente riassu- 
mendo, il Bianchi a p. 181 della cit. sua memoria, come i lettori potranno 
facilmente verificare, senza che qui occorra riferire le varianti. 



72 V. CIAN 

Di queste letture e di queste chiose deWIpercalis.si rimangono 
notevoli tracce nello stesso -4'' Libro di Ricordi, dove, alle 
pp. 127-131, il Santarosa trascrisse la nota Chiave dell' «ffyper- 
calypseos », ma in una forma più scarna e non sempre corretta, 
in confronto di quella che conosciamo per le stampe. 

Lettera di U. Foscolo a S. Santarosa *. 

(16 settembre 1824;. 

Or addio. Ma devo ancora darvi novella del vostro Libro di Miscellanee 
prestato per mezzo mio a Sir Francis Burdett, gli scrissi e gli riscrissi, ma 
non è in città, — mi assicurò che appena tornato lo troverà fra' suoi libri, 
e lo manderà senz'altri ritardi; — e in quest'occasione riseppi da un an- 
tichissimo famigliare — gentiluomo — del famoso Baronetto assai cose non 
credute ne credibili; e nondimeno date per verissime, — perchè mlianno 
raccontato ch'egli è avarissimo, gretto — anzi misero — anzi per naturale 
spilorceria è talvolta il « Ladre » de' Francesi alla quale parola que' pochis- 
simi che lo hanno esaminato « dentro le scene » associano un po' d'idee ac- 
cessorie della stessa parola in italiano ; — Ma io che non l'ho veduto se non 
« su la scena •», non voglio credere ne potrei in coscienza — ne dirò mai 
quello che intesi se non fra fìdatissimi, — e fìnor fuorché a >:oi noi dissi 
ad anima che viva, e voi mezzo credendo e mezzo non credendo vi riserverete, 
se mai ve n'importasse, ad appurare un dì o l'altro la verità, ed a serbarlo 
per la storia aneddota. Bensì quello che mi fu detto, vero o non vero, mi giova 
d'aviso (sic) a non perdere d'occhio il vostro Libro che riavrete di certo. 

Or addio davvero e dal fondo dell'anima mia. 

Penso spesso a voi, e m'affliggo, e vi ammiro. 

Addio. Leggete questi mei gieroglifici [sic] come potrete. 

Digamma Cottage Tutto vostro 

Giovedì 16 settembre Ugo Foscolo. 

1824. 

* La parte in corsivo è queUa o mutata od ommessa dagli editori àeW Epistolario 
foscoliano. 

Vittorio Gian. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



GIUSEPPE GIUSTI. — Prose e poesie, scelte e illustrate da 
Ernesto Marinoni, con proemio di Michele Scherillo. — 
Milano, Hoepli, 1918 (16«, pp. xlviii-489). 

L. C. BOLLE A. — Massimo D'Azeglio, il castello dì Envie e 
gli amori di L. Blondel con G. Giusti [Estr. dal Bollettino 
storico-Mbliografico subalpino, anno IX, Snppl. Risorgi- 
mento, n° 12]. 

Questa nuova scelta giustiana, che il Marinoni ha curato per la Biblioteca 
classica dello Hoepli, come altri volumi recenti della stessa collezione (Ij, 
ha per propria impronta caratteristica un intento spiccatamente educativo, 
che si traduce in atto soprattutto con lo sforzo di applicare le idee e i pre- 
cetti dell'autore commentato agli avvenimenti dei nostri giorni. Il Giusti è 
certamente uno degli scrittori italiani di cui la guerra doveva e poteva con- 
tribuire a rinverdir la fama; e non poche delle sue composizioni in verso e 
in prosa, o meglio, non pochi tratti delle une e delle altre, son tornati d'oc- 
casione e potrebbero tornare di moda ; ma forse qualche volta il desiderio di 
mostrare « l'attualità » della satira giustiana può avere indotto il commen- 
tatore a caricare alquanto le tinte nell'interpretazione. 

Un'altra caratteristica di questa scelta è quella che chiamerei, se mi si 
passasse il vocabolo, la pedanto fobia. Ed anche questa ha la sua ragione in 
un intendimento buono. « Ho cercato — scrive il M. — nel mio commento 
« di evitare finché era possibile certe minuziosità e certe sottigliezze filolo- 
« giche e storiche, che avrebbero potuto darmi l'aspetto d'un chiosatore pe- 
« dante. Da che tutto il mondo civile è in armi contro il pensiero e il me- 
« todo germanico, credo che anche agli uomini di lettere tocchi di combattere 
« la loro parte di battaglia, cacciando dai libri e dalle scuole la pedanteria, 
« che è una delle espressioni più tipiche della grossolana mentalità teuto- 



(1) Per es. Il Principe, ecc. a cura di M. Scheiullo, per cui v. questo Giornale^ 
LXX, 1917, 329 segg. 



74 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« nica » (p. xLvii). E sta bene ! ma bisognerebbe intenderci, una volta tanto, 
su quello che è la « pedanteria » teutonica e teutonizzante, per non avere a 
contrapporle, con l'onesto intendimento di combatterla, una faciloneria ed 
una superficialità che non son certamente proprie della nostra buona tradi- 
zione critica ed erudita. Il M. ha una paura matta di parere pedante, e 
la tradisce ingenuamente in non pochi luoghi del suo commento, senza ac- 
corgersi che talvolta sa proprio di goffa pedanteria quella specie di fissa- 
zione ch'egli ha sui pedanti e sulle loro sciocchezze. È curioso poi, a questo 
proposito, osservare come, mentre il M. canzona assai spesso — e talvolta 
non senza ragione — gli « spulciatori » di fonti e d'altre minuzie erudite, 
è poi tutto felice, e non teme d'imbrancarsi fra loro, quando abbia qualche 
nuova reminiscenza da indicare o qualche piccolezza da aggiungere alle molte 
che sono state dette dagli altri, per le quali ostenta tanto disprezzo. Per 
non andar confusa con le precedenti scelte pedantesclie, questa del M. non 
reca neppur chiose a pie di pagina, ma soltanto per ciascuna delle Froi^e ha 
una breve nota introduttiva e per ciascuna delle Poesie una, talvolta assai 
lunga, nota finale, in cui sono osservazioni svariate sul contenuto, sulla com- 
posizione, sulle allusioni storiche, sul valore artistico, ecc. ecc. del componi- 
mento. Lasciamo da parte le Prose, dove veramente il commentario ha, in 
genere, assai scarsa importanza, e veniamo alle note delle Poesie. Il M., che 
si vale spesso e giudiziosamente di quel che è stato detto da altri prima di 
lui, fa anche qualche volta osservazioni nuove e opportune (v. per es., quel 
che dice sul Gingillino (pp. 379 segg.), sul Giovinetto (p. 385), sul Con- 
gresso del birri (p. 443), sulla possibilità di adattare alla scena i frammenti 
comici su / discorsi che corrono (p. 469), ecc.); ma talvolta pare che abbia 
letto un po' troppo in fretta e che troppo in fretta citi i commenti prece- 
denti. Chiedo venia se, per esemplificare con maggior sicurezza, devo gio- 
varmi di parti in cui son riferite o discusse delle opinioni mie. Gli accade, 
per es., di contrapporre (p. 236) un mio giudizio ad uno del Gian al quale 
io avevo aderito; di estendere a tutto un componimento un'osservazione 
che avevo fatto soltanto per una parte di esso (1); e di farmi dire che nel 
Pe Travicello il G. alludeva non al Granduca di Toscana, ma « generi- 
« carnente a quanti sovrani in Italia, a quei tempi, senza esser tiranni, non 
«osassero mettersi risolutamente per la via del progresso »; mentre io scrissi 
non avere, secondo me, il G., in quella poesia, preso di mira « soltanto il 
Granduca di Toscana » ed esser mia opinione che « né al Granduca, né al 
« ' protestante don Giovanni di Lucca ' alludesse in particolare il X.. s/ n 
« tutti e due e a quanti altri sovrani », ecc. (2). 



(1) G. G., Poesie scelte con commento di P. Caum, Firenze, Sansoni, I91'2, p. 85. 

(2) Poesie scelte cit., p. 166. — Un altro punto dove mi pare che il M. non abbia 
reso bene la mia idea è, dove si parla del Principe che si dovrebbe riconoscere 
neW Altezza serenissima à.é\.V Avviso per nn settimo congresso, ecc. Mi sia lecito riman- 
dare alla p. 131 e alla prima nota della p. 132 del mio commento. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 75 

Che poi sieno aifatto inutili, trattandosi d'uno scrittore come il G., che lo 
stesso M. definisce « spessissimo addirittura dialettale » (p. xlii), delle brevi 
note filologiche le quali ne rendano agevole la lettura &g\i Italiani di qualsiasi 
regione, a me non pare assolutamente dimostrato. E, se anche si può con- 
venire col M. che i commentatori precedenti abbiano talvolta un po' sovrab- 
bondato nelle minuzie linguistiche e filologiche — ma di ciò si potrebbe tro- 
vare una giustificazione nel carattere prevalentemente scolastico di una buona 
parte dei loro lavori — non si può negare tuttavia che certe parole, certe 
frasi, certi costrutti non possono essere intesi, né gustati da non Toscani 
senza una breve dilucidazione. Una prova di ciò la cogliamo persino nell'uso 
inesatto che lo stesso Marinoni fa di un modo toscano da lui trovato nel G. 
A pp. xxxii-xxxiii del cenno sul Poeta, del quale diremo fra poco, il M. scrive: 
« Qualche settimana passata a Colle ... gli rimise olio nel lume » (sic), e a 
p. oB4 ribadisce, malamente citando il passo giustiano : « il G. era andato a 
« Colle... per mettere un po' d'olio nel lume della sua salute molto vacil- 
« lante », ecc. Ma il G. scrisse: « Appena toccate queste lastre ostato come 
« metter Volio nel lume per la mia salute » (1), con un modo proverbiale 
che il M. mostra di non aver capito e che pure è vivissimo, anche oggi, nel- 
l'uso toscano. 

Ma come si farà a persuadere questo gran nimico d'ogni pedanteria che 
una più sicura conoscenza di qualche libro o articolo posteriore alle ultime 
pubblicazioni da lui vedute e ricordate gli avrebbe permesso di aggiungere 
qualche cosa di più a quel che portano i più recenti commenti, e fors 'anche 
di scrivere sul Giusti un saggio meno superficiale e inconcludente di quello 
che occupa le pp. xxvii-xlviii di questo suo libro? Io non mi propongo di 
tessere qui un supplemento bibliografico alla Scelta del Marinoni, ma non 
posso trattenermi dal ricordare il nutrito articolo di G. Surra {Imitazioni e 
reminiscenze nelle poesie del G.), inserito in questo Giornale (64, iS9 segg.), 
quello di Andrea Corsini sul Primo Congresso degli scienziati (nella Nuova 
AntoL, XLIX, 1914, 110 segg.), e lo studio, per molti riguardi notevolissirnu, 
che al G. consacrò il compianto Tommaso Parodi (2). 



(l Lett. alla D'Azeglio in EpistoL, ediz. Martini, li, 113. — A proposito di questa 
mania toseaneggiante del M., non accompagnata da sufficiente conoscenza della 
lingua parlata, rileverò un altro caso curioso. — Nello stesso saggio introduttivo 
egli chiama il G. « monello di Cupolone » {sic, p. xxvii), e più oltre gli attribuisce 
una t monelleria irresistibile di becero di Cupolone > (sic). Appar chiaro, lasciando 
la grossolana sguaiataggine e sconvenienza di quel becero, di cui il M. non sente 
la violenza oifensiva, che egli voleva parlare d' V Ccupohtie, come i Fiorentini 
chiamano la Cupola di Brunellesco. 

(2) Poesia e htteratnra, Bari, Laterza, 1916, pp. 319 sgg. Per un confronto fra 
il Sant'Ambrogio e il carducciano Canto dell'amore, il M. ricorda un articolo del 
Segni (in Coenobium, X, 64-71), ma avrebbe anche potuto vedere G. Petraglionk, 
Impronte del G. nel Carducci (in Rass. bibliogr. della Utter. ital, XXI, 1913, 127 sg.) 
e, sul G. e il Carducci in genere: Stenberg, G. e C. (in Riv. di Roma, N. S., II, 6) 
e G. SuKKA, Impronte ginstiane nella poesia di G. C. (in questo Giornale, LXI, 1918, 
pp. 59 segg.). 



76 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Sul saggio introduttivo ora ricordato molte sarebbero le osservazioni da 
fare, che tanto nella prima parte, dov'è rinarrata brevemente la vita dell'A., 
quanto nella seconda, dove si parla della sua « persona » e della sua arte, 
non pochi sono i giudizi avventati, espressi in una forma che tradisce la 
fretta dell'improvvisazione. Spigoliamo un poco. A don Antonio Sacchi, il 
prete « manesco e collerico ■» che ebbe in custodia il G. dai 7 ai 12 anni, è 
attribuita « certamente — si noti ! — la responsabilità degli spiriti anticle- 
« ricali che animarono spesso la satira giustiana » (p. xxviii). Il povero ca- 
valier Domenico, padre del P., non era certo uno stinco di santo; ma, a 
sentire il Marinoni, « derise » — addirittura! — « l'opera e l'ingegno del 
« figlio » (p. xxxvjii) e fu « il primo a consolarsi della sua morte » (p. xxxiv). 
Il G. fu « un credente, sebbene anticlericale in politica », e sta bene; ma 
sapete perché fu credente ? perché « il sentimento religioso nell'uomo civile 
« ed anche intellettuale [proprio cosi : ed anche intellettuale !] trae la sua 
« origine assai più che dalle convinzioni filosofiche o politiche dall'amore alla 
« donna », e a lui « toccarono troppi favori dal sesso gentile... perché potesse 
« mai restare o divenire incredulo ! « (p. xxxv). Oh ! i favori delle spirituali 
amiche del G. e la loro efficacia sul sentimento religioso del malinconico- 
giocondo pesciatino !... Quanto all'attività poetica, il M. riconosce nel G. tre 
maniere: una prima politico-storica, una seconda politico-sociale, e una tèrza 
politico-filosofica. Non vogliamo negare che qualche briciola di vero possa 
essere in questa tripartizione ; ma bisognava che i caratteri particolari di 
ciascuna delle tre maniere fossero stati meglio definiti e che il M. non fosse . 
stato pago d'indicare i tre o quattro componimenti principali che apparten- 
gono ad ognuna di esse. Io temo tuttavia che una più precisa definizione di 
caratteri e di limiti potrebbe condurre al riconoscimento dello scarso valore 
di questa classificazione e fors'anche farla sfumare. 

Nel giudizio sull'importanza del G. come poeta pare che il M. faccia un 
grandissimo caso delle innovazioni metriche da lui introdotte nella satira 
(p. xLi), ma non tiene alcun conto dell'esempio del Giraud, sull'efficacia del 
quale richiamò l'attenzione lo Gnoli (1) ; ripete poi le solite lodi sulla freschezza 
della lingua e butta giù altre considerazioni alla rinfusa attraverso le quali 
mal ci si può fare un'idea di quel che veramente egli pensi del suo Autore (2). 



(1) Tommaso Gnoli, Le satire di G. Giraud^ ecc., Roma, Loeseher, 1903. 

(2) Anche per quel che riguarda le idee politiche del G. si posson rilevare nel 
saggio del M. giudizi avventati e difficili a metter d'accordo fra loro. Per es.: « fra 

le barbe sovversive degli studenti il G. fini per esser notato come *vno dei più 
accesi rivoluzionari » (p. xxxix) ; « per babbo Leopoldo aveva sempre avuto, in fondo, 
* un certo debole» (p. xxxiii); «Giudicò, o meglio indovinò che, superata la prima 
« fase rivoluzionaria ed utopistica, il socialismo sarebbe entrato nella via delle ri- 
« forme ed avrebbe dato leggi benefiche alle classi lavoratrici ed utili alla pacifica 
«evoluzione della società ^ (p. xxxvin). E, dopo aver detto che il G. ne La guerra 
rivela «la tempra d'un pensatore originale e spregiudicato», soggiunge che i suoi 
« non erano... concetti nuovissimi» (p. 395), e a p. 897 dice che le sue idee * dal punt^ 
«di vista del progresso economico son quelle d'un reazionario ». 



RASSEGNA 15IBLIOGRAF1CA 77 

Per concludere, tutto sommato, sarebbe stato meglio che il M. avesse rispar- 
miato a sé ed ai lettori questo zibaldoncello introduttivo che, per la confu- 
sione e la superficialità delle idee non meno che per il modo com'è scritto (1) 
potrebbe toglier la voglia d'andare avanti nella lettura del libro o predisporre 
il lettore in maniera da non lasciargli più vedere quei pregi che pur s'osser- 
vano, come abbiamo detto, in alcune parti delle illustrazioni. 

Tanto più che poteva bastare, come introduzione a questa nuova Scelta, il 
garbato Proemio di M. Scherillo, in cui sono specialmente lumeggiate le vi- 
cende dell'amicizia che legò il Manzoni al Giusti. Lo S. ha voluto render 
note ad un pubblico più ampio le curiose e importanti notizie contenute in 
un libriccino di ricordi familiari destinato a rimanere, per deliberata volontà 
dell'Autrice, in una cerchia ristrettissima di amici e di privilegiati (2). Di 
esso qualche cosa fu divulgato, attraverso le molte recensioni anche in gior- 
nali quotidiani, all'atto stesso della pubblicazione; ma era certo opportuno, 
per la miglior conoscenza d'uno de' periodi più lieti, o almeno più fortunati, 
della vita di G. Giusti, ritessere con la fida scorta di esso, la storia di quel 
breve giro d'anni nel quale gli spiriti del grande Lombardo, dell'arguto val- 
dinievolino, e d'un terzo, toscano anch'esso, ricco di coltura e d' ingegno, 
G. B. Giorgini, vissero in più intima e cordiale comunione. La mite, profonda 
anima di don Alessandro aleggiava — nume sempre presente — sulle conversa- 
zioni pisane che si raccoglievano intori^ alla soave Vittorina Manzoni e alla 
tante Louise — la marchesa Luisa D'Azeglio — che le fu guida e custode 
affettuosa nel soggiorno invernale di Pisa, nel 1846. Fioriva, al tepido sole 
pisano, l'idillio fra la giovinetta « figlia dei Promessi Sposi » — come la 
chiamavano scherzosamente gli amici - e G. B. Giorgini, che le fu poi ma- 
rito, e, all'ombra di questo amore fragrante di giovinezza, seguiva il suo corso 
(un corso non molto placido, se è vero che proprio a questa passione, fin 
dal 1844, fosse dal P. ravvicinato, « in via di contrapposto e di specifico », 
il « tenero amor nato di chilo » fra Taddeo e Veneranda) quello fra il G. e 
la marchesa. Modificando una mia antica opinione (3), credo infatti che non 
si possa ormai più dubitare dell'esistenza di una tale relazione amorosa, no- 
nostante la recisa smentita di Vittoria Giorgini-Manzoni, sulla quale anche 
lo Scherillo si fonda per relegare nel mondo dei frivoli pettegolezzi questa 
notizia che, attraverso le voci dei contemporanei, ha dato luogo a non poche 
discussioni fino ai nostri giorni (4). 



(1) Oltre a qualcuno dei passi citati, si veda questo giudizio sul Leopardi : 
«seppe... foggiarsi un sistema filosofico, arido sì, ma immenso e tragicamente poetico 
* come un d^eserto interiore» (sic)! 

(2; Matilde Schiff-Gioroini, Vittoria e Matilde Manzoni, Pisa, Nistri, 1910 (Cfr. 
questo Giornale, LVII, 1911, 436 segg.). 

(3) Poesie scelte cit., p. 177. 

(4) Colgo roccasione per rettificare un altro errore che minaccia di diventar tra- 
dizionale nei commenti alle Poesie del G. — Il Marinoni, seguendo l'opinione del 
Guastalla, alla quale io pure m'ero conformato, asserisce, nella nota a La Terra 
dei morti, che il Guerrazzi si buscò sei mesi d'esilio a Montepulciano per la risposta 



78 RASSEGNA BIBLIOGBAFIOA 

Né mi avrebbero persuaso tanto, su (questo punto, gli argomenti del Ma- 
rinoni, che non valsero a scuotere neppur la fede dello Scherillo, se ad essi 
non si fossero aggiunte, da altri, testimonianze, a mio avviso, irrefutabili. La 
parte più importante dell'articolo che il Bollea consacrò a Massimo D'Azeglio, 
al castello d'Envie, ecc., è appunto quella che si riferisce agli amori fra la 
moglie dello Statista piemontese e il Poeta toscano. V'è specialmente, per 
non dir d'altro, una lettera del D'Azeglio al nipote Emanuele, in data 
4 giugno 1864, dalla quale traspare, manifestandosi anche in espressioni di un 
triviale e ributtante cinismo, una tal persuasione della verità delle chiacchiere 
che — anche morto il G. — correvano con insistenza circa la tresca esistita 
fra lui e la Luisa, che ogni dubbio ormai apparirebbe peggio che ingenuità. 

Tolto questo, l'articolo del Bollea appare veramente, conforme al giudizio 
che ne fu anticipato in questo Giornaìe (1), « di interesse assai discutibile ». 
Non valgono infatti a diminuire le benemerenze dello Statista piemontese 
verso la causa nazionale le notizie circa la scorrettezza della sua vita privata 
che il B. vien raccogliendo e diligentemente documentando, non senza un 
certo accanimento ed una certa deplorevole compiacenza di demolitore. Indub- 
biamente la conoscenza precisa del D'Azeglio nella sua vita intima ci può 
far apparire ormai ridicola la denominazione di « cavaliere senza macchia » 
che gli fu attribuita; ma resterebbe in ogni modo da vedere con chiarezza 
lino a che punto il libertinismo quasi cinico della vita privata possa avere 
influito sulle azioni del ministro; mentre finora non v'è che il sospetto - non 
del tutto infondato, conveniamone pure! — che nella benevolenza sti-aordi- 
naria e nella protezione accordata da Massimo al Persane pesasse non poco 
l'ammirazione per la bella moglie di lui. Assai più importante sarebbe la di- 
mostrazione della parte che il Wk. avrebbe avuto — nonostante l'avversione 
da lui più volte manifestata contro le sètte — nelle faccende della Masso- 
neria; ma purtroppo gli indizi che il B. raccoglie e sui quali fonda per conto 
suo conclusioni di assoluta certezza, non avranno per tutti un ugual valore 
probativo, e forse anzi lasceranno perplesso ed incredulo più d'un lettore. 

Plinio Carli. 



data VkéìV Indicatore livornese alle ingiurie del Lamnrtine contro l'Italia. Fin da 
quando pubblicai il mio commento un amico carissimo, Leonardo Cambini, la me- 
moria del quale mi è ora sacra per l'eroica fine che ha fatto combattendo contro 
l'eterno barbaro, m'avvertiva che l'esilio del Guerrazzi fu causato dall'^^jo 
di Cosimo Del Fante (19 marzo 1830) e durò dal 19 luglio alla fine di quell'anno. 
^éiV Indicatore il fiero Livornese si scagliò contro il Lamartine, ma senza averne 
alcuna molestia. Il giornale fu soppresso nel febbraio 1830, ma le ingiurie contro 
lo Scrittore francese non ebbero alcuna parte in quel provvedimento. Anche nel- 
V Elogio di C. D. F. il Guerr. parla contro il Lam. e, in una lettera al Governatore 
di Livorno (V. Guastalla, Vita e opere di F. D. G., p. 199), finge di credere che tra 
i motivi della persecuzione poliziesca ci fosse anche la tirata contro l'autore del 
Dernier chant dti peUrinage de Child Harold\ mai rapporti della polizia, che recano 
tutti i passi incriminati, non s'occupano affatto di questo (vedili in Guastalla, 
Op. cit, pp. 330, 331-34): c'era ben altro! 
(1) LXX, 1917, 225. 



RASSEGNA BIBLKKIRAFIOA 79 

LUIGI TONELLI. — Lo spirito francese contemporaneo. — 
Milano, Troves, 1917 (S". pp. XVT-35M). 

Il j^iovaue autore, dopo essersi valurosaineiite battuto, è forse ancora pri- 
ij^ioiiiero in Austria e a lui, nel recensire l'opera sua, va spontaneo l'augurio 
che a lungo la rabbia tedesca non lo contenda alla patria e alle lettere. Certo, 
pel T. non si può ripetere tutto quanto si disse della penna e della spada 
del Tasso, bensì che degli studi letterari egli è cultore di buona e varia dot- 
trina, d'ingegno agile ed arguto. 

Rivelano tali doti parecchi suoi scritti e, })»m- non uscire dall'ambito di 
quella letteratura francese cui l'A. dedica la presente opera, ricorderò la 
Critica letteraria italiana negli ultimi cinquanfauni (Bari, Laterza, 1914] 
e V Evoluzione del teatro contemporaneo in Italia (Palermo, Sandron, s. d.). 
Come si vede, il T. rivolge la propria attenzione particolarmente agli scrittori 
dei nostri giorni. Nella Critica discorre di alcuni insigni maestri di Francia 
e il giudizio che ne dà, appare ben ponderato ; nel Teatro è certo originale, 
ma tuttavia di vari influssi della scena francese sulle commedie del Bersezio, 
di Paolo Ferrari e del Cavallotti non sempre ha informazione sicura e invece 
della sintesi, da lui voluta, troviamo l'analisi certo garbata, ma talvolta pure 
minuziosa e superflua. 

Il concetto informatore dello Spirito francese contemporaneo già si rivela 
nella prefazione. Siamo a Parigi sul finire dell'inverno del 1915. La metropoli 
è triste ; spaventosa è la minaccia che incombe, incerto l'avvenire. « Le tue 
« vesti sono in gramaglia ; il tuo cuore è una piaga. Ma tu non sei morta ; 
« non morirai. Ve nella tua anima un sì fervido fermento di vita, un sì profondo 
« rinnovellamento di speranza e di fede, ch'è forza dire come questa sia anzi 
« la tua primavera. Non v'ha risurrezione senza morte. Tu stai risorgendo perchè 
« qualcosa di te sta morendo ». Ciò che muore è il presente beffardo, ateo, 
peccaminoso, ciò che sta rinascendo è l'amore della terra natia, delle virtù 
famigliari e della fede avita. 

Sino a quel momento, la Francia aveva vissuto di resti di virtù, di scienza 
orgogliosa, di una letteratura ormai sacra al piacere, intenta a dimostrarci 
la bestialità universale e il nulla di qualsiasi idealità. In sostanza, la Francia 
del XVII secolo valeva ben più che quella creata dalla rivoluzione dell'89 e 
r89 è definito causa principale d'ogni decadenza. 

La dimostrazione della tesi è divisa in tre parti. La prima, cioè l'introduzione, 
discorre degli ideali politici e sociali, delle chimere romantiche, dell'apoteosi 
della scienza e della mediocrità borghese. La seconda descrive la stasi ossia 
il pessimismo che tutto pervade, l'anarchismo ideale e quel misticismo che 
falsa la vera fede e già definito da Benedetto Croce fabbrica di vuoto. La 
terza è dedicata al rinnovamento ; se ne ricercano origini e sviluppo, poi si 
mette capo a una specie di profezia « La guerra e l'avvenire » che vale come 
tutte le umane profezie. Insomma è una specie di trilogia dantesca : inferno, 
purgatorio e paradiso, quest'ultimo troppo bello per essere vero. 

La struttura dell'opera non appare scevra di qualche menda, perchè l'una 



80 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

parte sull'altra strabocca, sicché s'hanno ripetizioni o anche modificazioni di 
giudizi. Vero è che nella prefazione, l'A. mette con garbo le mani avanti: 
« Una critica realmente seria dovrebbe, a parer mio, considerare essenzialmente 
« lo svolgimento e l'analisi dello spirito francese contemporaneo » e protesta 
contro chi l'accusasse d'aver dimenticato questo o quello scrittore, perchè egli 
ha creduto imporsi limitazioni consigliate da criteri di valutazione e d'op- 
portunità. Ha ragioni da vendere, ma perchè non discorrere, per es., della 
tedescofilia di V. Hugo prima del '70 — .ricorderò le lettere del Keno, i 
Burgravi, la corrispondenza —, di quella della Sand parimenti prima di tale 
data, cioè del pacifismo romantico, e perchè appena citare il nome di quel 
René Bazin che al rinnovamento religioso e morale della Francia ed alla 
« revanche » ha dedicato tutto se stesso? 

Dichiaro che non divido la tesi del T.; però aggiungo ch'egli sostiene le 
proprie ragioni con entusiasmo, con finezza e con dottrina. Gioverà quindi 
seguirlo nella sua dimostrazione intesa specialmente a provare « la disfatta 
« dei principi fondamentali della grande Rivoluzione ». Gli ideali politici e 
sociali che ne scaturirono sono tramontati o stanno tramontando : « un fran- 
« cese, passando dinanzi ad una delle tante iscrizioni - Liberte, Égalité, Fra- 
* ternité, — che imbruttiscono le antiche mura dei più gloriosi monumenti 
« nazionali, ben difficilmente può trattenersi dal sorridere ironicamente e 
« pensare cose tristi ed amare ». Senza dubbio, ma prima della rivoluzione 
quelle parole valevano forse di più o forse di più varranno, se le nuove gene- 
razioni annientano quei principi cui la rivoluzione volle ispirarsi? 

L'A. trova la rigenerazione della Francia nel ritorno all'antico, ma vediamolo 
quest'antico, cioè il famoso periodo classico, e vediamo se e quanto esso fosse 
migliore del nostro. Descrittore efficace della commedia umana del tempo, 
« une ampie comédie à cent actes divers !| Dont le centre est l'uni vers », 
scorgo il La Fontaine che, rassegnato, senza alcun accento di protesta, 
dichiara: « La raison du plus fort est toujours la meilleure ». Molière è al 
suo fianco e ci addita il regno dei Tartufi, dei borghesi gaudenti, dei Don Gio- 
vanni scettici e corruttori; La Bruyère egli pure s'affanna a dimostrarci 
i mali profondi della società contemporanea; pensatori, filosofi, persino la 
Sig.'^* di Sévigné offrono rappresentazioni punto mirevoli del secolo. Vane 
saranno le parole che « imbruttiscono » i monumenti di Francia, però in nome 
dell' « égalité » si sono attuate utili riforme economiche e sociali ed altre 
s'attueranno; in nome della « fraternité » combattono e muoiono oggi popoli 
di lingue e razze diverse riuniti per la difesa di sacri diritti, e ricchi e poveri, 
credenti e miscredenti si danno la mano e affrontano insieme gli stessi disagi 
e gli stessi pericoli. Il mondo è tondo, mi diceva un reverendo punto entu- 
siasta deir89, e perciò più si cammina e più presto si fa ritorno al punto di 
partenza. Questo è errore; molte cose che già furono ritornano, ma altre 
scompaiono per sempre e, a malgrado delle reazioni, delle guerre feroci, 
l'umanità progredisce. 

Né decadenza anzi naufragio d'ogni illusione chiamerei col T. il roman- 
ticismo. Esso, dice il giovane scrittore, si nutrì di ideali, ma gli ideali 



RASSEGNA ISl'^iLK -CUAFI' .\ 81 

implicano per l'appunto speranza e fede. Certo i ronìantici si dichiarano 
disillusi di tutto, pervasi dal « taedium vitae », stanclii della vol^^arità che li 
circonda, aspiranti a terre lontane e ignote, a quelle soprattutto da cui non si 
fa ritorno; però della vita sentono i palpiti, cantano e combattono per gli 
oppressi, sieno greci, italiani o polacchi, e L^ figure eroiche della vecchia 
Francia, quelle che oggi rivivono nei difensori della patria, balzan fuori dalle 
pagine dello Chateaubriand e di Yittor Hugo. Analisi e sintesi sono spesso 
felici nell'opera del T., specie nell'esame della Stasi. Lo spirito borghese, gretto, 
mediocre, egoista, è pinto ondeggiante fra esagerazioni di pessimismo e di 
ottimismo, fra Dumas figlio e il Béranger; trionfano di poi il pessimismo 
del Flaubert e della scuola verista e naturalistica, lo scetticismo ironico di 
Anatole France, il misticismo inconcludente che da Leconte de Lisle va sino 
al Claudel. È un periodo ben triste, in cui s'alternano tetri scoramenti e deliri 
erotici : tutto al piacere si sacrifica e davanti al tempio della Fortuna gli 
uomini s'accalcano, si urtano, s'accapigliano, si sgozzano ; fede incerta o nulla 
nella giustizia del cielo, irrisione a quella terrena. 

Il T. osserva come già il Balzac e lo Stendhal avessero concepito l'umana 
famiglia quale « animalità », però nel loro « tragico » ancora viveva la « virtus » 
latina, l'energia gagliarda dei Vautrin e dei Sorel. 

In codesti personaggi che cosi potentemente fanno sentire il loro « io », 
scorgo il profilo napoleonico. Con Flaubert, coi Goncourt, con lo Zola o col 
Maupassant. il pessimismo s'aggrava ; non piìi personaggi grandi, almeno nel 
delitto, non più Capanei sfidanti le folgori di Giove, bensì mediocrità, cinismo, 
vizi e svalutazione di ogni attività ideale. In tale guisa nasce il nuovo tragico 
« dall'antitesi delle onnipossenti forze maligne del mondo esteriore con le 
« debolissime volontà individuali, incapaci di una seria resistenza o addirittura 
« impotenti ». Il tragico di Balzac e di Stendhal era « in un certo senso 
« consolatore, giacche affermava ed esaltava l'individuo; il secondo sarà 
« umiliante e scoraggiante fino alla disperazione, perchè affermerà l'inesistenza 
« effettiva della personalità di fronte alle incombattibili forze dissolvitrici 
« dell'universo ». 

Agli scrittori più significativi del tempo dedica il T. parecchie pagine, ne 
analizza l'opera, ne sintetizza il particolare carattere. Non molto aggiunge 
a quanto fu detto da altri, ma dello Zola si discorre con qualche nuovo con- 
cetto. Forte delle teorie del Taine e del Bernard, studia lo Zola, dice l'A., le 
cause fisiologiche più generali, dominanti per eredità su molte generazioni e 
riflettentisi in modo vario nei singoli individui ; nella società l'autore della 
Bete Immaine indaga gli ambienti ossia le classi e le collettività e cioè i 
politicanti {S. E. Eugène liougon), gli affaristi {Uargent, la Curée), i com- 
mercianti {Le ventre de Paris), i minatori (Germinai), ì commessi (Au honJieiir 
des dames), i borghesi [Pot-Bouiììé), poi l'ereditarietà, ossia i vizi dei padri 
che si ripercuotono come una maledizione sui figli, così dall'isterica Adelaide 
Fouque scendono gli alcoolizzati, i libertini, i mistici. Dovunque aftarismo, 
violenza, sete di godimenti e assenza completa di senso morale. 

Guido di Maupassant va ancora più lontano: nulla è sano in questa vali.- 

Giornale storico, LXXIII, fase. 217. 6 



82 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di miseria, qualsiasi illusione è in lui spenta. Lo Zola ammetteva almeno le 
forze dell'istinto e considerava gli uomini emanazioni della natura; il 
Maupassant invece trova che tutto è vano, virtù, scienza ed arte. La vita 
si trascina vuota, senza finalità; altro ormai non resta che uccidere anche il 
pensiero. 

Tutto questo è ben detto ed illustrato convenientemente, ma anche qui devo 
dissentire nella parte sostanziale delle conclusioni. Certo nella letteratura 
cosidetta naturalistica, il pessimismo strabocca; tuttavia si osservi che l'uomo, 
da chi conosce l'uomo, mai fu dipinto con lieti colori. Pensi il T. agli Essais 
del Montaigne, alle Maxime^ di La Rochefoucauld, alle Fensées del Pascal, 
alla fede morta del XVII secolo. 

Pessimisti sono i più noti commediografi francesi di quella età e della 
successiva e la « curée » zoliana già s'affannava avidamente tendendo le noc- 
chiute mani in quel Turcaret del Lesage apparso nel 1709 e subito giudicato 
quadro fedele del tempo. Forse è migliore l'uomo dipinto nelle novelle del 
Diderot e del Voltaire? Forse morali sono i personaggi del teatro nostro 
cinquecentesco, gli intriganti, i figli e i padri che si contendono amanti e 
quattrini, i mezzani, l'amore all'incanto e tutta la mal genia delle commedie 
dell'Aretino, del Della Porta, del Machiavelli, del Bruno, del Parabosco e del 
Caro e le maschero gaie si ma briccone degli scenari della Scala, del Gherardi 
e via dicendo? 

È questione di dosatura e d'ipertrofia di scuole, è questione nello Zola, nei 
Goncourt, nel Maupassant d'una generalizzazione intensificata, d'una esagera- 
zione evidente. Questo ha evitato il Manzoni rappresentando, oltre ai malvagi,, 
uomini medi ondeggianti fra il bene ed il male, e caratteri nobili e forti, ma 
nell'onestà dei più e nella umana giustizia lo scrittore lombardo aveva su 
per giù la stessa fiducia della scuola flaubertiana. 

E ancora il T. parmi fuori di strada quando considera i suoi scrittori quali 
uomini di un solo pezzo, quando pare dimentichi il romanticismo del Balzac 
e dello Zola, romanticismo non solo degli inizi, ma evidente nell'opera tutta. 
Lo Zola, dopo avere assunto, nell' « affaire Dreyfus », l'aspetto del patriarca 
di Ferney e dell'esule di Guernesey, — il poeta cita Temi, direbbe il Boc- 
calini, davanti ad Apollo, — si tuffa definitivamente in un mondo addirittura 
fantastico ed irreale e scrive i nuovi « Évangiles » che non valgono certamente 
gli antichi. Né molto diversi negli intenti e nell'arte trovo poi il Balzac e 
lo Zola. Entrambi sono pittori minuziosi di ambienti e di classi, entrambi 
esagerano influssi e generalizzano, ed ove si istituisca, per es,, un serio raffronto 
tra i Paysans del primo e la l'erre del secondo, apparirà manifesto come lo 
Zola abbia seguito da vicino il grande maestro, definito dal T., con soverchia 
disinvoltura, « inventore piuttosto che osservatore di caratteri ». Poche pagine 
prima il Nostro riferisce una frase anche di Alfredo de Musset : « Sono io che 
* ho vissuto e non un essere fittizio creato dal mio orgoglio e dalla mia noia ». 
È un motto della Sand, che l'antico amante fece suo. 

Non esatto credo il dire che Anatole France prima della guerra sempre 
abbia irriso ad ogni idealità. Il France, anche lui, ha modificato spesso il 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 83 

pensiero e l'arte di significarlo. Basta rileggere VHistoire contemporaine. 
Ottime le osservazioni su Thomaf^ Graindorge ; forse era opportuno il ricor- 
dare le infinite lettere persiane, cinesi, siamesi, persino di abitanti della luna, 
che già deliziarono i francesi del XVIII sec, nonché i modelli inglesi e il 
Candùìe stesso del Voltaire. Si tratta sostanzialmente di uno straniero — e 
(iraindorge è divenuto straniero per la Francia — che descrive con apparente 
bonarietà i costumi, le leggi, la vita di questo paese e cosi li critica più o 
meno spietatamente e velatamente. L'autore parla sin troppo per la bocca dei 
suoi personaggi e fa loro vedere soltanto quello che gli conviene che veggano 
e biasimino. 

A lungo discorre il T. del misticismo, che divide in tre specie : « estetico, 
« spirituale, evangelico ». Se i mistici « godono a momenti d'una ebbrezza 
« analoga a quella del Fiat, ben presto ricadono nella comune tristezza umana. 
« Gli è che in essi rimane sempre la coscienza che quei mondi di bellezza, 
« quella vita di misteriosa profondità, quella vaga religione, non hanno realtà 
« oggettiva e universale, ma soggettiva e individuale; sono anch'essi frutti 
« dell'eterna Illusione. Ben diversi in ciò dai mistici romantici, i quali credono 
« fermamente al Progresso, alla Felicità, alla Giustizia, a Dio, come assolute 
« realtà oggettive. » È proprio vero ? È assoluta realtà oggettiva la credenza 
in Dio pei romantici tipo per es. De Musset e Sand? E cosa è, in fin dei 
conti, il misticismo sonoro dello Chateaubriand ? Ma il misticismo di cui qui 
si tratta ha un altro e grave difetto per l'A., quello di essere d'origine eso- 
tica e particolarmente tedesca. Il misticismo estetico scende dallo Schopenhauer, 
dal Nietzsche, dal Wagner; il misticismo spirituale è nato in paesi semi-ger- 
manici, inglesi semi-inglesi ed ha assunto particolare aspetto con l'Ibsen, 
con l'Amiel, col Carlyle e con l'Emerson. Russo ed inglese è insieme il misti- 
cismo evangelico e di ciò informino il Tolstoi e l'Eliot. L'esame del triplice 
misticismo e degli scrittori più significativi che lo rappresentano è fatto dal T. 
con sicura conoscenza della materia e con perspicuità di forma. Limpide, 
acute sono particolarmente le pagine che si riferiscono al Baudelaire ed al Kod. 
Un po' d'acqua metterei in certe lodi per il Claudel ed il Verhaeren e meno 
ancora sottoscriverei quel certificato d'alto valore morale che il Nostro rilascia, 
con cosi poche riserve, a Paolo Bourget. Più ricostituente del Disciple intiero 
trovo una qualsiasi novella dei Contes de mon motdin del Daudet. E il Daudet 
è trattato alla spiccia. 

Questo rinnovamento è reazione ai principi dell'SO ; giova quindi indagare 
l'origine della reazione e cioè rileggere gli scritti del de Bonald, di Giuseppe 
de Maistre, del Rivarol ecc., cioè della più caudata reazione, giova figgere lo 
sguardo nelle pagine del Taine e del Renan, in cui, dopo tanto avere inneg- 
giato al progresso, si grida con tutta la forza dei polmoni « macchina indietro » 
e b'afferma non esserci morale senza religione e che questa è tendenza 
indistruttibile dell'anima umana, s'aff'erma la bancarotta dei governi demo- 
cratici, l'utilità del governo monarchico, senza suffragio popolare e tante altre 
belle cose. Il T. ha per tali teorie vivissima simpatia e me ne duole. Passa 
poscia a discorrere, il Nostro, dell' « aff*aire Dreyfus », della fondazione di 



84 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

leghe patriottiche « La ligue de la Patrie fran9aise » e l'altra dell' « Action 
« fran9aise », del fiorire rigoglioso di tutta una letteratura fidente in Dio e 
nella patria, quella del Brunetière, del Bourget, del Déroulède, del Barrès, 
del Maurras, del Lemaitre, composta, in gran parte, di convertiti, forti nella 
loro fede quanto S. Paolo, avversari eloquenti dello scetticismo, del pessimismo, 
della demagogia, dello pseudo misticismo e dei deliri romantici. Il programma 
del Maurras, come quello del Barrès, consiste nell'avversare le forme illusorie 
di libertà e quei sogni di livellamento economico che avrebbero per risultato 
l'impoverimento universale. Essi vogliono « riprendere ciò che gli antenati 
« hanno fatto per costume e per sentimento, con la sicurezza e la precisione 
« scientifica, per ragione e per volontà ». Kisolutamente cattolico, il Lemaitre 
avversa i Rabagas d'ogni risma e la rivoluzione dell'SQ considera come male 
e vergogna nazionale. Fuor dalle acque romantiche, deve la letteratura ispi- 
rarsi al classicismo, avversare l'esotismo specialmente nordico ; questo sostengono 
critici di grido dal Brunetière al Lanson, quello stesso Lanson cui sino a ieri 
s'era rivolta l'accusa di ricalcare orme tedesche. Nel 1906, il Barrès, nel Voyage 
de Sparte, scioglie un inno alla bellezza greca. Risorge la fede: però la teoria 
anticlassica del Genie du cìiristianisme riceve fieri colpi. Così bandite le degenera- 
zioni romantiche, banditi i deliri del Baudelaire, del Verlaine, del Verhaeren, del 
Rodenbach, si ritorna, col Régnier, ai « Jeux rustiques et divins », al culto della 
vita, della natura, dell'ideale, a Ronsard, a Racine, a Molière; antimilitaristi, sin- 
dacalisti impugnano il fucile per la difesa della « douce terre » ; solo, in disparte 
« au-dessus de la mélée », scorgete Romain Rolland, ma non gli prestate fede, 
quella non è che posa. 

Il T. ha, a questo proposito, pagine vibranti d'entusiasmo; già vede la 
Francia e l'umanità uscir trasformate dalla guerra; « La guerra e l'avvenire » 
è un capitolo veramente lirico. L'89 s'ecclissa, la religione dispiega lo stendardo 
di Costantino. « Più si approfondisce e più è forza riconoscere che tutto il 
« popolo francese, anche quelli che non appartengono ad alcuna confessione 
« e credono sinceramente di non aver nulla che fare con la religione, sono 
« in realtà in uno stato d'animo religioso ». Sotto il colpo della minaccia 
tedesca, l'anima francese è ritornata mistica. 

Ed è un bel sogno — quand'anche non fosse che sogno — quello del 
giovane critico. Le lotte sociali si calmano, la società, non più volgarmente 
irreligiosa ed anticlericale, « bensì rispettosa di tutte le fedi e specialmente 
« di quella cattolica, non sarà più immorale e neo-malthusianista, ma rispettosa 
« delle virtù famigliari, desiderosa di prole e pronta ai necessari sacrifici indi- 
« viduali ». dolcissimi ricordi virgiliani, o sacri entusiasmi dei limpidi 
anni ! Guardi il T. quanti aspetti diversi assumono e cielo e mare quando 
rugge il vento, quando la tempesta scuote, innalza, precipita; nelle ore del 
pericolo, sotto l'impulso dell'idealità, si dimenticano gli egoismi e ritornano 
in circolazione quelle parole di abnegazione, di dovere, di civismo, di fede che 
si credevano morte e sepolte. Ma il vento s'acqueta, il cielo si rasserena, i 
soldati fanno ritorno a casa e poco a poco, dimenticati i fieri colpi, la « cama- 
« raderie » dell'armi, negoziano, imbrogliano, fanno della politica e delle cose 



RASSEGNA BIBLIOGBATICA 85 

ancor peggiori, sicché più l'anima non ha voli verso l'azzurro e l'infinito. Così 
quel passato che il T. crede scomparso, rinascerà col corteo della « mediocrità 
« borghese », dello scetticismo beffardo, dell'utilitarismo e dell'arrivismo, 
brutte parole inventate per esprimere brutte cose e le nobili parole già 
rimesse in circolazione si svalorizzeranno e si dimenticheranno. 

Questo però non deve disperarci; agitate pure, o giovani, la fiaccola del- 
l'ideale, ben so che nelle ore dolorose essa irradierà fasci di luce possente, 
ben so che le nuove generazioni sono quelle che hanno insegnato alle vecchie 

la via del dovere. 

Pietro Toldo. 



ATTILIO LEVI. — Le palatali inemontesi. — Torino, Fratelli 
Bocca, 1918 (8«, pp. xxii-279). 

Il titolo di questo libro pecca forse per troppa modestia, poiché non tutta 
la larga cerchia dei lettori cui l'opera è diretta potrà immediatamente ren- 
dersi conto dei problemi di storia e di metodo che una sifi'atta indagine 
coinvolge e che l'A. affronta fin dalle prime pagine ed in buona parte risolve. 
Infatti studiare le palatali piemontesi significa per lui fare sistematicamente 
la storia di ciascuna parola piemontese che un tal suono contiene; e questa 
storia è così varia che rappresenta senz'altro per l'A. « il punto, in cui con- 
fluiscono le varie correnti linguistiche, che solcano il suolo piemontese » (p. 1). 

L'A. limita il suo studio al piemontese comune, cioè alla parlata di To- 
rino, accresciuta dei più svariati elementi eterogenei, apportativi, coll'andar 
del tempo, dalle parlate della provincia e dalle lingue letterarie, e fissata dai 
vocabolaristi. — Egli distingue le numerose parole contenenti comunque una 
palatale {é, g) in due categorie : quella dove il suono è indigeno e quella 
dove esso è esotico (p. 3). La prima categoria è principalmente costituita 
dalle serie « che sono la normale continuazione di suoni ereditari » (ibid.); 
tali, « data la costanza dell'esito », possono ritenersi, p. es., le serie in cui 
e- e g- rispondono a cl, gl iniziali o implicati (tipo: clave, glacie, circ'lu, 
ung'la). Questa serie l'A. esamina voce per voce con largKi raffronti lessicali, 
estesi sistematicamente alle regioni limitrofe di Francia e d'Italia, sì da fis- 
sare per ciascuna l'approssimativa estensione geografica (pp. 5-52). Sempre 
collo stesso metodo, cioè procedendo con criteri generali fonetici, ma con ana- 
lisi essenzialmente lessicali, l'A. si fa ad esaminare la categoria delle palatali 
dovute ad influsso straniero; vengono prime le serie galliche: con é fu imi- 
tato il suono palatale (1) cui discesero in ambedue i territori gallici va- e 



(1) Non è probabilmente esatto dire senz'altro che quest'esito abbia sonato e 
suoni e nel franco-provenzale (p. 56) e nel provenzale. Queste zone attualnaente, 
oltre a se, hanno due occlusive palatali, o, per usare la più esatta terminologia del 



86 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

-cons. oA {('(it, tv. rlud\ hroéa, fr. brache), che viene così a far concorrenza 
al più antico e vitale Ica- {kanté, cantare) (pp. 55-97). Talora con é, cioè col 
tipo francese -at'cu, ma più spesso con g, cioè col tipo ad'gu, suonano pro- 
parossitoni che per solito il dialetto ha accolto nel tipo -adjgu e condotto 
sino al conseguente dileguo delle consonanti : per es., il fecondo sufKssu 
-ATici;: -age {iifage accanto a furmài), e forga faijrh a accanto al n. loc. 
Favria (pp. 100-115). Inoltre é compare in alcune brevi serio eterogenee e 
mal definite che rispondono con s (eh) lungo una più o meno vasta zona 
francese o provenzale ; le più interessanti tra queste, sono le poche parole dove 
la base latina è ce-, ci- [éerfóiét, fr. cherfeuil, caerefoliu) e si oppongono 
cosi all'esito assibilato che è il più diffuso per tutta la zona [seni cento) 
(pp. 116-144). Seguono i casi analoghi di g (pp. 144-156); tra questi meri- 
tano una speciale menzione quelli < gè-, gì- per cui, con proporzione inver- 
tita, si ripete il dualismo della sorda {genm e ^nui, ginocchio): la palatale 
gallica ha guadagnato quasi tutta la serie, ^ non sopravvive che in pochis- 
simi esempi (pp. 157-190). 

Vengono quindi le serie italiane, cioè tutte le voci che al piemontese co- 
mune pervennero dalle varietà orientali (monferrina e canavese) e dalle altre 
regioni dell'Italia settentrionale, o ancora dalla lingua letteraria, ma verosi- 
milmente pel tramite di questa o quella parlata attigua (pp. 190-231). Rile- 
veremo, tra queste serie, quella di -ct-, -g'd- (lacte, frigidu); al Piemonte, 
che ha in generale la risoluzione di tipo lait, giunse dalle regioni orientali 
qualche esemplare con é {ìaéet animella) ; notevolissima poi la serie, analoga 
a quella gallica, < ce-, ci-, dove e corrisponde a un s lombardo {éifer, cece, 
lomb. scisger) e dalla Lombardia l'A. reputa che sia venuta per motivi es- 
senzialmente lessicali (pp. 197-203). L'opera continua con un esame delle pa- 
latali contenute in parole costituenti il linguaggio della cultura (chiesa, scuola, 
farmacopea) e si chiude con un cenno riassuntivo dove si rileva che il piemon- 
tese avrebbe dovuto essere una parlata assibilante, ma che una larga massa 
di palatali fu portata dal fluire di elementi eterogenei specialmente gallici, 
cioè francesi provenzali o franco-provenzali ; sebbene in fatto di influssi pro- 
venzali e franco-provenzali bisogni sempre considerare che tale è in propor- 
zione considerevole il linguaggio dell'alto Piemonte, cosicché si può trattare 
di voci « non venute di Francia in Piemonte, ma semplicemente discese dalla 
« montagna al piano » (pp. 231-247). 



(Joidànich, due rattratte e e te (v. ora P. E. Guarnerio, Fonologia romanza, Milano, 
1918, p. 535), che è un suono semplice corrispondente al nostro z. Ora è importante 
osservare che la zona di z si protende in Piemonte nell'alta valle di Susa, mentre 
l'amfizona franco-provenzale, a maggior contatto colle parlate del piano (p. es.: 
valli di Lanzo, Soana, bassa valle di Susa), ha e. Non è qui il luogo di cere ar. il 
rapporto cronologico fra i due suoni, è certo però ohe in alcuni paesi di .: i- i - : 
Mocohie, Val di Susa) il montanaro, quando vuol nobilitare il suo parlare. {>ro- 
nunzia volentieri e, senza dubbio perchè ha coscienza che z è ignoto al piemontese: 
quindi con qualsiasi esito e da qualsiasi valle gli eredi di ex- abbiano premuto sul 
Piemonte, il suono indigeno chiamato a conispondervi finiva per essere sempre e. 



RASSEGNA BlBLIOGRAnCA 87 

Il Levi aveva principalmente di mira, come oggetto del suo studio, il pie- 
montese comune, ciò spiega percliè egli si sia indotto a trascurare alquanto, 
e nelle fonti e nelle loro elaborazioni, le varietà piemontesi subdialettali; 
eppure anche nelle più modeste di esse, come la parabola del Biondelli e la 
novellina del Papanti, egli avrebbe potuto trovare spesso un utile controllo 
della tradizione lessicografica ed un mezzo per rappresentai'ci le correnti e 
controcorrenti regionali con maggior compiutezza e snellezza (1). Parimenti 
l'A. stesso accenna (p, 2) al poco frutto che egli trasse dall'indagine dei mo- 
numenti antichi, per l'incertezza delle grafie e la loro relativa povertà. Sarà 
una questione di apprezzamento personale, ma ritengo che 1 più ricchi di 
essi e specialmente qualche colpo di sonda, gettato tra le carte e gli statuti 
medievali, avrebbero potuto fornire almeno alcune notizie lessicali, buone a 
documentare e datare l'ingresso di neologismi ; si sarebbe ottenuto cosi qualche 
indicazione cronologica, preziosa in una ricerca come questa, dove fatti remo- 
tissimi e innovazioni assai recenti compaiono tutti in un medesimo piano. 
Ma la ragione per cui l'A. rinunziò a siff'atti ausilii è forse più profonda; 
essa risiede nella sua stessa distinzione dualistica e, per così dire, schematica 
tra prodotto indigeno e prodotto straniero, distinzione che conviene brevemente 
discutere in se stessa e nelle sue risultanze. 

Ogni area dialettale si presta a ricerche sulle correnti linguistiche che l'in- 
tersecano, ma queste risultano, sia per condizioni geografiche, sia per vicende 
storiche, più perspicue in Piemonte, perchè il Piemonte si trova precisamente 
nel punto dove le correnti linguistiche dell'Italia e della Gallia cozzano da 
secoli con alterna vicenda e perchè, solo in età relativamente recente, esso ha 
trovato un centro proprio di cultura, e conseguentemente di elaborazione e di 
irradiazione linguistica, che ha complicato assai poco le vicissitudini della 
lotta. Se infatti si considerano tutte le innovazioni studiate in questo libro, 
si vedrà che l'alto Piemonte, rispetto all'area di ognuna, si trova, più o meno 
decisamente, all'orlo, sia esso orientale od occidentale. Ora in qual conto tenne 
l'A. questa innegabile circostanza di fatto? Egli ammette che una parola, 
contenente un suono « anormale », sia mutuata al lessico di una regione vicina 
quando vi sia consonanza dei vocaboli e concordanza nella loro derivazione. 
L'aspetto puramente geografico del problema non è messo in particolare ri- 
lievo, sebbene sovente se ne tenga implicitamente conto (v. p. es. pp. 158-9); 
in ogni caso esso rimane subordinato al problema fonologico. Ma da quel fine 
osservatore di fatti ch'egli è, il Levi nella determinazione di ciò che sia 
« anormale » usa criteri assai larghi. P. es., nel caso degli esiti < gè-, (;i- , 
dove i monumenti antichi hanno per lo più ^-, e dove all'interno di parola 
si ha f ilefe), egli, come abbiamo visto, ammette senz'altro che tutta quanta 



(1) Nella storia degli esiti da -cl- (p. 203 sgg.), non si tien conto degli esiti mon- 
ferrini e basso canavesi consonanti coi lombardi; cfr. Archivio glottologico italiano, 
XVI, 534 e Misceli. Ascoli, p. 254. 



88 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

la serie iniziale, tranne tre esempi di y, abbia assunto g- per influsso gallico 
e questo influsso è descritto nelle sue fasi principali: introduzione di parole 
con g- appartenenti al lessico francese, e successiva introduzione, direi, tradu- 
zione del solo g- in voci che certo, come indica la loro difi'usione geografica, 
dovevano preesistere nel lessico piemontese. Data una siffatta analisi della 
trasformazione di una serie intera, dove, a ragione, la regolarità fonetica è 
considerata come un semplice prodotto secondario di assestamento, il lettore 
è in diritto di domandare che cosa significhino esattamente i termini di: 
« esito costante, legittimo, ereditario, normale » impiegati nello studio delle 
altre serie per le quali, se anche in condizioni particolari meno chiare che 
pel caso di g-, sussiste sempre il principal presupposto di una immigrazione 
linguistica: il trovarsi cioè la serie all'orlo occidentale od orientale di un'area. 
P. es., nonostante la sua completa regolarità, io non vedo perchè si debba 
chiamare legittima ed ereditaria la serie di tipo cwi (clave), quando essa si 
trova proprio al confine dell'area non palatale e l'A. non cerca argomenti per 
dimostrare che questa disposizione geografica attuale è illusoria. Se l'A. vuol 
dire semplicemente che questo suono è nella serie assai antico e che fornì col 
suo e la base per l'imitazione più recente di suoni palatali stranieri, egli ha 
perfettamente ragione. Ma qui non si tratta di una semplice questione di pa- 
role: in tutte le altre serie, all'indizio geografico che esse sono l'ultima eco 
di una corrente linguistica, si accompagna la prova : perchè l'esito innovatore A 
non è ancora riuscito a guadagnare interamente la serie e lascia allo scoperto 
alcuni casi di B, consonanti coll'area conservatrice vicina. Qui col definire 
l'esito più diffuso A come normale, e col considerare gli esempi di B come 
frutto di una immigrazione recente dal territorio confinante, quando non vi 
siano argomenti lessicali perentori, si va a rischio di capovolgere la cronologia 
dei fatti. — Orbene sarebbe stato desiderabile che l'A. avesse per lo meno 
.discusso questa obbiezione, poiché per essa molti casi di palatale che l'A. 
ritiene relativamente moderni possono essere ricondotti ad età forse tanto 
remota quanto quella del tipo clave. 

Così la disposizione dell'esito < ct, tipo ìait, incuneato in alto Piemonte 
fra il -('- della Provenza e quello del Piemonte meridionale e orientale, darebbe 
occasione di discutere se gli argomenti lessicali raccolti dall'A. siano suffi- 
cienti a provare che tutte le voci con 6 (1) sono in alto Piemonte frutto di 
una immigrazione recente o non piuttosto i resti di una più larga e forse 
antichissima area di -é- che avrebbe ceduto ad -il-, proveniente dal Delfinato 
e dal franco-provenzale (2): qui basti aver posto il problema, la cui soluzione 



(1) P. es. per jjicu ej>tCMrM« (pettirosso), berkica (siero rappreso), A:»ace (appiattarsi) 
e anche lacét che il Gavazzi registra come piem. comune. 

(2) Un caso simile può constatarsi direttamente nelle prealpi piemontesi. I dia- 
letti alpini di tipo provenzale, nella zona meridionale, hanno -e- come la zona cor 
rispondente dell'altro versante; più a Nord, il sistema del Pellice e la valle del 
Chisone {cf e. Archivio glott. ital, XI, 809-416; XVIII, 1-104) hanno prevalentemente 
•it' come la zona del Delfinato cui corrispondono, e di là hanno ricevuto questo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 89 

locale andrebbe del resto coordinata con quella generale sui rapporti crono- 
gici di -e- ed -it- in tutta la Romania. Ma considerazioni analoghe sorgono 
specialmente contro la soluzione adottata dall'A. nella istoria dei nessi : ce-, 
CI-, -Tj^., -oj[-, nella quale, come si è visto, si dà s come normale {seni) e gli 
esiti in J — a parte i semidotti — come una imitazione del s francese {éerfoj^ét) 
lombardo (cirefa). Ora la realtà è forse più complicata. L'esito antico do- 
veva essere z di cui è larga traccia nei testi e z suona ancor ora in qualche 
lembo estremo del territorio (1). Questo z rispondeva dappertutto e in tutte 
le serie ad un medesimo suono ? probabilmente no, se si riflette che il biel- 
lese, in continuità col valsesiano e coll'alta Lombardia, non manca di esiti net- 
tamente palatali (s) e, d'altra parte, il canavese non ignora esiti interden- 
tali (/), sul tipo di quelli della zona franco-provenzale (2), Si trovano duiique 
qui sovrapposte le tracce di almeno due confini: quello di s con z e quello 
di s, z con s, e, donde la legittima ipotesi che l'oscillazione fra il tipo seni 
e quello cirefa rifletta da antica data questo stato di cose, o che si sia avuto 
opposizione fra *zent e una sua varietà più palatale donde cirefa, oppure che, 
sopravvenuta la pura sibilante seni, l'antico z abbia resistito in alcuni esempi 
e poi, essendo divenuto estraneo al sistema fonico locale, sia stato imitata 
con e, come più tardi è accaduto ad alcuni z secondari (3). Anche qui il pro- 
blema viene ad essere compreso in uno assai più vasto e complicato; rimane 
certo però che, se alcune parole, dato il modo della loro diff'usione, mostrano 
d'essere venute, p. es., di Lombardia (4), per altre tale prova manca affatto (5), 
e l'onda dei nuovi é non si mostra sì omogenea e ])repotente da far supporre 
che essa abbia guadagnato al e voci già esistenti sul territorio ; infine , in 
nessun caso l'A. ha provato che, dove vi è oscillazione fra s e (', e sia proprio 



esito: infatti conservano alcuni casi di -e- che sono più numerosi nella parte bassa 
della valle del Pellice e divengono poi prevalenti nell'appartata Coazze (vai San- 
gone, tra il Chisone e la Dora; inform. ined.) che appartiene del resto già al si- 
stema franco-provenzale. La pianura sottostante ha naturalmente -it- ; -e- dunque 
compare nella prealpe in punti conservativi che rimasero fuori della corrente oltre- 
montana di -it-. 

(1) A Bistagno, Carcare, Cessole, Saliceto, Murazzano, Cairo, Mondovi da una 
parte, e dall'altra in qualche punto del Canavese, ved. B. Schaedel, Die Mundart 
von Ormea, Halle, 1903, p. 36 e Archivio glott. ital, XIV, 442. 

(2) V. Rendiconti Istituto Lombardo, XXXVII, 1050; Archivio glott. ital, IX, 219-21; 
XVI, 201; Schaedel, l. e; Misceli. Ascoli, pp. 885. 

(3) V. p. 24 sgg. : acadés accanto a adsad^es (adesso adesso), ce, pce <. msé < *mpse 
(messere, suocero) e forse cerea (« messeria »); dgura<.dfura (di sopra), che l'A. ri- 
conduce al linguaggio infantile con argomenti più ingegnosi che persuasivi. 

(4) ceo, ciferka, raspile . 

(5) canter, cibiileta, cifer, cimes, cirefa, di cui l'A. trascura la variante cere fa, re- 
gistrata dal Gavuzzi. Alla stregua di questo criterio dovrebbe quindi esser sotto- 
posto a revisione tutto quanto è detto sui suff. -tic, -acé, -acùn, -ic, -oca (p. 32 sgg.), 
su cenifia (cenere) e sulle voci dove -e- corrisponde ad un se gallico < «: camporUa, 
prov. champorgno, symphonia (p. 116 sgg.), per le quali erano da tenere in maggior 
conto le corrispondenze italiane in 2 o sc\ cfr. Guarnerio, Op. ciL, pp. 509-10 e vedi 
inoltre ciipét (zoppetto ) e cUkd (zuccata). 



90 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di varietà prossime al confine di s. Per gè-, gì- l'onda recente di g- ha som- 
merso l'antico stato di cose che doveva essere parallelo a quello della sorda; 
insomma, per questi esiti l'oscillazione piemontese può essere in parte altret- 
tanto antica quanto l'analoga oscillazione lombarda (1). 

Se dunque l'A. si fosse maggiormente preoccupato di certi aspetti del suo 
problema, sarebbe probabilmente giunto alla conclusione che alcune serie di 
palatali possono non essere il frutto di nmtuo recente. Una valutazione più 
rigorosa del complicato sovrapporsi delle correnti linguistiche gli avrebbe poi 
permesso di precisare certi suoi giudizi; per es., prima di dedurre, da certe con- 
sonanze del Piemonte colla Provenza, l'esistenza di una corrente men nota che 
« par muovere dall'Alpi di Provenza e del Delfinato », egli avrebbe esclusi 
tutti gli esempi in cui l'area provenzale-piemontese è conservativa rispetto al 
francese e al franco-provenzale, perchè in questo caso può trattarsi di un'area 
che un'ulteriore innovazione, proveniente da Nord, non ha ancora sommerso nò 
al di qua, né al di là delle Alpi. — Il gran pregio ed in parte la novità di 
questo libro sta nella sua forma di repertorio lessicale: questo addentrarsi 
nella storia e nella diffusione di ciascuna parola fornisce la base più sicura per 
una ricerca che si annunziava come puramente fonologica, e risultati ancora 
più saldi sarebbero stati ottenuti, se l'A. avesse dappertutto, come ha fatto 
in alcuni capitoli (v. spec. p. 209 sgg.), messo in sottordine l'aspetto fonetico 
della questione (2). A parte del resto il suo assunto, l'A. in questo suo reper- 
torio ha radunato sistematicamente un grande materiale lessicale, dandoci 
come il saggio di un lessico etimologico regionale (8) e offrendoci per giunta 
un buon contributo alla storia degli influssi francesi in Italia. Di ciascuna 
voce — popolare o semidotta — che si sia affacciata alle porte d'Italia si 
segue infatti la fortuna sin nella Toscana, e si segnalano i casi in cui la 
coincidenza tra il piemontese e l'italiano è fortuita, cioè quando la voce sia 
giunta in Toscana senza passare attraverso l'Italia settentrionale (cfr. le os- 
servazioni a proposito del suff. -aggio: p, 110). 

B. A. Terracini. 



(1) Cfr. p. 159 ed ora, per ultimo, Guaknerio, Op. cit, p. 573. 

(2) È bensì vero che lo studio delle correnti importava essenzialmente in quanto 
esse introdussero un suono palatale ; ma per tal modo si vennero a tacere comple- 
tamente i oasi in cui la corrente esiste senza che abbia ancora portato un muta- 
mento fonetico. Per esempio nella serie del tipo clave sono comprese quali indi- 
gene, voci come cavandé (custode delle chiavi), cea graticcio), cas (campana a morto), 
capin (ferro di cavallo), di cui, stando almeno ai raffronti dell'A., si può dire che 
provengano dal lessico d'oltralpi, ma che si siano tutte trasformate secondo la 
corrispondenza kl — e perchè il gruppo kl era ignoto al dialetto locale. 

(3) V. le prudenti riserve dell'A. p. 45. NB. I.e singole pnrole sono citate senza 
rimando, essendo il libro dotato di un diligente indice alfabetico. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Documenti di letteratura popolare. — [In fine] Tipografia 
G-alileiana, Firenze, s. a. (8*^ gr., s. numeraz.). 

Di questa suntuosa e pregevole raccolta, che è una delle più gradite sor- 
prese e delle più ardite imprese bibliografiche in questi giorni gloriosamente 
storici per l'Italia nostra, sono usciti sino ad ora sei fascicoli di mole diversa, 
in ottavo grande, senza numerazione complessiva e progressiva di pagine. Se 
la modestia dell'Editore lo ha indotto a serbare l'incognito, a noi riesce 
gradito ed è doveroso segnalarlo nella persona dell' ing. Giulio Zalla, un 
appassionato e intelligente bibliofilo, che vive a Firenze e che ha trovato 
degni cooperatori in Salomone Morpurgo, in Giulio Coggiola e in Albano 
Sorbelli. Queste edizioni, che per la bontà della carta, la nitidezza dei tipi, 
la ricchezza delle riproduzioni silografiche e tipografiche, superano quanto 
sino ad ora s'è fatto in Italia, in questo genere, sono tirate a pochi esem- 
plari non venali; riproduzioni di rarità antiche, rarità esse stesse, destinate 
ai buongustai, ma anche agli studiosi tutti, per mezzo delle maggiori biblio- 
teche. Il servizio che il benemerito Edit. rende ad essi non è lieve ; e noi 
pensiamo come esulterebbero i compianti amici Alessandro D'Ancona, Fran- 
cesco Novati, Severino Ferrari e Albino Zenatti, il quale ultimo vedrebbe 
come risorta, in forma più doviziosa, quella notevole raccoltina della Libreria 
Dante di Firenze, ch'egli iniziò felicemente ventinove anni sono riproducendo 
nella prima puntata gli Strambotti di Luigi Fidci fiorentino (Cfr. Gior- 
nale, 10, 305). Quale servizio rechino questi Documenti non occorre dimo- 
strare ai nostri lettori. Solo osserveremo che le descrizioni, anche più accu- 
rate e più dottamente illustrate, delle vecchie stampe dei secoli XV, X\l 
e XVII, come quelle del Milchsack-D' Ancona per la raccolta di Wolfenbuttel, 
del Varnhagen per quella di Erlangen (Cfr. Giornale, 21, 186-7), del Picot 
per quella di Chantilly, del Landau, di S. Ferrari, del Segarizzi, autore 
dell'ottima Bibliografìa delle storie popolari della Biblioteca Marciana, 
per tacere di altre, non facevano, in fondo, che aguzzare tormentosamente i 
desideri e la curiosità degli studiosi, dinanzi alla rassegna di tesori sparpa- 
gliati da Firenze a Roma, da Venezia a Londra ed a Monaco, e ai più di 
essi assolutamente inaccessibili. Soltanto con una graduale e sistematica 



92 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

riproduzione delle stampe più rare verrà un vantaggio immediato e pratico 
agli studi. Perciò plaudiamo al coraggioso tentativo del sig. Z. Il quale 
nella Prima Serie di questi Documenti riproduce alla perfezione e con sobrie» 
ma precise note illustrative, 15 opuscoli, da lui trascelti col giusto criterio 
della rarità e dell' interesse loro. La prima serie viene ad essere una illustra- 
zione àdV Tndice universale della Libraria... Opera curiosa di Giulio Cesare 
Croce (Bologna, 1623), che ricompare qui al posto d'onore, ed è insieme la 
più efficace dimostrazione che qviQW Indice, lungi dall'essere una filatessa di 
titoli fantastici di libri immaginari, come fu creduto dal Guerrini, deve 
considerarsi, quando sia sfrondato di alcuni elementi capricciosamente inseriti, 
un vero e proprio catalogo di opuscoli e di composizioni di carattere popo- 
laresco, tradizionale. 

k\V Indice seguono gli opuscoli che qui indichiamo per ordine: 1^ A caso 
un giorno mi guidò la sorte (Venetia, M.D.LXXXVI); 3° FroUula nova 
« tu nandare col hocalon ». Con altri sonetti alla Bergamasca. Et fa la 
danza Zanpiero (Brixiae per Damianum et lacobum philippum, s. a.) ; 
4" Frottola dì Belisari da Cigoli (sic) (In Fiorenza, per Gianantonio 
Caneo, s. a.), quella che com. « Chi intende staga attento »; 5° Questa 
si è la Canzon la quale dice, le fatto el pan caro Vecchin, con quella 
« Balla le oche » (s. n. st.) ; 6® Per dar solazo a ciaschedun lectore, che è 
la Storia di Campriano (s. n. st.); 7" Canzone delle lodi di Madonna 
Tenerina.... composta da Giulio Cesare Croce (s. n. st.); S*' Opera nuova 
nella quale troverete molti bellissimi Sonetti, Villanelle alla Ceciliana et 
alla Napoletana, et una battaglia nuova, con una Caccia d^amore, et altre 
bellissime fantasie ecc. (s. n. st.); 9" Historia del Geloso ecc. (s. n. st.); 
10** Hy polito Buondelmonti é Bianora de Bardi Ciptadini fiorentini 
(s. n. st.); IP La grande battaglia delli gatti e de li sorci (In Venetia per 
Giovanni Andrea Vauassori ditto Guadagnino, s. a.); 12° Frottole amorose 
(In Trevigi, M.DC.XXXXV, appresso Girolamo Righettini) ; 13** Le piacevo- 
lissime buffonerie del Gonnella (In Firenze, appresso Lorenzo Arnesi, 1615) ; 
14° Lamento di Piero Strozzi (In Firenze, per Domenico Giraffi, s. a.) ; 
15® Varie Canzoni alla Villotta in lingua pavana (s. n. st.). 

Gli altri fascicoli, di mole minore, ai quali sarebbe stato opportuno asse- 
gnare una numerazione progressiva e che formano una seco/ida serie, conten- 
gono: Ballatette del Magnifico Lorenzo de Medici et di messere Agnolo 
Politiani (sic) et di Bernardo Giamburlari (sic) et di molti altri, riprodotte 
di sur una stampa, la cui fonte non è indicata, ma è un raro incunabulo della 
Palatina di Firenze; Ballate e rispetti del sec. XV, Firenze, 191.5, riprodu- 
zione d'un rarissimo e forse unico esemplare posseduto dal British Museum, 
appartenente al sec. XV e che, secondo l'Ed., « occupa molto probabilmente 
« il primo posto, in ordine di tempo, fra le raccolte a stampa finora cono- 
« scinte di canzoni a ballo toscane » ; Canzone a ballo composte da diversi 
autori ecc., dalla stampa di Firenze, MDLVII, esistente nella Corsiniana di 
Roma; Frottole composte da diversi autori, dalla stampa uscita « da Fiorenza 
« a di 3 di febbraio dell'anno M.D.LX », posseduta dalla Palatina di Firenze: 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 93 

infine Frottole composte da più autori, da una raccoltina « Stampata in Fi- 
« renze l'anno MDLVIII », dalla Corsiniana. Questi tre ultimi opuscoli con- 
tengono fortunatissime raccoltine che ebbero numerose ristampe nel Cinque- 
cento e il cui materiale servì ad arricchire la sillof]:e delle Canzoni a ballo 
del 1562. 

Auguriamo che l'impresa, cosi felicemente iniziata, continui a profitto degli 
studi nostri. V. Cian. 



GIUSEPPINA FULCO. — // DUiramJjo nioderno. Parte I: 
Le origini. — Palermo, Reber, 1915 (8% pp. 209). 

CARTESIO MARCONCINI. — Dalla ' Tramoggia ' (1590-1601) 
- Lirica e critica - Madrigali bacchici prerediani. — 
Rocca S. Casciano, Cappelli, 1918 (8% pp. 35). 

Queste due pubblicazioni s'integrano a vicenda, e si connettono strettamente 
con altre già esaminate in questo Giornale, cioè col libro dello stesso Mar- 
concini L'Accademia della Crusca dalle origini alla prima edizione del 
Vocabolario {Giorn. Q8, 26), col voi. di E. Micheli Pellegrini su Francesco 
Bedi, letterato e poeta {Giorn. 59, 43 1) e con l'opuscolo di F. Massai, Lo 
« Stravizzo » della Crusca del 12 settembre 1606 e Vorigine del « Bacco in 
« Toscana » di Francesco Bedi (Giorn. 71, 32o). Come si vede, un insieme 
di scritti intesi a lumeggiare l'ambiente in cui nacque il famoso ditirambo 
rediano e a rivelar di questo e illustrare i precedenti. L'opuscolo del Marcon- 
cini ha per oggetto una di quelle usanze dei Cruscanti che rappresentano il 
lato gaio e scapigliato della grave Accademia ; un'usanza che ha intimo rap- 
porto con l'altra che il Massai nello scritto suo ha felicemente documentata. 
E infatti nella lettera del Eedi, pubblicata dal Massai, si viene a descrivere 
lo stravizzo, in cui il poeta aretino improvvisò i versi bacchici che diedero 
origine al suo ditirambo, con queste parole: «...quindi fu letta una Canzone 
« opra del Chimemtelli, e fu corredata di dodici Sonetti di quegli della Tra- 
« moggia... Dall' imaginaria postura degli animi si fece passaggio alla vera e 
« reale de^ corpi in una tavola imbandita lussuriosamente ecc. ... ». E il Massai 
commenta: « Quelli tra gli accademici i quali desideravano sentire libera- 
« mente il parere altrui sulle nuove composizioni, in occasione degli Stravizzi, 
« le ponevano senza firma, in un'urna che aveva la forma di una tramoggia, 
« collocata all'uopo nella sala dove la festa aveva luogo. Tratte dalla tra- 
« moggia ed esaminate prima dai Censori, queste composizioni erano lette ad 
« alta voce, ed i presenti ne davano un primo giudizio, quindi erano conse- 
« gnate a chi, a suo tempo, doveva censurarle ». Questi versi (nota a sua 
volta il Marconcini) venivano classificati e raggruppati secondo il loro valore 
artistico; e assegnati « a quei libroni che si chiamavano Farina, Stacciato, 
« Fiore ». Questi versi e molte prose della « tramoggia », anteriori al 600, sono 



94 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

in massima parte perduti, e perdute sono pure le censure che se ne fecero. 
Ma nell'archivio dell'Accademia della Crusca, nell' inserto di carte varie del 
Segni, e precisamente nel fascicolo n. 1 intitolato « Accuse e difese \ Poesie \ 
« da porsi nello Stacciato o nel Farina », ci sono dei quadernetti in cui si 
trovano i versi tratti dalla tramoggia dal 1590 al 1601, che il Marconcini 
riproduce nel suo opuscolo convenientemente illustrati. Si tratta di cose d'un 
valore artistico quasi del tutto negativo, e hen a ragione il Marconcini for- 
mula su esse questo giudizio : « Storia non della poesia dunque, ma del- 
« l'umana aberrazione...». Particolare interesse tuttavia presentano i madri- 
gali giocosi (1501) di Michelangelo Buonarroti il giovane, nei quali vediamo 
come abbozzato il mondo fantastico rediano, sicché, osserva giustamente il 
Marconcini, « se prima si fossero conosciuti, certamente sarebbero stati ricor- 
« dati fra la poesia bacchica prerediana, anzi tra i primi documenti espliciti 
« di questa letteratura, da chi si occupò delle fonti del Bacco in Toscana ». 
La conoscenza di questi versi avrebbe molto giovato alla sig.na Fusco, la 
quale certamente avrebbe dedicato loro una lunga disamina, secondo il sistema 
da lei seguito nel libro qui sopra indicato, il cui difetto principale è la poco 
divertente prolissità, non richiesta e non giustificata dall'importanza dell'ar- 
gomento. Ottimo il suo proposito di studiare lo svolgimento del ditirambo 
nella nostra letteratura tenendo sempre presente lo spirito essenziale del di- 
tirambo greco; ed ottimo il concetto « che, se un'importanza bisogna dare 
« alla classificazione dei generi poetici, questa dev'esser fatta prendendo come 
« base l'intonazione poetica dei vari componimenti »; ma troppo spesso in 
queste pagine vediamo la trattazione estendersi e insistere su particolari d'or- 
dine secondario, che distraggono e stancano il lettore. Si ha l'impressione 
che l'A. non abbia avuto il coraggio di lasciar da parte neppur uno di quegli 
appunti che le si vennero accumulando dinanzi nell' indagine preparatoria, e 
che a tutto il materiale raccolto abbia voluto far luogo, a proposito o no, 
nella sua trattazione. Ne ha sofferto natui-almente l'insieme del lavoro, che 
nel suo organismo risulta debole e sconnesso, e nelle singole parti non domi- 
nato da un giusto senso della misura. Non già che sieno inutili le lunghe 
analisi che di tanti componimenti fa la F. per stabilire se rientrino o no nel 
genere poetico del ditirambo, ma esse appartengono a quella fase dell'inda- 
gine erudita e critica che dovrebbe precedere la trattazione definitiva ed es- 
sere superata da questa: esse sono le pietre necessarie a costruir l'edificio, 
ma non formano ancora l'edificio. Consigliamo pertanto l'A. a stringere in 
una densa sintesi queste sue pagine e a formarne l'introduzione di quella 
seconda parte della sua trattazione in cui si occuperà del Bacco in Tosca'na 
e del ditirambo dopo il Redi. E appunto perchè siamo in attesa di questo 
sèguito e speriamo ch'esso sarà condotto secondo i principi sopra indicati, 
ci risparmiamo una critica minuta di questa prima parte, riservandoci in caso 
di farla all'apparir della seconda. A. Belloni. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 95 

FR. RINTELEN. — Gedenhwo?*te auf Jacob Burckhardt [pub- 
blicato nelle Basler Nachrichten\. — Basel, 1918 (pp. 20). 

Tra i molti discorsi ed articoli commemorativi tatti nel centenario della 
nascita di J. B., le parole pronunciate dal suo successore sulla cattedra di 
storia dell'arte a Basilea meritano di essere segnalate. Il R. tratta delle opere 
monumentali, che il B. dedicò alla storia dell'arte, ma non lo fa in modo 
pedantesco infilzando, come fegatelli, titoli, sunti e censure: anzi, con tocco 
leggero, non tanto cercando d'esprimere le opinioni del B. che ormai tutti 
conoscono, quanto di penetrare più addentro nel suo spirito possente e multi- 
forme. Ecco alcune delle osservazioni sue acute e giuste. 

L'impressione di chi legge oggi le opere hurckhardtiane, dalla Guida ar- 
tistica attraverso il Belgio, a Costantino il Grande, al Cicerone, alla Col- 
tura del Rinascimento, ai Ricordi su Ridiens, giù giù sino al bel volume 
di conferenze pubblicato or ora (1918), è di aver da fare con una spiccata 
personalità, mirabilmente serena ed armoniosa. 

I suoi uditori d'un tempo, ancora numerosi, confermano tatti di dovere ai 
suoi corsi universitari qualcosa di più prezioso di un gran mucchio di date 
storiche, sebbene concatenate con critica sottile e penetrante. Il B. insegnava 
loro a scendere attraverso le opere artistiche più svariate, antiche e moderne, 
nel più profondo dell'anima dei loro autori ed a trarre da questa tacita con- 
templazione di tanti sforzi umani verso il cielo o verso la terra una forte e 
personale filosofia della vita. Ma la sorgente di questa sua forza proveniva, 
come osserva acutamente il E., da fonte più misteriosa che dal solo suo sa- 
pere, benché fosse veramente enciclopedico. Il B. era un artista e, di più, un 
artista romantico e classico ad un tempo. Egli possedeva l'intuizione potente 
ed inoltre la reverenza religiosa, mistica davanti alle creazioni ed agli ar- 
cani dell'arte. Ma invece di perdersi completamente nella gran nebbia dei 
romantici, egli univa alla potenza lirica il senso non meno forte dell'ordine, 
della disciplina più severa o più nobile. E perciò egli sentiva profondamente 
quanta varietà, quanto sentimento vero ed individualistico si potesse espri- 
mere in opere sottomesse ad un voluto canone artistico, ove noi, mancanti 
della sua squisita sensibilità, non vediamo più che fredda convenzione clas- 
sicista. Non sarà di piccolo interesse seguire attraverso lettere e libri nella 
grande biografia burclvhardtiana del Marckwart, di prossima pubblicazione, 
la genesi, la lotta e la sintesi armoniosa di queste due tendenze rivali nel 
campo artistico, religioso e politico. Il B. sin dalla giovinezza era legato con 
tante sue fibre alla scuola romantica e, a nostro avviso, questo influsso fa 
capolino di tanto in tanto attraverso tutta l'opera sua, come nel concetto di 
quei presunti « grandi scellerati » del Rinascimento, strane e diaboliche 
incarnazioni del male! 

In un primo soggiorno a Berlino, ancora studente, egli aveva stretto 
intima amicizia col Kugler, al quale lo avvicinavano molte idee comuni ed 
inoltre la comune avversione verso l'arte gretta e dolciastra del Cornelius. 
Poi a Bonn, essendo entrato nel circolo del Geibel, del Kinkel e di altri capi 



96 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

romantici, e collaborando alla loro rivista poetica « Il Maggiolino », il gio- 
vane B. si persuase che la sua vocazione era di diventare ancli'egli un ver- 
saiuolo. Concepì perfino il disegno di cantare il Reno, in Dio sa quale poe- 
mone! E in verità i suoi versi, assai numerosi, specie quelli dialettali, non 
sono punto spregevoli (1). In quegli anni egli visitava le città del Belgio, 
inebbriandosi dell'arte fiamminga, ma soprattutto del Rubens, al quale lo le- 
gherà d'ora in poi quell'affetto tenero e congeniale, la cui fiamma splenderà 
per tutta la lunga sua vita. L'arte gotica, trascendentale, irrequieta, non 
era però il terreno più confacente al suo genio: questo glielo offrivano gli 
artisti italiani, specie quelli del Rinascimento. 

Ed infatti, senza bisogno di leggere le intestazioni delle sue epistole scritte 
d'Italia, si capisce dalla stessa loro intonazione calda, allegra e briosa ch'egli 
vi si sente proprio in patria (2). Questa sua profonda simpatia verso il po- 
polo italiano si manifesta soprattutto, secondo la bella e fine osservazione 
del R., in quella descrizione del Cicerone, insolitamente tenera e insistente, 
dedicata a Luca della Robbia. Il B. riconosceva senz'altro che al tempo del 
buon artigiano delle dolci Madonnine in terracotta molti altri artisti esiste- 
vano in potenza superiori, ma egli avrebbe potuto dire, come scrisse il Pulci 
al Magnifico: « Tu se' un buon garzone e se' pure il mio Lauro o vogli tu 
« no. Pare che sia tra noi cierta conformità che viene dalle stelle e fa 
« ch'io t'ami tanto e ch'io mi confidi ancora tu ami me molto ». Nelle opere 
di Luca il B. vedeva la prova di un'esistenza tranquilla e semplice « in cui 
« cento volte le medesime forze dell'anima si adoperavano in un medesimo 
« modo senza mai stancarsi ». In questa mentalità pacata e serena il B. trova 
espressa come una naturale predisposizione oltremodo felice, uno stato d'animo 
dal quale si saliva agevolmente alle opere di Raffaello, in cui egli, come tutti 
nel suo tempo, vedeva le vette più sublimi dell'arte e si scendeva ugualmente 
nell'abisso del pensiero michelangiolesco. Non è certo a caso se un simile con- 
cetto della vita, sereno e confidente, trovava la piena approvazione del B. per 
quel concetto ch'egli aveva dell'artista, come destinato a lavorare instancabil- 
mente a servizio di un alto ideale di bellezza, ma senza sentimentalità leziose 
e senza quella benedetta boria dei Parnassiens e dei loro odierni satelliti. 



(1) Cfr. il bel lavoro di K. E. Hokfmann, J. B. ah Dichter, Basel, 1918. 

(2) Si legga la raccolta curiosissima: J. Burckhardt, BHefe an einen Architekten , 
1870-89, herausg. v. Dr. Hans Trog, Mlinchen, 1913. Il B. vi narra con molto buon 
umore i piccoli avvenimenti dei suoi viaggi, il prezzo del vino, i propositi insipidi 
dei commensali, ecc., spesso con gustosissime, intraducibili espressioni dialettali. 
Ma poi, ad un tratto, saltano fuori osservazioni come questa, in cui si ripete in 
naodo familiare quel suo giudizio sul Michelangelo nel Cicerone, ammirato a buon 
diritto dal Rintelen (p. 97) : « Oggi nel Museo di Southkensington mi sono ancora 
« messo a litigare in segreto con Michelangelo, come quasi sempre dove ci riscon- 
« triamo, nonostante il rispettone, che provo davanti a lui. Ma questo Cupido, opera 
«giovenile autentica e molto curiosa, ha pur sempre vista la luce dopo la caccia 
«accanita al motivo... ». Le osservazioni ch'egli fa poi sugli Italiani, specie sul 
popolino, saranno spesso valutate come veri « documenti » da un futuro illustra- 
tore della «Coltura dell'Ottocento italiano». 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 97 

E noi non crediamo che si potrebbe trovare una forniola più felice ad 
esprimere la mentalità più intima del Kinascimento italiano. Le pagine 
del R., ricche di profonde vedute e notevoli per finezza d'intuizione, anche 
per lo stile appaiono degne di quel grande rinnovatore della lingua tedesca 
in materia artistica che fu il B. E. Walskr. 



GIOVANNI PAPINI. — L'iio.uo Carducci. 2^ ediz. — Bologna, 
Zanichelli (8°, pp. 252). 

Questo volume, che è giunto, in poco tempo, alla seconda edizione, è stato 
levato a cielo dagli uni, stroncato senza pietà, anzi vituperato, dagli altri. Fran- 
camente, non mi pare che meriti « ni cet excès d^honneur, ni cette indignité ». 
È un libro che si legge d'un fiato, perchè fatto da un uomo d'ingegno e di 
coltura, da un artista vero, nonché battagliero — e questo basta a spiegare 
le discordanti accoglienze — il quale conosce tutte le malizie dell'arte dello 
scrivere per soddisfazione propria e del gran pubblico, anzi ~ sia detto senza 
malizia — della galleria. E si sa bene, la galleria, anche italiana, è pronta ad 
abboccare e a rispondere con l'applauso e coi bis a chi sa conquistarsela. Il P. 
è un conquistatore di « gallerie », ingegnoso e scaltrito, avvezzo a caricare 
le tinte, a ingrossare la voce, a gonfiare le gote, a studiare il gesto, ad assu- 
mere atteggiamenti gladiatori, a dosare l'ingiuria ed il motto, insomma a 
mettere in opera quelle arti che (Crusca perdonami !) 1' « esibizionismo » let- 
terario richiede. 

Nel leggerlo con^'interesse che l'argomento e l'autore mi suscitavano, vi 
ho cercato qualche novità di visione, di rappresentazione, d'interpretazione o 
di fatti ; ma la mia ricerca è riuscita quasi sempre vana. Mi son dovuto con- 
vincere che la novità vera era essenzialmente verbale e stilistica; consisteva 
appunto, per buona parte, in quegli atteggiamenti, fra il trucco e la po&a. 
La posa sovrattutto: a cominciare dal titolo. Infatti, quanto più acconcio, pel 
desiderato richiamo, quel titolo che sfoggia, vistoso e sonoro, sul bel frontispizio, 
in confronto di quello, troppo comune, « il Carducci uomo » ! Lo stesso si dica per 
le intitolazioni di tutti i capitoli, che formano un ciclo, — una schidionata — 
d'attraente varietà, da « Mani avanti », « I miei diritti », « Leone », « Pro- 
« fessore », « Contadino », « Popolano », « La quadruplice radice », a « Binità 
« mistica », « Italia mia », « La voglia di fare a pugni », « Mescete, o amici, 
« il vino », « dolce signora, io v'amo », « La forza vindice della ragione », 
sino ai finali: « Le quattro patrie » e « Il mio Carducci ». Il quale Carducci 
del P. non è, in fondo, punto diverso da quello che tutti gl'Italiani colti cono- 
scono ed amano ed ammirano; ma è presentato in modo che a molti, ingenui 
facilmente adescabili, potrebbe sembrar nuovo. Tuttavia al P. bisogna ren- 
dere questa giustizia, che, nel complesso, egli ha reso giustizia al poeta delle 
Odi Barbare e l'ha raffigurato con verità, più di quanto non ci si potesse 

QiornaU storico, LXXIII, fase. 217. 7 



98 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

attendere e nonostante l'eccesso di quel soggettivismo, che, dicevo, è quasi 
interamente stilistico. 

Infatti il P., preso da un'adorazione veemente per l'autore di Confessioni 
€ Battaglie, nel quale riconosce il suo « primo e forse unico maestro di prosa 
« sincera italiana », ritrovò in se stesso, se non un Carducci redivivo, un'aria 
di famiglia con lui, che non era sfuggita neppure ad altri (p. 7). Volle rap- 
presentarlo, così come lo sentiva, in questo libro, scritto alla brava, di getto, 
con un acre disdegno di tutte quelle miserie che sono la bibliografia e l'in- 
dagine e la disamina delle fatiche spese attorno al suo autore dai numerosi 
critici che l'avevano preceduto e che non sono né pochi, né disprezzabili. 
Alla citazione di essi preferì la enumerazione bibliografica dei suoi scritti 
carducciani (p. 252), e avremmo torto di stupirci ch'egli, parlando del Carducci, 
esca in questo paradosso : « Non l' ho conosciuto e credo sia meglio » (p. 5) ; 
meglio conoscerlo nelle sue opere. Ma non bisogna credere che il P. consideri 
soltanto « l'uomo » nel Carducci ; anzi molte pagine del suo volume sono 
consacrate a indagare il concetto ch'egli aveva dell'arte, i suoi gusti variabili 
incerti e i mutabili giudizi e le sue attitudini alla poesia. Qui appunto, 
dove, trattandosi d'un problema di capitale importanza, ci attenderemmo 
una risolutezza precisa d'apprezzamento, sorprendiamo un'esitazione, che ra- 
senta la contraddizione. E valga il vero. Dapprima egli afferma recisamente : 
« Il Carducci, secondo me, era un grande artista e un prosatore eccellente, 
« specie nelle sintesi storiche e nelle zuffe polemiche, ma poeta proprio di 
« cuore, poeta naturale, poeta necessario no » (p. 89). Sennonché nella pagina 
seguente, quasi pentito di questa « bestemmia » — che, del resto, era stata 
pronunciata già da altri — attenua il proprio giudizio negativo sino a sosti- 
tuire quel « no » reciso con una concessione non lieve, scrivendo : « Insomma 
« poeta proprio d'impeto e poeta puro il Carducci fu di rado e tardi, sia che 
« non fosse tale per natura, sia che sentisse intorno il clima nemico » (sic!). 
Nonostante la forte tentazione, mi guarderò dall'entrare in discussioni o in 
commenti che mi porterebbero troppo lontano, ma rileverò, per la verità e per la 
storia, che nella foga dello scrivere il P. cade in distrazioni gustose, come 
quella (p. 103) per la quale il Petrarca ed il Monti sarebbero poeti che « di 
« civile hanno poco o nulla » ; proprio il Peti-arca, che, a farlo apposta, diede 
il volo alle più alte liriche « civili » che abbia la nostra poesia, e il Monti, 
autore, se non altro, di quell'odicina « Bella Italia, amate sponde », che ebbe 
echi straordinari nei cuori e nella fantasia degli Italiani, e autore della Ma- 
scheroniana, che ha tratti stupendi di poesia « civile » ! 

Non per nulla il P. ci avverte che il libro carducciano prediletto della sua 
prima giovinezza e quasi il vero suo ispiratore sono le Confessioni e Battaglie. 
Egli sente il bisogno di « menar le mani », di battagliare ad ogni costo. Poco 
importa se gli capiti di rinnovare certe battagliole che hanno fatto ormai il 
loro tempo e non interessano se non mediocremente una piccola parte, forse, 
della « galleria ». Bisogna vedere com'egli scagli ferocemente i suoi colpi 
contro la professoraglia italiana, in nome dei liberi — « noialtri liberi » — contro 
la masnada dei tiranni e degli schiavi ; bisogna vedere con che voluttà agiti 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFÌCO 99 

il flagello delle sue atroci definizioni contro « quell'infelice violator d'infelici » 
che è il professore, s'intende quello ascritto « alla setta degli universitari » 
(P. 25)! 

In questi luoghi comuni della vecchia retorica il P. si diverte a far scop- 
piare così fragorose le bombe a mano — bombette di carta — , che viene il 
sospetto ch'egli sia il primo a riderno (1). Certo ne ride il lettore che non 
sia un ingenuo o un inesperto. Non ride invece, non dovrebbe ridere, quando 
vede che il P., per fare il chiasso e dar prova delle sue qualità manesche, fa 
degli sgarbi e rivolge male parole, ingiustamente, alla critica francese, par- 
lando « dell'ottusità per le cose italiane » come propria della Francia, mentre, 
ancora a farlo apposta, dalla Francia appunto ci sono venuti due fra i più 
seri e meglio pensati volumi sul Carducci, quello del Jeanroy e quello del 
Maugain. Ma tutto questo ed altro che non occorre aggiungere, non impedirà 
che il libro del P. continui nella sua conquista fortunata di sempre nuovi 
lettori. Di che non mi dorrò io, anzi, per una futura ristampa amo additare 
una duplice correzione, una pedanteria da « infelice violatore », ecc., in quella 
pagina (247), dove la lettera del Carducci da Ceresole Reale è citata inesat- 
tamente (Lett. II, 156 invece di II, 145) e dove l'editore dell'epistolario car- 
ducciano stampò Locamo invece di Locana. V. Cian. 



ALFREDO FANZINI. — Dizionario moderno. Supplemento 
ai dizionari italiani. 3* ediz. rinnovata e aumentata. — 
Milano, Hoepli, 1918 (8% pp. xvi-663). 

È un dizionario sui generis, come i nostri lettori sanno^ che non trova 
pieno riscontro in alcun'altra letteratura, ed è giunto in breve tempo alla 
terza edizione (la 1^ è del 1905), nonostante la sua mole. Questa fortuna 
meritata si spiega facilmente. Si tratta infatti d'un'opera utile e interessante, 
fatta con ogni coscienza, anche se con una preparazione scientifica in alcune 
parti inadeguata, da un uomo d'ingegno vivo, da un artista vero, il quale, 
nonostante certi ostentati dispregi per l'erudizione, è ben fornito di coltura 



(1) Tra queste bombette divertenti è l'afiFermazione che i professori sono capaci 
di tutto, specie nel campo deUe scoperte inutili. A p. 151, a proposito della Maria 
à.Q\V Idillio Maremmano^ scrive : « Se anche la Maria rimpianta non era per l'appunto 
« quella Maria Bianchini scoperta da un professore nel 1905 — cosa non scoprono 
«i professori! — è certo che dovette essere, a' suoi tempi, donna di carne ecc.». 
Orbene; io, professore, avrei voluto lasciar a lui, scopritore di uomini e di anime, 
il merito di scoprire e far conoscere certo gruppo di lettere impagabili, piene di 
verve indiavolata, che il Carducci, fresco della laurea pisana, scrisse all'amico 
Beppe Puccianti, che me le diede a leggere in Pisa, dov'era preside del Liceo, e che 
deploro di non essermi stenografate per mio ricordo, forzando la mano al loro for- 
tunato possessore. 



100 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

egli stesso e sa giovarsi, quasi sempre bene, della erudizione e della scienza 
altrui. Ne è uscito un libro pieno di vita e, ripetiamo, d'interesse, che in 
quest'ultima edizione non è soltanto cresciuto notevolmente di mole, ma è 
stato sottoposto ad un lavoro accurato di revisione, che è in alcune parti di 
sfrondamento e di semplificazione, in altre di correzioni e di aggiunte, onde 
l'opera si è avvantaggiata assai e migliorata. Ì!Ìe\VAvve7-timento premesso a 
questa terza ristampa l'A. si mostra disposto a dar ragione a quel purista che 
volesse definire questo Dizionario « una specie di fogna delle parole ». Ma la 
sua concessione, forse scherzosa, mi sembra soverchia ; come la definizione del 
presunto purista, ingiusta. E in verità è nel giusto il P. quando definisce il 
suo libro come un dizionario non della lingua formata, ma di quella in for- 
mazione, e soggiunge : « Chi non è stato a questa avanguardia del linguaggio 
« come sono stato io, non può farsi un'idea del fenomeno tumultuoso e perenne 
« di vita e di morte che è pur nelle parole ». Proprio così. C'è bisogno di 
rammentare il motto profondo di Cicerone {De natura Deorwn, I, 44) : « Sunt 
« enira rebus novis nova ponenda nomina? » ; e l'intuizione, non meno pro- 
fonda, di Dante, là dove fa dire ad Adamo: 

Opera naturale è ch'uom favella, 
Ma così o così, natura lascia 
Poi fare a voi secondo che v'abballa. 

« Secondo che v'abbella », a vostro piacere, cioè, secondo la necessità della vita 
e le condizioni storiche. Orbene: questo Dizionario, lungi dall'essere una 
« fogna », è una prima, ricca raccolta di documenti linguistici, che sono anche 
documenti storici ed umani ; un serbatoio caotico o un emporio di forme anche 
le più neologisticamente eterodosse che si possano immaginare, dalle quali, per 
un naturale processo di selezione e d'epurazione, disciplinato via via dagli scrit- 
tori, usciranno un giorno quelle forme che meriteranno di passare e di vivere 
nell'uso letterario. Dinanzi a questa raccolta il nuovo vocabolarista — quasi 
un vescovo in partihus infìdelium — non cela il proprio pensiero, che è lar- 
gamente e ragionevolmente ortodosso, cio,è italiano, nazionale. Lo fa compren- 
dere anzi sin dal primissimo articolo, sull'uso dell'aZ, e in molte altre occasioni ; 
ad es. sotto l'articolo prò, là dove, accennando all'abuso, spesso ridicolo, che 
si fa di questa preposizione latina, mentre costerebbe tanto poco sostituirla 
con la corrispondente italiana, egli si chiede argutamente : « Quando prò 
« lingua italiana'} ». 

Uno dei tratti più caratteristici di questo Dizionario è il simpatico sog- 
gettivismo onde si colora, sovrattutto in certe chiose, spesso opportune e 
felici nel loro discreto e caustico moralismo, e di cui qua e là egli tende ad 
abusare, trascinato dal suo temperamento di artista. Notevole e lodevole, in 
lui, lo sforzo di additare il più possibile le fonti di certe espressioni letterarie, 
con un lavoro che non è sempre di seconda mano. 

E poiché l'A. scrive del suo libro : « Io credo che vi sieno ancora errori, 
« imprecisioni, manchevolezze ; e sarò grato a chi mi avvertirà » ; e poiché 
egli ha già mostrato di volere trar partito dalle osservazioni e dai consigli che 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 101 

gli furono dati in passato, aggiungerò qui alcuni appunti, che, se non altro, 
gli confermeranno l'interesse che ha destato in me l'opera sua. 

Eccessiva mi sembra la concessione ch'egli fa all'etimologismo, cioè la 
tendenza ad additare gli etimi dei vocaboli, anche in casi nei quali manca 
qualsiasi certezza, oppure quando, pur essendo l'etimo sicuro, esso non reca 
alcuna luce alla interpretazione del vocabolo. 

Ignota, p. es., l'origine di Hermada, nonostante l'illusione di alcuni, com- 
preso il P. ; più che dubbia l'etimologia di àuna] errata quella di ciana, 
che è stata fissata dal Salvioni (Luciana), di Zappata ecc. In alcuni casi 
{carroggio, ciào, cerea, ecc.) l'A. pecca per eccesso di prudenza, dando per 
probabile o verosimile quello che è da considerarsi come ormai acquisito 
alla scienza. Vero è che in questo campo gli mancava uno strumento indi- 
spensabile, cioè quel dizionario etimologico, di valore scientifico, che per la 
lingua italiana è ancora un desiderio ; tale non essendo certamente né quello 
dello Zambaldi, ch'egli non cita, né quello del Pianigiani, di cui si serve (1). 
Ma al P. auguro di potersi giovare per una nuova ristampa di quell'opera 
che ha già preparata l'insigne nostro amico Carlo Salvioni. 

Nella presente edizione la materia appare meglio ordinata. Così, ad es., 
mentre nella prima s'avvertiva che « molte locuzioni vanno cercate dall'arti- 
« colo », onde le locuzioni « il gran rifiuto » e « la capitale morale » erano 
registrate sotto il e la, in quest'ultima la prima locuzione figura sotto gran, 
e meglio dovrebbe figurare in avvenire sotto rifiuto o almeno con un rinvio (2). 

La traduzione delle espressioni straniere è, in generale, esatta. Tuttavia 
una nuova revisione anche a questo riguardo potrebbe giovare. P. es. Hinterland 
non significa, « letteralmente, dietro il paese », ma « il paese che sta dietro ». 
Anche l'accentuazione è, in complesso, abbastanza curata, qualche superfluità 
[metuèndus, Pódegora, sotto canzoni della guerra), qualche omissione (andro- 
gino, che nella 1* ediz. era giustamente accentata suU'ò; invocai, s. abyssus)', 
bolscheviki, da pronunciarsi bolscheviJci. Così pure le trascrizioni fonetiche 
sono di solito esatte; rare le eccezioni, come linotype e fashion, da leggersi 



(1) Che tale non sia, nonostante certe indiscrete strombazzature, appare dai giu- 
dizi espressi e citati dal collega Matteo Bartoli {nelVAnnuario del VoUmoeller, 
XI, 146), che m'è stato guida cortese in questa materia, nella quale egli è vera- 
mente maestro. 

(2) Cosi si cerca invano lapalissiano, che, invece di trovarsi al suo posto natu- 
rale, è registrato all'artic. Palice o Palisse. E qui la spiegazione che se ne dà, non 
è in tutto soddisfaeente. Non si tratta di « molte sentenziose insulsaggini » attri- 
buite, «per una delle tante bizzarrie della storia», al prode cavaliere francese, 
caduto nella battaglia di Pavia, ma di quella strofetta dell'antica canzone popo- 
lare, che, rimessa in voga dal La Monnoye nel Settecento, pur non contenendo in 
origine alcuna intenzione o comica o satirica, si prestava, per l'ingenuità sua, non 
esente d'un certo sapore di comicità, alla interpretazione divenuta poi tradizio- 
nale, anzi proverbiale. È la strofetta seguente, o, meglio, i due versi finali: 

Un quart d'heure avant sa mort. 

Il était encore en vie. 



102 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

ìinotaip e fèscen o fesón. Quanto allo czar, di buona memoria, invece che 
« si dice », sarebbe più esatto « si scrive », oppure « si può scrivere », trat- 
tandosi di grafìe diverse, ma d'una sola pronunzia (ZJ. 

Qualche volta si desidera maggiore esattezza in espressioni attinenti alla 
storia del linguaggio; come nei due articoli intitolati ladino, pel primo dei 
quali basti rimandare a quanto è detto dal Bartoli in questo Giornale, 72, 
345 sgg., nel secondo è da sostituire italiani ad italici (ibid. p. 348). Sotto 
« a giorno » il P. scrive : « è una delle poche (?) parole nostre penetrate 
« dlV estero », e sotto « regnicolo » : « si dice in opposizione a straniero ». Sarà 
da correggere invertendo : « penetrate in linguaggi stranieri » e « in opposi- 
« zione a cittadino estero ». Anche ciò che è detto, all'articolo menage, della 
differenza tra il francese e l' italiano, va rifatto. In fondo, sono minuzie, le 
quali dimostrano come all'A. riuscirà facile continuar a migliorare questo Di- 
zionario ; e anche ad accrescerlo. Ad es., in un'opera come questa nella quale 
sono tanti e curiosi echi della guerra testé felicemente conchiusa, ci atten- 
deremmo d'incontrare « attraccare », il termine marinaresco così spesso usato 
nelle cronache delle recenti operazioni navali. Infine: poiché ha registrato 
« cantonata », il P. poteva aggiungere quel derivato, cosi efficace, che è 
« cantonataio » , che mi suonò più d' una volta all' orecchio durante il mio 
soggiorno in Toscana : e insieme con futurismo andava accolto quel suo equi- 
valente tanto diffuso che è avanguardismo. V. Ciàx. 



P. VERGILIO MARONE. — L'Eneide: Canti I-VI. Traduzione 
del prof. Ausonio Dobelli. — Como, Tip. coop. Comense; 
« A. Bari », 1918 (16% pp. 211). 

Dice l'A. nella brevissima prefazione che, quantunque V Eneide, come ogni 
grande opera d'arte, non sia traducibile, pure, perchè s'abbia di secolo in 
secolo come la « fotografìa », il « riflesso » del capolavoro virgiliano, egli s'è 
fatto animo « a presentare questa che, per istudio di fedeltà ed armonia, gli 
« sembra possa stimarsi la traduzione moderna dell'eterno carme romano ». 

Fedele, armoniosa e moderna dovremo dunque aspettarci che sia questa 
traduzione, della quale qui brevemente si discorre. 

Per poter giudicare la fedeltà d'una versione, occorrerebbe una minuta 
disamina di passi ; ma pur troppo, per la tirannia dello spazio, io non posso 
più che dare un piccolissimo saggio. Infedeltà, ecco, ne ho trovate, se per 
infedeltà s'abbia a^ intendere, sia la non sempre esatta rispondenza della 
versione con le parole del testo, sia l'aggiunta di epiteti e di fronzoli al- 
l'espressione virgiliana. P. es. il fato di I 2, è egli sicui'o l'A. che sia reso 
bene con « per divino impeto », e il dum conderet nrhem (I 5) con « se volle 
« Radicar la sua sede » ? 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 103 

Qui, come in molti altri casi, si sostituisce addirittura un pensiero ad un 
altro: né occorrono parole a darne la dimostrazione. E più sotto (I 19) l'm- 
signem pietate virnm diventa « una così umile alma », che è dir troppo poco 
e, con non lieve alterazione di senso, alla celebre frase (I 17 sg.) hoc regnum 
dea gentibus esse, siqua fata sinant, iam tum tenditque fovetque voglion 
coprispondere queste parole, che non sono neppur chiare, « qui l'universo 
« impero Sulle genti la Diva in ogni tempo. Se il Fato l'assentia, volle e 
« rapiva ». Né mancano aggiunte di fronzoli: aìtae moenia Romae (I 7) è reso 
con « Roma Coronata di torri erse la fronte » ;^ rapii Ganymedis honores 
(I 28) con « di quel rapito Ganimede La dignità superba »; e his accensa 
.super (I 29) con « A tai faville Livide sul timore ella fìammando », che dice 
tutt'altro, ... e via e via. 

Ma veniamo all'armonia: ce n'è molta nei versi del Dobelli, che sente bene 
non solo la musicalità dei singoli endecasillabi, quasi tutti sonanti e di buona 
fattura, ma sì anche quella del periodo poetico; che spesso si compiace di 
lunghe serie di sdruccioli (l'aveva già fatto anche il Caro), specialmente là 
dove par li richieda la concitata descrizione di fatti naturali o la rappresen- 
tazione di agitati sentimenti ; sdruccioli, non senza abilità, portati a conclusione 
éa un tronco. 

Un esempio, fra tanti (I 72 sgg. della versione = I 42 sgg. del testo). 

. . . Ben di sua mano 
Lanciò di Giove il fulmine dai nugoli, 
Il naviglio disperse, il mar coll'impeto 
Dei turbini sconvolse, e il reo dall'igneo 
Colpo trafìtto, e nell'incese viscere 
Fiammante, avvolto in un aereo vortice, 
Su uno scoglio acutissimo inchiodò. 

E così pure si confrontino i luoghi seguenti: I loO sgg.; 166-174; 822- 
381; 469-473; 640-649 ecc. 

Se non che tutto ciò, ce lo permetta l'egregio autore, non sa ancora di 
moderno: moderna questa versione non saprei come si possa dire, né per lo 
stile (bastano i saggi dati qui sopra), nò, meno che mai, per la lingua. Il 
lessico e la morfologia sono, a mio credere, tutto ciò che di più antiquato, 
di stantìo, di ferravecchio poetico si possa immaginare. 

Esagero? Lo giudichi il lettore dagli esempi isolati che raccolgo scorrendo 
i primi 150 versi, in cui si trovano parole e forme come queste: melodi, 
agricoli (sost.), glebe, fea, furo, incesa, fulse, sorgerm, corrusca, aliospu- 
mante, incese, fieno, appo, repente (avv.), al guardo, etra ecc. E più qua 
e più là mi cascan sott'occhio latinismi come ràbidi, urbi, avulse, acervi, 
auro, roscida, fùnere, arcaismi in genere quali sonniar, u\ fa, forme disu- 
sate come scerna, vestirò, pria, vèr ecc. 

Tutta roba che poteva andar bene una volta, ma che urta oggi, con un 
senso di molesto fastidio, chi voglia leggere modernamente reso nella nostra 
lingua <t l'eterno carme romano ». Luigi Galante. 



104 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



ANNUNZI ANALITICI 



Li:vi Della Vida. — Per una caratteristica dei Semiti. — Roma, Tip. del 
Senato, 1918 [Elevato e penetrante saggio, pubblicato in edizione non venale 
di 125 esemplari — che è, nella sua parte sostanziale, la prolusione ad un 
corso di lingue semitiche tenuta dall'A. all'Università torinese. In esso si 
fissano i tratti più caratteristici del popolo semitico, considerato, per quanto 
è possibile, nella sua relativa purezza etnica e storica. Le conclusioni, alle 
quali il L. D. V. giunge, modificano, anzi in alcuni punti contraddicono quelle 
correnti. Secondo l'A., queste caratteristiche sarebbero: povertà di fantasia 
creatrice, così nel campo dell'arte, come in quello del mito e della scienza j 
il prevalere del pensiero pratico su quello teoretico, della emozione e del- 
l'azione sull'attività riflessiva e contemplativa; mancanza d'equilibrio e di 
misura. Notevole l'interpretazione nuova che l'A. offre dell'apparente pessi- 
mismo semitico, quale, ad es., si esprime nel Libro di Giobbe]. 

Achille Beltrami. — L. Annaei Senecae ad Lucilmm Epistiilarum mo- 
ralium libros I-XIll ad codicem praecipue Quirinianum recensuit ... — 
Brixiae, 1916 [Il Beltrami scopri l'importante codice, lo illustrò di eruditi 
articoli nella Riv. di fiì. e d'istr. classica, e col presente volume, a spese 
dell'Ateneo di Brescia, ci dà la prima parte d'una magistrale edizione critica, 
condotta precipuamente sul nuovo codice, che offre lezioni rilevanti. Questa 
dottissima fatica, se torna d'alto incremento alla filologia classica, è anche 
raccomandabile agli studiosi di filologia moderna, e massime italiana, perché 
Seneca morale fu autore dei più letti lungo il medio evo e in tutt'i secoli. 

D. BULFE.]. 

Nicola Scakano. — Prolegomeni al Poema sacro. — Campobasso, Co- 
liti, 1918 [Per fortuna, questo volumetto è senza confronto migliore del brutto 
Dante, tramandato da una vecchia silografia, che campeggia nel frontispizio. 
È un buon lavoro di divulgazione e di sintesi, senza pretese, ma più che di 
compilazione; lucido, agile, garbato, anche succoso. Abbastanza bene architet- 
tato, sebbene alquanto diseguale qua e là, così nella sostanza, come nella forma. 
Infatti l'A. si mostra in certi punti fortemente tradizionalista, specie nel 
cap. XIII, nella parte riguardante la biografia dell'Alighieri, i suoi an:ori, ecc. ; 
mentre altrove (p. 89) è ispirato a un eccessivo scetticismo, toccando della 
questione diniana a proposito dell'ambasceria a Roma. Qualche dissonanza di 
stile, qualche stonatura, per abuso di espressioni troppo famigliari o d'imma- 
gini ardite, questi ed altri difetti potranno facilmente sparire in una nuova 
edizione. E allora potranno anche essere tolte alcune incertezze, che in un'ope- 
retta come questa, destinata ai giovani e a un pubblico largo, sono meno 
giustificate; quella, ad es., riguardante la data del JJe Monarchia, che in 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 105 

im punto (p. 90) l'A., dopo il tanto che s'è scritto in contrario, inclina 
ad assegnare al 1301 circa, mentre poco più oltre (p. 99) egli sembra ricre- 
dersi. Vi. Ci.]. 

Francesco Torraca. — Su la canzone « Italia mia » di Francesco Pe- 
trarca. — Napoli, Stabil. tip. Jovene, 1913 [In questo studio, tanto dotto ed 
acuto, quanto sostanzioso e concludente, destinato agli Atti della R. Accad. 
d'archeologia, di lettere e di belle arti di Napoli (N. S., voi. VII, 1918), ma 
anticipatamente inserito nella Kassegna critica (XXIII, 1918) da cui è estratto, 
il T. riprende in esame la vecchia, tormentata questione della cronologia della 
più famosa lirica petrarchesca. Ma è da avvertire subito che, anche prescin- 
dendo dalla questione cronologica, alla cui soluzione l'A. reca un contributo 
notevolissimo, anche se non assolutamente definitivo, queste pagine spargono 
luce di nuove osservazioni felici, che bene illustrano la memorabile canzone. 
Confutate le interpretazioni e le date proposte recentemente dal Proto e dalla 
.Torio, col sussidio di calzanti riscontri desunti dall'epistolario petrarchesco, 
nella impossibilità di trovare argomenti bastanti per puntellare la data di- 
fesa dal Carducci e da altri (inverno 1344-45), il T. sostiene che la canzone 
potè essere composta durante il primo soggiorno del Poeta nel territorio di 
Parma, nella pace idillica di Selvapiana, quindi probabilmente nell'estate- 
autunno del 1341, in quel periodo che fu per lui di vero fervore poetico; e 
forse poco prima della sua partenza alla volta di Provenza, quasi commiato 
alla patria diletta e straziata (p. 26). Ma in tal caso (essendo il ritorno in 
Provenza avvenuto nella primavera del '42) la data subirebbe uno sposta- 
mento, cosicché ci si avvicinerebbe al termine — 1344-45 — assegnato, fra 
gli altri, dal Cesareo, il quale nelle Nuove ricerche su le poesie volgari del 
Petrarca (Rocca S. Casciano, 1898, pp. 84-5) aveva anch'egli richiamato l'epi- 
stola metrica Dulcis amice a Barbato. Il T. rinfianca la sua tesi con efficaci 
testimonianze storiche desunte da scrittori sincroni, riguardanti la guerra 
scoppiata in qaei mesi fra Pisa e Firenze pel possesso di Lucca. Ma forse 
egli, nello scartare la data carducciana, col pretendere che in tal caso do- 
vremmo avere nella canzone qualche accenno storico concreto, è troppo esigente, 
sì che ci troveremmo imbarazzati anche se volessimo scorgere allusioni precise 
a questa guerra anteriore nei versi di messer Francesco. Ha ragione d'esclu- 
dere che « il nome vano senza soggetto » sia la Fortuna, e di sostenere che 
sia invece « l'amore e la fede » nei Tedeschi mercenari. Sennonché io aggiun- 
gerei anche il « valore », che deve ritornare prerogativa etnica degli Italiani, 
in contrapposto al « furore » di quelle milizie mercenarie, le quali, al mo- 
mento della prova, ingannano e alzano il dito, in segno di resa. Perciò, se- 
condo noi, quella gente nordica sarebbe ritrosa forse per uria doppia ragione, 
una materiale, perchè in battaglia si risparmia per freddo calcolo, è rilut- 
tante a combattere, a mostrare quel « furor teutonicus » che le è abituale; 
ed una ragione morale o figurata, perchè ritrosa, cioè barbara, riluttante a 
quella civiltà, a quella nobiltà e lealtà, anche in guerra, che son proprie del 
« latin sangue gentile » . Anche con queste riserve, che riguardano solo alcuni 



106 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

particolari, la trattazione del T. non perde del suo valore e su essa richia- 
miamo l'attenzione degli studiosi. Vi. Ci.]. 

Arnaldo Foresti. — Un saluto e un sospiro di Francesco Petrarca alla 
certosa di Montrieux (estr. à^SiW Emporium, luglio 1918) [Il F. ha voluto 
provare il proprio acume intorno al son. 139^ {Quanto più disiose Vali 
spando) del Canzoniere: quello stesso, di cui il Tassoni scrisse « che s'altro 
« lume non apparisce, chi non è Merlino, non s'apporrà giammai in trovarne 
« il soggetto », e che il Muratori hattezzò « oscurissimo indovinello ». Il Car- 
ducci, con più esattezza, affermò nel suo commento che il sonetto « non è 
« oscuro di per sé, rimaniamo noi all'oscuro del caso e del tempo in che fu 
« scritto e delle persone a chi fu scritto »; ma poi, — là dove il Petrarca, 
separando sé dal suo cuore, questo lascia ire a destra verso una « Gerusa- 
« lemme » desiderata, e sé invia a sinistra in un « Egitto » di turbamento, — 
tagliò corto alle congetture con queste parole : « Non certi de' luoghi, è 
« inutile che ricerchiamo questi viaggi del cuore e del poeta a destra e a 
« sinistra ». E il Tassoni, forse non meno indispettito dinanzi ai versi oscuri: 
« Né fatica, né studio mi pare che meriti questo sonetto ». Ora il Foresti, 
scartate le varie opinioni dei critici (ultimi il Cochin, il Moschetti, lo Scherillo, 
e il Sicardi in questo Giornale 53, 274 sgg.), che s'appuntarono specialmente 
al V. 7 del sonetto (« Ove '1 mar nostro più la terra implica »), che contiene 
una determinazione topografica troppo vaga, mette innanzi una sua spiegazione, 
che, se anche a qualche obbiezione si può prestare, ci sembra degna di molta 
attenzione. Il F., movendo dall' identificazione di Avignone con 1' « Egitto » 
del V. 11, prova che la « Gerusalemme » dello stesso verso non può essere che 
in Provenza, « non distante da Avignone », e così espone la sua interpreta- 
zione: « Il sonetto infatti fu, com'io credo, scritto in Avignone poco avanti 
« la quaresima del 1347, essendo il poeta appena tornato dalla prima visita 
« fatta al fratello monaco nella certosa di Montrieux ». A conferma il F. dà 
alcuni particolari sulla certosa nuova che é nella valle del Gapeau, giovandosi 
delle belle indagini e delle descrizioni di quei luoghi amenissimi fatte dal 
Cochin nel suo volume su Le frère de Pétrarque, e sull'itinerario seguito 
dal poeta nel recarvisi e nel tornare ad Avignone. Inoltre il F. insinua av- 
vedutamente alcuni riscontri dal De Vita solitaria e dalla lettera 22 set- 
tembre 1349 del Petrarca al fratello, che richiamano pensieri e parole del 
sonetto. Che la « dolce schiera amica » siano i monaci conosciuti dal poeta 
in quel pellegrinaggio nella valle remota, pare confermare la prima terzina, 
ove si contrappongono la « Gerusalemme » di quelli e 1' « Egitto » del poeta, 
certo nel senso allegorico ascetico che queste medesime espressioni hanno già 
in Dante. Un solo intoppo pare a noi di vedere in questa attraente e dotta 
indagine del F. (che s'adorna d'alcune buone illustrazioni e di due carte dei 
luoghi della certosa), ed è nello stesso tratto del sonetto, che fece ai prede- 
cessori del F. andar cercando intorno alle prode d'Italia il luogo a cui quello 
si riferisce. Come adattare alla nuova spiegazione la perifrasi « in quella 
* valle aprica Ove '1 mar nostro più la terra implica » ? Secondo il F., il 



BOLLETTINO BrBLIOGRAFICO 107 

nodo si scioglierebbe intendendo : « la valle del Gapeau [che] finisce col fiume 
« al mare nella rada d'Hyòres bassa di fondo, sbarrata da una catena di 
« isole orrandi e piccole che si protende nel mare a semicerchio e dentro sé 
« lo chiude ». Se non che proprio attorno a Montrieux è tutta, una corona 
di colli che impediscono la vista del « mar nostro » e mal s'intende la con- 
venienza di quella perifrasi descrittiva. Né l'interpretazione che il Carducci 
dava deirultima terzina, s'adatterebbe alla nuova spiegazione del sonetto. Ma 
è bensì vero che obbiezioni più gravi si sono fatte alle altre interpretazioni 
del sonetto medesimo, e che la spiegazione del F. risponde meglio alla lettera 
pel verso 11» di esso. A. Sa.]. 

The Eclogues ofFaustus Andrelmus and Joannes Arnolletus edited vith 
Introductton and Notes hy W. P. Mustard. — Baltimore, Hopkins Press, 
1918, 8*>, pp. 123 [Il M., ben noto agli studiosi per altri lavori in questo 
campo dei testi umanistici, offre qui, ristampate con cura sull'ediz. parigina 
del 1506, le ecloghe del forlivese, accompagnandole con utili note illustra- 
tive e facendole precedere da una buona introduzione biografico-letteraria. Alle 
12 ecloghe dell' Andrelini (o Anderlini) egli aggiunge, riprodotte su tre stampe 
cinquecentesche, le quattro dell'ArnouUet (o Arnollet), umanista che esercitò 
il suo magistero a Nevers, le quali possono considerarsi come rampollate da 
quelle di Fausto. Chiude l'utile volumetto un pregevole corredo di appendici]. 

A. Pasini. — Fausto Anderlini. Memorie e Saggi poetici. — Forlì, stabi- 
limento tipografico Valbonesi, 1918 [Nulla di nuovo ci offre FA. di questo 
opuscolo, messo insieme per il centenario della morte del quattrocentista 
forlivese, propagatore degli studi umanistici in Francia. Si è servito quasi 
esclusivamente di alcuni dei più utili contributi moderni sulla vita e le opere 
dell' Andrelini, citando con particolare larghezza le pregevolissime indagini 
del Renier apparse in questo Giornale (19, 185 sgg.). E alla frettolosa com- 
pilazione ha frammesso alcune lettere e versi del suo autore ; dei carmi dando 
inoltre delle traduzioni italiane molto mediocri. A nostro giudizio, non doveva 
riuscir molto difficile onorare più degnamente e proficuamente l'umanista, 
ch'ebbe a' suoi tempi rinomanza cosi vasta, e sul quale molto ancora ci resta 
da sapere. A. Sa.]. 

Nico SoHiLEo. — Vittoria Colonna, nella religione, neJVarte. — Treviso, 
prem. Stab. Turazza, ecc., 1916, 8", pp. 88 [È una cattiva compilazione, che 
non offre alcuna novità, e cose già note malamente rimescola e ripete senza 
garbo e senza serietà. Fa parte di quella « crittogama opuscolare » che non 
può trovare, né troverà mai accoglienze liete nel nostro Giornale, perchè essa 
è la peggiore conseguenza di quella tendenza facilona ed estemporanea, oggi 
di moda, contraria al metodo e al rigore scientifico, di cui questa rivista si 
gloria d'essere antesignana. Insufficiente nella preparazione e nell'esecuzione, 
l'opuscolo dello Sch. è trascurato nella stampa, peggio che trasandato nella 
forma. E il numero delle pagine in esso è comodamente accresciuto con la 
ristampa di lettere e di rime della Colonna, alcune delle quali indiscreta- 



108 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

mente riprodotte da articoli e altri contributi eccellenti di ben più compe- 
tenti studiosi della principessa cinquecentista. Diamo una spigolatura amena 
di errori non certo tutti tipografici: a p. 2: « fermae (sic) pari (quasi 
uguale) »; a p. 4 si scambia Vittoria Farnese con Vittoria Colonna iuniore; 
p. 5 : l'ab. Galliani', a p. 20 la Gonzaga sposa a Francesco Maria della Ro- 
vere si trasforma in Leonora cVEste; Michelangelo è spesso « Buonarotti » 
(p. 21 ecc.); a p. 25 troviamo un Alfonso d'Orléans che è certamente Alfonso 
Davalos; a p. 36 c'è « il Guidicioni »; a p. 38 Eleonora d'Este è la « futura 
amica di T. Tasso »; a p. 46 incontriamo uno sconosciuto cancelliere impe- 
riale « Granelle »; M. A. Flaminio è mutato in « Flamio » a p. 49; il car- 
dinale Morone diventa Morosini, p. 51; e potremmo continuare. Il giudizio 
dello Sch. sulla poesia della Colonna non è favorevole: « Francesco Fla- 
« mini (sic) nel suo grande ' Cinquecento ' non esprime una parola chiara di 
« giudizio intorno a V. Colonna, e se un giudizio decisivo non avessimo di 
« Alessandro Luzio, stimando io di poco conto le rime di Vittoria Colonna, 
« parebbe (sic) che ce l'avessi personalmente! ». Così scrive lo Sch.: il punto 
ammirativo è suo, ed è anche mio. A. Sa.]. ^ 

Urhinum, anno IV, dicembre 1917 [In occasione del terzo centenario della 
morte di Bernardino Baldi, che ricorreva nel 1917, la rivista Urhinum, che 
si pubblica nella città da cui prende il nome, ha dato in luce un « numero 
« unico » (anno IV, dicembre 1917), contenente alcuni scritti, vari di pregio, 
relativi al poligrafo urbinate. Luigi Eenzetti ne ha tracciato in poche pagine 
un ritratto, mentre Luigi Nardini ha raccolto un Elenco (molto insufficiente, 
a dir vero) delle opere di B. Baldi, così stampate come manoscritte : tra le 
inedite, in numero di 65, non era più da annoverare L' invenzione del bossolo 
da navigare (cfr. questo Giornale, 39, 145), e conveniva pure tener conto 
d'altre cose del Baldi pubblicate negli ultimi tempi. Assai più interessanti 
sono gli altri due articoli del fascicolo, dovuti a Guido Zaccagnini, degli 
studi sul Baldi particolarmente benemerito, e ad Alipio Alippi. Lo Zaccagnini, 
dal codice XIII, D. 38 della Nazionale di Napoli pubblica, interi o in parte, 
diversi Sonetti inediti di B. Baldi, diretti i più a personaggi illustri d'Urbino 
e d'altre città: artisti, come Federico Barocci e Francesco Paciotti; matematici, 
come Guidobaldo dei marchesi del Monte e Federico Commandino; letterati, 
come Bernardino Marliani, Marcantonio Vergili Battiferri e Tarquinia Molza. 
Alipio Alippi, col titolo B. Baldi storiografo ducale e le « barbare mutila- 
« zioni » impostegli dal suo ducale censore, ci fa conoscere, da filze dell'ar- 
chivio di Stato fiorentino, una serie di appunti fatti da Francesco Maria II 
della Kovere alla storia montefeltresca, a lui liberamente sottoposta dal Baldi 
per averne il gradimento e il permesso di stampa : sono « alcuni avvertimenti 
« per la Vita del duca Federigo di gloriosa memoria » e « altre considerazioni », 
le quali all'Alippi consentono di sostenere che non esiste « prova di sorta 
« della pretesa ostilità del duca contro il lavoro del Baldi, per non essersi 
« questi prestato ad alterare la verità storica secondo i ' capricci ' del suo 
« sovrano » (p. 17). — Cogliamo l'occasione per notare che la monografia dello 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 109 

Zaccaofiiini su B. Baldi nella vita e nelìe opere, nella seconda edizione 
(Pistoia, soc. an. tìpo-litogr. toscana, 1008) notevolmente migliorata e accresciuta 
d'un'importante appendice di versi e prose inedite (cfr. questo Giornale, 53, 416), 
è stata ora accolta, con nuova copertina e con la data di Eeggio d'Emilia 1918, 
nella « Collezione storico-letteraria » che si pubblica in quella città a cura 
di Giuseppe Guidetti. Recentemente lo stesso Z., col titolo Della vita e delle 
opere di B. Baldi (Reggio Emilia, tip. Collezione storico-letteraria, 1918), ha 
pubblicato la « commemorazione baldiana », da lui « letta il 6 aprile 1918 
« nella gran sala del palazzo ducale in Urbino ». Ricordiamo inoltre i due 
volumi degli Epigrammi, ecìoghe ed apologhi di B. Baldi pubbl. da Domenico 
Ciàmpoli (nella collezione « Scrittori nostri » di R. Carabba, Lanciano, 1914), 
ed esprimiamo il desiderio che fra gli Scrittori d' Italia del Laterza sia dedi- 
cato più d'un volume al Baldi, per raccogliere, con scelta giudiziosa, il meglio 
della sua produzione, edita e inedita, in verso e in prosa. A. Sa.]. 

Carlotta Giulio. — // Manzoni e il Fauriel (Dal primo viaggio del 
Manzoni a Parigi alla discesa in Italia del Fauriel). — In deposito presso 
i fratelli Bocca, Torino, 1918 (8**, pp. 59) [Con larga e piena informazione, la 
giovane autrice riassume le notizie che si hanno sull'amicizia di questi due 
grandi amanti degli studi storici. Difficilmente si può trovare nelle pagine 
della Giulio qualcosa di nuovo, anche perchè la forma troppo espositiva im- 
pedisce di dar le prove necessarie per le pochissime affermazioni originali 
che ormai si possono ancora fare a proposito di una relazione intorno alla 
quale scarseggiano i documenti. Il che ha indotto l'autrice a divagazioni un 
po' esuberanti, ma gradite per la forma calda, quasi sempre sufficientemente 
precisa, ed a qualche ravvicinamento che non persuade. Se non m'inganno, 
non era ancora stata fatta l'ipotesi che la conoscenza dello Shakespeare da 
parte del Manzoni derivi dal Fauriel : la supposizione è fondata sopra osser- 
vazioni che mi paiono apprezzabili (p. 40), A. M.]. 

Giuseppe Saitta. — // pensiero di Vincenzo Gioberti. — Messina, 1917 
[Lo scopo di questo libro si desume chiaramente dalla prefazione, dove l'A. 
cerca di giustificare il suo studio del Gioberti rispetto a quelli dello Spaventa e 
del Gentile. « Il quale studio, dice l'A., si dirige unicamente a quanti fra gli 
« studiosi italiani sentono viva la coscienza della nostra tradizione filosofica, 
« 0, che è lo stesso, della nostra storia. Storia che non si può, per altro, rinchiu- 
« dere entro confini determinati, invalicabili. Perchè la nazionalità della 
« nostra filosofia, a cui mirò costantemente il Gioberti, non deve concepirsi 
« come un processo conchiuso dentro il giro della individualità empirica della 
« nazione italiana, si bene come parte viva dell'intero sviluppo storico dello 
« spirito umano. Questo sano senso storico, malgrado le esagerazioni e i para- 
« dossi che formano l'accidentalità del suo pensiero, ebbe assai acuto il 
« Gioberti ; e per esso egli contribuì, con la potenza del suo alto ingegno 
« speculativo, alla dimostrazione del gran principio della filosofia moderna, 
« che consiste nella concezione della realtà come mentalità pura ». Ora sola- 



110 BOLT,ETTINO BIBLIOGRAFICO 

mente in una rivista specifica di Filosofia si potrebbe discutere il metodo 
seguito dall' A. e la conclusione a cui e^li arriva, che cioè il Gioberti mirasse 
a concepire la realtà come mentalità pura, nel senso voluto dall'A. Il quale 
certamente rivela nel suo studio molta sagacia, molta dottrina e padronanza 
dei concetti che egli svolge. Ma, p. e., nel capitolo ^xxWEstetica del Gioberti, 
troppa è, rispetto all'esposizione, la parte fatta alla critica, che si mantiene 
poi sempre nel campo speculativo senza scender mai in quello propriamente 
estetico storico. Si desidererebbe conoscere qualche cosa di più delle idee 
estetiche del Gioberti e qualche sua pratica applicazione all'arte e alla let- 
teratura. Giusta è nel capitolo sulla Politica del Gioberti l'osservazione del 
Saitta riguardo ai rapporti fra Mazzini e Gioberti: la democrazia di questo 
è così profondamente speculativa, che differisce toto caelo da quella mazzi- 
niana da quella di altri partiti, a cui giustamente si addice il titolo di 
demagoghi. A. F.]. 

Giacomo Barzellotti. — Studi e ritratti. Seconda edizione riveduta, con 
molte aggiunte. — Sandron, Milano, [1918], S**, pp. 345 [Il Giornale s'è già 
occupato della prima edizione (23, 320-1). Le aggiunte della seconda non 
mutano la fisionomia del libro, che rimane una prova della versatilità del 
Barzellotti e, se non della sua profondità critica, certo del suo equilibrio o 
del suo buon senso. Il difetto più grave del volume è sempre quello della 
soverchia frammentarietà : anche gli articoli nuovi — per esempio, quello sul 
Tommaseo e sul Fogazzaro — sono troppo brevi e troppo poco incisivi per 
fermare l'attenzione. Ma nelle due pagine sul Pascoli è colta abbastanza bene 
la sua natura di individuum ineffabile. A. M.]. 

Benedetto Croce. — Primi Saggi. — Bari, Laterza, 1918 [Il Cr. non 
s'accontenta di proseguire nel suo lavoro, mirabilmente indefesso, di storico, 
di filosofo, di critico, di pubblicatore di testi, di propulsore e ispiratore mol- 
teplice d'attività intellettuale nella nuova generazione italiana. Egli viene anche 
raccogliendo via via in volumi le « fronde sparte » della sua vecchia produzione. 
È un altro servizio che rende agli studiosi. In questo libro essi ritrovano 
raccolti principalmente gli scritti da lui pubblicati fra il 1893 e il '94 sulla 
teoria della Storiografia e sull'Estetica ; scritti tanto noti, che non ci indu- 
geremo a rammentarli, tanto più che nella Prefazione, la quale porta la 
data del 26 marzo 1918, l'A. stesso ne fa la storia e anche la critica, dando 
un esempio singolare d'autocritica; storia interessante e istruttiva, perchè 
sincera, di questa sua giovanile attività ch'egli dice quasi della « puerizia», 
attività ormai in gran parte oltrepassata, ma che in tal modo noi possiamo 
seguire nel suo successivo disvolgersi. Nella Prefazione rilevo un nobile 
sentimento di rammarico per la censura, « impetuosa e quasi furiosa », da lui 
mossa al compianto Zumbini. Nel testo notiamo uno dei primi accenni alla 
questione dei « generi letterari » sulla quale sorse poi una così viva e feconda 
discussione. Feconda sovrattutto per questo, che s'è conclusa, in fondo, con 
l'ammettere l'impossibilità teorica dei « generi letterari » e la necessità pratica 



BOLLETTINO BIBLIOGKAFICO 111 

di riconoscere l'esistenza storica di gruppi di forme affini, clie furono in passato 
e saranno anche in avvenire designati con una denominazione comune, che 
è poi quella tradizionale. Perciò gli storici e i critici continueranno — hon 
gre, mal gre — a parlare di poesia lirica e drammatica ed epica, ecc., e 
dovranno ammetter anche, con la storia alla mano, una certa evoluzione in 
quelle stesse forme; nel che consentiva già il De Sanctis. Sono le conclu- 
sioni, queste, alle quali accennava anni sono Vittorio Bossi in questo Gior- 
vaìe (55, 411 sgg.) a proposito della poesia pastorale e che credo non siano 
poi inconciliabili con le obbiezioni che il Gentile mosse al De Sanctis in 
questo stesso Giornale (59, 387). 

Occorre appena avvertire che questi vecchi scritti il Cr. li ha riveduti, 
sfrondati, migliorati. ì^ieW Appendice egli ha opportunamente riprodotto due 
articoli men noti, quello su Les études relatives à la tìiéorie de llustoire 
en Italie durant les quinze dernières années, che fu pubblicato nella Bevue 
de Synthèse historique del 1902 e l'altro Di alcune leggi di storia delle 
scienze, che è del 1901, inserito già, neWsL Mivista di filosofìa, prilagog/a ecc. 
di Bologna. Vi. Ci.]. 

Alfredo Melani. — L'arte di distinguere gli stili. — Milano, U. Hoepli, 
MDCCCCXVIII, pp. 583, con 260 illustraz. [Gli stili? Non li ha inventati 
Alfredo Melani, è vero. Ma né il M., né altri han saputo definirli, perchè 
non esistono, astrazioni prive di senso : « Lo stile è l'individuo nel clima sto- 
« rico che lo circonda... Crebbero quindi gli stili, collettività espressive e 
« formali, senza danneggiare le personalità, poiché le personalità conservano 
« il proprio accento nelle lince comuni d'un gruppo o cento gruppi, quei 
« gruppi che costituiscono gli stili e producono le scuole: cioè i sottogruppi 
« capeggiati da Maestri », ecc. E altrove: « gli stili: stile freddo o caldo, 
« misurato o acceso, scialbo o colorito ». La cultura deficente, l'intento com- 
merciale, i criteri confusi hanno prodotto un pasticcio di erudizione e di 
tecnica, donde la storia e l'arte hanno completamente esulato. È rimasta in 
compenso molta pretesa: « mi ostino a scrivere con quattro e roccoccò, perchè 
« i quattro e chiamano quasi lo spirito curvilineo dello stile: grafia onoma- 
« topeica ». E se il libro fosse pieno di simili grafie, sarebbe, se non altro, 
divertente. L. V.l. 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 



Nota dantescia. 

Del salire (nel cielo del Sole) 
Non na'accors'io, se non com'uom s'accorge, 
Anzi il primo pensier, del suo venire. 

{Par., X, 34-37). 

Dante è già entrato nel Sole, ma senza accorgersi della salita, tanto essa 
fu rapida; come l'uomo non s'accorge del suo primo pensiero se non quando 
è già nella sua mente, così Dante non si accorge di esser salito nel Sole, se 
non quando egli è già nel Sole. Questa similitudine è più difficile a giusta- 
mente intendersi di quello che a prima vista non sembri. I più dei commen- 
tatori si contentano di osservare che Dante paragona qui la velocità del suo 
salire a quella del pensiero, la quale supera ogni altra. Ma perchè Dante 
dice primo pensiero? E c'era proprio bisogno di notare che non ci si può 
accorgere di una cosa prima di provarla, che quindi non ci si può accorgere 
d'un pensiero prima d'averlo? Badisi poi che il paragone, così istituito fra 
la rapidità della salita di Dante nel Sole e la rapidità del pensiero in ge- 
nerale, non ha molto senso. Prima di tutto il pensiero impiega alle volte 
assai tempo a venire in mente : quanto dobbiamo penare alle volte per ritro- 
vare un'idea ! Inoltre, quando si prende per termine di paragone la rapidità 
del pensiero, si paragona di solito il pensiero di un atto determinato colla 
esecuzione dell'atto stesso : Dante avrebbe dovuto, nel suo caso, paragonare il 
pensiero della sua salita nel Sole colla salita effettiva, per dare a comprendere 
la straordinaria velocità o istantaneità di questa. È vero che qualche volta 
si dice, senz'altro, rapido come il pensiero ; ma con ciò non si vuole alludere 
alla rapidità con cui un pensiero sorge in mente, ma a quella con cui esso 
può raggiungere l'oggetto suo, anche quando sia oltre ogni dire lontano. 
Io posso istantaneamente riunirmi nel pensiero a mio figlio che si trova 
alla fronte; ma se dovessi unirmi a lui materialmente, dato che mi fosse 
concesso, quanto tempo mi ci vorrebbe! Fra i commentatori l'Ottimo, citato 
dallo Scartazzini, osserva : « Dante dice che in essa spera del Sole era venuto, 
« ma non se n'accorse del venire, sì fu in prima giunto ; a guisa del pen- 
« siero che viene nell'uomo, del cui venire il pensante non si accorge, ma 
« bene il sente quando è in lui : li primi movimenti non sono in nostra po- 
« testade ». Ma non si capisce beno che cosa siano questi primi movimenti 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 113 

che non sono in nostra potestà, quando, invece di riferirci agli impulsi 
nativi o aofli istinti connaturali dell'uomo, ci si riferisca al pensiero. Vuol 
forse dire che noi non ci accorgiamo dei primi moti fisiolo^jici (come oggi si 
<lirebbe) onde il pensiero è preparato, e ci accorgiamo solo del pensiero quando 
spunta bell'e formato nella nostra mente? Non credo che questo potesse, 
essere l'intendimento di Dante; il quale, in tutti i casi, non avrebbe mai 
adoperato l'espressione « primo pensiero » per indicare qualche cosa di pura- 
mente fisico fisiologico, che, appunto perciò, non ha ancora nulla della 
coscienza e quindi del pensiero. Il Venturi nelle sue Similitudini dantesche, 
seguendo il Cesari, commenta invece così : « Ben dice primo, perchè, se è 
« tale, non può l'uomo aver avuto, avanti di quello, l'altro di accorgersi di 
« esso pensiero ». È un arzigogolo, che avrebbe la pretesa di esser filosofico 
per quella distinzione fra il pensiero e l'accorgersi del pensiero, che costitui- 
rebbe già un pensiero. 

La spiegazione dei versi discussi si presenta semplice e piana, solo che li 
mettiamo in relazione con altri di Dante, colla terzina cioè à^àW Inferno, 
XXIII, 10-13 : 

E come l'un pensier dall'altro scoppia, 

Così nacque di quello un altro poi 

Che la prima pau.ra mi fé doppia. 

Qui evidentemente abbiamo il caso inverso a quello del luogo del Paradiso : 
qui il Poeta accenna a un pensiero che nasce da un altro, a un pensiero 
dunque che non è primo. In altri termini. Dante in questi versi àeW In- 
ferno allude al fatto, comunissimo per gli psicologi, àeìV associazione delle 
idee, per cui le idee o i pensieri che sono fra loro collegati si richiamano 
gli uni cogli altri. Si sa che su questa legge dell'Associazione alcuni psico- 
logi, specialmente inglesi, hanno fondato tutta la psicologia; ma si sa pure 
che a questa teoria o dottrina associazionistica si è più volte opposto il fatto 
assai frequente di pensieri che sorgono improvvisamente, liberamente nel 
nostro animo senza collegarsi, almeno in apparenza, a nessun altro pensiero 
antecedente ; sono appunto quelle che gli psicologi tedeschi chiamavano frei- 
steigende Vorstellungen, rappresentazioni o idee che salgono liberamente 
sulla coscienza. Mentre nel caso dell'associazione abbiamo una serie di pen- 
sieri, qui invece abbiamo un pensiero che inizia, che apre la serie : Dante lo 
chiama molto giustamente primo. Ora, nel caso dell'associazione, poiché il 
pensiero B scoppia, nasce dal pensiero A, si presente da noi, mentre si ha il 
pensiero A, già il pensiero B che in esso è virtualmente contenuto ; quindi 
noi ci accorgiamo del suo venire. Quando invece il pensiero B sia il primo 
della serie, non scoppi cioè da nessun altro, esso sorge improvvisamente nella 
nostra coscienza, e non possiamo accorgerci del suo venire se non quando egli 
è già presente. Dante ha fatto, oltre che una giusta e perspicua similitudine, 

una bella osservazione, e ha parlato da perfetto psicologo. 

Adolfo Faggi. 



Giornale storico, LXXIII, fase. 217. 



e R o ]sr ^ e -A. 



PERIODICI 



Archicio per VAlto Adige (XII, 1917): A. Coìoccì, Itinerario di Giorgio 
lùihricio neìVAlto Adige. 

Archivio storico ìombardo (XLV, 1, 30 maggio 1918): M. Magistretti, 
Del « QuoUbet » di Francesco Castelli e del preposto Giov. Pietro Visconti 
di Mafiolo, entrambi Ordinari della chiesa milanese (sec. XVI)] Lodovico 
Frati, // testamento di Cahri/no Fondulo, il protagonista del romanzo di 
Vincenzo Lancetti; G. Gerola, Vecchie insegne di casa Gonzaga; — 
(2, 81 agosto): C. 8alvioni, Appunti di topononmstica lombarda: È. Verga, 
La famiglia Mazenta e le sue collezioni d'arte. Con inventari del 1672-1762 
« di più che duecento dipinti, dei quali non pochi attribuiti ai più grandi 
« artisti del Rinascimento italiano »; II. Monneret de Villard, Contrilndi alla 
storia delle biblioteche milanesi. 

Archivum romanicum (11,2, Ginevra, aprile-giugno 1918): E. Platz, i^e- 
cherches sur la formation du genre et la superposition verbale d'après 
V« Atlas linguistique de la France »; Lodovico Frati, Giunte agli « Inizii 
di antiche poesie italiane religiose e morali » a cura di A. Tenneroni. Con- 
tinuazione di questo ricco e utilissimo elenco; G. Bertoni, Etimologie varie 
(franco-prov. « ba » rospo ; lomb. « kais » capra, pecora giovane ; Jui*a 
bernois « kbrlà » vaso con fori] frib. « a chokrè » à Vabri] .Tura bernois 
« evoidatte » allodola] grig. « grifléunas » residuo del grasso] lomb. « rat{a) 
mozón » talpa ; sard. « tanda » quota) ; G. Bertoni , Ant. lomb. « f rasata » ; 
tergest. « belisis »; B. Gatti, Appunti di toponomastica iesitm] T. Sorbelli, 
Imitazioni e traduzioni in latino della canzone « Chiare, fresche e dolci 
acque » del Petrarca. Esamina, confrontandole col testo petrarchesco, due 
traduzioni della canzone, quella cinquecentesca di M. A. Flaminio, e quella, 
di molto inferiore, del p. Antonio Cesari. In una nota, in fine di questo ar- 
ticolo, il Bertoni per conto suo ricorda un anonimo e singolare rimaneggia- 
mento della medesima canzone, specie di parodia da lui rinvenuta in un ms. 
dell'Estense. — Nella « Bibliografìa » segnaliamo le recensioni del Bertoni ai 
seguenti volumi e articoli : M. Henschel, Zur Sprachgeographie Siidwest- 
gallietis] E. Levi, I lais brettoni e la leggenda di Tristano ; C. Fabre, « Planh » 
de Bertran Carbonel de Marseille sur la mort de Pierre Cardinal ; e dello 
stesso Bertoni alcune considerazioni sull'uso e sul significato più antico del 
vocabolo « tabacco » in italiano, prima della scoperta dell'America (p. 207 sg.). 
— A p. 27.5 è una riproduzione della pergamena che contiene il serventese 
romagnolo del 1277. — Qualche documentino estense relativo a Giovanni 



ì 



CRONACA 115 

Bianchini, matematico e astrologo di Leonello e Borso d' Este, al Boiardo e 
al Oornazzano fa conoscere ancora il Bertoni, ne' suoi « Annunzi bibliogra- 
fici » di più meno recenti lavori di S. Magrini, di G. Reichenbach e di 
M. A. Silvestri. 

Athenaetim (VI, 3, Pavia, luglio 1918): S. Gugenheim, La poesie de La- 
martine en Italie (continuaz.); C. Pascal, «Emendare^: suo significato in 
latino, quand'è riferito al lavoro dei grammatici o dei critici ; C. Pascal, 
L'avaro e Vidropico. Pubblica un passo d'una delle omelie attribuite ad 
Haimo (Heimo) vescovo di Halberstat (840-855), contenente anche versi me- 
dievali sull'avarizia e sull'oro; — (4, ottobre): S. Gugenheim, La poesie de 
Lamartine en Italie (cont.) ; A. De Stefano, L'escatologia politica di Ra- 
nieri arcivescoDO di Firenze (a. 1106). Sul contenuto politico della predi- 
zione apocalittica di Ranieri, che asseriva già nato l'Anticristo, così nei ri- 
guardi dell'Impero come in quelli della Chiesa; G. Rotondi, Il « ruscelletto 
orgoglioso » del Testi e un epigramma di Antifìlo di Bisanzio. Una nuova 
fonte della notissima metafora testiana, da aggiungersi a quelle indicate dal 
compianto AruUani e dal Cotronei; con accenni relativi a sonetti del Maggi 
e di Ubertino Laudi, affini ; Lidia Alberti, Pasquinate in codici ambrosiani, 
cioè nei mss. R. 113 sup., e A. 118 inf., dei quali sarà utile una più ampia 
e attenta esplorazione. 

Bollettino del Bibliofilo. Notizie, indici, illustrazioni di libri a stampa e 
manoscritti (a. I, nn. 1-2, nov.-dic. 1918). Questa pubblicazione mensile, di- 
retta da Alfonso Miola, il cui nome è garanzia di serietà, esce a Napoli 
presso il libraio Luigi Lubrano. Il Miola vi espone il Programma e parla 
di Bibliofdia ; Giov. Bresciano descrive Una sconosciuta stampa napoletana 
di un tipografo francese del XVI secolo, interessante. Si tratta d'un De- 
voto libro chiamato « Recitoria Virginis » del p. Hieronymo Bordonio de 
Sermoneta, stampato nel 1529, con silografie e tutto intessuto di vari compo- 
nimenti in volgare e in latino ; Memmo Cagiati inizia un Indice delle pubbli- 
cazioni numismatiche riguardanti le zecche delle provincie merid. d'Italia, 
e Alfonso Miola, Il Catalogo topografico descrittivo dei mss. della R. Biblio- 
teca Brancacciana di Napoli. Seguono sommari di riviste, annunzi di ven- 
dite librarie, di pubblicazioni, descrizione d'incunabuli messi in vendita, ecc. 

Bollettino della Reale Società geografica italiana (S. V, voi. VII, 1-2, gen- 
naio-febbraio 1918): P. Revelli, Le origini italiane della geografia politica. 
Continua nei fascicoli seguenti. Nel fase. 9-10 (settembre-ottobre) esamina 
« il pensiero geografico-politico del Romagnosi ». 

Bollettino storico piacentino (XIll, 1-2, gennaio-aprile 1918): A. Balsamo, 
La donazione del Salterio della regina Angilberga alla città di Piacenza. 
Si tratta del prezioso cimelio, ornamento della Comunale piacentina: la do- 
nazione avvenne nel 1820, e il codice entrò nella biblioteca nel 1822; E. Rota, 
L'educazione nel pensiero di Melchiorre Gioia (cont.); A. Neri, Di un opu- 
scolo erroneamente attribuito a Ferrante Pallavicino, cioè V Alcibiade fan- 
ciullo a scola, che non è operetta ignota, come altri ebbe a dirla, ne è del 
Pallavicino, ma del romano Antonio Rocco, avversario di Galileo, come il 
Neri aveva già da un pezzo dimostrato in questo Giornale (12, 219 sgg.) con 
documenti aprosiani, e torna ora a confermare con argomenti nuovi; — (3, 
maggio-giugno): A. Balsamo, Egidio Gorra (1861-1918). Affettuosa comme- 
morazione del compianto amico, della cui preziosa opera la morte ha privato 
troppo presto il nostro Giornale. Ai lettori raccomandiamo specialmente la 



116 CRONACA 

« Bibliografìa » delle opere di E. Gorra, che segue l'art, del B.; E. Rota, 
L'educazione nel pensiero di Melchiorre Gioia. Contin. e fine; G. P. Clerici, 
Le carte Tommasini donate alla Palatina di Parma. Facciamo nostro il 
voto del CI., che queste carte dell'illustre clinico Giacomo Tommasini e 
della moglie di lui, Antonietta Ferroni, siano, da chi ne è l'erede, donate alla 
R. Biblioteca di Parma, che già le ha in custodia da più anni. Occorre ap- 
pena ricordare le relazioni del Giordani e del Leopardi con la famiglia Tom- 
masini. Nelle carte depositate alla Palatina parmense, il carteggio della si- 
gnora Antonietta con molti letterati e con Paolina Leopardi chi sa quali 
notizie e di quanta importanza ci riserba! 

Città di Milano. Bollettino municipale mensile (XXXIV, 9, 80 settembre 
1918); E. Verga, Nel primo centenario del « Conciliatore », con ritratti e 
facsimili. Interessante. 

Conferenze e prolusioni (XI, 17, 1° settembre 1918): G. Rosadi, Il parlare 
onesto] — (18, 16 settembre): F. Ruffini, Cavour agricoltore. Frammento 
di discorso. 

Gazzetta di Genova (LXXXVI, 10, 31 ottobre 1918): F. Noberasco, // 
Santuario di Savona nelVarte e nella storia, con illustrazioni e qualche ac- 
cenno al Chiabrera e ai pellegrinaggi sabaudi ; A. Chiama, « Siestri » e la 
« Fiumana bella » (Nota dantesca). Articolo diligente e non trascurabile, 
il quale offre una nuova interpretazione della nota terzina del XIX canto 
del Purg. Si fonda sulla identificazione del « Siestri » dantesco in un piccolo 
borgo omonimo dell' Apennino ligure, che dà il nome ad una valle (« Val di 
Sestri ») presso il monte Lavagnolo, donde nasce e « si adima » il Lavagna, 
che traversava i feudi dei Fieschi. Questa spiegazione (illustrata da alcune 
vedute e da una cartina topografica) è egregiamente condotta, e consente 
qualche probabile congettura sugl'itinerari danteschi e sul passaggio e sog- 
giorno del Poeta in Liguria. 

Giornale storico della Lunigiayia (Vili, 3, La Spezia, 1917): II. Mazzini, 
Il parere di A. M. Salvini sulla esistenza di Apua; G. Sforza, Scrittori di 
Lunigiana. Tratta, con l'usata diligenza e ricchezza d'informazione, di Ni- 
colò Giuliani, Giuliano Lamorati, Giulio Cesare Bazzardi, Carlo Bertoloni, 
Francesca Caterina Giorgini, appartenenti ai sec. XVII, XVIII, XIX ; M. Giu- 
liani, Davide Mazzini. Vissuto dal 1824 al 1884: scrisse versi patriottici, 
ispirandosi al Berchet e al Mameli. Con bibliografia; U. M., L'autore delle 
ottave sul Golfo. Fu Carlo Federici di Spezia (1726-1805); — (IX, 1, 1918): 
F. Gabotto, / marchesi Ohertenglii fino allupale di Luni (945-1134). In- 
teressa anche i Malaspina, che furono uno dei rami obertenghi, e della cui 
discendenza il G. prometteva di occuparsi in altra dissertazione, la quale 
ignoriamo se la malattia che lo condusse innanzi tempo alla morte, gli avrà 
consentito di terminare ; M. Giuliani, Domenico Cozzani] G. Sforza, « Scrit- 
tori di Lunigiana » : Giambattista Franchini, Baffaello Raffaelli, Antonio 
Del Medico] — (2): A. Neri, Notizie e documenti per servire alla biografa 
di Luigi d' Isengard seniore (cont.). Articolo ricco di curiosità e di docu- 
menti inediti, in cui troviamo anche qualche notizia sulla letteratura « areo- 
statica » della fine del '700 ; G. Sforza, ScHttori di Lunigiana. Sono, di varie 
età, Claudio Colombo, Emilio Ferrari, Andrea Rossi, Angelo Del Nero, Gia- 
como Bertoloni, Baldassare Taravacci. Con bibliografie. — A p. 135 sg. A. N. 
pubblica un tratto della maledica Lanterna magica del p. Luigi Serra, che 
si conserva nella Universitaria di Genova. 



CRONACA 



117 



Italia (1) che scrive (V) (I, 1, Roma, aprile 1918): « Editori ed artieri 
del libro » : P. B(arbèra), La Ditta G. Barbèra. Notizie sommarie ; — 
(2, maggio): « Profili »: D. Provenzal, R. Fucini, con un saggio di biblio- 
grafia; — (3, giugno): Giulio Natali, Gli studi italiani in Francia. Apre 
un'utile rubrica, in cui si darà succinta notizia con elenchi bibliografici degli 
italianisants francesi : qui si parla del Dejob e del De Nolhac e nel n. 4 (luglio) 
dell'Hauvette, del Jeanroy, del Thomas, dell'Auvray, del Dorez e del Picot ; 
— (5, agosto) : I giornali italiani aWestero, e propriamente quelli che si 
pubblicano all'estero, con un elenco iniziale. 

Libertà economica (La) (XVI, 13, Bologna, 20 giugno 1918): G. Orto- 
lani, Machiavelli e machiavellismo. Notevole. 

Libri del giorno (I) (I, 1, aprile 1918): R. Barbiera, Longfellow in Italia. 
Aneddoti e ricordi piacevoli e attraenti, in particolare quelli che riguardano 
la visita del Long, al Manzoni il 15 maggio 1869; — (2, maggio): Tra le 
« Ricerche bibliografiche » vedi alcune indicazioni sulla rimatrice settecen- 
tesca Diamante Medaglia-Faini (p. 98). 

Marzocco (II) (XXIII, 35, 1° sett. 1918): G. Rabizzani, Il « Gazzettino 
del bel mondo », Considerazioni varie sulla frammentaria operetta foscoliana, 
di cui s'attende una nuova edizione da V. Gian ; — (36, 8 sett.) : P. Barbèra, 
Per Dante, a proposito del prossimo centenario ; — (37, 15 sett.) : G. R., Ita- 
spollature critiche. Pulci e Ariosto] R. Guastalla, Per un passo delle « Mie 
prigioni ». Riproduce il testo (franmientario, a nostro avviso) comunicatogli 
dalla sig.^ Virginia Olper Monis, della canzonetta Sognai mi gera un gaio, cit. 
nei capit. 33° e 35° delle Prigioni] — (38, 22 sett.): A. Mufioz, Arte francese 
e arte tedesca. Lo stile romanico] — (40, 6 ott.): G. Calò, G. Fraccaroli. — 
« Commenti e frammenti »: F. Santoro, Rileggendo « Imiei ricordi ». Divaga- 
zioni: ne il D'Azeglio, nò il Berchet sono oggi, tra gli studiosi, quei « dimenti- 
cati » che il S. suppone; — (41, 13 ott.): A. Murioz, Rembrandt in Italia. 
A proposito del recente volume di C. Ricci, nel quale sono raccolte tante 
notizie sulle relazioni del sommo artista con l'Italia. — Ci si consenta di ri- 
cordare, per debito di riconoscenza verso Giovanni Rabizzani, così inopinata- 
mente scomparso, le parole simpatiche da Lui dedicate nelle sue « Raspol- 
lature critiche », sotto il titolo Ricordo di maestri, a questo Giornale, « a 
« cui ogni italiano, anche non studioso della materia, deve gratitudine per 
« una metodica, costante, spesso impeccabile opera di riordinamento delle 
« nostre ricerche filologiche e letterarie », e agl'indimenticabili maestri che 
fino a ieri hanno diretto la nostra rivista. Porsero occasione a questo arti- 
colo del R. la commemorazione del Graf fatta dal Cian, col quale il R. au- 
spicò una compiuta raccolta dei versi dell'austero poeta, e la recente miscel- 
lanea in onore del Nevati, troppo precocemente « strappato alla scuola ed 
« alle cose belle ch'egli, un po' da erudito, un po' da esteta, un po' da gen- 
« tiluomo tanto amava»; — (42, 20 ottobre): Nello Tarchiani, Le meraviglie 
dei Luoghi Santi. Il « Mandavilla ». Degli itinerari di Terrasanta e in par- 
ticolare del Trattato composto nel 1357 dall'inglese Giov. da Mandavilla, 
ch'ebbe tanta fortuna hno al sec. XVIII ; G. Calò, Emilio Boutroux, il pen- 
satore di cui fu annunciata falsamente la morte; G. Rabizzani, Il volto d'un 
amico, con qualche considerazione sul Pascoli; — (43, 27 ott.): E. G. Parodi, 



(1) È uno dei due periodici bibliografici, apparsi nell'aprile del 1918. L'Italia che 
scrive si stampa a Roma, dal Formiggini ; l'altro, / libri del giorno, dalla casa 
Treves. 



118 CRONACA 

Su Arturo liimhaud] — (44, 3 nov.) : La Direzione del « Marzocco », Gio- 
vanni Bahizzani] A. Soraiii, // carattere di Rabizz ani \ B. Barbadoro, Ra- 
bizzani e il « Marzocco ». Il nostro Giornale si associa di tutto cuore al 
compianto destato dalla morte del valoroso critico, del quale diamo più oltre 
una necrologia; G. Calò, Una proposta in materia di riforme scolastiche] 
A. Munoz, Arie francese e arte tedesca. Lo stile gotico. 

Memorie della Pontificia Accademia romana dei nuovi Lincei (S. II, 
voi. II, 1916) : P. Giov. Giovannozzi, La versione borelliana di Apollonio. 
Dotta memoria documentata, che riguarda il grande Gio. Alfonso Borelli e 
l'opera dei Conici di Apollonio Pergèo, di cui il primo codice greco (forse il 
Gr. 206 della Vaticana) fu portato in Italia nel 1427 da Fr. Pilelfo, e la ver- 
sione procuratane dal Borelli fu pubblicata a Firenze nel 1661. 

Messaggero (1) della Domenica (II) (I, 1, 1918): F. Tozzi, Per un'an- 
tologia pascoliana. Quella di L. Pietrobono; — (3): E. Sicardi, Galeotto 
fu il libro e chi... Sull'interpretazione del verso dantesco data da H. Morf; 

— (4) : Giulio Natali, Il pensiero estetico di G. V. Gravina. Da una confe- 
renza detta a Roma r8 giugno 1918: — (5): F. Momigliano, Ugo Foscolo 
educatore nazionale. Rileggendo le Ultime lettere di J. Ortis ; — (6) : F. Mo- 
migliano, Marx, Mazzini e Benedetto Croce] — (7): C. Ricci, La fine di 
Cristina Paleotti] — (9): F, Momigliano, Un patriota istriano del ^700, 
Gian Rinaldo Carli, autore del notissimo articolo Sulla patria degli Italiani 
pubblicato nel « Caffé » dei fratelli Verri; — (10): Giovanni Gentile, La 
riforma fondamentale della scuola. Importante articolo, che continua nel 
n. 11 ; — (11): A. Setti, Due lettere di Giovanni Ruffìni. Fanno parte del 
carteggio del Ruffìni col dottor Giacomo Martini di Taggia, ora passato, per 
merito del nipote del Martini e del Setti, al Museo del Risorgimento di Ge- 
nova ; D. Alaleona, Nel mondo della musica. Curiosità su Arrigo Boito. 

Nuova Antologia (n. 1119, 1*' settembre 1918): A. Fradeletto, Giacomo 
Leopardi. È il discorso commemorativo pronunciato dalF.il 29 giugno 1918, 
ricorrendo il CXX anniversario della nascita del poeta, nel palazzo civico di 
Recanati ; V^. Rossi, Maometto, Pier da Medicina e compagni nelV Inferno 
dantesco. « Fra i canti della Commedia popolati di molte figure, quello dei 
« seminatori di scandalo e di scisma è uno dei più sottilmente e saldamente 
« architettati ». Il R. dedica ai personaggi della tragica bolgia un esame 
denso di fatti e di osservazioni, con interpretazioni e chiarimenti nuovi; 
R. Barbiera, Nel centenario del « Conciliatore^. Buone spigolature d'ar- 
chivio: — (n. 1120, 16 settembre): P. Orsi, Come si arrivò alla rivoluzione 
francese. Con larghe citazioni dai « Dispacci » degli ambasciatori veneti; 
C. Antona Traversi, « Maison Alexandre Dumas et Compagnie ». Contributo 
alla storia dell'industria letteraria e del plagio; Mario Foresi, La ingordigia 
del macero. Dal macero, a cui tante carte in questi anni furono sacrificate, 
sono stati salvati, per fortuna, non pochi documenti. Il F. dà notizia di un 
importante « diario » fiorentino del 500 ricuperato dal cav. Domenico Tordi, 
e di altre carte da lui stesso in varie occasioni sottratte alla distruzione : una 
copia del Conclave dell'ab. Sertor, due drammi mss. dell'improvvisatore na- 
poletano Gaspare Mollo: Corradino e Prusia, lettere di V. Irabriani, del 
Lambruschini, del Vannucci, del Rosini, e più altre scritture ragguardevoli: 

— (1122, 16 ottobre): F. Picco, // Carducci e la Francia] — (1124. 16 no- 
vembre) : P. Molmenti, Niccolò Tommaseo e Gino Capponi. 



(l) Nuovo periodico, mezzo letterario e mezzo cinematografico, che si pubblica 
a Roma. 



CRONACA 119 

Nuovo patto (fi) (luglio 1918): Giulio Natali, L'episodio di Geri dei Belìo 
e Vìimanitf) di Dante. Da una lettura del e. XXIX dell'/»?/, fatta alla « Casa 
di Dante » a Roma: « Dante non poteva (sostiene il N.) non concepire la 
« vendetta, conformemente alle idee medievali, come forma legittima di ^iu- 
« stizia punitiva ». 

Ora (L\) di Palermo, (20-21 die. 1918): G.Le&ntì, Gli tdtimi sfoghi poli- 
tici di Giovanni Meli. Giovandosi di studi recenti e con opportune citazioni 
di testi, rileva giustamente, ma non senza certo calore apologetico, non poche 
■espressioni satiriche, politicamente ardite, del poeta siciliano. 

Pro cultura (V, voi. I, 3, Trento, 1914): G. BertagnoUi, Bricciche di lette- 
ratura nonesa] « Archivio folcloristico »: G. B. E. De Luca, La leggenda fas- 
sanxf del « Gian bolpin »; C. Paolazzi, Cantilena delle heganate ad Ala] 
— (4): G. Bertagnolli, Bricciche di letteratura nonesa] « Archivio folclori- 
stico »: P. Ilario Dossi, Leggende, credenze, proverbi, ecc. a Come] 
G. B. R. De Luca, Antico costume fassano. Antichi baili fassani] — (V, 
voi. II, 1, Rovereto, 1914): A. Prati, Quistioncelle di toponomastica trentina. 

Raccolta Vinciana (IX fase, 1913-1917, pubblic. il 15 ott. 1918). Dopo 
circa cinque anni di sospensione, rivede la luce, sotto la sapiente direzione 
di Ettore Verga, questa pubblicazione periodica che, com'è noto, emana da 
quell'Archivio stor. civico del Comune di Milano, che ha la sua sede nel Castello 
Sforzesco. Questo fascicolo ha un'importanza speciale e bene rispecchia, come 
dice il V. nella prefazione, « l'attività dei leonardisti italiani e stranieri in 
« questi anni di vita angosciosa». Il ben nutrito fascicolo contiene V Elenco 
e Vatmìisi di 110 pubblicazioni entrate a far ^ parte della Raccolta negli 
ultimi quattro anni, fra le quali la 3* serie delle Etudes del compianto Duheni 
(p. 59 sg.), uno studio del Vangensten Ove, norvegese, su Leonardo ricer- 
catore della fisiologia della parola (pp. 127-9) e la Lezione Vinciana ài Luca 
Beltrami, Milano, 1916, in difesa di Edm. Solrai e in risposta alle troppo se- 
vere censure di Giuseppina Fumagalli (pp. 22-82). A p. 100 sgg., a proposito 
dell'articolo di Mckenzie Kenneth pubblicato in questo Giornale, 64, 358, si 
richiama un saggio anteriore di Gerol. Calvi, ma si tien conto anche della comu- 
nicazione di M. Sappa [Giorn., 65, 187). Fra le Varietà vinciane egli Appunti 
segnaliamo quanto è detto della edizione nazionale vinciana (p. 176 sgg.j. 

Rassegna (La) (XXVI, 3, Firenze, giugno 1918): M. Catalano, La casa 
paterna di Lodovico Ariosto. Saggio riassuntivo e concludente delle inda- 
gini ariostesche che il C. ha fatto e sta facendo con ottimi resultati negli 
archivi di Ferrara e di Modena, e che contribuiranno a correggere o deter- 
minare molti particolari della biografia, a gettar luce « sulla vita del poeta, 
« sulla sua famiglia e sulle persone che ebbero con lui relazioni d'amicizia 
« e d'aifari ». In questo primo contributo il C, movendo da una recente pub- 
blicazione di Pietro Torelli e dalla recensione che ebbe a farne il Salza su 
questo Giornale (70, 1S4 sgg.), e giovandosi di nuovi documenti da lui rin- 
venuti, riesamina minutamente la questione della « casa paterna » del- 
l'Ariosto, che non può essere stata quella che vuole la tradizione, ma un'altra 
contigua, nella stessa via ferrarese del Giuoco del Pallone, in antico S. Maria 
di Bocche, dove il poeta abitò dal 1484 al 1527. Che poi l'Ariosto da fan- 
ciullo abbia potuto abitare anche nella cosiddetta « casa paterna » , ci sembra 
molto probabile; s'intende prima del 1484, come aveva argomentato il Salza ; 
A. Gandiglio, La fortuna del Pascoli nella gara heufftiana di poesia latina. 
Interessante. — Notiamo una rettifica di M. A. Garrone [Il viaggio di 
fra Cristoforo) ad un artic. manzoniano di F. Lo Parco pubblicato nel fase. 4° 
del 1917 della stessa Rassegna. 



120 CRONACA 

Rassegna nazionale (XL, 16 settembre 1918): C. Seassaro, Il « JJe Mo- 
narchia » di Dante e la odierna filosofia del diritto (continuazione e line); 
A. De Angelis, Usi e costumi nel contado di Monte fiascone] — (1*^ ottobre): 
F. Crispolti, Il rinnovamento delV educazione (coni.); A. Scrocca, Giambat- 
tista Vico e un suo recente critico (cont. e fine). Il critico con cui lo Scr. 
discute, è il Croce; G.Manacorda, Ombre e penombre nella storia massonica 
(cont.). Interessanti sono queste note del M., benché acerbe. La prima (forse 
troppo severa) riguarda Vincenzo Lancetti, « uomo d'ordine sotto tutti gli 
ordini »; la seconda s'intitola « Foscolo, Manzoni e la Massoneria » e co- 
mincia: « Una cosa che piace e conforta è il vedere come i documenti mas- 
« sonici, che oramai escono fuori da tutte le parti, non recano mai fra gli 
« ascritti i nomi del Foscolo e del Manzoni ». Del fatto « stupefacente » il M. 
ricerca le ragioni che lo rendono assai naturale; G. Jannone, / Poerio nel 
loro secondo esilio. IV. L'esilio fiorentino (« Il viaggio di Alessandro in 
Germania ») (cont.). Condotto sul volume del Poerio edito da 13. Croce; — 
(16 ottobre): E. Levi, Maestro Antonio da Ferrara, rimatore del sec. XIV. 
In questa parte dell'eccellente monografia si tratta delle relazioni di M. An- 
tonio con la Romagna; G. Yoli^ì, L'Accademia della Crusca al tempo della 
dominazione francese in Toscana. Un capitolo nuovo della storia della 
Crusca, che a Napoleone dovette il suo risorgimento, dopo che Leopoldo I la 
aveva « fusa con altri istituti nell'Accademia Fiorentina »; Luisa Giulio Benso, 
Gli amici di Giuseppe Cesare Abba: Giacomo Barzellotti (cont.); Erme- 
linda Scolari, Un grande poeta del colore nel Quattrocento veneziano : Gio- 
vanni Bellini e le sue opere. Senza "alcun valore; — (P nov.): F. Cri- 
spolti, Il rinnovamento delV educazione (cont.) ; L. Piccioni, « Il Giornalismo 
italiano »: una « Varietà » di E. Passamonti, Alcuni documenti ined. sulla 
« Fenice » di G. P. Vieusseux. Dal carteggio Centofanti nell'Arch. di Stato 
di Pisa; — (16 novembre): A. Zardo, Maffaello Fornaciari. Compiuta bio- 
grafia e commemorazione, con ritratto ; G. Manacorda, Ombre e penombre 
nella storia massonica (cont.). Ancora del Foscolo, in mezzo a tante sètte 
del suo tempo, non settario ; e dei Sepolcri] G. Jannone, « La sposa di Co- 
rinto ». Nota poeriana. Ripubblica opportunamente nove strofe della tradu- 
zione, che il Poerio fece della ballata goethiana: il resto è finora irreperi- 
bile ; S. Fino, La poesia di Giidio Salvadori. 

Rendiconti e memorie della R. Accad. di scienze, lettere ed arti degli 
Zelanti di Acireale. Memorie della classe di lettere (IX, 1915-16, pubblic. 
nel 1917): V. Raciti-Romeo, La Biblioteca Zelantea di Acireale. Premesse 
alcune notizie sull'accademia e sulla biblioteca degli Zelanti, pubblica un 
catalogo degli incunaboli (1472-1499) da questa posseduti, e la 1* parte del 
catalogo delle edizioni cinquecentesche (1500-1530). Seguiranno un altro cata- 
logo di ediz. del 500, uno dei manoscritti e uno delle pitture, dei cartoni e 
disegni. 

Rivista Araldica (XVI, 2, Roma, 20 febbraio 1918) : WDhWhyì, Motti aral- 
dici editi di famiglie italiane (cont. nei fascic. segg.); — (5, 20 maggio): 
J. Bresson, Un souvenir italien de la bienheurtuse Jehanne d'Are. 

Rivista delle Biblioteche e degli Archivi (XXVIII, 5-7, Firenze, maggio- 
luglio 1917): A.Corsini, Un viaggio a Parma di Antonio Cocchi e la sup- 
posta gravidanza della duchessa Enrichetta Farnese. Notizie ricavate dalla 
inedita raccolta di eifemeridi del celebre medico e letterato settecentista: 
apprendiamo con piacere che di quel ricco materiale il C. intende giovarsi 
per « uno studio su la vita e le opere di questo medico eruditissimo ». In 
appendice un « parere » del Cocchi; F. Samarelli, La biblioteca del Semi- 



CRONACA 121 

nario di Molfetta e la provenienza di taluni suoi codici e manoscritti. Con- 
tributo alla studio di un palinsesto biblico; C. Antona Traversi, « In bia- 
simo delie donne belle ». Capitolo di Pietro GuadagnoU ora per la prima 
volta pubblicato. Pietro era il padre dell'assai più noto Antonio Guadagnoli: 
la vena burlesca era un'eredità domestica. 

Rivista di fdolocfia e di istruzione classica (XLVI, 8, luglio 1918): U. Mo- 
ricca, Le tragedie di Seneca. In continuazione; — (4, ottobre): R. Sabba- 
dini, Il codice vergiliano F. Così designato dall'iniziale del nome di Fulvio 
Orsini, « l'ultimo dei privati » (tra cui il Fontano e il Bembo) « che lo pos- 
sedettero »: oggi Vaticano 3225, noto per una magnifica edizione fototipica 
che se ne ha da più anni. Il Fontano era finora tenuto il più antico posses- 
sore del codice : il Sabb. con indagine magistrale pone in rilievo la persona- 
lità del manoscritto rispetto agli altri codici vergiliani, e vi scopre peculia- 
rità del latino spagnuolo, dimostrandone l'origine iberica. Dalla Spagna il 
« codice F. » sarebbe stato portato a Napoli da un umanista catalano ; 
IT. Moricca, Le tragedie di Seneca (contin.). 

Rivista di filosofìa (X, 3, Roma, 1918): G. A. Colozza, Lo sforzo nella vita 
dei sentimenti. Riprende anche la questione della partecipazione dell'artista 
ai sentimenti da lui attribuiti alle creature della sua fantasia ; V. Piccoli, 
Ontologia e gnoseologia nel sistema fdosofico di V. Gioberti. 

Rivista di storia, arte, archeoloqia per la prov. di Alessandria (XXVII, 
1918, S. III, fase. 5): R. Ottolenghi, Notizie biografiche di C. Botta. Vi 
sono riprodotte due lettere del Botta, del 1828 e 1830, relative ai concorsi 
dell'Accademia della Crusca a cui partecipò, la prima volta in gara col Man- 
zoni, con cui non voleva dividere il premio (« che veramente avrei vergogna 
« di essere accoppiato ad un romantico ! »), e la seconda volta in gara col 
Leopardi, come ci ha fatto ampiamente conoscere G. Ferretti su questo Gior- 
nale (71, 49 s^.)-^ G. Giorcelli, Una Accademia letteraria casalese del se- 
colo XVII dimenticata. Il documento pubblicato dal G. (del 1608), secondo 
noi, non si riferisce ad un'accademia, ma ad una votazione universitaria di 
studenti monferrini, probabilmente dell'Ateneo pavese, i quali nominarono 
« consigliero » della loro « nazione del Monferrato » il « signor Hippolito 
« Magnocavalli, scolaro casalasco », di cui il G. dà qualche notizia facendoci 
sapere che nel 1608 studiava legge a Pavia; G. Rustico, Il primo « intoppo 
amoroso » di Vittorio Alfieri. Pubblica una lettera inedita dell'Alfieri (da 
Londra, 10 [gennaio] 1771) probabilmente diretta ad Antonio Sabatier: « il 
« documento epistolare più remoto sin qui rinvenuto dell'Alfieri », con note- 
voli apprezzamenti su avvenimenti e personaggi politici, e con notizie sul- 
l'amore olandese dell'astigiano. Queste notizie contraddicono il racconto fatto 
dall'Alfieri nella Vita, di quell'amore, che nella lettera è detto « une espece 
« d'intrigue fort piatte » per una dama che egli amò assai poco, e a cui 
diresse un mediocrissimo sonetto (comincia con un verso errato), incluso nella 
lettera e prima sconosciuto ; F. G., Un processo per stregonerie, del 1639, 
ordinato dalla curia di Tortona. 

Rivista d'Italia (XXI, 9, 30 settembre 1918): L. Pirandello, La commedia 
dei diavoli e la tragedia di Dante. Studia l'indole e la ragione della comi- 
cità dantesca nel e. XXI dell'in/!, con ricchezza di osservazioni pregevoli, 
se anche non tutte accettabili: nella cosiddetta « commedia dei diavoli », anzi 
in tutte le Malebolge, che furon dette « il regno del comico dantesco » , secondo 
il P., « il comico non è della materia, è dell'animo del poeta, cioò nel modo 
« come questa materia s'atteggia innanzi a lui e nel modo come il poeta a 



122 OKONAOA 

« sua volta s'atteggia innanzi alla materia ». Né al P. pare che questi due 
atteggiamenti siano sempre veramente comici : « non bisogna confondere il 
« sarcasmo, l'ironia,- lo scherno, col comico »; A. Comandini, Nel 1^ cente- 
nario del ^< (Joncihatore » . 1818-1918. Nulla di nuovo; E. Ciccotti, Una 
scuola di (fio nudismo. È quella istituita presso la « Columbia University », 
l'Università degli studi di New-York, dal 1912, con un lascito di 10 milioni 
(alla maniera d'America) dal sig. Joseph Pulitzer, in memoria della figliuola; 
È. Barbiera, La veglia d'armi d' Arrigo Boito. Memorie curiose; — (10, 31 ot- 
tobre): G. Marchesini, // Vangelo nella dottrina di Bob. Ardigò; P. Orsi, 
La guerra di Crimea e il Parlamento subalpino; A. Conti, La stanza della 
Segnatura. Dopo molto divagare, finisce con un piccolo cenno del saggio di 
B. Croce sull'Ariosto, e parla anche della stanza della Segnatura. 

Bivista indo-greco-italica di fdologia, lingua, antichità (1,1, 16 novembre 
1916) (1): E. Cocchia, Intorno al carme dei fratelli Arvali. Contributo er- 
meneutico; N. Terzaghi, // « Ciclope» di Filosseno] F. Rìhezzo, Origine e 
sviluppo delia coniugazione indoeuropea. Parte I. Finisce neln.3; M. Della 
Corte, Leggende del ciclo tebano in due pitture murali inedite di Pompei: 
la strage dei Niobidi ed episodi della Tebaide ; — (2, 24 apr. 1917): E. Coc- 
chia, Saliare Numae Carmen (cont, nel n. 3) ; G. Ammendola, A proposito 
del « Ciclope y> di Filosseno] — (3, 30 agosto): G. Funaioli. Studi critici 
d'esegesi virgiliana antica (cont.); N. Terzaghi, Una scena della « Medea » 
d'Euripide in un vaso dell'Italia meridionale ; G. Curcio, La filosofia, della 
storia nell'opera di T. Livio] — (I, 4 - II, 1, 31 gennaio 1918): F. Ribezzo, 
Gli « Indigitamenta Pompiliana » ed il carme Saliare di Numa ; G. Fu- 
naioli, Stiidì critici d'esegesi virgiliana antica (cont.); — (2, 10 luglio): 
E. Cocchia, Il nome tecnico del ritmo oratorio in Quintiliano] G. Funaioli, 
Studi critici d'esegesi virgiliana antica. 

Bivista ligure di scienze, lettere ed arti (XLIV, 2, aprile-giugno 1917): 
G. Bustico, Le correnti del romanzo in Italia nel secolo XIX (finisce nel 
n. seg.). Ben poco di utile in questa rassegna troppo superficiale; G. Poggi, 
Gli Spinola, di Lucidi. Da una « Storia di Genova » di prossima pubblica- 
zione. In questa parte si discorre del soggiorno di Arrigo VII di Lussem- 
burgo a Genova nell'autunno del 1311 e nell'inverno successivo, e della pro- 
babilità che allora vi si trovasse anche Dante; - (3, luglio-sett.): A. Neri, 
Un episodio del giornalismo genovese nel 1848. Tratta del giornale La lega 
italiana, di cui scrisse e firmò il programma Terenzio Mamiani, e che ebbe 
intento federativo; dal n. 67 mutata nel Pensiero italiano, con nuova dire- 
zione e programma unitario ; — (4, ottobre-dicembre) : A. Pesce, Appunti 
.storici sul cerimoniale a Genova, durante il sec. XVI; E. Filippini, Alla 
ricerca di alcuni manoscritti. Riguarda la cultura ligure della prima metà 
dell'Ottocento, e in particolare il poeta estemporaneo Sante Ferroni di Fo- 
ligno, del quale il Fil. stesso ebbe a trattare in più altre occasioni, Michele 
Clapier torinese, un altro improvvisatore, e il letterato ligure G. L. F. Gavotti, 
di cui il F. lascia intendere che si occuperà in uno studio biografico-critico ; 
M.Pertusio, L'idea di patria nella mente di G. Mazzini e nel pensiero moderno. 

Bivista storica italiana (X, 2, aprile-giugno 1918) : P. Boselli, Commemo- 
razione di Antonio Manno, fatta il 26 maggio 1918 alla R. Deputaz. pie- 
montese di storia patria; — (3, luglio-settembre): Segnaliamo le seguenti 
recensioni: di P. Lugano sul Codice diplomatico del monastero di S. Colom- 



(l) Xiiova rivista che si pubblica a Napoli 



CUUNACA 123 

hano di Bobbio fino all'anno MCCVIII (Roma, tip. del Senato, 1918), pub- 
blicato in tre voli, a cura di C. Cipolla, a cui la morte impedì di oltrepassare 
la metà dell'opera, compiuta negli ultimi due voli, e, dove occorreva, corretta 
da un giovane studioso di ottime speranze, il dr. G. Buzzi, anch'egli scom- 
parso, immaturamente, il 15 settembre u. s.; di G. Zaccagnini sul volume di 
Giov. Livi su Dante e Bologna (Bologna, 1918); e di A. Oberdorfer sugli studi 
fondamentali di F. Ercole, Lo «^ Stato » nel pensiero di Nicolò Machiaveìli, 
di cui il nostro Giornale s'è già adeguatamente occupato (72, »13). 

Scientia (XII, 11, 1918): A. Meillet, Les lamjuex dan^ le hassin de la 
Mer Baltiqnc. 

Vita britannica (La) (I, 2, Firenze, luglio-agosto 1918): G. S. Gargano, 
Scapigliatura italiana a Londra al tempo di Shakespeare. Interessante ; — 
{'S, settembre-ottobre) : P. Orano, Spencer e Darwin in Italia. Vuol deli- 
neare alcuni « caratteri singolari della varia fortuna del pensiero di H. Spencer 
« e di C. Darwin » in Italia, durante mezzo secolo; A. Panella, Le origini della 
politica antiaustriaca inglese e la Toscana. Articolo condotto su documenti 
dell'Archivio di Stato di Firenze; G. Ferrando, Gli studi letterari inglesi in 
Italia. 



Bibliothèque universelle et li2ey?«e smsse (XCI, n. 278, Losanna, sett. 1918): 
A. Francois, De « romantique » à « romantisme * (cont. e fine). 

Bidietin hispanique (XVII, 4, Bordeaux, ottobre-dicembre 1915) : G.-P. Ce- 
riello. Poesia femminile religiosa spagnuola in Sardegna nel '700. Tratta 
delle rime spirituali inedite di Maria Rosalia Merlo cagliaritana (1704-1772); 

— (XVIII, 4, ottobre- dicembre 1916): B. Sanvisenti, Alcune osservazioni sulla 
parola « Ficaro »; E. Mérimée, J. Echegaray et son oeuvre dramatique ; 

— (XX, 4, ottobre-dicembre 1918) ; R. Menéndez Fidai, Algunos caracteres 
primordiales de la literatura espahola. Pagine dell' introduzione destinata 
all'ediz. spagnuola à<ò\V Epopèe castillane à travers la littérature espagnole 
dello stesso autore (trad. H. Mérimée, 1910). 

Journal des Savants (XVI, N. S., 7-8, luglio-agosto 1918): H. Lemonnier, 
Poussin et Marino. Tarda recensione della Memoria di A. Moschetti, Del- 
l' influsso del Marino sulla formazione artistica di Nicola Poussin (estr. 
dagli « Atti del X Congresso internaz. di storia dell'arte », Roma, 1913). 

Mercure de France (n. 476, 16 aprile 1918): J.-E. Bianche, Les spcctacle>i 
de la Socie'té Shakespeare] — (n. 478, 16 maggio): J. Crepet, Quelques bil- 
lets inédits de Charles Baudelaire. Lettere alla madre, che s'aggiungono a 
quelle, interessantissime, recentemente pubblicate dalla Uevue de Paris] — 
(480, 16 giugno): E. Blum, Variété; A propos de la lettre K] — (482, 
16 luglio): A. Dauzat, Les faux bruits et les légendes de la guerre] — 
(484, 16 agosto) : L. Proal, Les prédictions de Diderot, J.-J. Rousseau, 
Condillac sur hi llvH^ie. 

Nouvelle Bevue historique de droit frangais et étranger (XLI, 3, agosto- 
dicembre 1917): E. Chénon, Lliérésie à la Charité-sur-Loire et les débuts 
de Vinquisition monastique dans la France du Nord au XIIF siede. Nuovi 
contributi alla storia dell'Inquisizione nella Francia del Nord a tempo d'In- 
nocenzo III e Gregorio IX. 



1 24 CRONACA 

Revue archéologique (VII, gennaio-aprile 1918): L. Roblot-Delondre, Les 
sujets antiques dans la tapisserie (cont.). Con un elenco alfabetico degli ar- 
gomenti e l'indicazione di molti arazzi, anche italiani, fino a tutto il Cin- 
quecento. 

Revue biette (LVI, 18, 21-28 settembre 1918): A. B^nuccì, Le sens de la 
mesure dans V oeuvre de Molière; — (22, 16-23 novembre): M. Buffenoir, 
Flaubert et le romantisme d'après « Madame Bovary » ; R. Bouyer, Un 
préeurseur imprévu: J.-J. Rousseau debussyste. 

Revue de pìdlolologie, de littérature et dliistoire ancienne (XLIT, 1, gen- 
naio 1918): P. Collart, Homère et Bacchylide dans les papirus d^ Oxyrhyn- 
cìios; F. Cumont, Écrits hermétiques (cont.). Per la storia delle dottrine 
astrologiche: i dodici luoghi della sfera. 

Revue des deux mondes (XLVII, 1, 1° sett. 1918): E. Laiiiy, y/r>«yer- 
sité de Louvain. Gli accenni all'età del Rinascimento e ad Erasmo interes- 
sano anche i nostri studi : papa Adriano VI era un professore di Louvain ; 
G. Lenotre, Le paradis des voyageurs. Viaggi in Francia e costumi del '700 
e dei primi decenni deH"800; — (2, 15 settembre): M.-L. T aìWeron, Fran- 
cois Buìoz et ses amis. VII. Prosper Mérimée, Victor Coiisin, Henri Heine. 
Con lettere inedite; — (3, 1» ottobre) : R. De la Sizeranne, Autour d'un 
buste: Beatrice d'Èste. Il busto è quello eseguito da Cristoforo Romano, 
recante l'iscrizione: « Divae Beatrici D. Herc. F. », che si trova nella sala di 
Michelangelo al Louvre: l'A. ne prende occasione a riparlare della celebre 
principessa sulla scorta degli studiosi piìi recenti ; A. Beaunier, « Revue lit- 
téraire »: La véritable Manon Lescatit; - (4, 15 ottobre): R. De la Size- 
ranne, Autour d'un buste : Beatrice d'Èste et Ludovic le More (continuaz.); 
R. Pichon, Pour le centenaire de Leconte de Lisle ; C. Bellaigue, Hommaye 
à Bellini. A proposito del nuovo volume di Ildebrando Pizzetti, La musica 
di V. Bellini (Firenze, La Voce, 1918); - (XLVIII, 1, 1« nov.): A. Beau- 
nier, Frédéric li et les débuts de la fourberie allemande] — (2, 15 nov.): 
R, De la Sizeranne, Autour d'un buste: Isabelle d'Aragon et Bianca Sforza. 
D'intento affatto divulgativo. 

Revue historique (CXXIX, 1, settembre-ottobre 1918): P. Van Dyke, Xes 
prétendus memoires de Jeanne d'Albret- — J. Gay dà notizia espositiva 
dell'importante opera di Albert Pingaud, Bonaparte, prcsident de la Ré- 
publique itaJienne (Paris, 1914), nella quale sono anche notizie che interes- 
sano i nostri studi, come alcune su Ugo Foscolo, e a cui si accompagna 
l'altro volume dello stesso autore, Notices et documents biograpìiiques sur 
l'histoire de la République italienne (1802-1806), Firenze, Bibliothèque de 
rinstitut franyais, 1914, abbondante di particolari sugli uomini della Ci- 
salpina. 

Revue historique de la Revolution frangaise (XI, 1, genn. -giugno 1917): 
G. Vauthier, Napoléon et les encouragements à la littérature; — (3, luglio- 
settembre): G. Vauthier, Le rétablissement de VÉcole de Rome. Soppressa 
dalla Convenzione con decreto 24 novembre 1792, fu ristabilita verso la fine 
del 1795, per le premure del Ginguené, membro della Commissione esecu- 
tiva per l'istruzione pubblica. 

Revue numismatique (XXI, pr trini. 1917-18): Ch. Le Hardelay, Numi- 
smatique savoisienne (cont. e fine). Supplemento al Corpus nummorum ita 
licorum: fino a Carlo Emanuele I. 



CRONACA 125 

Revne pltiìosoplnque de la France et de V L'I n/nf/rr {X\ A, Q, giugno 1916): 
E. Besch, Vimagination et rintuition chez Gudave Flaubert. Uesthétique 
(Ih rowan; — (8, agosto): L. Froa.\, L'anarchisvie au XVIII^ siècle (coni.). 
Approfondito esame dei pensatori francesi del '700, per dimostrare il loro 
influsso sulle triste dottrine dei teorici dell'anarcliia. Finisce nel fascicolo di 
settembre; — (XLII, 3, marzo 1917): Th. Ribot, La conception finaliste de 
riiistoire. Frammento postumo; — (6, <?iugno) : E. Gilson, Du fondement 
de^ jur/cmentx esthétiques ] R. Lenoir, La conception de la reUqion chez 
Jìnian. 

Inter-America (1) (Espanol : 1, 1, magofio 1917) : Vernon Lee [Violet Pàget], 
La religión y el arte, trad. da « The North American Review »; — (4, no- 
vembre) : Johnston Estep Walter, La Teologia moral de Kant, da « The 
Harward Theological Review»; — (5, gennaio 1918): Matthew Thompson 
McClure, Francis Bacon y el espiritu moderno, da « The Journal of Phi- 
losophy, Psychology and Scientific Methods »; — (II, 1, maggio 1918): 
A. C. Johnston, Walt Withman intimo, da « The Bookman ». 

Eevista de la Facultad de Letras y Ciencias (Universidad de la Habana) 
(XXV, 2, Avana, settembre-ottobre 1917): J. M. Dihigo, Paul Meyer. Breve 
necrologio; — (B, novembre-dicembre): C. Echegaray, Elogio de Mene'ndez 
Pelago. Discorso letto il 19 maggio 1916 nell'Ateneo di Santander (Spagna); 
J. Fonseca, La ciencia del lenguaje entre los griegos desde los origenes 
liasta Platon inclusive. Ampia tesi dottorale. 

Inter- America (English : I, 5, giugno 1918): Salvador Massip, The Dis- 
covery of America hy the Chinese, dalla « Revista bimestre cubana » di Avana ; 
— (6, agosto) : E. J. Arce, Amerigo Vespucci, da « La revista nueva » di 
Panama. 

Theosophical Patii (The) (XIII, 1, Point Loma, California, U. S. A., luglio 
1917): C. J. Ryan, Some venetian pictures: — (-3, settembre): Oswald Siren, 
Art and religión during the Uenaissance. Riguarda particolarmente L. B. Al- 
berti; — (XIV, 1, gennaio 1918): J. 0. Kinnaman, Studies in Vergil {coni. 
nei num. seg., finisce nel 6*^); — (XV, 3, settembre 1918): L. Whiting, 
l'he creative romance of George Eliot, e le sue relazioni con l'Italia (illu- 
strato) ; W. Scott, Scottish folk-lore (cont. nei fase, seguenti). 

Archiv filr das Studium der neueren Sprachen (CXXXVI, 1917, 1-2): 
L, Spitzer, italien. tananài « Wirrwarr », « Laerm »; H. Gelzer, Der aìt- 
frans. Yderroman nach der einzigen beJcannten Handschrift, Dresda, 1913 
(M. Friedwagner, con numerose emendazioni) ; Else Sternberg, Das Tragische 
in den Chansons de geste, Berlino, 1915 (A. C. Ott); M. v. Faulhaber, Cal- 
der on, der Meistersaenger der Bibel in der Weltliieratur, Friburgo, 1915 
(L. Pfandl); — (3-4): W. Stammler, Zum Fortleben des antiken Theaters 
im Mittel alter ; Bernart voti Ventadorn, ed. K. Appel, Halle, 1915 (0. Schultz- 
Gora); K. Vossler, Italienische Literaturgeschichte, Lipsia, Goeschen, 3* ediz., 
1916 (B. Wiese). 

Basler Zeitschrift f. Geschichte (XVII): E. Duerr, Machiavellis Urteil 
ueber die Schweizer. 



(1) È uaa rivista delle riviste che dal 1917 si pubblica a Nuova York per inizia- 
tiva della Dotazione Carnegie per la Pace internazionale, in due serie, una spa- 
gnuola e una inglese, con articoli attinti da varie riviste. 



126 CRONACA 

Berliner pliiìoìoyische Wochensehnft (XXXVII, 1917, 25): A. Allgeier, 
Die aeìteste Gestalt der Sielcfisschìaeferìegencle, Lipsia, 1916 (N. A. Bees); 
-^ (29): Ernst Bickel, J)((h asl-etmhe Ideal bei Amhrosius, Hieronymus 
und Augustin, estr. dal Neues Jalirh. f. Jclass. Altertiim, 1916 (J. Tolkiehn); 

— (30-31): Ph. M. Schedler, Die Philosophie des Macrobius a. ihr Ein- 
flussauf'die Wissenschaft des christl. MittcUdters, Muenster,1916 (A.Diyoff); 
0. Bardenhewer, Geschichte der altkirdd. Literatiir, voi. II, 2* ediz., Fri- 
burgo, 1914 (0. Preuschen); — (85): Paul Lehniann, Mitteìalterl. Haml- 
schriften des Jc. b. Nationalmiiseums zu Muenchen, Monaco di Bav., 1916 
(A. L. Mayer) ; - (37) : 0. Bardenhewer, Geschichte der altlirchl. Literatur 
citata, voi. Ili (E. Preuschen); — (38): S. Hilarii Pictavensis O^^em, pars IV : 
Tractatus mysteriorum, etc, ed. Alfr. Feder, Vienna, 1916 (C. Weyrnann); 

— (50): P. de Labriolle, La crise montaniste, Parigi, 1913; dello stesso, 
Les sources de Vhistoire du montanisme, Parigi, 1913; N. Bonwetsch, Tcjf<c 
zur Geschichte des Montanismus, Bonn, 1914 (E. Preuschen) : — (48) : E. Coc- 
cliia. Romanzo e realtà nella vita e nelV attività letteraria di Lucio Apu- 
leio, Catania, 1915 (H. Werner); — (51): Paul Mestwerdt, Die Anfaenge 
des Erasnius : Humanismus ii. devotio moderna, Lipsia, 1917 (Th. 0. Achelis) ; 

— (XXXVIII, 1918, 1): Marsilius Ficinus, Ueber die Liebe oder Platons 
Gastmahl, uebersetzt von Karl Paul Hasse, Lipsia, 1915 (B. A. Mueller, con 
importanti osservazioni): — (3): 'Pa.wìJjehm&nn, Neues von Fra ne iscus Mo- 
dius (t 1597). 

Deutsche Literaiurzeitung (XXXVIII, 1917, 25): Martin Klose, Der Roman 
von Claris und Laris, Halle, 1916 (E. Stengel); — (27): Giulio Bertoni, 
I trovatori d'Italia, Modena, 1915 (C. Appel); — (30): Julius Bab, For- 
tinbras oder der Kampf des 19. Jahrh. mit dem Geiste der Romantik, 
Berlino, 1914 (H. Maync); Emma Gertrude Jaeck, Madame de Stael and 
the spread ofGerììian Itferature, ìiìew-York,ì91ò (ìi.B.eìss)', — (81-32): Elis 
Heldt, Franzoesische virelais aus dem 15. Jahrh., Halle, 1916 (E. Stengel); 

— (36): Karl Voli, Entivicldungsgeschichte der Malerei in Éinzeldarstel- 
lungen, voi. III: Malerei des 17. Jahrh., Lipsia, 1917 (M. J. Friedlaender) ; 

— (88): F. Medicùs, Grundfragen der Aesthetik, Jena, 1917 (M. Dessoir); 

— (43): W. Stammler, Ein « Corpus carminum historicorum ad re/orma- 
tionem pertinentium »; — (44-45): August Baur, Zur Literatur auf das 
vierhundert-Jahr-Juhilaeum der Reformation (la fine nel nmnero seguente); 
Li romanz d'Athis et Prophilias (VEstoire d'Athènes), ed. A. Hilka, Halle, 
1916 (E. Stengel); — (XXXIX, 1918, 1): Alexander Boecker, A probable 
Itaìian source of Shakespeare' s « Julius Caesar », New- York, 1913 (Fritz 
Karpf); — (7): P. Mestwerdt, Die Anfaenge des Erasmus, Lipsia, 1917 
(0. Clemen); Leonardo da Vinci, Quaderni d'atuitomia, pubblicati da Ove 
C. L. Vangenstein, A. Fonahn, H. Hopstock, voli. IV-VT, Christiania, 1914 
e 1916 (W. von Seidlitz); — (12-13): A. E. Brìnckm&niì, Baukunst des 17. 
u. 18. Jahr. in den romanischen Laendern, nel Manuale del Burger, Ber- 
lino, 1915-16 (H. Heubacli); — (16-17): 0. Hartig, Die Gruendung der 
Muenchner Hofbibliothek durch Alhrecht V und Jo. Jakob Fugger, Mo- 
naco di Bav., 1917 (F. Roth ; v. anche la diffusa recensione nello Zentraìbì. 
/: Bibliothekswesen, 1918, p. 28). 

Englische Studien (L, 1916-17): Zuìn 300. T od estage W. Shakespeares: 
Wolfg. Keller, Sh.s literarisches Testament; A. Schroeer, Zur Beurteilung des 
Shylock; F. Luetgenau, Troilus ami Cressida: Levin L. Schuecking, Fine 
Anleihe Sh.s bei Tournem", — John Koch, A detailed comparison of the 
eiqht manuscripts of Chaucers Canterbury Tales-. Anglistische Forschungen, 
XXXVI, Aidelberga, 1913 (E. Eckhardt); G. H. Nettleton, English Drama of 
the Restauration and W^century, 1642-1780, New- York, 1914 (E. Brotanek). 



CRONACA 127 

Euphon'on (XXI, 1914, p. 1): J. Nadler, Die WissenscJiaftslehre der 
lÀteraturf/eschichte, Versuche und An/'aenge; — (p. 63): A. Ludwig, J)as 
Motiv vom h'itischen Alter. Etne Stiidic inm <> Mann con .'lO Jrdiren » 
u. uehnlichen Staff en. 

Jakrhuch der kf/l. 2)rensi<m;hen Ktinstsammhmgen [XXXYll, 1916, p. 213): 
Simon Meller, Die Ueiterdarstellungen Leonardos u. die Budapester Bronze- 
statuette] — (p. 262): Ti. Oldenbourg, Rubens in Itaìicu] — (Beiheft): 
Walter Bombe, Domenico Alfani, Regei^ten u. UrJcunden. 

Mitteiìungen des Instituts f. oesterr. Geschichtsforschung (XXXV, 1914, 
pp. 285 e 545): J. Haller, Heinrich VI u. die roem. -KiVci^e (importante) ; 
— (p. 455): Jean Lulvès, Die Macìdòestrehiingcu des KardinaUcodegiums 
gegenueber dem Papsttum; — (p. 670): Fr. Lundgreen, Zur Geschichte des 
Templerordens; — (p. 140): L. Schmidt, Zur Froge nacli der Romanisie- 
rung Baetiens; — (p. 333): A. von Jakscli, Eine interessante FriauVsche 
Urkunde- — (p. 528): F. C. Hodgson, Venice in the thirteenth and foiir- 
teenth centuries 1204-1400, Londra, 1910 (H. Kretschmayr) ; Briefwechsel 
des Cola di Bienzo, herausgeg. v. K. Burdach u. P. Piur, II, 3. Teil, Ber- 
lino, 1912 (R. Wolkan); — (XXXVI, 1915, pp. 288 e 404): E. v. Ottenthal, 
Das Brondolo-Privileg Leos IX -, — (p. 312): V. Kybal, Ueber das Tc- 
stament des hi. Franz von Assisi] V. Samanek, Ein deutscher Genevalvilcar 
Ludivigs des Baiern in der Lunigiana] E. A. Loew, The Beneventan script, 
a history of the soiith Italian minuscule, Oxford, 1914 (E. v. Ottenthal); 
0. W. Canz, Philipp Fontana, Erzbischof con Ravenna, ein Staatsmann 
des IS.Jahrh., Lipsia, 1911 (F. Schneider); — (Ergaenzungsband IX, 1915): 
K. Ettmaver, Die qeschichtlichen Grundlagen der Sprachenverteihmg im 
Tirol] — (XXXVII, 1916, p. 27): H. Kirsch, Die Urkunden des Markgrafen 
Konrad von Tuscien; — (p. 92): L. Chiappelli, Nuove ricerche su Cino 
da Pistoia, Pistoia, 1911 (H. v. Voltelini) ; E. v. Mocller, Andreas Alciat, 
Berlino, 1907 (recens. idem); ~ (p. 162): L. Schiaparelli, Ricerche storico- 
diplomatiche, V, nel Bullett. delVIst. star, ital, XXXIV (W. E.); — (p. 168): 
Le carte del Monastero di S. Maria in Firenze, ed. L. Schiaparelli, Roma, 
1913 (E. V. 0.); — (pp. 190 e 365): R. Davidsohn, Beitraege zur Geschichte 
des Reiches u. Oberitaliens a,us den Tiroler Rechnungsbuechern des Reichs- 
archivs 18 11- 12-1341] - (p. 308): J. Biehringer, Kaiser Friedrich II, 
Berlino, 1912 (giudizio severissimo di F. Baethgen); — (p. 491): Th. Gottlieb, 
MittelalterlicheBibliothekslmtaloge Oesterreichs, T, Vienna, 1915 (R. Wolkan); 
— (p. 509) : Fontes rerum hungaricarum, t. I : Matricida et acta Hunga- 
rorum in universitatibus Italiae sttulentium, voi. I, Padova, 1264-1864, 
coli, et ed. Andreas Veress, Budapest, 1915 (Luschin-Ebengreuth). 

Neues Arcliiv f. aeltere deutsche Geschichtskunde (XL, 1916, p. 183): 
G. Schwartz, Die Faelschungen des Abtes Guido Grandi; — (p. 329): 
J. Osternacher, Die Ueberlieferung der Ecloga Theodidi- — (XLI, 1917, 
p. 283): W. Levison, Das Formelbuch von St. Denis (sostiene con nuovi 
argomenti l'opinione dello Zeumer, che datava il cod. parigino 2777 della 
Donatio di Costantino tra il 793 e l'806) ; — (p. 305) : H. Bresslau, Briefe 
aus der Zeit des 2. Roemerzuges Kaiser Karls IV (dal cod. 450 di Laon). 

Schiveizerisches Archiv f. Volkskunde (XX, 1916, p. 78): Raifaele Corso, 
La scapigliata (interpretazione interessante di usi nuziali in Italia); — 
(p. 453) : Otto Waser, Volkskunde u. griechisch-roemisches Altertum, (biblio- 
grafia ragionata). 



128 CRONACA 

Sitzungsherichte cler BerUner K. Alcademie der Wissenschaften (1915, 
p. 914): Chr. Huelsen, Ein Skizzenhuch des Giannantonio Dosio in der 
J:gl. BibìiotheJc zu Berlin] — (1916, p. 112): A. v. Harnack, Bericht ueher 
die Ausgahe der Kirchenvaeter der drei ersten Jahrh.; — (p. 112): Meinecke, 
Germanischer u. romanischer Geist im Wandel der deutschen Geschichts- 
auffassìinrj ; — (p. 118): H. Morf, Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Ma 
cfr. E. G.' Parodi nel 3Iarzocco del 29 luglio 1917. 

Zeitschrift fur hildende Kunst (LII, XXVIII della Nuova Serie, 1917): 
G. F. Hartlaub, Beitraege zu Francesco di Giorgio] Oskar Hagen, Correggio 
II. Boni ; G. Gronau, Die Wiener Sammlung Moli (40 tavole italiane del 300 
e del 400) ; Max Friedeberg, Ueber <■< das Konzert » im Palazzo Fitti. 

Zeitschrift f. Fhilosophie u. philosophische Kritik (CLIV, 1914, p. 121): 
G. A. Levi, Il comico, Genova, 1913; id.. La fantasia estetica, Firenze, 1913 
(M. A. Jordan); — (p. 218): L. Ziegler, Florentinische Introduktion zu einer 
Fhilosophieder Architektur u. derbildenden Kuenste, Lipsia, 1912 ( J. Eichner) ; 
— (CLVI, 1915, p. 101): M. Grabmann, Der Gegenwartswert der geschichtl. 
Erforsch. der mittelalterl. Philosophie, Friburgo, 1913 ( J. M. Verweyen) ; — 
(p. 103) : E. Sclireiber, Die volkstvirtschaftl. Anschauungen seit Thomas von 
Aquino, Jena, 1913 (J, M. Verweyen); — (p. 213): B. Croce, Grundriss 
der Aesthetik, Lipsia, 1913 (Kuntz); — (CLVII, 1915, p. 243): Fr. Kern, 
Dante. Vier Vortraege zur Einfuehrung in die Goettliche Komoedie, Tue- 
bingen, 1914 (B. Wiese); — (CLX, 1916, p. 115): A. Weise, Die Entwick- 
lung des Fuehlens u. Denkens der Bomantik auf Grund der romantischen 
Zeitschriften, Lipsia, 1912 (0. Braun). 

Zentralblatt fur Bibliothekswesen (XXXIII, 1916, 11-12): Ernst Gold- 
schmidt, Inkundbelnreisen in Oesterreich, I, Dalmatien (49 biblioteche di 
conventi); — (XXXIV, 1917, 8-9): P. A. Dold, Untersuchung einer doppelt 
reskribierten Wolfenbuetteler Handschr. mittels der Fluor escenz-Photogra- 
phie (Si tratta del cod. Gudianus 112 di Wolfenbuettel, che contiene Ero- 
ternata Guelferbytana, falso Manueli Moschopulo adscripta, saec. XIII. 
Sotto questo strato il Manser ritrovò, mediante la fotografia, una serie di 
passi biblici e liturgici greci, e sotto questi un terzo strato, che contiene, 
in bella scrittura lombardo-beneventana del sec. IX o X, altri passi biblici, 
canti con neumi e altro). 



* Il poderoso volume che Giulio Gay, professore di storia medievale 
all'Università di Lilla, ha pubblicato su L'Italia meridionale e l'Impero 
bizantino dall'avvento di Basilio lalla resa di Bari ai Normanni {867-1071), 
Firenze, Libreria della Voce, 1917, già da noi annunciato, non interessa 
soltanto gli studiosi di storia politica. Richiamiamo l'attenzione dei nostri 
lettori sovrattutto sul cap. IX del lib. V, per la bella sintesi che esso offre 
circa le condizioni della civiltà nell'Italia meridionale e l'influenza bizantina 
alla fine del sec. XI. 

* Per la più degna celebrazione del VI Centenario dantesco, per la quale 
in questo Giornale (72, 229-30) furono fatte alcune proposte concrete, ap- 
prendiamo che il Ministro della P. Istruzione ha convocato alcuni insigni 



CRONACA 129 

studiosi dell'Alighieri e rappresentanti d'istituti o enti di cultura nell'intento 
di coordinare le varie iniziative. Il Comune di Roma destinerà come sede 
perpetua della Casa di Dante il palazzetto degli Anguillara, cui la munifi- 
cenza del comm. Marco Besso, con l'oiferta di centomila lire, renderà possibile 
accrescere d'un tratto la speciale suppellettile libraria, già felicemente iniziata 
con la ricca biblioteca dantesca dell'on. Sidney-Sonnino. Una mostra di cimeli 
danteschi sarà tenuta in tutte le biblioteche e Istituti che ne posseggono ; al 
quale intento noi proponiamo che si invitino anche i possessori privati ad ar- 
ricchire queste mostre, ciascuno per la propria città o regione e che dei cimeli 
stessi sia redatto, a cura del Ministero della P. Istruzione, un Catalogo il- 
lustrato. L'on. Berenini farà bandire un concorso artistico presso la regia Cal- 
cografìa per un ritratto del Poeta, destinato per ricordo a tutte le Scuole e 
provvederà al restauro dei monumenti di dantesca memoria esistenti in Ra- 
venna. A Firenze si eseguiranno alcuni lavori di restaurazione, fra i quali 
sarà compreso il « bel San Giovanni », i cui antichi marmi furono recente- 
mente scoperti. A Pisa sarà ripristinato nel Duomo il monumento sepolcrale 
di Arrigo VII, e nella Lunigiana e ad Anagni saranno compiuti altri restauri. 
Si conferma il contributo del Comune di Firenze, pel concorso, già da noi 
annunciato {Giornale, 70, 356-7), per un libro divulgativo sull'Alighieri e 
alla istituzione d'una borsa di studio conferita ad un giovine laureato che, 
sotto la guida dell'Accademia della Crusca, attende a preparare un nuovo e 
più ricco vocabolario dantesco ; e noi siamo lieti di aggiungere che il giovine 
studioso cui è affidata la compilazione del Vocabolario dantesco, compren- 
dente le opere volgari e le latine, è il dott. Francesco Maggini, l'editore e 
illustratore della Rettorica di Brunetto, ben noto ai lettori del Giornale. 
Intanto la Società dantesca prosegue con intensità crescente nell'allestire le 
tanto attese edizioni critiche della Commedia (G. Vandelli), del Canzoniere 
(M. Barbi), del Convivio (E. G. Parodi e FI. Pellegrini), del De Monarchia 
(E. Rostagno) e delle Epistole, delle Ecloghe, nonché della Quaestio (E. Pi- 
stelli). Pel 1921 vedranno la luce in un volume unico e in un testo la cui 
lezione, per essere preparatoria, non sarà perciò meno accuratamente riveduta, 
tutte le opere dell'Alighieri. 

* Crediamo che Lionello Venturi, nel suo studio su Jja data deWattività 
romana di Giotto (Roma, 1918, estr. da L^Arte, a. XXI, fase. V), studio ma- 
gistrale per sicura erudizione e per sagacia penetrante e concludente, abbia 
conseguito pienamente l'intento che s'era proposto. Le sue pagine ci convin- 
cono che la notizia, divenuta ormai tradizionale, secondo cui Giotto avrebbe 
lavorato in Roma, per Bonifacio VIII, verso il tempo del Giubileo, e in quella 
occasione avrebbe eseguita in mosaico la famosa Navicella di S. Pietro, sia 
da relegarsi « nel cestino delle leggende sfatate ». Demolito quello che era 
il fondamento di questa leggenda, un miscuglio di fantasie e di equivoci do- 
vuti a scrittori del sec. XVII, il V., ricorrendo, in mancanza d'elementi sto- 
rici, allo strumento delicato dei criteri stilistici, conclude che la Navicella 
dev'essere contemporanea al polittico ora nella Sagrestia di S. Pietro; onde 

Giornale storico, LXXIII, fase. 217. 9 



t30 CRONACA 

dal 1298 dal 1300 siamo tratti verso il 1320, come a termine a quo. E della 
solidità di questa conclusione par difficile poter dubitare. 

* Vedrà tra breve la luce un libro di Ezio Levi sulla Leggenda deìV An- 
ticristo nelVarte e nella poesia del Medio Evo. Il Levi vi studia la storia 
della bizzarra leggenda nella letteratura latina del M. Evo, nella letteratura 
francese, provenzale e castigliana, nel teatro sacro del sec. XIII, e infine nei 
cronisti italiani del tempo degli Svevi. Il libro si chiude coU'edizione del 
Poema franco-veneto àeWAntéclirist, della prima metà del sec. XIII e con unti 
rassegna di tutte le opere d'arte plastica (miniature, bassorilievi, affreschi), 
ispirate alla leggenda àdW Anticristo, fino ai celebri affreschi di Luca Signorelli 
nel Duomo di Orvieto. Il poema franco-veneto à^W Antéchrist contiene alcuni 
accenni interessanti alla vita cittadina di Verona e di altre città venete e 
lombarde del sec. XIII; ed ha un particolare interesse per le figure dei dia- 
voli che vi sono messe in scena. 

* Nelle coperte di pergamena degli atti catastali del Comune di Chierì 
Ezio Levi ha scoperto fin dal 1912 alcuni lunghissimi frammenti di opere 
francesi del sec. XIII, e cioè del Boman de Troie, del Roman de Marques 
de Rome, d'una compilazione di Storia universale, d'una cronaca della città di 
Gand e di Bruges e probabilmente del Roman d'Athis et Prophilias. I testi 
ritrovati in queste pergamene saranno tra breve pubblicati dal Levi col cor- 
redo di una sobria illustrazione storica nel volumetto : Una biblioteca francese 
del Medio- Evo in una città del Piemonte. 

* L' « Encomium Morias » di Erasmo di Rotterdam, uscito in Roma 
(Biblioteca Besso editrice, 1918) « con l'iconografia dell'opera e dell'uomo, 
Vili documenti, II facsimili e 73 illustrazioni », già da noi annunciato, è 
una delle più sfarzose e squisite pubblicazioni che abbiano veduto la luce in 
questi ultimi anni. Il che è tanto più stupefacente, quando si pensi alle con- 
dizioni nelle quali essa fu eseguita e alla data àeWeccplicit : « Finito di 
stampare oggi 22 dicembre 1917 nella Tipografia del Senato... ». Ma qual- 
siasi cagione di stupore viene a cessare, quando si sappia che il magnifico 
volume in-4«, tutto riccamente fregiato e adorno di illustrazioni ispirate al- 
l'eleganza più severa, è stato curato da un bibliofilo, avvezzo al più signorile 
mecenatismo, quale è il comm. Marco Besso, che, triestino, volle fare, non- 
ostante la guerra, anzi come atto di fede nella fine vittoriosa di essa, questa 
offerta patriottica alla città di Venezia, dove, nel 1515, vide la luce, nelle 
case di Aldo Manuzio, la prima stampa italiana dell'operetta famosa. Ma se 
l'opera, per la qualità e la rarità sua — tirata a duecento esemplari nu- 
merati a mano — è fatta sovrattutto pei bibliofili, pei buongustai e pei 
cosiddetti amatori, è anche vero che essa reca un servigio non lieve agli stessi 
studiosi, non solo con la ricca serie di documenti iconografici (dei ritratti di 
Erasmo, rivediamo qui, oltre quello assai noto del Matsys, il disegno esistente 
nella Collezione Condé al Museo di Chantilly, anteriore a quello dell'Holbein 
e forse del 1510 circa, quello holbeiniano, di sull'originale posseduto dal Museo 



CBONAOA 



131 



l 



di Basilea, ecc.), e con la riproduzione dei due testamenti, il secondo dei 
quali, del 1536, in fac-simile riuscitissimo, tratto dall'autografo esistente nel- 
l'Archivio di Basilea; ma anche con la nuova felice versione che s'accompagna 
al testo dato conforme alla stampa basileense del 1515, appositamente ese- 
guita da un egregio studioso, il prof. p. Luigi Pietrobono. La versione ci 
sembra per ogni riguardo superiore a quella dovuta all'ancor misterioso C. C, 
che fu pubblicata la prima volta nel 1805 in Milano, e l'ultima volta, con 
opportuna revisione, nel pregevole volume curato da Benedetto Croce {L'EtOgio 
della Pazzia e dialoghi, Bari, Laterza, 1914), volume che ci stupisce di non 
vedere citato dal nuovo editore, tanto più che questi, nella Introduzione e 
nelle Note doviziose, si mostra pienamente informato degli studi più recenti, 
italiani e stranieri, sull'argomento. 

* Da Ferrara ci giunge un bel volume di Frose di Giuseppe Agnelli (ti- 
pografia Taddei, 1918), che non è soltanto un gioiello d'eleganza tipografica 
squisita e insieme severa. Presentato degnamente ed offerto dall'on. commen- 
datore Pietro Niccolini, sindaco di quella città, a nome delle signore e signo- 
rine addette da tre anni al Posto di conforto di quella Stazione ferroviaria, 
« nel genetliaco del Re soldato », questo gentile libretto dal titolo-epigrafe 
Sol per lo dolce suon de la mia terra, raccoglie con ricchezza di fregi nel 

/ontispizio, di felici illustrazioni iconografiche nel testo, cinque conferenze, 
geniali e succose, d'argomento ferrarese, che, sebbene già pubblicate sparsa- 
mente, rischiavano di sfuggire all'attenzione della maggior parte degli stu- 
diosi. La prima volge su Fulvia Olimpia Morato-^ la seconda su Torquato 
Tasso j discorso tenuto pel 3*^ Centenario della morte del Poeta; la terza è 
un vivo commento dell'ode carducciana Alla città di Ferrara ; la quarta rie- 
voca la figura di quel benemerito erudito, illustratore delle memorie patrie, 
nonché di quelle ariostesche, che fu Antonio Frizzi] l'ultima, L^ anima di 
Ferrara, offre della storia e della vita della città estense una bella sintesi, 
che non poteva essere tentata se non da un conoscitore profondo dei suoi 
segreti e da un degno discepolo di G. Carducci, quale è l'A. 

* Pubblicazioni recenti: 

Alighieri Dante. — La Vita nuova - Il Convito - Il Canzoniere, con pre- 
fazione e note. — Milano, Casa Editrice Sonzogno [Il volume non reca data, 
ma dev'essere una recente tiratura stereotipica della vecchia edizione. Peccato 
che la Casa milanese, tanto benemerita della divulgazione della coltura nostra, 
non abbia affidato a qualche studioso il lavoro del Costerò, rimettendolo un 
po' a nuovo col sussidio degli ultimi studi danteschi! Quod diff'ertur...]]. 

Bacchi Della Lega Alberto. — Pagine sparse. — Campobasso, Colitti, 1918 
[Tra gli scritti dell'erudito ornitologo, contenuti in questo volume, notiamo : 
I poeti della caccia nel sec. XVIII: l. Lorenzo Tornieri. lì. Antonio Tirabosco]. 

Baratta Mario. — Cesare Battisti, geografo-martire. — Novara, Istituto 
geograf. De Agostini, 1918 [Questa, che inizia degnamente la serie dei 
« Quaderni geografici », diretta dallo stesso prof. Baratta, è una vivace e in- 



132 CRONACA 

sieme sostanziosa commemorazione dell'immortale trentino. Il quale, com'è 
noto, non fu soltanto un geografo e un apostolo sublime dell'idea italiana; 
questo Giornale (44, 278; 48, 476) registrò a suo tempo i saggi nei quali 
egli accompagnò i suoi studi geografici con indagini dialettologiclie, assai ap- 
prezzate, quali I termini geografici dialettali raccolti nel Trentino e II 
gergo dei calderai della Valle del Sole.]. 

Benetti-Brunelli Valeria. — Le origini italiane della Scuola umanistica, 
ovvero le fonti italiche della « coltura » moderna. — Milano-Koma-Napoli, 
Soc. editr. D. Alighieri, 1919 [Di questo grosso volume, dedicato principalmente 
al Petrarca, ci occuperemo]. 

Croce Benedetto. — Contributo alla critica di me stesso, Napoli, MCMXVIII. 
[Edizione di cento copie numerate. Ne parleremo]. 

— — Storie e leggende napoletane, Bari, Laterza. 1918 [Ne sarà dato conto 
nel prossimo fascicolo]. 

-- — Primi saggi. — Bari, G. Laterza e figli, 1919 [È il I volume della 
serie di Scritti varii, che viene ora ad aggiungersi alle altre Opere del 
Croce, e del quale si parla nel presente fascicolo]. 

De Chiara Stanislao. — Il Terso canto del « Purgatorio » di Dante. — 
Campobasso, Colitti, 1918. 

Grandgent Charles Hall. — Thepoiver of Dante. — Boston, Marshall, 1918 
[Otto pregevoli letture, delle quali parleremo]. 

Leanti Giuseppe. — Scritti vari di demopsicologia e letteratura siciliana, 
voi. I. — Messina, 1917 [Il L., al quale, dopo l'utile monografia su Paolo 
Maura, che è del 1902, dobbiamo una serie di buoni contributi alla cono- 
scenza della letteratura e del folklore della sua Sicilia, offre qui raccolti 
cinque saggi, coi quali intende seguire le orme di quel grande maestro di 
questi studi che fu il compianto Pitré. Riprendendo e svolgendo le sue idee, 
egli tratta, con sicura e larga preparazione, alcuni problemi riguardanti la 
etnografia, la psicologia e la metrica siciliana. Il capitolo di metrica tratta 
dello stornello; un altro illustra una storiella popolare del tempo di Rug- 
giero il Normanno; da un vecchio giornale catanese di settant'anni fa è ri- 
prodotto Un catechismo antiaustriaco del 1848, salato, pepato, profetico]. 

Leopardi G. — Canti commentati da lui stesso, con note, ritratto e 40 tavole 
illustrative per cura di Francesco Moroncim. — Palermo, Sandron [1918]. 

Martini Ferdinando. - Il Quarantotto in Tosca^za, Firenze, Bemporad [1918] 
[È la prima parte d'un' interessante pubblicazione, di cui sarà discorso a suo 
tempo]. 

Olivero Fedurk.'o. — Nuovi saggi di letteratura inglese. — Torino, I^i- 
breria editr. internazionale [1918] [Comprende una serie copiosa e varia di 
scritti, alcuni dei quali già comparsi in riviste italiane, e riguardano i rap- 
presentanti più diversi dell'antica e della moderna letteratura britannica, 
dallo Shakespeare allo Shelley, al Carlyle, a D. G. Rossetti, al Poe, le cui 
Poesie il valente A. ha tradotto per l'Editore Laterza. Rileviamo qui ripro- 
dotto il saggio sul Sordello di Robert Browning, pubblicato la prima volta 
nel Giornale dantesco]. 



CllONACA 



133 



Pkezzolixi G. — Tutta la Guerra. Aìttolo(jia del popolo italiano. — Firenze, 
Bemporad [1918] [Sebbene sia un volume « di tipo scolastico » e in apparenza 
di argomento solo politico o patriottico, questa bella silloge interessa tutte 
le persone colte ed è letteratura viva]. 

Roux Onorato. — Illustri italiani contemporanei. Memorie giovanili 
autobiografiche. — Firenze, Bemporad [1918] [Con questo titolo mutato e 
con l'aggiunta di « Edizione popolare » riapparve in sette volumetti quella 
raccolta, disuguale assai, ma non inutile, di autobiografìe, che aveva veduto 
la luce la prima volta fra il 1909 e il 1911 col titolo di Infanzia e giovi- 
nezza di illustri italiani contemporanei. Memorie autobiografiche di letterati, 
artisti, scienziati, uomini politici, patriotti e pubblicisti. Auguro agli editori, 
esaurita l'edizione anche in grazia del prezzo mitissimo, di poter rifare l'opera 
con maggior ricchezza di materiale e minore angustia di criteri e di disegno]. 

Santaneha Armando. — Cacciaguida — Sul canto XV del Paradiso. — 
Torino, S. Lattes [1918]. - È una conferenza tenuta al Circolo degli Artisti 
di Torino, calda, vibrante, senza pretese di novità, ma, per l'intento suo di- 
vulgativo, buona, sovrattutto nella parte illustrativa degli accenni genealogici, 
pei quali l'A. s'è giovato, fra l'altro, delle ricerche recenti del Livi. Qualche 
precisa indicazione bibliografica non avrebbe guastato. Meno riuscita, l'altra 
conferenza dello stesso A. su L'apparizione di Beatrice, illustrazione del 
e. XXX del Purgatorio (Torino, Lattes, 1917). 

Un « Maridazzo » bolognese del Settecento. — Bologna, Libr. Editr. « Pietro 
Zorutti», 1918. [Con questo fascicolo, corredato nel frontespizio d'una ripro- 
duzione silografica, s' inizia, per opera del dott. Aldo Aruch, una Baccolta di 
operette popolari e dialettali e di ricerche sui dialetti italiani. Il «Maridazzo », 
in forma di dialoghetto drammatico fra Babion e Flippina, è in dialetto bolo- 
gnese, d'anonimo," ed è tratto da un ms. settecentesco della Universitaria di 
Bologna, il 2081]. 



f A distanza di pochissimi anni da Renato Serra, l'Italia ha perduto un 
altro giovane critico valoroso. Giovanni Rabizzani è morto nell'ottobre scorso 
a Pistoia, colpito dall'influenza in mezzo ad un'attività infaticabile. 

Pubblicava cronache letterarie nel Marzocco, che lo commemora con vivo 
rimpianto nel numero del 8 novembre 1918, nella lìivista eli Milano, nel- 
V Italia, che scrire, ecc. Aveva una rara duttilità d'ingegno: la prosa e la 
poesia italiana contemporanea, la grande arte classica e l'avanguardismo 
tempestoso e sconcertante, la letteratura straniera, la critica erudita, la varia 
cultura, lo trovavano ugualmente preparato ad un giudizio pronto, equanime 
e pensoso. L'amore per questa operosità molteplice e quotidiana lo aveva 
indotto ad abbandonare la scuola, e ne aveva fatto uno dei nostri critici di 
più larga cultura e di più sicura penetrazione. Lascia, fra i suoi volumi più 
noti, lino studio sullo Chateaubriand (cfr. Giornale, 56, 243), un profilo dello 
Sterne — di cui voleva studiare l'influenza in Italia (v. L'Italia che scrive. 



134 CRONACA 

aprile 1918) —, le Fagine di crìtica letteraria (Pistoia, Pa^nini, 1911), prin- 
cipio d'una raccolta che avrebbe avuto un lungo seguito, se la morte non 
avesse troncato a mezzo del suo corso una vita così feconda. In questo libro 
il preciso disegno della poesia carducciana e pascoliana dà un'idea della sua 
critica misurata, lontana dall'idolatria, dalla moda, dai contorcimenti e 
dalle nebulosità di tanti critici improvvisati. Ma per rilevare tutte le carat- 
teristiche della sua opera, bisognerà cercarle riposatamente nei volumi e negli 
articoli sparsi. A. M. 

t A Milano è mancato il 9 novembre 1918 Luigi Rasi, nato a Lugo di 
Romagna nel 1852. Il suo nome e l'opera sua appartengono sovrattutto alla 
storia del teatro, attore com'egli fu e maestro insuperabile nell'arte della 
recitazione che insegnava nella R. Scuola da lui diretta in Firenze, autore dei 
due Libri dei monologhi (1888-1893), del Idhro degli aneddoti e d'altre 
pubblicazioni attinenti alla vita della scena, onde può dirsi un continuatore 
della tradizione, tutta italiana, della Commedia dell'arte. Ma di questa fu 
anche storico amoroso e accurato, in quel suo pregevole Dizionario de I co- 
mici italiani. Biografìa, bibliografia e iconografia (Firenze, Lumachi), tre bei 
volumi ch'egli venne pubblicando in dispense fra il 1897 e il 1906, e de'^ 
quali questo Giornale, 25, 182, 26, so ecc. 47, 473-4, non mancò di dare ' 
nuncio. Al R. spetta anche il merito d'aver iniziata quell'edizione mag 
delle più insigni Commedie di C. Goldoni, alla quale accennò con la d. 
lode il Giornale, 55, 473-4^ 57, 186-7 e per la quale il nostro indiment. 
bile A. Graf scrisse la squisita prefazione ai Rusteghi, Sono gustose le pagii 
autobiografiche ch'egli scrisse su La scuola di recitazione di Firenze. Ri- 
cordi del Direttore, inserite ne La Lettura dell'agosto 1905. Vi. Ci. 

t II 24 novembre 1918 s'è spento in Torino, dov'era nato nel 1866, Ferdi- 
nando Ga BOTTO, insegnante di storia moderna nell'Università di Genova. 
Pochi studiosi della generazione che ora volge al tramonto, ebbero un'atti- 
vità cos'i tenace e ininterrotta, cosi appassionatamente febbrile come lui, nel 
campo della storia, ma anche in quello delle lettere italiane. A partire dal 
volume giovanile su Giason del Mayno, è tutta una serie copiosa di scritti, 
monografie* e contributi svariati, sulla storia dell'umanesimo e sulla lettera- 
tura subalpina di quasi tutti i secoli, con abbondante materiale documen- 
tario, ch'egli diede alla luce o da solo e a parte, o con la cooperazione di 
altri e nelle riviste più diverse, e italiane e straniere. Non abbiamo che a 
rimandare agli Indici dei primi 50 volumi di questo Giornale e, fino al 1911, 
all'accurato volumetto di L. C. Bollea, F. Gabotto (Biografìa, bibliografìa 
ed onoranze), Torre Pellice, tip. Alpina, 1911. Nel 1885 fondò e fino al 1891 
diresse La letteratura e da ultimo aveva iniziata la rivista storica 11 Ri- 
.9orgimento. Spirito irrequieto e battagliero e organizzatore infaticabile, gli 
nocque talvolta la furia nel lavoro e l'intemperanza nei giudizi; ma le sue 
benemerenze, specialmente per la storiografia piemontese, sono molte e in- 
negabili. Vi. Ci. 



CRONACA 185 

f \iicora una perdita, dolorosissima, liaiim» fatto gli studi nostri con la 
morte, troppo precoce, del prof. Benedkho Soldati, avvenuta il 26 dicembre 
1918! Accorso dal fronte per la malattia dell'unico figlioletto, soccombeva 
dopo pochi giorni di morbo violento, in 'lorino, dov'era nato il 24 gen- 
naio 1876. Coetaneo di Leonardo Cambini, s'era mostrato degno della sua 
amicizia fraterna: che, sin dal principio della guerra, aveva compiuto volon- 
terosamente e da valoroso il suo dovere di soldato, aveva avuto ricompense 
e soddisfazioni, aveva provato la gioia d'entrare la prima volta e fra i primi 
da vittorioso, con la sua batteria, in Gorizia. Discepolo promettente già nel 
Liceo Cavour, dove aveva rivelato fin d'allora la sua predilezione pei nostri 
poeti umanisti, che traduceva con garbo e con vero senso dell'arte, entrò 
nella scuola di Arturo Graf e di Rodolfo Eenier, dalla quale passò poi al- 
l'Istituto di Firenze; e non tardò a far onore ai propri maestri, maestro 
Egli stesso da più anni, e fra i più efficaci, nel Liceo d'Azeglio di Torino 
e, come libero docente, nell'Ateneo torinese. La sua scomparsa è tanto più 
a deplorarsi, dacché il Soldati era nella pienezza delle sue forze e anelava 
impaziente a ritornare con ringiovanito entusiasmo — diceva — alla scuola 
che amava e ai cari studi interrotti, grazie ai quali Egli, che era stato della 
famiglia di questo Giornale ed aveva avuto una parte saliente nel compilare 
la Miscellanea Renier e, col Salza, sotto la direzione del Bertana, aveva 
allestito un ricco materiale pel grande Indice analitico di questa Rivista, 
sarebbe riuscito uno dei più fidi e preziosi redattori di essa. Spirito equili- 
brato, preciso, sereno, fatto di nobiltà dignitosa e di dirittura, così morale 
come scientifica, largamente e solidamente colto, anche nella filologia classica 
— vero specialista di metrica antica e moderna (vedasi in questo Giornale, 
66, 43.Ó-45 la sua recensione del Grammont) — fin dai primi anni e dalle 
prime prove lavoratore circospetto e scrupoloso e quindi sobrio e maturo, 
rivelava in ogni suo scritto una coscienziosità e una finitezza, come in ogni 
atto e pensiero, una ponderazione e una modestia severa, singolari in questi 
tempi di affannose e ambiziose impazienze e di arrivismo facilone e aggressivo. 
Di queste doti non comuni, congiunte ad un gusto impeccabile, reca i segni 
tutta la sua produzione, non copiosa, ma scelta e per ogni riguardo prege- 
vole : la magistrale edizione critica dei Carmina del Fontano (Firenze, Bar- 
bèra, 1902), l'eccellente monografia su La poesia astrologica del Quattro- 
cento (Firenze, Sansoni, 1906), in cui affrontò vittoriosamente problemi 
complicati e spinosi, contro i quali s'era agguerrito bene sotto la guida del 
compianto Felice Tocco, e quell'ottimo contributo alla storia della nostra 
drammatica, nel periodo della decadenza gesuitica, che è II Collegio Mamer- 
tino e le origini del teatro Gesuitico (Torino, Loescher, 1908). Tre pubbli- 
cazioni codeste, che meritarono il giudizio più lusinghiero, in questo Gior- 
nale (89, 391-4; 48, 403-415; 53, 110-16), dai più autorevoli giudici nelle 
rispettive materie, quali il Sabbadini, Vittorio Rossi e il povero Colagrosso. 

A questi lavori principali altri minori si collegano, tutti egualmente degni 
di nota: a quello pontaniano. La fortuna d'un epigramma del Fontano, 
Perugia, 1906 (estr. dalla Miscellanea nuziale Ferrari-Toniolo), Improvvisa- 



136 CRONACA 

tori, canterini, e buffoni in un dialogo del Fontano, VAntonius (estr. dalla 
Miscellanea in onore di G. Mazzoni, voi. I, 1907), nonché il lucido resoconto 
critico del volumetto del Walser, in questo Giornale, 53, 405-8; a quello 
sull'astrologia umanistica, lo studio su Gli inni sacri d'un astrologo del 
Rinascimento, il Bonincontri, estr. dalla Miscellanea in onore di A. Graf. 

Ma anche in altri territori il Soldati diede prova della serietà e della 
iinezza della sua preparazione critica, come nel saggetto Per Vinterpreta- 
zione d'una metafora pariniana. Malta, 1909 (estr. da La Malta letteraria, 
VI, 67-8), che concerne un passo del Messaggio (cfr. Giornale, 68, 225-6), e 
negli altri due, d'argomento foscoliano, I « Sepolcri » del Foscolo giudicati 
dal Bettinelli e dal Monti, Perugia, 1911 (Nozze Boselli-Borri), da un docu- 
mento inedito della Biblioteca Comunale di Mantova, e Ornerò in ottava rima, 
Torino, 1909 (per nozze Segre-Zamorani). Tenue, ma interessante ricordo d'un 
viaggio fatto in Ispagna, nel quale Egli confermò, a chi gli fu compagno, la 
sua viva intelligenza e la rara penetrazione d'ogni forma di bellezza e di 
arte, è l'opuscolo su Pietro Aretino e Carlo V, Napoli, 1912 (estr. dagli 
Studi puhbl. in onore di Fr. Torraca), che a me, cui l'autore era stato 
discepolo e fu nipote carissimo, rammenta le belle ore passate al suo fianco 
nell'Archivio più dovizioso della penisola iberica, quello di Simancas. Gli opu- 
scoli foscoliani fanno pensare con vivo rammarico che il Soldati veniva prepa- 
randosi da anni, con larghezza di serie ricerche, ad un'impresa tanto ardua, 
quanto delicata, l'edizione critica dell'epistolario del Foscolo, per gli Scrittori 
d'Italia, mentre allestiva con grande fervore, pel Vallardi, un volumetto tutto 
intessuto di lettere di Giacomo e di Paolina Leopardi, disposte e illustrate 
in modo da offrirci come una viva autobiografia del Recanatese. Sarà ben 
difficile sostituirlo anche in questo, colpa del destino, ostinatamente ingiusto 
e crudele, che ci strappa davvero i migliori! Vittorio Gian. 



Nel fascic. 216, p. 283, n. 1, lin. 3 : « von der ungleiche », corr. « von sehr 
ungleichem ». 



AVVERTENZA. — Col gentile consenso della Casa editrice, le pagine 
che, pél noto Decreto luogoten., dovevano essere detratte da questo fasci- 
colo, in compenso di quelle concesse in piti al precedente, si ridurranno 
dai fascicoli successivi. N. d. D. 



Luigi Morisengo, Gerente responsabile. 



Torino — Tipografia Vincenzo Bona. 



.".I- 



ALL'ESILIO DI DANTE 



I. All'esilio errabondo. — II. All'esilio d'oltrappennino. 



All'esilio errabondo, secondo il criterio da me altrove sulla 
realtà dei fatti stabilito (1), si riferiscono i documenti dai quali 
stacco e riassumo una che possiamo chiamare pagina postuma 
(postuma d'un mezzo secolo) nella storia fiorentina di Bianchi 
e Neri: vive voci di testimoni in un processo di confisca dei 
beni d'un morto ribelle e in bando del Comune. 



AVVERTENZA. — Le 24 pagine eccedenti la misura fissata 
dal noto Decreto luogotenenziale saranno detratte dal 
fascicolo doppio estivo. 



tòbre 1906; nel volume Dante e la Lunigiana, Milano, Hoepli, 1909. — 
17 canto XVII del Paradiso, letto nella Sala di Dante in Orsanmichéle 
(30 aprile 1903); con Appendice sul o^ primo rifugio e primo ostello » di 
Dante in Verona; in Lectura Dantis, Firenze, Sansoni. Ivi, nella nota 70, 
a pag. 44, è cenno delle mie anteriori osservazioni ed argomentazioni sul- 
l'Esilio del Poeta ; le quali dal mio vecchio libro, Dino Compagni e la sua 
Cronica (1879-1887), e dal Discorso documentato Dell'esilio di Dante (Fi- 
renze, Le Mounier, 1881), passarono nel volume Da Bonifazio Vili ad Ar- 
rigo VII (Milano, 1899), che ora col titolo I Bianchi e i Neri l'editore 
Hoepli ristampa. — Vedi anche La preparazione e la dettatura della Di- 
vina Commedia e Per una « Vita di Dante », nella Nuova Antologia, 
lo agosto 1918. 

Giornale storico, LXXHI, fase. 218-219. 10 



138 I. DKL LUNGO 

aver esercitato, o volontariamente o quasi per istituto di vita, 
di buon grado arrendendosi alle contingenze di questa, quella 
prestazione di servigi, a definire i quali ci fan difetto, nella vita 
di Dante, positive testimonianze: prestazione a cui dovè, nelle 
corti di « signori » che l'ospitarono, piegarsi riluttante il grande 
Proscritto; piegarvisi negli anni appunto che si accingeva a 
dettare il già concepito e lungamente, fra quei disagi di vita e 
d'anima, meditato Poema! 



I. 
All'esilio errabondo. 

È il 24 dicembre 1348: dinanzi all'ufficio dei Beni dei Ribelli, 
nel palazzo del Capitano di custodia e Conservatore e Difensore 
del Comune e Popolo di Firenze e suo distretto. È capitano uno 
di quei feroci Guelfi, cavalieri e giurisperiti, che si prendevano, 
come per tradizione, dalla città di Gubbio, la quale sembrava 
averne la cava. Quello allora sedente è il nobile e potente ca- 
valiere messer Niccola di messer Ranuccio della Serra. Notaio 
deputato dal Capitano all'Ufficio dei Ribelli è un ser Ubaldo di 
ser Francesco di ser Ubaldo, pure da Gubbio : d'una progenitura 
di seri, cioè di notai, da risalire agli anni tragici della proscri- 
zione dei Bianchi, quando un altro notaio e figliuol di notaio 
ancora da Gubbio, ser Puccino di ser Tommaso, potè vantare 
insigni gesta di feroce compiacenza a martoriare gl'infelici ar- 
tigliati da quel tribunale, che doveva rimanere monumento d'in- 
fkmia al massimo esecutore di cotesto fratricidio, messer Caute 
dei Gabrielli da Gubbio (1). 

Nell'interesse del Comune e Popolo di Firenze il Capitano 
riceve da un Luca Lippi, sindaco e procuratore di esso Comune, 
una denunzia tendente alla confisca dei beni appartenenti a uno 



(1) Vedi cap. VITI, § ii, del mio cit. I Bianchi e i Neri. 



I 



I 



all'esilio di dantb 139 

degli antichi proscritti, Tommaso di Vanni Agolanti, morto in 
bando del Comune e ribelle. Gli Agolanti erano famiglia ab an- 
tico ghibellina, del Sesto di Porta del Duomo; ossia di quelli 
« antichi Ghibellini» ai quali la proscrizione del 1302 aveva me- 
scolati, « Ghibellini per forza », i Guelfi Bianchi (1) : mescolanza 
che nel 1311 la cosiddetta Riforma di Baldo d'Aguglione aveva 
sanzionato, compilando nel famoso Libro del Chiodo il sinistro 
canone degli scomunicati dalla patria (2) : un d'essi, Dante ! La 
confisca dei beni di Tommaso non aveva, qual se ne fosse la ca- 
gione, avuto effetto, e deve averlo ora : con obbligo ai lavoratori 
di detti beni, di risponderne non ad altri che al Comune; e 
rescissione di affitti e locazioni qualsiansi; e sostituendosi il 
Comune nel diritto di esigere dai debitori del fu Tommaso le 
somme ad essolui dovute. Il tutto a tenore dello Statuto del Co- 
mune, rubrica « Dell'officio del Notaro sui beni dei ribelli ». 

Il Capitano ammette la petizione. E citati a comparire, sic- 
come parenti o affini del proscritto e ribelle, un Adimari e, 
maritata a Forlì, una sorella dell'Agolanti ; e da costei sola 
risposto con intendimento, nel quale poi non persiste, di opporsi 
alla confisca; istruisce il processo con le deposizioni dei testi- 
moni (testes iurati: l'una all'altra successive lungo il marzo 
del 1349) sulle accuse, capo per capo (e i capi, tra accuse di 
fatto e formulazioni giuridiche, sono ben diciassette), che quel 
Luca Lippi sindaco e procuratore del Comune affaccia e sostiene 
contro il morto in bando e ribelle. Ciascuna di coleste accuse 
sui fatti, tutti quanti dal 1301 in poi (ab anno Domini mille- 
simo trecentesimo primo dira), è una pagina di quella storia 
dei Bianchi alla quale appartiene l'esilio di Dante ; e i chiamati 
a testimoniare de visu o per loro reminiscenze su quei lontani 
fatti, sono com' ombre evocate da quel turbinoso passato, a 
riviverne e farne rivivere le passionate vicende. 



(1) Vili, III, del cit. / Bianchi e i Neri. 

(2) IX, V, del cit. I Bianchi e i Neri. 



140 I. DEL LUNGO 

Guerra mugellana « dal 1301 in poi ». Tano degli Ubaldini 
ribella al Comune di Firenze i castelli di Montaccinico e di Fi- 
liccione. Partecipano al ribellamento, con altri molti, gli Agolanti. 
Ghibellini e fuorusciti scendono in armi contro Firenze, ostil- 
mente, a bandiere levate, ardendo uccidendo imprigionando 
derubando, in danno e obbrobrio del Comune; devastano nel 
contado e distretto San Piero a Sieve e Gagliano. — Testimo- 
nianza di Rustico Donati del popolo di San Lorenzo: aver 
veduto, ricorda, sulle pareti della sala del Palagio del Potestà, 
dipinto a vituperio il castello di Montaccinico, come anche la 
città di Pistoia. Ricorda le spedizioni di armi dalla Camera 
del Comune per l'espugnazione di detto castello. — Caute di 
messer Guatano de' Pigli ricorda, di pubblica voce e fama, il 
ribellamento dei due castelli per opera degli Ubaldini dal 1301 
in qua. — Identica testimonianza fa Dante dei Rimbaldini. — 
Ser Taddeo Lapi del popolo di San Simone conferma le con- 
dannagioni che per quei fatti ebbe a incorrere Tommaso Ago- 
lanti e suoi consorti, da lui vedute e lette nella Camera del 
Comune. Molti e molti degli Agolanti, dal 1301 in qua, nel 
tempo della detta ribellione stettero con gli Ubaldini e altri 
ribelli del Comune di Firenze ; e con essi, a bandiere levate, ven- 
nero ostilmente pel contado fiorentino ardendo case e borghi. 
E in particolare vide e lesse nella Camera del Comune le con- 
dannagioni e bandi di quattro degli Agolanti, dei quali non 
ricorda più i nomi. — Ser Gherardo Risaliti del popolo di San Si- 
mone: Fui presente e vidi, quando Tano e suoi consorti Ubal- 
dini, dal 1301 in qua, coi Pistoiesi che in detto castello di Mon- 
taccinico vennero, ed eziandio con alcuni Fiorentini, tra i quali 
vidi e conobbi il Baschiera Tosinghi e molt'altri Fiorentini che 
non ricordo, ribellarono il detto castello al grido « Mora, mora 
el Comune e populo di Firenze e' Guelfi, e vivano i Ghibellini ». 
Anche li vidi, quando fu ribellato il castello, venire ostilmente 
pel contado fiorentino, a bandiere levate, ardendo case e borghi; 
come il castello di Ascianello e il borgo di Gagliano. E a tutto 
ciò furono gli Agolanti. E di ciò fu allora pubblica voce e fama 



all'esilio di dante 141 

in Firenze, nel popolo di San Simone e nel popolo di Santo Ste- 
fano di Badia, e per tutto Mugello. -— Più altri testimoni con- 
fermano: tra i quali Cambiuzzo dei Medici, del popolo di San 
Tommaso, ha, dal 1301 in qua, veduto il detto Tano e gli altri 
degli Ubaldini tenere ribellato il castello di Montaccinico, ed è 
stato nell'esercito contro i detti Ubaldini intorno al detto castello 
col Comune e Popolo della città di Firenze. — Ultimo Giovanni 
Ouidarozzi, fornaio, del popolo di Santa Reparata, aggiunge, 
d'uno degli Agolanti (non ricorda il nome), che era coi ribelli 
Ubaldini, e preso nella terra di Puliciano fu decapitato. 

Calata dei fuorusciti dal Mugello a Firenze. Anche a questa 
partecipi gli Agolanti. I ribelli e nimici del Comune vengono 
alle porte della città, per occupare {causa occupandi) la detta 
città e popolo, la invadono, e ne bruciano la porta, — Testi- 
monianza del sopra interrogato Rustico Donati, che vide, sempre 
da quella data del 1301 in qua, uomini armati trecento a piedi e 
cavalieri armati {homines armatos trecentos pedites et equites 
armatos) venire alla porta che si chiamava degli Spadai, delle 
mura d'allora, ed espugnarla per cagion d'invadere la città e 
popolo fiorentino. E pubblica voce e fama fu che i sopraddetti 
cosi armati erano Parte bianca e ghibellina {erant Pars alba et 
ghibellina), e che con essi erano quelli della casa degli Agolanti. 
E cosi per la maggior parte della cittadinanza si diceva. 

Assedio posto da Arrigo VII a Firenze. Campo imperiale a 
San Salvi. Ivi gli Agolanti furono e stettero coi nimici e ribelli 
del Comune di Firenze per cagion di occupare, assediandola, la 
detta città e popolo. Anche su questo capo, il testimone prin- 
cipale Rustico Donati attesta, di pubblica voce e fama, che dal 
detto millesimo in qua, e propriamente trentasei anni da oggi 
(nel 1313 dunque) i detti Agolanti furono e stettero nel campo 
di San Salvi presso Firenze coi Ghibellini inimici e ribelli del 
Comune per cagione di occupare, assediandola, la città. E vide 
i detti Ghibellini nel detto luogo arder case fuori della città. 
E pubblicamente per la maggior parte delle genti si diceva che 
coi detti Ghibellini erano gli Agolanti. — Castello di Lippe del 



142 1. DIL LUNGO 

Beccuto conferma che gli Agolanti furono e stettero nel campo 
di San Salvi presso Firenze con gli inimici e ribelli del Co- 
mune, per cagion di occupare la detta città e popolo, asse- 
diandola con l'imperatore Arrigo e con gli altri inimici e ribelli 
di essa. 

Episodio ignoto di quella guerra ubaldiniana dal Mugello; e 
forma il capo quinto nella petitoria dello zelante sindaco e pro- 
curatore del Comune. Come i predetti Agolanti con gl'inimici e 
ribelli del Comune di Firenze stettero nel castello di Ferraiolo 
(in castro Feraioli), del contado e distretto di Firenze, facendo 
guerra al Popolo e al Comune fiorentino. Su questo capo nes- 
suno dei testes turati depone. 

Altri testes, Matteo di Borgo Rinaldi del popolo di San Leo, 
Marsopino di Scoiaio della Tosa del popolo di San Salvatore, 
Gherardo Caffagini del popolo di San Simone, confermano nella 
massima parte le attestazioni dei precedenti. 

Gli altri capi, come già accennai, non si riferiscono ad avve- 
nimenti di guerra, sibbene all'accertamento che nel fatto degli 
Agolanti, e in particolare di Tommaso di Vanni (chiarita bene 
e assodata la generazione di lui da quel casato), ricorrano, sia 
«per pubblica voce e fama», sia per notizia personale dell'ac- 
cusatore e dei testimoni giurati, da Atti pubblici della Camera 
del Comune, ancoraché alcuni ne siano stati arsi, ricorran gli 
estremi ad essere essi Agolanti astuti e tenuti come ribelli con- 
dannati e sbanditi « già sono dieci venti trenta quaranta anni, 
« ed oltre » ; — e alla iscrizione di essi Agolanti fra gli eccet- 
tuati dal beneficio della Riformagione del 1311, che prese nome 
da Baldo d'Aguglione; — non che alla disposizione statutaria, 
che, per legge municipale o riformagione del Comune, tutti e 
singoli i discendenti per linea mascolina da alcuno ribelle di 
esso Comune sono in perpetuo avuti e tenuti, «ed eziandio, 
« quanto ai beni, i morti )►, siccome ribelli condannati e sbanditi : 
« quod per legem municipalem seu reformationem dicti Comunis, 
« omnes et singuli descendentes per lineam masculinam ex aliquo 
« rebelle dicti Comunis, in perpetuo habeantur et teneantur ut 



àll'bsilio di dante 143 

<ft rebelles exbanniti et conderapnati Comunis Florentie, etiam 

* mortui quo ad bona ». 

Caratteristica, in questa formalità della generazione e discen- 
denza, la testimonianza d'un vecchione del popolo di San Pier 
Maggiore, Vanni Tosi : aver egli conosciuto Tommaso Agolanti er 
il padre suo Vanni ; figliuolo legittimo e naturale, questo Vanni, 
di Guccio degli Agolanti ; e Guccio, figliuolo legittimo e naturale 
di Donisdeo ; e per tali tenuti e reputati dalla maggior parte 
delle genti... Di si squisite e oneste cautele, di si diligente in- 
vestigazione « per li rami », voleva apparire circondata la rapace 
violenza del fisco! 

Ed ecco ripresentarsi dinanzi al Capitano, a di 16 marzo 
del 1349, l'accusatore e petente. Luca Lippi sindaco e procura- 
tore del Comune, e dimandare si pubblichino le attestazioni giu- 
rate, producendo egli autenticata la Riformagione dei Consigli, 
publice scrlptam da Andrea Lancia (il notaro volgarizzatore 
déiVEneide)^ in virtù della quale Riformagione sarà da procedere. 

E il giorno dipoi , « In Dei nomine, amen. Nos Niccola do- 
« mini Ranutii de la Serra, Capitaneus et Conservator et De- 
« fensor etc. », veduti e letti gli atti della causa che ad uno ad 
uno riassume, « Christi nomine invocato, prò tribunali sedentes 
« ad solitum banchum etc. », pronunzia la sentenza di confisca, 
per la quale sono « incorporati » o, come dicevano, « pubblicati 
« e messi in comune » i beni che furono di Tommaso Agolanti, 
da doversi scrivere coi beni degli altri condannati, e i lavo- 
ratori di detti beni risponderne al Comune, ecc. « Lata, pro- 
« numptiata, data et facta fuit dieta sententia sub annis Domini 

* M.° trecentesimo XL nono, indictione secunda, die XVII mensis 
« martii, presentibus etc. ». 

Ultimo atto, sotto il di 26 di quel marzo 1349, è la citazione e 
comparsa d'un Sandro di ser Ricovero del popolo di Sa' Jacopo 
tra i fossi, che interrogato si confessa debitore a Tommaso Ago- 
lanti di fiorini cinquemila quattrocento d'oro ; e il Capitano gli 
ordina non uscire di palagio senza sua licenza, prima d'averli 
pagati alla Camera del Comune, 



144 I. DEL LUNGO 

Questo singoiar documento (i), sopravvissuto chi sa a quanti 
consimili, di quelli odii giurati, dall'una all'altra generazione 
in fede trasmessi, e voluto che facesser parte della legislazione 
del Comune, ci mostra entro quale ambiente avvolta trascorse e 
scomparve la generazione a cui Dante appartenne ; e su qual 
mondo egli si assumesse, dalle regioni di là, l'ufficio di giudi- 
catore e sovrapponitore d'un ideale di giustizia assoluto e im- 
passibile sopr'una relatività passionata e convulsa. E in ordine 
sempre alla vita di Dante, ci è altresì dato qui di vedere qual 
profondo solco avesse lasciato dietro a sé la scissione di Parte 
Guelfa in Bianchi e Neri ; poiché dalla proscrizione dei Bianchi 
e dal loro forzato accomunamento coi Ghibellini prende data 
tutta quella retrospezione dell'atto di accusa; e la data del 1301 
(« ab anno Domini millesimo trecentesimo primo citra ») si vede 
esser rimasta a cotesti uomini data memorabile, e come capo- 
saldo d'un periodo storico, nel modo stesso che, esemplificando 
modernamente, permane, nella memoria di noi che tramontiamo, 
il « quarantotto » del secolo che iniziò le guerre per l'indipen- 
denza d'Italia. In documenti di tal sorta, emergendo a nuoto 
dalla superfluità sazievole delle esteriori formule, si può rivi- 
vere la vita d'un'età la quale è lontana da noi di spazio ben 
maggiore che quello materiale del tempo, e de' cui monumenti 
d'arte, scritta e figurata, alla retta interpretazione, un retto e 
ben nutrito senso storico è fondamento essenziale. 

Il che non pure è da intendersi in generale ; ma si specifica 
per via di particolari, meritevoli nel documento nostro di ve- 
nire rilevati, in attinenza al monumento massimo dell'arte scritta 
medievale, la Divina Commedia. Ond'é che da questa pagina 



(1) Nell'Archivio fiorentino di Stato, Atti del Capitano del Popolo (n® 105); 
« Liber continens comraissiones citationes relationes banna ec. ad offitium bo- 
« norum rebelliura ec. factus tempore domini Nichole domini Ranutii de la 
«Serra de Eugubio, Capitanei generalis custodie et Conservatoris et Defen- 
« sorie Oomunis et Populi Florentie et districtus. Scriptus per me Ubaldum 
« ser Francisci ser Ubaldi de Eugubio notarium, per ipsum dominum Capi- 
« taneum ad dictum offitium bonorum rebelliam ec. deputatum ec. >. 



all'esilio di dante 145 

processuale di proscrizione, pagina di storia anche della vita di 
Dante, si riflettano immagini, e suoni si ripercuotano, nel Poema 
che tanta parte di sua ispirazione deve all'esilio; e specialmente 
nell'episodio dove la perpetua interdizione e scomunanza dalla 
patria, che investe tutta di padre in figlio una schiatta, è rap- 
presentata cosi terribilmente : dico, l'episodio di Farinata, nel 
quale si fronteggiano con tutta la fierezza partigiana delle anime 
loro, cittadini autentici della «città partita», il Ghibellino e il 
Guelfo Bianco. E il cruccioso lamento del gran Ghibellino contro 
il popolo « si empio incontr'a' suoi in ciascuna sua legge », suona 
a noi più intenso e dolente, e la frase « in ciascuna sua legge » 
ci si dischiude più a fondo, quando la perpetuità del bando di 
ribellione su quei casati sentiamo essere consacrata « per legem 
« municipalem » ; essere, cioè, una di quelle « leggi municipali » 
tra le quali fu inserita (il che Dino rileva (1)) la malfondata pace 
del 1280 statuita dal cardinale Latino, come infatti ne troviamo 
trascritto Fatto nei codici degli Statuti ; e agli Statuti parimente 
soggiunte come capitoli di legge le politiche condannagioni di 
tempi diversi, compresavi la proscrizione dei Guelfi Bianchi (2). 
E quando il pubblico accusatore del 1348 raccoglie dalla comune 
consapevolezza (« vulgo communiter a malori parte hominum ») 
la condizione, negli Agolanti tradizionale, di ribelli condannati e 
sbanditi, « iam sunt X, XX, XXX, XL anni et ultra », ci fa pur 
ripensare agli liberti, « da più di XL anni rubelli di loro patria, 
« né mai merzè né misericordia trovorono », quali Dino (3) sotto 
il 1302 li designa, e la visione dantesca nella bronzea figura di 
Farinata li scolpisce. E quelli Agolanti che « furono e stettero » 
alla guerra mugellana de' fuorusciti, e alle scorrerie pel contado 
e distretto, e all'assedio imperiale nel campo di San Salvi, sempre 



(1) Cronica, I, in: « Le quali leggi e patti e promesse fé' scrivere tra le 
« leggi municipali della città ». 

(2) Nello Statuto del Potestà del 1324, è inserita in fine del libro IH una 
lunga Provvisione, concernente condannagioni antecedenti ; fra le quali, anche 
del 1302. 

(3) II, XXIX. 



1:46 I. DEL LUNGO 

« per cagione di occupare {causa occupandi) » la città che non 
sapevano, anche cosi crudele, strapparsi dal cuore, sono i continua- 
tori della dolorosa gesta d'esilio degli liberti, che in Montaperti 
ed altrove stettero in campo essi pure « con gli altri ribelli e 
« condannati e sbanditi » : che « a ciò non fu' io solo », protesta 
Farinata, « né senza cagione si sarebbe con gli altri mosso »; e il 
suo « non senza cagione » inchiude la parola stessa, che nel pro- 
cesso degli Agolanti si ripete di bocca in bocca, « per cagione y> 
di rifar propria (« occupare » nel duro linguaggio del processo) 
la loro città. Del resto, anche senza queste più intime corrispon- 
denze, non tanto di parola quanto di sentimento, e senza che 
esse ci siano offerte dal Poema monumentale, i documenti della 
storia sono più spesso che non si creda ottimo commento alla 
parola dell'arte. Un poeta d'amore, che « resta prigion d'un ca- 
« valiere armato » (intendi della sua Donna, novissima figura di 
non romano cataphractus)^ ebbe forse nella fantasia gli « equites 
« armati », quali il giovine Rustico Donati vide assalire la porta 
degli Spadai il 20 luglio 1304. Se non che al linguaggio di Dante 
siamo ricondotti mediante la testimonianza di quel ser Gherardo 
che, tra i Fiorentini con esso Dante ribelli, « vidi e conobbi », 
depone, « vidi e conobbi » il prode Baschiera Tosinghi ; come, fra 
i dappoco, « vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltate 
« il gran rifiuto », narra, con l'identica genuina frase, il Poeta : 
dove lo aver « conosciuto » l' indubitabile Celestino papa è oziosa 
pedanteria d'interpreti il voler che importi « riconoscimento » 
di persona altra volta veduta; e troppi sono nel Poema i « vidi », 
affidati alla discrezione dei non pedanti lettori. E in quella me- 
desima deposizione di ser Gherardo, il grido della rivolta, « Mora 
« mora el Comune e populo di Firenze e' Guelfi », è quello stesso 
ond'è intonato, nel Poema, ad ogni « mala signoria » il monito 
de' Vespri cruento. Ma al « mora mora » dei fuorusciti Ghibel- 
lini non potevano i Guelfi Bianchi partecipare; né Dante poteva: 
Dante, che a Farinata ghibellino, magnanimo difenditore di Fi- 
renze guelfa, eresse in un verso monumento più del bronzo 
perenne. 



all'esilio di dante 147 

Ma il processo fiscale a un morto non interesserebbe oggi, 
a distanza di secoli, se quell'ignoto processato ghibellino non 
fosse stato un di coloro che un giorno del 1302 videro « farsi 
« della loro schiera », nell'esilio errabondo, e tuttavia speran- 
zoso di rimpatrio, un giovane dei Guelfi Bianchi, uomo di me- 
ditazione e d'azione, che i dolori e le ire dell'irrevocabile esilio 
avrebber finito di fare e coronato poeta ! 



IL 
All'esilio d'oltrappennino. 

E al suo esilio d'oltrappennino io penso che per indirette vie 
conferiscano qualche lume altri documenti, egualmente, anzi a 
maggior distanza di tempo, posteriori; agevolino, per lo meno, 
qualche induzione : e non già perchè questi concernono uomini 
che con la famiglia di lui ebbero originalmente comune il co- 
gnome, ma perchè i servigi che cotesti uomini, cotesti Fioren- 
tini, vediamo aver prestato a Comuni e a Signori, m'è avviso 
potersi credere non dissimili da quelli che specialmente in quel 
secondo periodo dell'esilio Dante ebbe occasione o necessità di 
prestare; e non dissimile (salvo quel che la troppo diversa qua- 
lità della persona dovè differenziare) la condizione, di cui nulla 
quasi nulla di positivo sappiamo, nella quale egli potè in 
que' suoi soggiorni del più tardo esilio trovarsi. Sono alcune 
lettere che, molti anni or sono, io trascrissi dagli originali nel- 
l'Archivio Senese di Stato (1) ; ed altre la cui trascrizione, pur 
dagli originali nell'Archivio Modenese di Stato (2), mi fu amica- 
mente favorita : di un G-herardo, o Gerardo, Aldighieri; e di un 
messer Donato Aldighieri : ambedue del secolo decimoquarto 
discendente. 



(1) Concistoro. Lettere sema data. 

(2) Cancelleria ducale. Registro di Lett. di Niccolò li d'Este, 1363-1380. 



148 I. DEL LUNGO 

Nulla che vedere con gli Alighieri di San Martino, gloriosi 
del nome di Dante, hanno questi Aldighieri dell'altro quasi at- 
tiguo popolo di San Remigio o San Romeo, detti anche Aldi- 
ghieri di Ser Gherardo, da un loro esercente la notarla sul ca- 
dere del secolo decimoterzo. Tale ce lo mostrano atti (1) da lui 
rogati fra il i290 e il 95: ma Cancelliere degli Ufiziali della 
Guerra lo troviamo nel primo decennio del Trecento (2), cioè 
uomo di fiducia dei Guelfi Neri, e cosi partecipe alle resistenze 
di Firenze contro Arrigo VII; e pur di quelli anni, nei Con- 
sigli popolari del Capitano (3) ; e notare dei Capitani di Parte 
Guelfa nel 12 (4): insomma, personaggio d'importanza in quel- 
l'agitato periodo guelfo nerissimo, nel quale Firenze al proscritto 
Poeta si affigurava come l'inferma 

che non può trovar posa in su le piume, 
ma con dar volta suo dolore scherma. 

Un altro Gherardo di cotesta casata, nel [quale di certo si 
rinnovava il nome dell'ascendente, scriveva, parecchi decennii 
dopo, sulla fine del secolo, lettere, di cancelleresca latinità, alla 
Signoria di Siena, le quali ce lo mostrano agente a Perugia, a 
Foligno, a Roma, per quella Signoria e pel Duca di Milano 
Giangaleazzo, a trattare con Signori e con condottieri di solda- 
tesche paesane e straniere (l'Italia n'era percorsa e consumata 
da un capo all'altro), e patteggiarne servizi o tregue o asten- 
sioni d'offesa. Foschi trattati e maneggi ai quali i più adatti 



(1) Nel Diplomatico dell'Archivio fiorentino di Stato. 

(2) Vedi (in un Almanacco fiorentino del 1888) L'imperatore nel contado 
fiorentino, documento volgare del 1310, da me pubblicato sopr'un apografo 
borghiniano, che corregge il testo datone a pp. 45-47 della Storia del com- 
mercio e dei banchieri di Firenze di S. L. Peruzzi (Firenze, 1868), e regi- 
strato, con inconsistente riferimento a « Diario del Monaldi », da F. Zambrini 
tra Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV (Bologna, 1884, 
col. 723). 

(3) Libri Fabarum, IX; nell'Archivio fiorentino di Stato. 

(4) A p. 126 del cit. mio DeWesilio di Dante. 



149 

non erano certamente i più virtuosi ! E dissennatezza poi di go- 
vernanti, il rigirarsi intorno quella vendereccia canaglia, contro 
la quale il Petrarca aveva inutilmente ammonito e rimproverato 
i Signori d'Italia, inveendo specialmente contro le Compagnie 
straniere], e denunciando che quei ladroni parati di ferro e di 
titoli più meno comitali, e ostentanti cavalleria romanzesca, 
erano « nome vano senza soggetto » (1), e nient 'altro che trafiOi- 
catori di guerra per proprio conto. Di cose e uomini siffatti elo- 
quente figurazione, in loro cauta brevità, le lettere di ser Ohe- 
rardo alla Signoria di Siena, nella primavera del 1397. 

Da Perugia, il 18 aprile. Si è presentato al magnifico Biordo 
Michelotti, cittadino principale e uom d'arme di professione ; e 
come di suo (« demonstrans motu mei proprio haec facere ») si 
è assicurato del buon animo di lui verso il Comune di Siena. 
— A che proposito mi fate voi cotesti discorsi ? — gli domanda 
soldatescamente quel magnifico. E l'officioso Fiorentino si af- 
fretta a dichiarare « a me ipso movere ea verba » ; e persuaso 
o no che l'abbia, ne trae esplicite proflerte di servizi, e assicu- 
razione di disposizioni e intenzioni quanto migliori la Signoria 
senese possa desiderare, da non dovere pertanto « suspiciones 
« gerere in animo quas habetis, ymo penitus eas abicere ». Ha 
poi scritto ad altri condottieri, coi quali pure si abboccherà, pro- 
seguendo poi per Roma. 

E da Roma scrive il 22 maggio, dopo avere e in Perugia e 
in Foligno menato altre pratiche pel Duca di Milano. E secondo 
intenzioni che Siena e Milano hanno comuni, parlerà con un 



(1) L'applicazione di quel citatissirao verso al Sacro Romano Impero è, 
nella critica del pensiero petrarchesco, un'assurdità che non dovrebbe ormai 
più ripetersi; come da nessuno dovrebbe dubitarsi che lo « Spirto gentil », 
dell'altra italica Canzone di messer Francesco, sia un novello eletto (chiunque 
voglia credersi essere) al senatorato, cioè al rettorato di Roma. H « nome 
« vano senza soggetto » attiene non ad altro che a quelle medievali « illu- 
« sioni eroiche » delle nostre democrazie, specialmente guelfe, alle quali ho 
avuto occasione di accennare in una linea del mio libro I Bianchi e i Neri 
(pp. 34-36). 



150 I. DBL LUNGO 

altro uom d'arme, il magnifico Bernardone dalle Serre, capitano 
dei Bretoni, e riscriverà. 

Ma il giorno stesso, ricevute nuove istruzioni da quella Si- 
gnoria, che lo tempesta di corrieri, sospende le trattative di 
tregua per un anno col detto Bernardone, conforme anche alle 
intenzioni quali egli sa avere su ciò il Duca di Milano « suo 
« signore ». 

Un'altra lettera pur da Roma, del 22 giugno, in favore d'un 
senese Cerretani condannato per malefizio, servirebbe soltanto 
a confermare le intrinseche relazioni di Gherardo con la ma- 
gnifica Signoria di Siena, se non avesse altresì il pregio di of- 
frirci, essa sola fra le quattro, la data dell'anno a tutt'e quattro 
comune : « mccclxxxxvìj ». 

Or come un Fiorentino, agente senese ? agente ducale ? Erano 
certamente di quei, non ambasciatori ma investiti d'analoghe 
funzioni, che Comuni e Signori si ricambiavano: per lo più in 
forma di « messi segreti {secretae personae, nuntii) », i quali 
dovessero parere d'esser li pe' fatti propri e non altro (« videatur 
« quod ibidem sit prò suis factis »), e dell'esser li si approfit- 
tassero per proporre e, se del caso, trattare ; o se no, indagare, 
spiare, riferire. Di queste cose, o l'una o l'altra; secondo la qua- 
lità delle persone inviate, e la veste (o vorrei dire, la sotto- 
veste) data ad essi a indossare. I Guelfi Neri, nel pericolo so- 
vrastante da Arrigo, si servirono largamente anche di agenti 
cosiffatti, scegliendoli tra persone che non dessero sospetto : re- 
ligiosi, uomini di legge ; e che fossero, quali ce li affìgura Dino 
Compagni, persone astute, di bel tratto, di sottile ingegno, pra- 
tiche di mondo (1). Il pericolo sovrastava ora a Firenze dai Vi- 
sconti : alle cui ambizioni d'un largo dominio italico cooperavano 
Siena, emula antica del primato fiorentino in Toscana, e in odio 
a questo disposta ad accettare, essa e Perugia, come poi fecero, la 
dedizione a Giangaleazzo. Quel Biordo Michelotti (uomo anche 



(1) Cronica, III, xxxiii; ed ivi, il mio Commento. 



all'esilio di dante 151 

di primaria autorità nella città sua, e poco di poi congiuratogli 
contro ed ucciso), quel Bernardone delle Serre, capitano di Bre- 
toni, furono in moto, insieme con altri condottieri, durante co- 
testa agitazione ; alla quale vediamo appartenere la segreta mis- 
sione di Gherardo degli Aldighieri, se il cosi chiamarla non è un 
farle troppo onore. Perchè, insomma, egli fiorentino lavorava ai 
danni di Firenze, agente (è da credere, non gratuito) dei ne- 
mici di lei ; e « suo signore » chiamava il Visconti, principale 
tra questi : quando pure non si abbia a pensare ch'e' fosse uno 
dei molti sbanditi che anche in quelli anni le intestine discordie 
(altre, ma poco meno violente da quelle, ormai oltrepassate, di 
Bianchi e Neri) straniavano da Firenze, e che a sé medesimi 
potevano scusare, mediante la consuetudine e l'esempio altrui, 
quell'accontarsi coi nemici della propria città. 

A ogni modo, in questo Gherardo Aldighieri, che, dilungatosi 
dalla patria, sapeva il suo qualsiasi latino adoperare in servigio 
di Signori o di Comuni, costretto o no che vi sia stato dalle 
necessità della vita, o sospintovi da sentimento di fuoruscito; 
in questo ignoto, che solamente « per lo suon » del suo casato 
ci si fa notabile ; viene a me fatto di ripensare, non già, inten- 
diamoci, la grande figura di Dante Alighieri, bensì non altro 
che la condizione nella quale le dolorose vicende della vita ebber 
travolto il Poeta esulante. Fin dai primi anni dell'esilio, anche 
se non presso Scarpetta Ordelafiì nel 1303 in Forlì, ebbe egli 
certo nel 1306 presso i marchesi Malaspina ufficio d'uomo cu- 
riale quando loro ospite sali a Gastelnuovo della Magra, procu- 
ratore fra essi e il vescovo di Luni; e nel secondo periodo 
dell'esilio, se l'ospitalità Scaligera non offerse al Poeta, — pre- 
dominanti sul magnanimo Gangrande gl'influssi della « stella di 
« Marte », — accettevole occasione di curiali servigi (non da lui 
erano certamente quei mercimonii di soldatesche che i Ghe- 
rardo Aldighieri cosi sveltamente manipolavano), apparisce ch'e' 
non ne andasse esente nell'ultimo suo rifugio Ravennate, pur 
confortato a lui da confacevole agio di meditazione e di studio, 
se un'altra procura di pacificazione tra i Polentani e Venezia è 



162 I. DEL LUNGO 

da credere fosse l'estremo atto della vita civile di lui : di quella 
sua vita civile, al cui esercizio in patria appartiene una pro- 
cura altresì di pace e concordia, ben più grave procura misera- 
mente fallita, tra papa Bonifazio, — infedele al suo cristiano 
ministerio e di ciò non perdonato mai dal giustiziero Poeta, — 
e la Firenze sua guelfa. Perchè un qualche ufficio, in quelle o 
corti palagi o castelli o case di Comune che si fossero, biso- 
gnava pure che avessero coloro specialmente che vi riparavano 
bisognevoli di tetto e di pane. E retorico abbaglio è foggiarsi 
in quel tempo là un Dante famoso e sovresaltato, che Signori e 
Signorie, marchesi e conti e castellani, si tenessero onorati di 
ospitare e gratificare, quasi preveggenti il plauso che ne da- 
rebber loro i lontani secoli. Ben altro di quella sua vita « d'esilio 
« e di povertà » ci rivela il Poeta, quando narra che per le re- 
gioni « quasi tutte » di nostra favella, « peregrino, quasi men- 
« dicando, è andato, mostrando contro a sua voglia la piaga 
« della fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte 
« essere imputata ». Angustie e umiliazioni che al primo pe- 
riodo dell'esilio senza dubbio si riferiscono; dico a quello del- 
l'esilio errabondo, che Dino Compagni (1) ci ha espressamente 
caratterizzato in una linea delle scultorie sue : « andarono sten- 
« tando per lo mondo, chi qua e chi là ». E tali il Poeta, scri- 
vendo . nell'ultimo de' due fermi « ostelli », il veronese e il ra- 
vennate, se le fa dal suo Cacciaguida predire : e l'amaro sapore del 
« pane altrui », e come sia « duro calle lo scendere e il salire 
« per le altrui scale » ! Questa distinzione dei due periodi, che 
nettamente bipartono l'esilio di Dante, non fu debitamente rile- 
vata in quel canto del Paradiso^ dove, chi legga bene, l'ospitalità 
Scaligera tiene degnamente e nobilissimamente luogo posteriore 
a coteste tribolazioni. Nel modo stesso, in quel capitolo del Con- 
vivio (2) è debito di compiuta dichiarazione circonstanziare e 
ragguagliare alla realtà storica l'interpretazione delle parole che 



(1) n, XXV, 

(2) I, III. 



all'esilio di dantk 153 

a quel lamento susseguono, se si vuole che esse non siano un'in- 
concludente tirata retorica : « Veramente io sono stato legno 
« senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti 
« dal vento secco che vapora la dolorosa povertà; e sono apparito 
« agli occhi a molti, che forse per alcuna fama in altra forma 
« mi aveano immaginato, nel cospetto de' quali non solamente 
« mia persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, 
« si già fatta, come quella che fosse a fare ». Parole che bene 
esprimono il rammarico dell'esser egli stato costretto a mo- 
strarsi di qua e di là, « apparire negli occhi a molti » (1), porsi 
in vista, con offesa di quel prestigio che la fama del non ancora 
veduto conferisce, e contrariamente al costume e all'alterezza 
dei savi di appartarsi dalla gente volgare: rammarico d'uomo 
che si è dovuto piegare a uffici e operazioni e contatti da do- 
verne « invilire la sua persona », e « scemar di pregio » quanto 
egli aveva operato sin allora, quanto avrebbe operato di poi. 
« Minuit praesentia famam » ; o, com'egli nella conviviale sua 
prosa converte e scolasticamente amplifica, « la immagine per 
« sola fama generata, sempre è più ampia, quale che essa sia, 
« che non è la cosa immaginata, nel vero stato »; laddove « la 
« presenza oltre la verità stringe ». Invilimento e limitamento, 
a produrre i quali non sarebbe certamente bastato il solo pre- 
sentarsi, il solo « apparire negli occhi a molti », sia pure sven- 
turato e povero, ma ci voleva altresì l'essersi dovuto abbassare 
a tener di vita e a prestazione di servigi che lo costituissero 
in condizione inferiore alla già vissuta nel libero esercizio dei 
magistrati della sua patria, nella gentilezza degl'ideali, nel culto 
geniale dei nobili studi. E tale interpretazione è confortata da 
quanto nel seguente capitolo egli ribadisce di cotesto limita- 
mento ; e cioè, che, in quel suo « appresentarsi quasi a tutti gli 



(1) Autentica lezione della volgata manoscritta, non bisognosa dell'intru- 
sione, « e sono vile apparito », operata dalle stampe; con questo che a « im- 
maginato » non si apponga punt'e virgola ma semplice virgola, congiungendo 
integralmente la frase « a molti nel cospetto dei quali ecc. ». 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. 11 



154 I. DEL LUNGO 

« Italici », e' si sia « fatto forse più vile che '1 vero non vuole », 
si presso a chi già lo conosceva di fama, si agli altri: sentir quindi 
il bisogno di restituire maggior « grandezza » alle « cose sue » sce- 
mate di peso (« alleviate ») ; e cosi assumere un « più alto stilo », 
che a questo suo Convìvio conferisca « maggior autorità » ; non 
rifuggire, nell'accingersi a commentare la sua giovanil poesia, 
la poesia de « lo bello stile », dalla « fortezza » del linguaggio 
filosofico. Il che tutto è da interpretare: che il poeta, lo scola- 
stico, il « cherico », vuol riabilitarsi dalla degradazione « laica » 
nella quale l'esilio errabondo lo aveva travolto. Degradazione, 
la quale, non che attenuarsi, dovè egli sentire farglisi maggiore, 
se anche francata delle tormentose ansietà dall'oggi al domani, 
quando, nell'esilio stabile d'oltrappennino, la sua condizione presso 
« i Signori di Lombardia », se vogliamo chiamar le cose con 
l'autentico linguaggio d'allora, addivenne quella d'uno dei loro 
« provvigionati ». Perocché « provvigionati » erano e si chia- 
mavano non soltanto i soldati; soldati nel senso originalmente 
ignobile, cioè « condotti a soldo » ; ma gli altresì assunti a ser- 
vigi curiali, cioè di « curia » nel senso latinamente suo proprio 
di « corte », nei quali la designazione d' « uomo di corte » (nei 
successivi secoli « cortigiano ») riuniva e confondeva uffici di- 
gnitosi e da onorarsene, con altri pei quali 1' « uomo di corte » 
finiva pianamente in giullare e buffone. 

E alla condizione e alla vita di quei « provvigionati » ci fa 
pensare il carteggio del tutto cortigiano fra un altro di questi Al- 
dighieri di San Remigio, un messer Donato di Ricco di Aldighieri, 
e il marchese Niccolò II d'Este; di quella casa, contro la quale 
Dante appuntò de' suoi strali più d'uno : una sola lettera del Fio- 
rentino e una del Marchese ; ma per servire a darci l'impressione 
che dico, bastano e sopravanzano. Le due lettere, anzi latine 
epistole, sono anteriori d'una ventina d'anni a quelle del girovago 
ser Gherardo, di cui messer Donato dovette in più o meno stretto 
grado (che non mette il conto rimestare le loro genealogie) essere 
collaterale. Messer Donato di Ricco degli Aldighieri, dottore di 
leggi, ha nella storia di Firenze una pagina, come partecipe che 



i 
I 



ALL ESILIO DI DANTE 155 

fu alle turbinose vicende di parte Guelfa in quel periodo che dalla 
guerra detta degli Otto Santi, traverso al Tumulto dei Ciompi, 
fa capo alla raffermata potenza dei popolani Grandi, che servirà 
di base alla preminenza, lenta ma progressiva, dei Medici. In 
quelle vicende, messer Donato è, volta volta, magistrato e amba- 
sciatore del suo Comune, ammonito e confinato; finisce, nel 1382, 
con altri non pochi, decapitato (1). È argomentabile che, le due 
lettere, prive ambedue della data dell'anno, siano da attribuirsi 
al 1378: ma quel che qui al proposito nostro importa in esse 
rilevare è come messer Donato protesti la servitù sua e, di padre 
in figlio, de' suoi al marchese Niccolò, più supinamente che a 
cittadino di repubblica, e di quale repubblica ! , non si convenisse, 
umiliandosi fino a chiedergli perdono di quanto, nelle proprie 
funzioni di ambasciatore del suo Comune, gli sia venuto fatto 
di scrivere contro lui : brutto vezzo, non si astiene dal soggiun- 
gere, degli ambasciatori fiorentini. Con che mi par certo allu- 
desse a quando, nel 1375, fu ambasciatore a Milano presso Ber- 
nabò Visconti; il quale aveva lega con Firenze e coi ribelli 
della Chiesa, e in lega con questa era il marchese di Ferrara. 
E poiché nel gennaio del 1378 il già, e non quella sola volta, 
ambasciatore del Comune fiorentino si trovò ad essere condan- 
dannato per tre anni a confine, e confinato proprio a Ferrara, a 
quest'anno e a questo frangente della tempestosa sua vita credo 
doversi le sue lettere assegnare (2) ; e propriamente al momento 
in cui egli era costretto, sotto minaccia di pene estreme, a con- 
segnarsi nella giurisdizione dell'offeso Marchese. 



(1) Di lui, come di altri molti le cui vicende turbinano nell'accennato pe- 
riodo di storia fiorentina, sono da vedere le due insigni pubblicazioni di Ales- 
sandro Gherardi : La guerra dei Fiorentini con papa Gregorio XI detta 
la Guerra degli Otto Santi, néìV Archivio stor. ital., 3* Serie, tomi V- Vllt ; 
e Diario d^ Anonimo fiorentino dall'anno 1358 al 1389, nel voi. VI dei 
Documenti di Storia italiana pubblicati a cura della M. Deputai, toscana 
di storia patria, Firenze, 1876. 

(2) Nonostante che le due lettere, mancanti, com'ho avvertito, della data 
dell'anno, siano, nell' indicato Registro cancelleresco delle Lettere di Niccolò, 
fra quelle del 1374. 



156 I. DEL LUNGO 

« In patria e in famiglia » scrive egli all'Estense « mi fu in- 
« segnata, dopo il dovere verso la patria, la reverente affezione 
« a Voi, e d'esservi, pei meriti e geste insigni di Voi e dei pro- 
« genitori vostri, fedel servitore, quali vidi essere il padre, l'avo, 
« lo zio miei, e seppi degl'innanzi a loro. Inoltre Voi beneficaste 
« fin da giovanetti, e quasi metteste al mondo, i figliuoli d'Al- 
be dighiero miei fratelli cugini, e me medesimo di ufiìcì e onori 
«largamente favoriste: tanto da dover io ripetere il virgiliano 
« imperare vestrum, inihi lussa capessere fas est. Ond'è che, 
« confidando nella vostra da molti sperimentata clemenza, umil- 
« mente e con ogni debita reverenza vi supplico, che se con- 
« segnai alla penna qualche scorretta o maldestra o erronea 
« parola. Dio mi sia testimone esser ciò proceduto da inavver- 
« tenza, o da certo stile, negli ambasciatori fiorentini non lode- 
« vole, in me poi verso l'illustre Signoria vostra degno di bia- 
« Simo. E cosi piaccia ad essa, per la innata benignità sua, 
« perdonarmelo. Di che ho tanto maggior fiducia, conchiudendo 
« nel nome di Dio questa lettera, in quanto sento che la Si- 
« gnoria e il Popolo e Comune di Firenze hanno rinnovato con 
« la Magnificenza Vostra l'antica amichevole fraternità: cosicché 
« tutto concorre a ciò, che Voi mi abbiate, per piccolo ch'io sia, 
« sempre e cordialmente disposto all'obbedienza dei comandi 
« vostri ». 

Gli rispondeva, otto giorni dopo, il 1 5 di giugno, il Marchese, 
chiamandolo amico carissimo, e dicendogli che gli Este avevano 
per natura di non ascrivere ad ingiuria gli errori e le inavver- 
tenze ; essergli in memoria le buone relazioni intercedute fra i 
loro ascendenti; perciò non tener egli conto di qualche suo 
gratuito e confessato trascorso, non fargliene carico alcuno, aver 
lui e la famiglia di lui per suoi cari e fedeli, e da poter essi 
fare assegnamento sulla sua protezione. 

Nessuno può dirci se al Fiorentino, confinato in Ferrara, queste 
prosternazioni al seggio marchionale dell'Estense abbiano con- 
fortato e vantaggiato il non volontario soggiorno colà. Né sa- 
perlo importa a noi, che in taluna delle vicende di questo mal- 



157 

avventurato crediamo trovare ombreggiata qualche linea delle 
vicende di Dante: lui pure travagliato fra le discordie feroci 
della sua parte guelfa, lui pure magistrato e ambasciatore della 
sua Firenze, e a breve distanza di tempo sbanditone, e somma- 
riamente condannato, e travolto fra quei ribelli del Comune, 
taluno dei quali, e de' più ragguardevoli , caduto in potere di 
esso, n'ebbe (si freme nel pensarlo possibile ad essere stato di 
Dante!), siccome si ebbe questo ormai ignoto degli Aldighieri, 
troncata la testa. I condannati all'esilio erano come sbalestrati 
in una vita di avventure, che l'istorico Dino ritrae in quelle 
degli liberti, i perpetui esuli di Firenze guelfa, che « rubelli 
« di loro patria, » (cito novamente (1) quelle pittoresche parole) 
« mai non trovorono né merzè né misericordia ; stando sempre 
« fuori in grande stato ; e mai non abbassarono di loro onore, 
« però che sempre stettono con re, e con signori stettono, e a 
« gran cose si dierono ». Ma questo, a che gli liberti, redanti 
da Farinata pugnace uomo d'azione, furono gente atta, non era 
fattibile a tutti. « Non abbassare di suo onore », anche se non 
« tenendosi in grande stato », da chi più gelosamente dovè esser 
desiderato nell'esilio, che da Dante « alma sdegnosa » ? Ma le 
pietose confessioni del Convivio^ ma le miserie dell'esilio da 
Gacciaguida predettegli, e da lui nella « umile persona » del 
suo mendicante Romeo afììgurate, ci attestano di lui dolorosa- 
mente ben altro. Fu quello « star con signori », coi « Signori di 
Lombardia», nell'ambito di quei piccoli e irrequieti principati 
sovrappostisi o che venivan sovrapponendosi al libero Comune, 
cotesto « star con signori », fu, che più dovè pesare a Dante ; 
cotesto « star con signori », nel quale la guerresca e rude fie- 
rezza degli liberti potè trovarsi a suo agio e da pari a pari, e che 
ai Gherardo Aldighieri ai messer Donato Aldighieri era occasione 
ben accetta di adoperarsi e servire. Ma come poteva esserlo per 
Dante? Uomo di meditazione e di studi, e, lungo tutto quel tra- 



(1) Cfr. innanzi, p. 145. 



158 I. DEL LUNGO 

vaglioso declinare dal « mezzo del cammin di nostra vita », ac- 
coglitore e formatore del più vasto concepimento ideale che 
abbia esercitata mente di filosofo e fantasia di poeta, come po- 
teva egli adattarsi a quella vita, la cui condizione era che quanto 
uno valesse, tanto si dovesse profferire, e non certo gratuita- 
mente, in servigio altrui? Fu questa, oltre lo strazio intimo della 
patria perduta e divenutagli matrigna, fu questa, cosi nel primo 
come nel secondo periodo, la tragedia del suo esilio. E come 
una immagine dell'esilio errabondo, dell'esilio abbandonatamente 
alla ventura, dell'esilio compagnevole e procacciante al ritorno, 
mi è sembrato vedere che ci possa essere quasi tramandata a 
indovinare dalle lettere d'un venturiero, Gherardo Aldighieri; 
cosi dell'altro esilio, di quello consumato, « fattasi parte per sé 
o; stesso », nell' « ostello » dei gran « signori », qualche vestigio 
si riflettesse nelle vicissitudini, destinate a tragica fine, di quel 
messer Donato. Ma fra costoro e Dante Alighieri le dissomi- 
glianze e le distanze rimangono poi tante e tali, quanto la cu- 
rialità latineggiante di quei dimenticatissimi (della quale ho 
creduto spediente far grazia ai lettori) riman lontana a perdita 
di vista da qualsiasi orma di parola scritta, latina o volgare, 
abbia vergato la penna dell'Esule immortale. 

Isidoro Del Lungo. 



LE QUATTRO REDAZIONI 



DELLA 



"ZANITONELLA „^'^ 



Dalla Cipadense alla Vigaso Cocaio. 

La Cipadense segna il passaggio dalla Toscolana alla Vigaso 
Cocaio, tanto dal punto di vista cronologico quanto da quello 
artistico. Il suo maggiore interesse consiste nel fatto che il con- 
fronto colla Toscolana e colla Vigaso Cocaio mostra numerosi 
esempì di versi sui quali il Folengo è ritornato una terza volta 
per cercare l'espressione giusta (1). Raramente invece la Vigaso 
Cocaio annulla la correzione della Cipadense e torna alla To- 
scolana (2). I tratti nei quali gli elementi volgari e quelli latini 
si fondono meglio che nella Toscolana, sono abbastanza nume- 
rosi; ma in genere i miglioramenti artistici sono più sensibili 
nel passaggio dalla Cipadense alla Vigaso Cocaio. In questa re- 
dazione intermedia lo stile è ancora incerto non solo nel voca- 
bolario, ma anche nei nessi sintattici e nella disposizione archi- 
tettonica del pensiero: quindi la Cipadense ha un'importanza 
molto scarsa per chi abbia già confrontato attentamente la To- 
scolana e la Vigaso Cocaio. 



(*) Cont. e fine. Vedi la prima parte a pp. 1 sgg. di questo volume. 

(1) Cfr. il V. 4 nelle tre edizioni; il v. 20 della Cip. e della Vig. Coc. col 
T. 12 della Tose. La sonolegia IV fu rifatta per intero tre volte : ma lo sforao 
giovò ben poco. 

(2) Cfr. il V. 3 nelle tre redazioni; e il v. 97 della Cip. e della Vig. Coc. 
con il terzo della sonolegia VI della Tose. 



160 A. MOMIGLIANO 

È invece più notevole dal punto di vista dell'ordinamento e 
delle aggiunte, per il quale è molto più vicina all'ultima edi- 
zione. 

Nella Vigaso Cocaio, come già nella Cipadense, fu tralasciata 
r« ecloga tertia » : c'eran troppi versi classici di seguito ; il Fo- 
lengo dovette accorgersi che questa era una stonatura e che 
non la giustificavano nemmeno le scherzose note marginali — del 
resto soppresse nelle due ultime redazioni. Nella Cipadense e 
nella Vigaso Cocaio la materia di quest'ecloga fu in parte tras- 
fusa nei distici « O Zannina mei... ». La sonolegia decimaterza 
fu trasportata alla fine del poemetto, quasi come conclusione, 
mentre prima era seguita da una strambotolegia poi soppressa 
e dalle due ecloghe della Paganini; e cosili poemetto riusciva 
disordinato e senza chiusa. L'ecloga prima, le sonolegie quinta, 
sesta e settima, altri componimenti ancora hanno cambiato di 
posto. Se il confronto si limita alla Toscolana e alla Vigaso Co- 
caio, non si riesce a vedere una ragione apprezzabile di tali tra- 
sposizioni; ma seguendo i mutamenti attraverso le tre redazioni, 
se ne coglie con una certa sicurezza il motivo. La sonolegia 
quinta, che per argomento e per costruzione stilistica è cosi simile 
alla quarta, nella Toscolana è divisa da quest'ultima solo per 
mezzo dell'ecloga prima : la vicinanza è soverchia e genera mo- 
notonia. Nella Cipadense il Folengo, che si dovette accorgere del 
difetto, soppresse la quinta sonolegia. Nella Vigaso Cocaio, per 
non rinunziare al motivo antipetrarchesco del componimento, 
divise le due sonolegie simili per mezzo di quattro liriche : ma la 
Cipadense per questo riguardo è migliore, perchè i distici sop- 
pressi non aggiungevano nulla al valore del poemetto. La stessa 
misura testimonia la Cipadense per quel che si riferisce alla so- 
nolegia decima, che fu soppressa, come intermezzo non indispen- 
sabile fra la quarta e la quinta ecloga : ma nella Vigaso Cocaio 
essa fu ripresa e corretta abbastanza felicemente. Nella Cipadense 
era pure stata soppressa l'ultima parte, fiacchissima, dell'ecloga 
seconda: ma nella Vigaso Cocaio il Folengo non volle rinun- 
ziare al motivo parodico del contadino che vanta all'amata le 



161 

proprie ricchezze e la propria leggiadria, e rifece i versi, otte- 
nendo, se non altro, un insieme più stringato e più sostenuto. 
La Cipadense aveva pure eliminato le due ecloghe finali (1), 
come estranee ai motivi dominanti del poemetto; la Vigaso 
Cocaio le riprese e le rifece, per non sopprimere le due scene 
rusticali più drammatiche e più comiche dell'intera « Zanito- 
nella ». 

È dunque evidente, a parte altri piccoli tagli, che la Cipa- 
dense è più misurata che la Toscolana e la Vigaso Cocaio, ed 
ha maggiore unità nella materia. La Toscolana, per quel che si 
riferisce all'amore di Tonello per Zanina, è, fra tutte le reda- 
zioni, la più ordinata. Difatti il suo schema è questo: I inna- 
moramento di Tonello; II lodi di Zanina; III pene di Tonello. 
La seconda parte è interrotta, come da un intermezzo, dall'ecloga 
prima, dove si lodano il marchese Federico e i Mantovani ; l'ul- 
tima parte ha come appendice le due ecloghe finali. Ma se la 
Toscolana aveva un certo ordine psicologico, era però anche 
monotona per il ripetersi dei motivi in componimenti vicini, e 
mancava di unità, per l'intermezzo e l'appendice che ho ricor- 
dato. Perciò, a togliere la monotonia, il Folengo nella Cipadense 
separò qualche componimento affine; e per ottenere una mag- 
giore unità di sostanza, rinunziò alle due ecloghe finali. Ne de- 
rivò che, come organismo, la Cipadense è superiore alla reda- 
zione antecedente e a quella seguente ; ma è incolora, perchè 
le mancano le due ecloghe più belle, i due motivi rusticali 
affacciatisi per i primi alla fantasia del Folengo e rimasti, pur 
dopo tante aggiunte, i più vivi e i più originali. Il Folengo, 



(1) Cosi dice il Luzio; ma segna i versi delle due ecloghe coi nn. 764-1133, 
mentre i vv. 764-99 comprendono un altro componimento — Mira Tonelli vis 
— che quindi sarebbe stato anch'esso cancellato. Non ho modo di sciogliere 
il dubbio confrontando l'edizione originale della Cip. Noto a questo propo- 
sito, che ai quattro esemplari della riproduzione boselliana della Cip. registrati 
dal Luzio {Le Maccheronee, II, 364-65) bisogna aggiungere quello della Na- 
zionale di Parigi (v. Catalogne general des livres imprime's de la Biblio- 
thèque nationale, Paris, 1913, t. LU, sotto Folengo T.). 



162 A. MOMIGLIANO 

accortosi che si perdeva il meglio cercando di dare compat- 
tezza di materia e di sviluppo ad una serie di motivi per loro 
natura disgregati, dopo la Gipadense rinunziò al tentativo e, 
anche per non abbandonare nessuno dei motivi realistici e pa- 
rodici, conservò della Toscolana tutte le parti che, prese ad una 
ad una, gli parvero suscettibili di perfezionamento. 

Questa, mi sembra, la storia dell'elaborazione costruttiva del 
poemetto attraverso le quattro redazioni. 



Il realismo della " Zanitonella „. 

Tutto sommato, la Yigaso Cocaio supera senza dubbio le altre 
edizioni. Quale è dunque il suo valore ? Le lodi che ne abbiamo 
fatto, hanno più che altro un significato relativo. Molti pregi 
che acquistano rilievo dal confronto con le altre stesure, lo 
perdono quando la Vigaso Cocaio sia considerata in sé e per sé. 
Un giudizio preciso non può scaturire che dall'esame dei due 
elementi che la costituiscono, studiati in sé e nelle loro rela- 
zioni: la rappresentazione della realtà e la parodia dei temi 
letterari convenzionali. 

Il realismo della « Zanitonella » è lontano da quello del 
« Baldus », né potrebbe essere cosi continuo e cosi forte senza 
oscurare lo scopo satirico, che deve rimanere insieme con esso 
in prima linea. Ma, anche pensando alla necessità artistica di 
proporzionar bene fra loro i due motivi in modo che l'uno desse 
risalto all'altro e nessuno predominasse, non si può non avver- 
tire che la pittura materiale e psicologica dell'ambiente rusti- 
cano è frammentaria e che nel poemetto si respira, si, un'aria 
nuova, ma di rado a pieni polmoni: il che sarebbe giustificato 
se la limitazione del realismo fosse sempre dovuta al coesistere 
con essa di una parodia veramente riuscita. Invece più d'una 
volta, quando il realismo è fiacco ed anzi non è che grossola- 
nità insignificante, anche la satira letteraria è scialba o senza 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 163 

scopo. Cosi accade, per esempio, nei due componimenti « De 
Zannina » e « De bocca Zaninae », che sono scritti quasi esclu- 
sivamente per un fine parodico, e dove quindi scompare quasi 
quello strano personaggio poetico che è il contadino della « Za- 
nitonella ». 

Le mosse, i particolari, le cose, i sentimenti del mondo rusti- 
cano non sono troppo spesso incisivi ; anzi, non di rado si può 
rilevare che la nomenclatura è proprio quella umile dei pascoli 
e delle casupole campestri, ma che il significato di quella no- 
menclatura e l'aspetto di quelle cose ci sfuggono. La vacca che 
piange il vitellino perduto; il cavallo che travolge lo stalliere 
nella sua fuga amorosa; l'usignuolo che canta nell'ombra dei 
boschi ; le cicale che assordano col loro strido mentre le pecore 
e le vacche ruminano sdraiate sotto le frasche mosse dal vento; 
Zanina che, superba d'aver innamorato il povero Tonello, alza 
la cresta e leva il becco, come la gallina quando ha fatto un 
evo grosso; Tonello che, spadroneggiato dall'amore, non si cura 
più delle vacche, sicché « secca illis gàrlettos merda boazzat », 
munge il latte in vasi sporchi, non pianta più i pali nella vigna, 
e la lascia coprirsi di rovi; la sbornia sua e di Garillo; Bigo- 
lino acquattato dietro il fienile per rubare il capretto di Gia- 
nolo: sono momenti, figure, scene che, anche quando rinnovano 
il lirismo della grande bucolica classica o segnano con inten- 
zione il suo temperato realismo o deformano in orgia la siesta 
idillica, ci mettono dinanzi ad una fantasia che è però soprattutto 
eccitata dalla contemplazione diretta dei campi e, considerata 
nel complesso delle sue figurazioni, attesta una varietà nuova 
di atteggiamenti ed una capacità non solo realistica, ma anche, 
talora, idealistica di sentire l'umile vita dei campi. A questi 
tratti sparsi bisogna, è vero, aggiungere qualcosa di meno af- 
ferrabile, diffuso un po' per tutto il poemetto, un complesso di 
elementi espressivi che ad uno ad uno per lo più sembrano 
insignificanti, ma di cui si avverte chiaramente l'effetto a let- 
tura finita : l' immagine suggerita dalla vita campestre ; la 
scelta della parola vigorosa e rumorosa ; l'esclamazione plebea 



164 A. MOMIGLIANO 

che — trovata a tempo — dà un sapore singolare alla frase 
indifferente; quelle certo sfumature di volgare, che abbiamo 
descritto a suo luogo; e insieme con questo, tutto un modo 
particolare di costruire il pensiero e di far esplodere il senti- 
mento, sicché la materia, insignificante verso a verso, ce la 
troviamo poi, nella pagina intera, e non sappiamo bene perchè, 
colorita, sonante, in movimento, e quel contadino — che pure 
ci rivela, concretamente, molto poco del suo mondo esteriore ed 
interiore — , tuttavia ci sembra di vederlo e di sentirlo, coll'an- 
datura sgarbata, colla voce rumorosa, aspra, disuguale, colla 
bocca squarciata e sgangherata dall'urlo, colla frase sigillata 
dallo sputo e ribadita dal gesto largo e sfrenato. Tutto ciò è 
vero: ma queste impressioni in più d'un componimento sono 
discontinue, perchè vi manca un motivo centrale fortemente ela- 
borato ; e, se la « Zanitonella » non ricalca più il vecchio mondo 
bucolico, non ne crea però ancora uno nuovo. La creazione 
verrà col « Baldus » : la vita di Berto Panada (1) non ha più 
nulla che fare colla « Zanitonella ». Il poemetto abbandona il 
lirismo idillico di Virgilio, la malinconia pacata de' suoi pastori 
poeti, si allontana da un mondo fattosi, coll'imitazione, sempre 
più fittizio, ma non ne crea ancora veramente uno nuovo. Nella 
« Zanitonella » si parla molto più che nelle solite bucoliche, di 
vacche, di capre, di porci, di stalle, di vanghe, e vi si aggiun- 
gono qua e là alcuni ingredienti pestiferi, che sono il rovescio 
realistico, ma vero, del non meno vero idealismo campestre: ma 
tutto ciò rimane spesso ancora nomenclatura nuda, non lineata 
in un'immagine, non sottolineata da un sentimento. Il poeta apre 
qualche spiraglio sulla vita quotidiana dei pastori degradati a 
bovari, e talora anche sulla grassa campagna mantovana ; ma lo 
spiraglio si chiude molto spesso dinanzi al Folengo letterato 
che parodia un motivo trito, o al Folengo poeta che sonnecchia. 
Anche tenendo conto della parte inevitabile della parodia, non 
si può non notare qualcosa di disgregato in questa rappresenta- 



ci) V. hbro II. 



fc 



LK QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONBLLA , 165 

zione rusticana : il caratteristico è ancora insufiìciente ; l'interno 
di quella casa e di quella stalla, le occupazioni minute di quel 
contadino, il mondo primitivo e greggio del suo pensiero, la 
violenza un po' bestiale de' suoi sentimenti, tutto questo che è 
una gloria del « Baldus », qui è troppo spesso in una semioscu- 
rità indifferente. Insomma il tessuto della « Zanitonella » non 
ha compattezza ; le correzioni hanno colorito con più evidenza 
qualche tratto, ma non hanno potuto rimediare alla debolezza 
d'origine. 

Se ci si bada bene, la fisonomia del poemetto non è data dai 
pensieri e dai sentimenti specifici dei personaggi, dalla rappre- 
sentazione dell'ambiente rustico, insomma da un preciso tema 
artistico concepito in questo o in quel modo, ma da un atteg- 
giamento plebeo che nella « Zanitonella », appunto per la scarsa 
consistenza e per la discontinuità del tema artistico, non ci 
lascia ancora un'impressione esattamente definibile, ma che nel 
« Baldus », trovato un saldo e forte motivo poetico, diventa la 
fonte di emozioni estetiche nuovissime e potenti. Quando si 
passa dal poema al poemetto rusticano, si sente nel secondo 
una disposizione di spirito originale, che incuriosisce, ma che di 
rado ferma veramente il nostro interesse, perchè rimane troppo 
spesso vuota, senza contenuto : e allora si avverte che è la stessa 
disposizione del « Baldus », un movimento della fantasia che in- 
vece nella « Zanitonella », per immaturità di svolgimento e forse 
anche per la difficoltà di contemperare il realismo colla parodia, 
rimane sterile, un'ombra — direi — che non trova il suo corpo. 

Nella « Zanitonella » c'è uno spirito plebeo, a cui manca an- 
cora quasi la materia su cui esercitarsi : più spesso che il con- 
tadino, si vede la fantasia robustamente volgare del poeta, quella 
sua abilità di dire una buffonata stupida ma artistica, perchè 
rispecchia una mente chiassosa e sgraziata, quel suo moversi 
a urti, quel suo gestire trinciando l'aria, quel suo bisogno di 
segnare i contorni delle cose con linee tonde e marcate o di 
dipingerle a grandi chiazze vivaci. La « Zanitonella » non ci dà 
affatto il capolavoro, ma ci dice che il Folengo è un poeta di 



166 A. MOMIGLIANO 

simpatie plebee, che deve nutrire la sua fantasia del brutto e 
del disarmonico, che ha bisogno del versacelo, della bestemmia, 
della buffonata insipida, della tenerezza graziosa dello scim- 
mione. Quantunque manchi il tema nel poemetto, tuttavia sen- 
tiamo che questo poeta sgangherato non è allatto un insulso 
bullone : sentiamo che egli cerca un mondo dimenticato con un 
atteggiamento armonico di spirito, che il suo gestaccio e il suo 
vocio non sono volgarità casuali, ma che tutte le sue manife- 
stazioni provengono dal medesimo centro, che sono tutte ema- 
nazioni di una fantasia intimamente plebea. La « Zanitonella » 
è dunque come un carattere originale, ma non in azione. 

Noi sentiamo già che questo poeta ha una magnifica attitu- 
dine comica; ma le sue risate e i suoi sorrisi si spengono iso- 
lati in mezzo ad un complesso troppe volte indifferente. Tonello 
è un rumoroso e malinconico barabba ; ma spesso la sua figura 
si dissolve in un grigio insignificante. Salvigno ha già un po' 
della rustica saggezza pratica del villano del « Baldus », comi- 
cissima sotto la maschera del maccheronico; ma non è ancora 
una figura. Salvigno tenta di ottenere la confidenza di Tonello : 

Ah Tonelle meus, nimis es boriolus adessum. 
Quid facies hosti, si scorozzaris amico? 
Scire tuos guaios nunc cerco, daturus aiuttura; 
et vis ad primam voltam inihi rumpere nasum, 
ne possim post hac tondos nasare melones? 
Omnia sunt charo semper dieenda sodali. 

Sentite, nella volgarità dell' insieme, l'effetto di questo verso 
lento, dal passo classico. 

Il Folengo buffone ha già dei momenti felicissimi, che rive- 
lano il poeta nato per trarre dalle solennità aristocratiche le 
più vigorose risate plebee. Tonello, ubriaco, ha perduto il filo 
del discorso; Garillo osserva e consiglia colla maestà à^\m pater 
conscriptus : 

Doh cancar, testam ne tulit possanza botazzi? 
Gratta caput, revocai capitis grattatio mentem. 



167 

M;i nel « Baldus » con quanto maggiore continuità il Folengo 
saprà adattare il gesto togato del legislatore del mondo al tem- 
peramento del villano tagliato coll'accetta! Più d'una volta la 
fantasia di Merlino è già violenta come un marchio ; ma noi lo 
notiamo solo perchè sappiamo che l'autore del « Baldus » ha 
fatto ben altro. Bigolino nella baruffa afferra l'innamorato di 
Zanina : 

Te castrare volo, smemorabis forte Zaninam ; 

Tonello urla, si dibatte, gli è sopra : 

Sta, boìazza, super veni, volo rendere tonfas, 
rendere panzadas, tot gofFos, totque bufettos, 
atqiie sonaiorum striccamina dira meorum. 

Sentite che arrabbiato e grandioso scampanio di vittoria ! 

..Le grossolanità rusticane sono sparse di moine, di leggiadrie 
che le sfumano di una grazia tenera e goffa e disegnano cosi 
una concezione complessa dello spirito villanesco, che ci fa parer 
la « Zanitonella » più un ritratto che una caricatura del con- 
tadino. Nell'unione degli elementi disparati che costituiscono 
l'anima del villano, consiste appunto il più alto merito artistico, 
la maggior finezza fantastica del poemetto. Il personaggio della 
« Zanitonella » è abbozzato con un preciso senso di verità, senza 
esagerazioni schematiche: è l'uomo dei campi dalle abitudini e 
dai sentimenti volgari, ma che sa, sia pure per brevi istanti, le 
estasi della natura aperta e profumata, ed ha bisogno anche lui, 
come tutti gli uomini, di qualche vezzeggiativo affettuoso, di 
qualche civetteria gentile. 

Perdere vellem 
borsam, quattrinos, pegoras, casamenta, cavallam, 
plus prestum quam te, quam te (nil dicere possnm, 
sanglottus stoppat sorramen namque fiati) 
plus prestum quam te, mea lux, mea vita, Zanina, 
quam te, garofolum, pomumque, et bella rosina. 
Est, Salvigne, mei scanacori causa Zanina. 



168 A. MOMIGLIANO 

Sola Zanina meuin potis est morzare brusorem, 
sola Zanina suis me snembolavit ocellis, 
liane amo, nec redamat, brusor, nec porca niovetur, 
imo bertezat, soiat, chiamatque gazanum. 



Gli elementi parodici e tradizionali. 

Ma insieme con la diretta rappresentazione c'è un altro ele- 
mento, che ha un larghissimo sviluppo e che contribuisce per 
molta parte all' impressione finale. Nella « Zanitonella » sono 
innumerevoli le risonanze classiche, letterarie, spesso impreci- 
sabili; e dovunque diffondono un sorriso Anelato o propagano 
una risata sonora. Molte convenzioni della poesia pastorale ed 
amorosa, in qualunque campo siano nate — presso i bucolici 
italiani e latini, i petrarchisti, i rimatori popolari e popolareg- 
gianti — sono canzonate o almeno rielaborate. Accenni più o 
meno comprensivi e minuti sono stati fatti in proposito dal 
Russo (1), dal Cotronei (2) e dal Carrara (3): manca una ricerca 
vasta e largamente documentata. 

Per dare un preciso giudizio sul poemetto, non sarà inutile 
che la facciamo. 

Il Folengo stesso ha additato nelle note della Toscolana le 
molte ed evidenti parodie dell'operetta di Virgilio, da cui è ger- 
minata con opprimente fecondità una gran parte della bucolica 
posteriore latina e italiana. Ma ben più numerosi sono gli au- 
tori che egli, con maggiore o minore probabilità, doveva ricor- 
dare mentre scriveva : lo vedremo notando i motivi e le forme 
tradizionali che ritornano nella « Zanitonella ». 

In questo poemetto i luoghi comuni sono tanti che, a esame 



(1) Op. cit, pp. 8 sgg. 

(2) Loc. cit., passim. 

(3) La poesia pastorale, pp. 289-96. Le linee generali delle derivazioni 
sono tracciate con esatta brevità. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 169^ 

finito, esso potrebbe sembrare quasi tutto un mosaico. Senonché 
riflettendo che la letteratura amorosa e bucolica di oltre un 
secolo doveva essere famigliarissima agli uomini colti del tempo, 
e che tutti dovevano aver letto centinaia di quei componimenti, noi 
pensiamo che il Folengo avrà parodiato quei temi senza bisogno 
di consultare o contaminare fonti, coll'aiuto di una memoria 
spontanea, colla medesima facilità colla quale anche i minori 
poeti del tempo sapevano garbatamente rifarli. Anche al tempo 
di Merlino si componevano i centoni, petrarcheschi e latini (1), 
e molte opere erano centoni, se non di proposito, almeno di 
fatto; la « Zanitonella » è, senza troppe reminiscenze precise, 
un centone petrarchesco-bucolico fatto con intenzioni parodiche 
e realistiche. Io ricorderò qualche poeta dove si ritrovano i mo- 
tivi della «Zanitonella»: ne potrei ricordare molti altri; non 
si tratta quasi mai di fonti, ma di rifacimento satirico d'una 
materia diventata oramai patrimonio comune. 

1. — Il secondo e il settimo componimento incominciano con 
una descrizione idillica della campagna, in cui è evidente la 
parodia delle innumerevoli pitture idealistiche stereotipe della 
poesia bucolica. Ma il secondo svolge, insieme col terzo, un tema 
un po' più specifico : l'innamoramento in mezzo alla fiorita tran- 
quillità dei campi. 

Il tema di amore e primavera è vecchio quanto l'istinto ; ma 
il raccostamento ha in se quel germe di sentimentalismo che è 
destinato a farne un luogo comune della lirica e quindi un ber- 
saglio della satira. Dalle origini della letteratura volgare al 
«Canzoniere» (2) e al «Trionfo d'Amore» del Petrarca; alla 
terza ecloga latina del Boiardo che sente risvegliarsi il desi- 



(1) V. su questi centoni V. Cian, « Motti » inediti e sconosciuti di M. Pietro 
Bembo, Venezia, tip. dell'Ancora, 1888, pp. 28-32 ; e, dello stesso. Pei « Motti » 
di M. Pietro Bembo, in questo Giorn., 13, 402-53. 

(2) Il Ptusso avvicina le soaolegie II e III della Tose, al sonetto del Pk*- 
TRARCA « Era il giorno ch'ai sol si scoloraro » {Op. cit, p. 22, n. 4). 

Giornale storico, LXXIU, fase. 218-219. Ut 



170 A. MOMIGLIANO 

derio d'amare insieme col dissiparsi delle nebbie -e delle nevi (1); 
al capitolo di Francesco Gei (2), ai contemporanei del Folengo, 
il tema si rinnova infinite volte. Per esempio, Tito Vespasiano 
Strozzi ci torna sopra in due componimenti, e nel secondo, come 
il Folengo osserverà ruvidamente la sensualità che si risveglia 
nelle capre, nei cavalli, negli uccelli, cosi ritrae idillicamente 
l'amore dei colombi e dei pesci, e riassume solennemente: 

Nane genus humanum, vastiqne animalia ponti, 
Nane pecudes, volucresque, graveis nunc pectore curas 
Concipiunt, carpitque animos, atque ossa Cupido (8). 

Cosi il lamento di Tonello contro Cupido che lo feri inopinata- 
mente, da traditore, mentre « Nulla travaiabant vodam pensiria 
« mentem, | nullaque cogebat cura gratare caput », è in fondo 
uguale a quello dell'elegante cortigiano, Pietro Bembo, colto al- 
l'improvviso e disarmato dalla bellezza d'una donna (4). Non è 
improbabile che il Folengo ricordasse V« Arcadia » (5), perchè 
altre volte avremo da citare quest'opera a proposito delle sue 
intenzioni parodiche : non è difficile che la « Zanitonella », questo 
centone satirico, mirasse in modo particolare all' « Arcadia », il 
più famoso, non dirò fra i centoni, ma fra i mosaici seri del 
tempo. La descrizione della primavera è un luogo comune della 
lirica idealistica ; e il principio del secondo componimento della 



(1) Le poesie volgari e latine, ediz. Solerti, Bologna, Romagnoli, 1894, 
p. 417, vv. 17sgg. 

(2) Opera gentile et amo\rosa composta per lo excelkntisst]mo Francesco 
Cei Fiorentino | in laude de Clitia... Impresso in Milano per Angustino di 
Vi I comercato. Alle spese de Io. lacobo et | fratelli da Legnano. Anno domini | 
MDXX adì. V. de | Febraro. Capitulo VII, oc. Eiij ' sgg. 

(3) Strozii poetae pat\er et filim... Venetiis in aedib. Aldi, et Andreae 
Soceri, I Mense lanuario MDXIII; t. Il, Eroticon, 1. I, ce. 2 v.-3 r.; 1. IV, 
ce. 41 ;-.-42 r. 

(4) Rime, Milano, Classici italiani, 1808, pp. 12-13, son. II e IV: è il mo- 
tivo del son. petrarchesco citato sopra e, naturalmente, sfruttato dai petrar- 
chisti contemporanei al Folengo. 

(5) Ed. cit., p. 11, vv. 13 sgg. 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANTTONKLLA „ 171 

« Zanitonella » ha evidenti Intenzioni di caricatura. Non risale, 
per l'ispirazione, a Virgilio, che nelle bucoliche è un descrittore 
molto misurato, ma a quei poeti minori i quali, come il San- 
nazaro, non sapendo arrivare alla fantasia del lettore, cercano 
almeno di commoverne il sentimento col ripiego della descri- 
zione. Uno fra i migliori di questi, il Navagero, ha una « Veris 
« descriptio » (1), dove sono quasi tutti gli elementi dei versi 
grotteschi del Folengo; ma lo schema è vecchio, e si può già 
ritrovar press'a poco uguale in una selva del Mantovano (2), ben 
noto al Folengo : l'amore si desta in ogni animale , il gregge 
salta nei prati, l'usignuolo canta nell'ombra. È evidente che 
Merlino ha il proposito di parodiare uno stampo tradizionale. 
L'imitatissimo particolare idillico virgiliano del riposo al- 
l'ombra, vicino al gregge, torna più d'una volta, con mosse ru- 
stiche, nella « Zanitonella », come già era ricomparso nello Spa- 
gnoli, di cui qui sono abbastanza caratteristiche le reminiscenze 
di motivi (3). 

2. — Un altro tema vecchissimo della bucolica, vecchio quanto 
Teocrito, è quello del contrasto. In Virgilio e negli imitatori, 
esso nasce da rivalità d'amore e di poesia, e sfiora appena la 
volgarità, che invece è molto violenta nell'ultima ecloga del Fo- 
lengo. Ma delle reminiscenze virgiliane particolari, l'unica no- 
tevole è l'accusa di furto che Tonello fa a Bigolino, rispondente 
in modo preciso a quella che Menalca fa a Dameta (4). Il resto 
delFecloga maccheronica è manesco ed è genericamente una 



(1) Andreae Naugerii Opera omnia, Patavii, Josephus Cominus, 1718, 
pp. 199-200. Cfr. 1 vv. 1-2, 11-12, 17-18, 21-24 coi vv. 25-34 della Zanit. 

(2) Omnia opera Baptistae | Mantovani Carmelitae... Impressum Bononiae 
per Benedictura Hectojris in Calcographum accuratissimum aere | proprio 
Anno Salutis. M. Dii..., Sylvarum Hber II, sylva IV, e. hr: « Foecundam ruit 
in venerem genus omne animantum... ». 

(3) The Eclogues edited hy Wilfreu P. Mustard, Baltimore, the Johns 
Hopkins press, 1911, p. 63, vv. 1-2. 

(4) Bue, m, vv. 16-20. 



172 A. MOMIGLIANO 

caricatura di quelle numerosissime, dove la ^ara è compassata 
e gentile: inutile citare dei nomi. 

Piuttosto si potrebbe avvicinare Tintonazione del Folengo al 
contrasto villanesco, di cui gli esempi più noti sono quello ri- 
stampato dal Cotronei e il « Villanesco contrasto intra Barthol, 
« Tuoni, Ménech et Salvador » del Cavassico (1). Quest'ultimo 
però non ha nessuna somiglianza speciale con la « Zanitonella >>; 
e, dato che le poesie del Cavassico ~ manoscritte — dovevano 
essere ben poco note al tempo del Folengo, e che esse sono 
bensì per lo più del 1508-12, ma si stendono anche fino al 1530 (2), 
non è da cercar l'influenza particolare dell'oscuro bellunese in 
questo ed in altri casi. A cominciare dal secondo Quattrocento' 
il contrasto rusticano era diventato una forma comune della 
letteratura popolareggiante, e questo è uno dei motivi e degli 
atteggiamenti per i quali il confronto con il Cavassico può ser- 
vire a dimostrare che il realismo campagnuolo del Folengo è 
l'assunzione nel dominio dell'arte, di una tendenza che era viva^ 
non nella letteratura aulica, ma negli strati più umili della 
poesia italiana. 

3. — Qualche precisa rispondenza c'è fra i vari passi della 
« Zanitonella » che rappresentano i contadini allietati dal vino, 
e la IX ecloga di Battista Spagnoli. Il Cotronei ha richiamato 
giustamente parecchi versi del carmelitano di Mantova a pro- 
posito dell' « Ecloga de imbriagatura » (3) : ma le risonanze di 
questo poeta si possono sentire anche nella prima ecloga della 
Vigaso Cocaio, la quale ripete il motivo fortunatissimo (4) della 
prima di Virgilio, rendendolo più realistico anche con qualche 
reminiscenza della IX di Battista Spagnoli, anch'essa — a sua 
volta — di derivazione virgiliana. Candido ha lasciato i campi 



(1) Rime cit., voi. n, pp. 18-23. 

(2) V. Op. cit., voi. I, p. xLiii. 

(3) Loc. cit, pp. 294-5, in nota. 

(4) Cfr. Carrara, Op. cit, p. ^. 



LE QUATTRO REDAZIONI DBLLA " ZANITONBLLA , 178 

.paterni; Faustolo gli offre di dividere con lui il suo e di ripo- 
sare « Dum grex in gelida procumbens ruminat umbra >. E 
prosegue : 

Pone pedum, discumbe parum, recreabere potu; 
potu opus est, potu iste gravis compescitur aestus. 
Pocula prende; fluet melius post pocula sermo. 

La prima ecloga del Folengo comincia in un modo abbastanza 
•simile; Tonello dice a Garillo: 

Dum stravaccatae pegorae marezant, 
dumque passutas coprit umbra vaccas, 
ecce sub gianda locus umbriosus, 
barba Garille. 

E i due amici si sdraiano; ma poi Tonello, ascoltando lo stri- 
dore monotono della cicala — altra parodia di Virgilio (i) e 
anche del virgiliano Spagnoli in questa medesima ecloga (2) — , 
si sente aguzzar la sete. E dopo che ha ben bevuto e rinforzata 
cosi la sua voce — « vox mihi salda » — , vuol cantar le lodi di 
Zanina. Mentr'egli canta, sopravviene Pedralo che fugge di- 
nanzi all'invasione dei Tedeschi: 

Nos todesconim furiam scapamus, 
qui greges robbant, casamenta brusant, 
foeminas sforzant, vacuant barillos, 
cuncta ruinant. 

I tempi tristi aggiungevano un sapore di verità all'imitazione 
e alla parodia virgiliana ; il Folengo fu un nobilissimo odiatore 
éei Tedeschi e di tutti i nemici dell'Italia : la sua opera, sparsa 
di vigorose maledizioni contro i barbari d'oltr'alpe, è una delie 
più belle proteste degli scrittori italiani contemporanei contro 



',(1) L'ho già notato. 
I2) Op. ciU, p. 109, V. 70. 



174 A. MOMIGLIANO 

lo strazio della patria. Vi si univano anche gli umili. Ne sono 
prova numerosi poemetti popolari (1) e, per il decennio antece- 
dente, le « Poesie politiche del 1509 » pubblicate dal Lovarini (2) 
e quelle del Oavassico (3), sparse di lamenti, che non conoscono 
la topica della poesia aulica patriottica, ma documentano con la 
cronaca angosciosa e minuta delle angherie quotidiane le ver- 
gogne degli oppressori, e danno un'immagine concreta della 
misera vita del contado sul ferreo principio del Cinquecento. 

Le descrizioni cosi particolari del Gavassico e la gioia di barba 
Quaioto che alla notizia della pace del 1516 si rallegra perchè 
non sarà più derubato di porci, buoi, botti, letti e moglie (4), 
ci ritornano alla mente dinanzi all'accanito quadro di odio che 
il Folengo fa nell'ultima parte dell'ecloga: 

Qualis est inter Paduae vilanos 

gallus aut sguizzer, raagis aut todescus, 

quum fracassatis ab utrinque squadris 

cascat in illos, 
quum tapinello rabidi lupazzi 
dant feridazzas ruginente ferro, 
atque per panzana faciunt regattam 

figere forcas 

Padova era stata assediata dagli imperiali nel 1509 e nel 1513, 
e ne aveva sofferto soprattutto la prima volta (5). Il prodromo 



(1) Vedili enumerati in A. D'Ancona, La poesia popolare italiana*, Li- 
Torno, Giusti, 1906, pp. 82-83. 

(2) Antichi testi di letteratura pavana, Bologna, RoraagnoU, 1894, pa- 
gine 49-69. Poemetti relativi a questo periodo sono enumerati nell'Op. cU. 
del D'Ancona (pp. 79-82); ma questi e le liriche citate a pp. 70-75 in genere 
hanno per noi meno interesse di quelle dialettali. 

(3) Op, cit, voi. n, pp. 33-37, 127-33, 152-54, 182 sgg., 194 sgg. 

(4) LoTARiNi, Op. cit., p. 82. 

(5) Vedi S. RoMANiN, Storia documentata di Venezia, Venezia, Pietro Na- 
ratovich, 1856, t. V, pp. 225, 228 sgg., 233, 290. Intorno ai saccheggi dell'as- 
sedio finito il 2 ott. 1509 v. anche Guicciardini, Istoria d'Italia, Milano, 
Classici itaUani, 1803, voi. IV, libro IX, pp. 249-50. Prima di tale assedio 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA , 175 

di tante guerre con nemici d'ogni sorta, prosegue il Folengo, 
fu l'abbattimento della torre Mirabella, accaduto in Milano alla 
fine di giugno del 1521 e descritto minutamente dal Guicciar- 
dini (1), come già aveva avvertito il Russo (2). Si può aggiun- 
gere che lo scoppio, dovuto probabilmente alla folgore (3), fece 
una grande impressione, sicché lo troviamo largamente cantato 
nella lirica di Antonio Telesio « De Arce Mediolanensi fulmi- 
nata » (4). Il Folengo invece fa poco più d'un accenno, e più 
si ferma sui tristi casi che seguirono, e tra l'altro sullo strazio 
del bresciano, devastato dalle genti papali, dopo che Venezia, 
negato il passo alle milizie dell'imperatore, aveva incaricato 
Orazio Baglioni della difesa di Brescia (5). 



Padova era stata per quarantadue giorni sotto il governo imperiale ; bisogna 
notare, per la verità, che allora parecchi Padovani avevano favorito il do- 
minio imperiale: perciò, presa Padova il 17 luglio, i Veneziani, invano fre- 
nati dal provveditore Andrea Gritti, si abbandonarono ad un terribile sac- 
cheggio (v. Antonio Bonardi, I Padovani ribèlli alla repubblica di Venezia, 
in Miscellanea di storia veneta, edita per cura della R. Deputaz. veneta di 
storia patria, Venezia, 1902, S. Il, t. VIE, pp. 343 sgg. e 374-75), che deve 
esser quello descritto dal Navagero nella lirica De Patavio a militibus ra- 
stata {Op. cit., pp. 213-14). 

(1) Op. cit., voi. Vn, 1. XIV, pp. 142-43. 

(2) Op. cit., pp. 4-5. 

(3) Così Galeazzo Capella ricordato in nota al passo cit. del Guicciar- 
dini ; e così si deduce dal Telesio nominato qui sotto. 

(4) Opera, Neapoli, fratres Simonii, 1762, pp. 64 sgg. Forse, se avesse cono- 
sciuto questa lirica, lo Zannoni non avrebbe negato l'identificazione delle due 
rovine descritte dal Folengo e dal Guicciardini (nella ree. all'opuscolo del 
Russo, inserita nella Cultura del 1890; v. pp. 280-281). 

(5) Vedi RoMANiN, Op. cit., t. V, pp. 347-48. — Nella Tose, si leggeva anche 
questa strofe, che poi fu soppressa: 

MeUa oum Garza rubeas cruore 
Nano habent undas, mea namque Bressa 
Vadit ad saocum, nimìum Cremonae 
Proxima certe. 

L'accenno a Cremona, avvicinato all'allusione precisa della Tose, alla caduta 
di Brescia, porta il termine ad quem di tale edizione press'a poco alla fine 
del 1521, come ha osservato il Russo (Op. cit., p. 6). 



1|6 A. MOMIGLIANO 

Chiudiamo la parentesi sanguinante. Mantova, dice il Folengo, 
è libera da questi malanni, Mantova che egli loda in tono reali- 
stico e anzi senza poesia, come Battista Spagnoli la celebra ia- 
^endone una pittura idealistica (1), che sarà rinnovata più tardi 
fdai vtìrai del Flaminio (2) e di Niccolò d'Arco (3). Pedralo 
invece fugge dal propi'io paese trascinandosi dietro a stento 
•due agnelli appena nati, « pecoris speranzam », come il Melibeo 
virgiliano, e un po' anche come il Candido dello Spagnoli. 11 pa- 
store latino era stato preavvertito della sciagura dalle querce 
fulminate; Candido, invece, memore del Meri della IX ecloga 
virgiliana (4), aveva presentito la sua disgrazia nel grido d'una 
cornacchia che « tristia portans | anguria a dextra venit tege- 
« tisque sinistrae | culmine consedit pressoque minaciter ore | 
« vociferans iter auspicio prohibebat aperto ». E Pedralo, rifa- 
icendo il verso piuttosto al « vociferans » dello Spagnoli che 
al « monuisset » di Virgilio : 

Saepe cornacchiae faciendo era era, 
saepe civettae faciendo gnao gnao, 
ante dixerunt mala tanta nobis 
supra caminos. 

Quest'ecloga è dunque una delle parti della « Zanitonella » che 
il Folengo scrisse con più precise reminiscenze (5). 

L' « Ecloga de imbriagatura » ripiglia il motivo bacchico e 
risente anch'essa, un po' meno, di quella di Battista manto- 
vano. Senonchè i versi del Folengo rappresentano piuttosto con 



,(1) Gp. cit., pp. 109-10. 

(2) Canninum libri, Padova, Giuseppe Cornino, 1727, p. 34 (« De laudibus 
Mantuae »). 

(3) Vedili ricordati in Antonio Pranzelòres, Niccolò d'Arco, Trento, So- 
cietà tipogr. edit. trentina, 1901, j)p. 52, 56-7, 60. — Su questo motivo lirico, 
delle lodi del mantovano, potrebbe, naturalmente, influire il ricordo di 
Virgilio. 

1(4) Vv. 14-16. 

(5) Inutile notare ancora l'evidentissima derivazione virgiliana del culto 
di Tonello per il Gonzaga. V. Russo, Op. cit., pp. 12-18. 



ì 



LB QUATTRO REDAZIONI DBLLA " ZANITONELLA , 177 

comica vivacità d'azione gli effetti del vino, quelli dello Spa- 
gnoli invece ne cantano le lodi con un lirismo un po' goliardico. 
L'unico tratto veramente simile è questo: Faustolo dice al- 
l'amico: « Funde merum, bibe; cardiaco medicina dolori haec, ] 
« utitur ad curas isto medicamine Roma » ; questo ricordo spiega 
meglio l'allusione satirica di Tonello: «Da mihi, ciò ciò, bibi, 
« non gustat Roma miorem ». Poiché l'ecloga dello Spagnoli è 
una satira contro la curia romana, mentre in quella del Folengo 
l'accenno è affatto isolato. Non lo sarebbe però stato nella To- 
scolana, dove, forse anche per suggestione dello Spagnoli, c'era 
qualche sferzata anticlericale. Questo motivo fu poi soppresso, 
insieme con il pianto di Tonello per la morte della moglie, nel 
quale il Cotronei ha segnalato la parodia delle numerose ecloghe 
funebri classicheggianti e di derivazione virgiliana (1). 

4. — L'amore di Tonello è un tessuto continuo di motivi 
petrarcheschi, bucolici, popolari e popolareggianti. La stessa 
« Ecloga de imbriagatura », come quella dove Tonello sfoga il 
suo amore confidandosi a Salvigno, ripete questo vecchissimo 
tema bucolico delle confidenze: basterà citare, fra gli esempì 
recenti, la II ecloga di Serafino, che ha qualche somiglianza 
con l'ultima citata del Folengo (2), e la II del Tebaldeo, che 
ci richiama alle ultime due della « Zanitonella » (3). 

Per guadagnarsi il cuore di Zanina, il contadino poeta mette 
in evidenza le proprie qualità, enumera le proprie ricchezze, fa 
doni all'amata: motivi della bucolica antica, della poesia rusti- 
cale e di quella che ne fa la caricatura. La II ecloga di Vir- 
gilio Ji accenna tutti : sarebbe inutile richiamare i passi della 



(1) Loc. cit., p. 292. 

(2) Le rime, a cura di Mario Menghini, Bologna, Komagnoli, 1894, vo- 
lume I, p. 247. 

(3) Di M. Antonio Tijbaldeo ferrarese V opere \ d^ Amore... In Vinegia per 
Bartolomeo detto ITmperador, | e Francesco Vinetiano, MDLXIIII, e. Lii r. 
Tirsi domanda a Damone perchè è così triste : Damone non vuol rispondere ; 
alle insistenze si arrabbia. 



178 A. MOMIGLIANO 

« Matinada », del componimento seguente e dell' « Alphabetum », 
che li rifanno in tono comico. 

È però necessario notare una curiosa contaminazione, finora 
sfuggita ai critici del Folengo, di alcuni versi virgiliani con 
un motivo popolare testimoniatoci da numerosi rispetti di varie 
regioni d'Italia. Nella seconda ecloga Coridone si lamenta di 
non esser corrisposto da Alessi, e soggiunge: 

Nonne fuit satius, tristis Amaryllidis iras 
atque superba pati fastidia? nonne Menalcan? 
quamvis ille niger, quamvis tu candidus esses ? 
formose puer, nimium ne crede colori! 
alba ligustra cadunt, vaccinia nigra leguntur. 

Questo motivo, di origine teocritea, si ritrova, non so ben 
come (1), nella nostra vecchia poesia popolare ; sicché il Folengo, 
mescolando la reminiscenza classica con quella della lirica ano- 
nima contemporanea, ha scritto nella « Matinada » : 

Nam bianchinam voco te superbis, 
teque bellinam nimis esse bravas; 
quisquis est bellus putat esse bruttos 

quoslibet altros. 
Ne tuae credas, rnea gioia, fazzae, 
quod biancuzzos habeat colores: 
bianca dot panem mihi terra pocum, 

sed nigra massam. 

Nella Toscolana la seconda strofe era un po' diversa, e seguita 
da un'altra, che poi fu soppressa e che ampliava il tema: 

Ne bianchezzae, Zoanina, credas; 
Terra dat nigram segetem bianca, 
Nigra sed blancam, facilem molino, 
Dentibus atque. 



(1) Op. cit., pp. 215-16. 



179 

Lac cito raarcet sine caldirono; 
Quod piat formam buliens in ilio, 
Alterum blancum, niger alter extat ; 
Sic ego, sic tu. 

Bisogna osservare che il Folengo il quale anche qui, nella 
nota marginale, addita la fonte virgiliana, non fa però nessun'al- 
lusione a motivi popolari. Eppure questa seconda origine è certa, 
non per l'ultima strofe — a cui non so trovar riscontri — , ma 
per l'altra. Si veda infatti il principio di questi varii rispetti 
registrati ad altro proposito dal D'Ancona (1): 

Tutti mi dicon che son nera nera : 

La terra nera ne mena il buon grano . . . 



Mi mannastivu a diri ch'era niru, 
Niura è la terra ca fa lu dinaru . . . 

L'ammore mmio mm'ha mannato a dire: 
Dice ca so brunetto, e non mme vole. 
Io le mannaje a dicere accusi: 
La terra nera buono grano mena; 
La terra 'janca va pe' lo vallone, 
La terra nera sse compra a denaro. 



L'inaspettato riscontro è degno di considerazione, e fa pensare 
che nel Folengo la materia folkloristica sia anche più abbon- 
dante di quel che possa apparire da' suoi atteggiamenti e dalle 
sue citazioni. 



(1) A spiegar questo passaggio per mezzo d'un'ipotesi potrebbe forse servire 
l'opinione del Nigra {Canti popolari del Piemonte, Torino, Loescher, 1887, 
p. xxv) intorno all'origine della poesia bucolica. Egli afferma che l'ecloga è 
d'origine popolare e progenitrice dello strambotto e dello stornello. Bisogne- 
rebbe supporre che il motivo in questione fosse derivato a Teocrito dal po- 
polo, e poi avesse continuato a vivere così nella poesia popolare come in 
quella colta. 



ÌBO A. MOMIGLIANO 

Forse ci torneremo su in luogo più opportuno. Riprendiamo 
il discorso delle qualità, delle ricchezze e dei doni del pastore 
innamorato. 

Questi temi rientrano nella topica della bucolica : basta ricor- 
dare le « Piscatoriae » del Sannazaro (1), e, al tempo del Fo- 
lei^go, il Telesio che faceva enumerare da Polifemo i regali che 
€>gli avrebbe fatto, inutilmente, a Galatea per vincere la sua 
crudeltà (2). Ma più importa notare che il Folengo non era il 
primo a far la caricatura di questi motivi. Già il Magnifico, che 
li riprodusse anche seriamente nel « Corinto » (3), ne aveva 
fatto la parodia nella « Nencia », introducendo il Vallerà che si 
offre di comprare, con due somelle di schegge, liscio, aghi, un- 
cinelli, bottoni, ecc., da regalare all'amata (4). Motivo a cui un 
rifacitore, probabilmente (5), aveva aggiunto l'accenno burlesco 
alla leggiadria dell'innamorato (6) ed alle sue abilità (7). Qual- 
cosa di simile poi aveva fatto il Pulci nella « Beca », offrendo 
alla ragazza di Dicomano castagnacci, insalata di raperonzoli, 
scope, e vantandole i propri averi (8). E la stessa intonazione 
aveva mantenuto il Pistoia facendo vantare da un contadino la 
propria garbatezza cittadinesca (9). 

La « Nencia » è il più bel precedente della « Zanitonella », 



(1) V. The piscaUyry eclogues edited hy Wilfred P. Mustard, Baltimore, 
the Johns Hopkins press, 1914, pp. 73-4, vv. 97 sgg. (vanto delle proprie abi- 
lità); p. 61, vv. 30 sgg. (doni all'amata). 

<(^) Op. cit., p. 109, vv. 39 sgg. 

t(3) Opere a cura di Attilio Simioni, Bari, Laterza, 1914, voi. I, p. 309, 
vv. 82 sgg.; p. 310, vv. 112 sgg. (qualità ed abilità dell'innamorato); p. 311, 
vv. 139 sgg. (sue ricchezze). 

(4) Op. cit., voi. n, p. 155, str. 17-19. 

(5) V. Op. cit., voi. II, p. 360, nota sulla questione delle due redazioni della 
Nencia. 

(6) Ivi, p. 283, str. 85. 
,(7) Ivi, p. 281, str. 27. 

(8) y. in Rusticcdi dei primi tre secoli, Venezia, Zatta, 1788, pp. 5-6. 

(•) V. I sonetti faceti di Antonio Cammelli secondo Vautografo anàmh 
aicmo, editi e illustrati da Erasmo Pèrcopo, Napoli, N. Joyene e C», 1908, 
8on. ce, p. 240. 



181 

soprattutto per le strofe dove il Vallerà nella notte spia l'uscita 
dell'amata (1): li il realismo non è, come in altre ottave, enu- 
merazione di quisquilie concrete, ma quadro semplice e vero, 
infuso d'una psicologia grossolana ed evidente, quale non si ri- 
trova più nella « Catrina » (2), quasi contemporanea alla « Zani- 
tonella », né nelle lubriche stanze del Simeoni (3), né in quelle 
del Doni — parte buffonesche, parte arieggianti i rispetti po- 
polari — (4), ne, molto più tardi, nel « Lamento di Cecco da: 
Vari ungo ». Nel Berni la vivacità e la rusticità sanno di let- 
terario e di composito; nel Baldovini i temi già parodiati dal 
Folengo assumono una scorrevolezza arguta ma aulica: Cecco 
sa di parlar con eleganza, ha — senza volerlo — la disinvol- 
tura di chi vuol canzonare se stesso, parla con la rapidità sgam- 
bettante dell' epigrammista burlesco, nota i particolari della 
realtà, ma senza gustarli come tali, senza respirar l'aria della 
campagna (5). Il tema s'era già disfatto nell'atmosfera accade- 



(1) Op. cit., p. 154, str. 14 sgg. 

(2) V. Rime, poesie latine e lettere edite e inedite di Francesco Bkrni, per 
cura di Antonio Virgili, Firenze, Succ. Le Monnier, 1885, p. 189 : 

EUa me buca il cuore, 
Ed hammel trapanato con lo spillo; 
Tal che me sento sgretolar d'amore ; 
Come fanno le vacche per l'assillo. . . 

È lo stile delle poesie burlesche del Berni, senza nessuna vera vivacità rea- 
listica. 

(3) Rime e concetti villaneschi d'Ameto, in Giulio Ferrario, Poesie pa- 
storali e rttsticali, Milano, Classici italiani, 1808, pp. 329 sgg. TI tema dei 
doni vi ritorna a pp. 330, str. 2. 

(4) Stanze dello Sparpaglia, in Giulio Ferrario, Op. cit., pp. 307 sgg. Il 
tema delle qualità e delle ricchezze del pastore è svolto nelle str. 11-23, 
quello dei doni nelle str. 29-31. Credo che in questo componimento si po- 
trebbero trovare più tracce di rispetti popolari : ce ne sono certo le movenze. 

(5) V., p. es., i Rusticali cit., p. 30, str. 1 : 

Qaatami un poco, e s' i' ho a tirar le cuoja, 
Fa ohe con questo gusto almanco i' muoja; 

e, nella stessa pagina, la str. 3, che ripete con letteraria scaltrezza uno dei 
motivi della poesia pastorale. 



182 A. MOMIGLIANO 

mica e dilettantistica del Seicento, e il poema rusticano era di- 
ventato anch'esso un « genere letterario » : ne era venuto fuori 
una poesia imbastardita, che non era bucolica ne idealistica, 
né realistica, né aveva oramai più nessun intento serio di pa- 
rodia : era un passatempo ozioso. Il fresco senso della vita cam- 
pagnola temperato dall'ingegno aristocratico del Magnifico aveva 
reso possibile la « Nencia », come più tardi il temperamento 
primitivo e ribelle del Folengo rese possibile la « Zanitonella ». 

6. — Dominato dall'amore, Tonello non si cura più del suo 
gregge. Ecco un altro luogo comune, rinnovato, piuttosto che 
dalla parodia, da un realismo pittoresco. Già Teocrito aveva 
fatto dire da Milone a Buceo innamorato: 

lavorante Buceo, e che mai, poverino, t'ha colto? 
Non più ti riesce menar come prima il filare diritto 
Nò col vicino a paro nel mieter procedi, ma indietro 
Resti cora'agna dal gregge se un pruno nel piò la trafisse (1). 

Battista mantovano aveva cantato di Fausto a cui, per l'amore, 
erano venuti in odio il cibo, il suono, l'arco, la fionda, i cani, 
tutte le occupazioni agresti (2) : il che assomiglia molto generi- 
camente ai vv. 662-679 della « Zanitonella », ma forse è stato 
parodiato nel componimento « Mira Tonelli vis » (« Stomachus » 
« quem nulla ciborum | blandimenta movent » — « En ego, si 
«mangio tndeor 'mangiare ^i^^^e Wa^ » ; « Carminis occiderat 
« studium, iam nulla sonabat | fistula disparibus calamis » — 
« Ipse sonus pivae inihi gnaolare videtu?' »...). Anche Charino 
per malinconia d'amore trascura la sua mandra: « Et le mie 
« vacche digiune non uscirono dala chiusa mandra, né gustarono 
« may sapore de herba né liquore de fiume alguno » (3). 



(1) Gli idiUi tradotti in versi da Angelo Taccone, Torino, Bocca, 1914, 
p. 116, vv. 1 sgg. 

(2) Op. cit., p. 63, vv. 14 sgg. 

(3) Arcadia, p. 144. 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONBLLA , 188 

Anche il pastore del Navagero canta malinconicamente: 

Hei mihi nulla ovium tangit me cura mearum, 
Ex quo me iste tuus, perfida, torret, amor. 

It miserum pecus: et seri sub vesperis urabras 
Per se ipsi redeunt in sua tecta greges. 

Nec mihi jam niveo complent mulctralia lacte : 
Densaque permisso veliere terga gerunt (1). 

Fine e misurata descrizione, dove quasi ogni particolare è 
velato dall'ombra di quel triste amore. Ma il Folengo, facendo 
parlare, invece dell'innamorato, Salvigno che lo rimprovera, può 
ritrarre più ampiamente la trascuratezza di Tonello e fare un 
vivace quadro de' suoi campi abbandonati, sviluppando senza 
parodiarlo il motivo tradizionale: le vacche sporche, i vasi del 
latte fetenti, non più ricotte né burro, il formaggio ammuffito, 
la vigna senza pali e invasa dai rovi, i campi inondati per man- 
canza di fossi. 

6. — La « Zanitonella » è in gran parte una lunga « disperata » 
d'amore; e come tale ripete i luoghi comuni della lirica popo- 
lare mesta, intrecciandoli però con altri d'origine petrarchesca 
e anche d'origine classica. Uno di questi è il bellissimo para- 
gone fra Tonello sconsolato e la vacca che ha perduto il vitello : 
motivo che ricordo d'aver letto in Lucrezio (2), nelle « Buco- 
liche» (3), nello Spagnoli (4) e nel Sannazaro (5). Anche qui 
non si tratta di parodia, ma di rifacimento, anzi di ricreazione 
d'un motivo artistico. L'accostamento dell'uomo all'animale de- 
riva da Virgilio, ma lo sviluppo psicologico è suggerito da Lu- 
crezio, di cui il Folengo rinnova con magnifico ampliamento il 



(1) Op. cit., pp. 193-4, vv. 43 sgg. 

(2) De rerum natura, II, 852-66. 

(3) Vili, 85-89. 

(4) Op. cit, pp. 63-64, vv. 27 sgg. 

(5) Arcadia, p. 299, vv. 137-38, e, più largamente, pp. 123-24. 



184 A. MOMIGLIANO 

parco accenno « completque querellis | frondiferum nemu' sub- 
sistens ». Il quadro più minutamente lineato del verso « fert 
« altam codam, se trigat, stendit orecchias », e l'urlo che tras- 
corre lacerante pel bosco (« smergolat echisonis per nemus omne 
cridis »), sono, in confronto del modello, perfettamente nuovi 
come espressione fantastica e, in relazione col testo, per nulla 
inferiori alla statuaria classicità di Lucrezio. La chiusa del pa- 
ragone folenghiano riassume gli ultimi tre versi del passo del 
« De rerum natura », forse anche per suggestione dello Spa- 
gnoli, che già aveva ridotto ad uno solo (i) i tre esametri lu- 
creziani, e di cui c'è una più evidente traccia nella Toscolana, 
dove le parole « finaliter introit umbram » rispondono al « re- 
sidens pallenti sola sub umbra » di Battista mantovano. 

Il motivo della crudeltà dell'amata è cosi generico, e d'altra 
parte cosi abusato dalla lirica aulica e popolare, che è inutile 
indicar riscontri ai lamenti di Tonello: ed è, credo, difficile 
trovar somiglianze precise con qualche altro poeta. Il Cavassico, 
per fare un esempio, ha una « Disperata villanesca » (2), che è 
una serie di maledizioni e di desideri impossibili; nel Folengo 
invece il tema è svolto o accennato in quasi tutti i componi- 
menti, assumendo forme diverse, attingendo forza dalle rela- 
zioni col rozzo mondo campestre, e ripetendo solo qua e là una 
maledizione o un sospiro, che si ritrovano in chissà quanti altri 
poeti di tendenze varie e costituiscono l'inevitabile fondo espres- 
sivo degli argomenti tradizionali o elementari. 

Piuttosto si possono indicare molti antecedenti dei versi 
« Phoebus abandonat terras... ». Il tema del riposo concesso, la 



(1) « Gramina non carpii nec fluminis attrahit undam ». Lucrezio invece : 

Neo tener.ve salices atque herbae rore vigentes 
flaminaque iUa queunt summis labentia ripis 
oblectare Animum subitoque avertere curam. 

Più vicino, dunque, allo Spagnoli il Folengo, che scrive: « Nulla dat ht^rba 
cibum, nulla dat unda bibuin ». 

(2) Op. cìL, voi. II, pp. 14-18. 



185 

sera, a tutti i viventi, negato airinnainorato, fu ripetuto infinite 
volte dopo la sestina del Petrarca « A qualunque animale al- 
berga in terra » e la canzone « Ne la stagion che il ciel ra- 
pido inchina »: ricordo due sonetti di Giusto De' Conti (1), due 
del Cariteo (2), uno strambotto di Panfilo Sasso (3), un rispetto 
anonimo del '400 (4), un sonetto di Francesco Gei (5), alcuni 
versi del Sannazaro (6). Senonchè in questo caso mi sembra di 
poter proporre un riscontro preciso. Nella Vigaso Cocaio il com- 
ponimento finisce coi versi: 

Quisque aliquem busum cercat qualcumque ripossurn, 
solus ego tota nocte travaio miser. 

In quest'edizione la reminiscenza è stata cancellata ; ma la To- 
scolana chiudeva, invece, cosi: 

Quisque suum quaerit^ dum scampat Apollo, riposum, 

Tigris, cerva, leo, sus, lupus, anguis, aper. 
Ast ego gregnapolae similis, chiamando Zaninam, 

Hìic illuc tota nocte volare paro. 

Allora il Folengo doveva aver nell'orecchio i versi di Serafino 

Aquilano : 

Di me stesso pietà me viene quando 
Penso al mio stato tristo e doloroso, 
Ch'io vo qual vespertil di e notte errando, 



(1) La bella mano, Verona, Giannalberto Tummermani, 1753, pp. 70 (« Ora 
che '1 Sol s'asconde... >) e 110 (« Rimena il villanel... »). 

(2) Le rime di Benedetto Gareth con introduzione e note di Erasmo 
Pèrcopo, NapoH, 1892, P. II, p.47, son. XXXIX; pp. 158-59, son. CXXXVm. 

(3) V. Biblioteca di letteratura popolare italiana pubblicata per cura di 
Severino Ferrari, Firenze, 1882, a. I, voi. I, p. 278, strambotto IV. 

(4) « Tutta la notte, lasso me dolente » (D'Ancona, Op. cit., p. 517, 
n. XLVI). 

(5) Op. cit., e. Ciii V., son. LXXIl. 

(6) The piscatory eclogues cit., p. 61, vv. 11 sgg. 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. 18 



186 A. MOMIGLIANO 

che chiudono il sonetto petrarchep"giante « Quando il carro del 
« sol nel mar s'asconde » (1). 

Quest'argomento non era rimasto neppur esso, come tanti 
altri, nel campo della poesia dotta, ma era trasmigrato in quello 
della poesia popolareggiante (2). 

Ma anche questa volta il tema, nonostante il maccheronico, 
è trattato con una tale semplicità malinconica, da riuscire non 
una parodia, ma la rielaborazione artistica d'un motivo tradi- 
zionale. Perciò lo studio che sto facendo, è in gran parte un 
inventario dei motivi decrepiti che il Folengo voleva canzonare, 
ma anche — in parte notevole — una ricerca dei temi vecchi 
che stimolarono seriamente la sua fantasia di poeta non nato 
solo per canzonare, e delle tendenze realistiche contemporanee 
in cui egli infuse una vita più organica. 

Un altro motivo di amore infelice è quello dell'amante che 
canta o prega invano dinanzi alla porta dell'amata. Il Folengo 
l'ha trattato verso la fine del componimento « Vado per hunc 
« boscum » — dove accenna a Tonello che la notte canta in- 
vano due canzoni popolari del tempo, la notissima « Rosina » e 
un'altra, credo oramai ignota, « Para foras, belle Gianole, ca- 
pras » (3) —, e nella « Matinada » — dove Tonello è rappre- 
sentato direttamente come uno di questi infelici cantori, e si 
lagna della crudeltà di Zanina: 

Cum piva multas venio fiatas, 
et matinadis cano te galantis, 
nec tamen duram tibi, porca, testam 
rumpere possum. 



(1) Op. cit, p. 142, son. CIV. 

(2) V. infatti i son. XIV e XV del Catassico (Op. dt., U, 40-41). Le mie 
indicazioni su questo motivo, tranne lo strambotto del Sasso, si possono ag- 
giungere a quelle dell'erudita nota del Gian {ivi, I, n. 65, a pp. cxcv-vii). 

(3) Non l'ho trovata nò nella letteratura popolare contemporanea né in 
alcuno dei molti lavori sulle nostre canzoni popolari del tempo, nei quali 
pure se ne citano parecchie di quelle ricordate dal Folengo. Ma di ciò al- 
trove. Per intanto rimando allo studio che offre le più abbondanti notizie 
sulle canzoni citate dal Folengo: Francesco Novati, Contributo alla storia 



LB QUATTRO REDAZIONI DELI, A " ZANITONELLA , 187 

Nella Vigaso Cocaio il moti no si ;iri-('si;i (jui; ma nella Tosco- 
lana prosegue, rievocuudo più cuinplctaiiH.'nlc una scena not- 
turna di amore rusticano: 

Immo de cruda canierae fenestra, 
Aut aquam zosura putridam roversas, 
Meque, bagnando, vocitas gazanum, 

Si ve baciocchum. 
Aut canes post me cicigando stigas, 
Qui milii plures faciunt pauras, 
Atque garlettos, quater, insequentes 

Morsegaverunt (1). 

E cosi col realismo spunta anche la parodia del motivo clas- 
sico e popolare della serenata dell'amante infelice, già comune 
nel Quattrocento (2), e che torna frequentemente nel Giusti- 
nian (3), si affaccia in alcuni distici di Tito Vespasiano Strozzi (4), 



della lirica musicale italiana popolare e popolareggiante dei sec. XV, 
XVI, XVII (Scritti varii di erudizione e di critica in onore di R. Renier, 
Torino, Bocca, 1912, pp. 899 sgg.,j?assm). 

(1) A questo proposito il Russo {Op. cit., p. 16, n. 1) richiama opportuna- 
mente alcuni versi della Macaronea dell'Aliene. 

(2) Una serenata-strambotto di Serafino è riportata dal D'Ancona [Op. cit., 
p. 204) ; serenate malinconiche si trovano pure fra i rispetti del sec. XV pub- 
blicati dal D'Ancona stesso [Op. cit, p. 507, n. XV; p. 508, nn. XVII-XVIII), 
insieme con altre d'intonazione diversa. Una triste, marchigiana, è riportata 
a p. 182. 

(3) Vedi Poesie edite ed inedite di Lionardo GiusxraiANi, per cura di 
B. WiESE, Bologna, Romagnoli, 1883, passim. Specialmente la lirica VII 
(pp. 33-54), che si potrebbe intitolare « Notte d'amore », mi fa pensare che 
il Giustinian ò uno dei più notevoli poeti realistici d'amore prima del Fo- 
lengo. C'è un sensualismo dolce, un realismo temperato, attento alle circo- 
stanze dell'ambiente che abbiano un significato psicologico. 

(4) Op. cit., Ad Ludovicum Carrum medicum, e. 34 r. : 

Et potai totas Hyberno tempore nocteia 

Fixus ad ingratas pervigilare fores, 
Nec mihi sum questua boream nocuisse, neo imbrem, 

Cum gravi» urgeret frigida membra dolor. 
Quid tibi nuno referam, quoties irata fenestraa 

Clauseris, haud toto meuse videnda mihi ? 



188 A. MOHIGLIANO 

ispira al Fontano il « Carmen noctumum ad fores puellae » (1), 
dopo aver suggerito al suo maestro i versi : 

Ante fores alius tenerae pernoctat amicae, 

Ventorum patiens, grandinis atque gelu. 
Delia, toUe fores: nam dum tu, Delia, dormis, 

Perpetusm noctem sub love tristis ago 

Te propter patior; tu me nil, impia, curas. 

Langueo te propter: Delia, tolle fores (2). 

Un altro piccolo motivo di amore infelice è quello dell'amante 
al quale fu rapito il cuore dall'amata : motivo popolare e popo- 
lareggiante. Tonello dice: 

Quis meam casu reperit coradam? 
Olà, non audis, Zoannina surda? 
Die meam quis nam rapuit coradam, 
ventre forato? 

In un canto popolare toscano si legge: 

L'ho perso lo mio core, e '1 vo cercando. 
Ditto m'è stato che l'avete voi . . . 



E lo stesso si legge in uno veneziano, in uno ligure, ecc. (3). 
La mossa del canto folenghiano è dunque evidentemente popo- 
lare; e se n'era già accorto il Russo quando citava, non questi 
riscontri, ma altri del Poliziano e del Magnifico (4). 



(1) Op. cit., voi. II, pp. 59-61. 

(2) PuBLii Graegorii Tiferni poe\tae illustris ... Triumphus Cupidinis, 
e. 85 r. È in fine di un volume miscellaneo che contiene opere di Ausonio, 
Probo, Tito Calpurnio, s. a. e l, tranne a e. 79 r., dove c'è l'indicazione: 1472 
anno incarn. dominice. Secondo la scheda della Com. di Bologna, dove si 
trova (16. D. V. 15), il volume mancherebbe di sette carte in principio e sa- 
rebbe edito da Bartolomeo Girardino. 

(3) Vedili citati ad altro proposito in D'Ancona, Op. cit., pp. 274-75. 

(4) Op.cit., pp. 14-15. 



LI QUATTRO SEDAZIONI DELLA " ZANITONBLLA , 189 

Perchè Zanina mi sdegna, dice Tonello, se mangio, mi sembra 
di mangiar lucertole; se bevo, mi par di bere veleno; se dormo, 
mi par di salir sulla forca; il suono della piva mi sembra un 
miagolio; l'odor dei fiori mi nausea... Questo in serie di distici, 
ciascuno dei quali impreca a Zanina chiamandola « ladra pi- 
canda », « gata lecarda », « brutta carogna », e peggio, ma 
anche « nympha galanta », « dolza recotta », « grassa polenta ». 
Il motivo è universale ed antico (1), ma l'atteggiamento paro- 
dico è evidente sia nella litania delle enumerazioni, che non fa 
soltanto il verso alla lirica erotica colta ma anche a quella po- 
polare, sia nelle imprecazioni e nelle sdolcinature che lo fanno 
all'una e all'altra, sia nella scelta ora famigliare ora volgare 
delle cose che dispiacciono all'amante infelice mentre piacciono 
di solito a tutti. Per i poeti aulici invece l'amore infelice fa 
impallidire il cielo, copre la natura d'un inverno perpetuo... La 
mia donna è lontana : accendo la lampada, e questa non dà luce ; 
la porta è aperta, e il sole non v'entra ; la finestra è aperta, e 
il sole non v'entra... Cosi si lamenta il Campano (2). E Ergasto, 
neir « Arcadia » : 

Primavera et suo' dì per me non riedeno, 
Né trovo erbe o fioretti che mi gioveno, 
Ma solo pruni et stecchi che '1 cor ledeno (3). 

E Jolas nella terza ecloga piscatoria : « Nulla mihi sine te rident 
« loca, displicet aequor,... » (4). 



(1) Lo trovo già in Calpurnio Siculo {The eclogues, by Charles Haines 
Keene, London, 1887, pp. 86-87, vv. 48-54. In nota vedi rimandi ad altri 
antichi). 

(2) Omnia Campani opera... Impressum Venetiis per Bernardin um Vercel- 
lensem iussu | Domini Andreae Torresano de Assula. McccccII. die | primo 
luli, e. bbiiii (p. viiiv., col. I), « Aut ego mentis inops ». E vedi anche e. bbiii 
(p. HIV., col. Il), « Die formosa precor ». 

(3) Pag. 14, vv. 34 sgg. 

(4) Op. ctt, p. 66, vv. 82 Bgg. 



190 A. MOMIGLIANO 

E il Navagero: 

formosa Amarylli, nihil te absente videtur 
Dulce mihi ... (1). 

Non giova citare altri e risalire fino al Petrarca e oltre. 

7. — Tonello, pazzo d'amore per Zanina, non vede se non 
co' suoi occhi; i suoi gusti non sono se non quelli dell'amata: 
altro motivo comune e vecchissimo della lirica erotica, che si 
potrebbe riassumere col verso di Serafino Aquilano « Che ciò 
« che a te diletta anche a me piace » (2), e che il Folengo can- 
zona nel distico: 

Atque ego dum grigno, parlo, Ileo, canto, spudoque, 
sic facio quoniam sic mea putta facit. 

Indescrivibili sono, secondo Tonello, le bellezze di Zanina. Ed 
egli le enumera canzonando le minuziose lodi del Petrarca e 
dei petrarchisti agli occhi, alle mani, ai capelli, alla bocca, ecc., 
dell'amata. L'enumerazione finisce con questo leggiadro rias- 
sunto : 

Testa, manus, gambae, pes, venter, coppa Zaninae, 

seu stet, seu sedeat, sive lavoret agros, 
seu parlet, cantet, raangiet, faciat ve coellum 
sunt ea quae nisi sint nil patet esse bonum : 

che è anche un bel catalogo delle segmentazioni microscopiche 
a cui i petrarchisti, i lirici cortigiani, i poeti popolareggianti, 
ed anche gli umanisti (3), sottoponevano la loro contemplazione 
d'amore. 



(1) Op. cit., p. 204, vv. 13 sgg.; p. 205, vv. 19 sgg. Posteriore alla Zanit. è 
una breve lirica di M. Antonio Flaminio {Carìninum libri Vili, Padova, 
Giuseppe Cornino, 1727, p. 87, « Cum Boreas laeto silvam... »). 

(2) Op. cit, p. 145, son. CVII, v. 14. 

(3) V. p. es. Gareth, Op. cit., parte II, p. 17, son. XV; Altissimo, Stram- 
botti e sonetti per cura di R. Renier, Torino, Società bibliofila, 1886, p. 27, 
son. HI; Cki, Op. cit., Stame, ce. Gii^ sgg.; Cavabsico, Op. cit., voi. II, p. 8, 
Stramoti; Tito Vespasiano Strozzi, Op. cit, e. 5». 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 191 

È notissimo il sonetto delBerni; ma la parodia è più vecchia 
che i duo poeti del Cinquecento e, almeno come canzonatura 
delle immagini e delle iperboli tradizionali nella celebrazione 
delle bellezze femminili, si trova già nei famosi versi * Gentil 
madonna sanza alcun tintume... » (1), nella «Nencia» e nella 
« Beca » ed in un sonetto del Pistoia, che bisognerebbe pure 
citare fra questi primi satirici della topica erotica: 

Tu lustri più che non fa l'or filato, 
e rendi lume come il sol d'aprile, 
e più che un pome in cima a un campanile, 
e sei come un bel cero inorpelato (2). 

Forse un po' prima della Toscolana il Ruzzante, nella com- 
media pubblicata dal Lovarini, mescolava alle lodi tradizionali 
di donna bella elogi come questi : « tete, che farae contento | per 
« grandeza agno vacare », « braze da zapa e baile » (3). Press'a 
poco al tempo del Cocai, lo Strascino scriveva i suoi due capi- 
toli « Delle bellezze della dama » (4). Dunque anche in questo 
particolare della sua canzonatura il Folengo ha dei precur- 
sori e dei compagni, com'è naturale : poiché il ridicolo d' una 
moda letteraria si scopre e si nota sempre appena questa s'è 
formata. Perciò il notarla non costituisce un merito per nes- 
suno. Quindi l'originalità parodica del Folengo non consiste 
nell'aver per il primo canzonato alcuni luoghi comuni della 
letteratura contemporanea, ma nell'averne fuso un graiTnumero 
nella sua rappresentazione spiccatamente personale dell'anima 
contadinesca. In precursori ed in contemporanei si trovano sparsi 



(1) S. Ferrari, Biblioteca cit., p. 69. A proposito di questi versi Domenico 
Merlini ne richiama altri della Zanit. {Saggio di ricerche sulla satira contro 
il villano, Torino, Loescher, 1894, p. 112, n. 2). 

(2) Op. cit., p. 239, son. CC. 

(3) Antichi testi cit., p. 245. Lo stesso motivo parodico si ritrova poi nella 
m ecloga del Calmo (cfr. V. Rossi, Lettere di M. Andrea Calmo, Torino, Loe- 
scher, 1888, pp. Lxxxvii-viii). 

(4) Le rime di Niccolò Campani, raccolte e illustrate da Curzio Mazzi, 
Siena, Ignazio Gati, 1878, pp. 192 sgg. 



192 A. MOMIGLIANO 

atteggiamenti realistici ed atteggiamenti satirici : egli è l'unico 
che congiunga gli uni e gli altri in un'opera vasta e non del 
tutto disorganica. 

8. — Soprattutto è notevole che il realismo dell'amore rusti- 
cano, e in genere dell'ambiente rusticano, era già stato rappre- 
sentato, e continuava ad esserlo, da poeti classicheggianti e 
popolareggianti, e che anche qui il Folengo raccoglie e rinforza 
tendenze non nuove. Anche la bucolica dei poeti dotti aveva 
avuto i suoi cultori di tendenze realistiche, pure dopo Teocrito. 
Il Fontano era stato uno di questi: basta citare la descrizione 
della mungitura e della bollitura del latte, cosi precisa (1). Ma 
qui l'osservazione è ancora guidata da un sentimento aristocra- 
tico, da una curiosità classica per la linea definita, poiché quel- 
l'operazione è fatta con compostezza, e la mossa sgraziata del 
villano non appare. Questa appare invece nello Spagnoli, note- 
volissimo per il suo realismo temperato, che sta fra quello ari- 
stocratico del Fontano e quello più o meno caricato e comico 
del Magnifico e del Folengo. Ci sono, nelle sue ecloghe, dei 
versi che sono la riproduzione fedele, senza velature idealistiche 
e senza caricature, dello spirito della vita contadinesca. La gente 
del contado nel di di festa 

oti ac famis impatiens epulatur et implet 
ingiù viem. Audito properat tibicine ad ulmum; 
hic furit, hic saltu fertur bovis instar ad auras. 
Quam rastrìs versare nefas et vomere terram 
calcibus obduris et inerti mole fatigat 
ac ferit, et tota Baccbo facit orgia luce 
Yociferans, ridens, saliens et pocula siccans (2). 

Il ballo campestre del « Baldus » e in genere le scene rusti- 
cane di questo poema rispondono, nel loro spirito, ai versi di 



(1) Op. cit, voi. n, p. 22, vv. 171 sgg. 

(2) Op. cit., pp. 69-70, vv. 69 sgg. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA , 193 

Battista anche meglio che la « Zanitonella ». Il Carducci aveva 
dunque avuto una felice intuizione quando aveva rapidamente 
accostato i due poeti mantovani (1). 

Si potrebbe citare qualche altro poeta che mostra qua e là 
tendenze realistiche (2); ma più interessa osservare che l'ispi- 
razione e la materia del realismo folenghiano si debbono ricer- 
care non nelle scarse tracce veristiche della nostra letteratura 
d'arte, ma nel mondo che egli aveva sotto gli occhi e nell'umile 
letteratura popolare e popolareggiante, che egli senza dubbio 
conosceva molto ed amava molto. Naturalmente la vita dei con- 
tadini fu descritta in ogni tempo, perchè qualunque parte della 
società ha in ogni tempo una letteratura che la rappresenta e 
ne è la voce. Questa appunto è la poesia che ci torna in mente 
quando leggiamo la « Zanitonella » e il « Baldus ». Già alcuni 
poeti popolareggianti del tempo del Magnifico avevano derivato 
dal popolo non solo alcuni spunti lirici, ma anche alcuni motivi 
realistici: notevole fra tutti Bernardo Giambullari, che ritrasse, 
ma senza capacità costruttiva, la vita minuta del villano in al- 
cuni tratti della « Contenzione di Mona Costanza e di Biagio » (3), 
e, se è vera l'attribuzione del Merlini, ne fece una descrizione 
ricchissima di particolari nella « Sferza dei Villani » (4). Ma 
più che questo rimatore, che non ha né la freschezza del po- 



(1) Opere, voi. XV, p. 371. — Ora il realismo dello Spagnoli è stato giu- 
stamente rilevato in tutte le sue opere da Vladimiro Zabughin nella sua 
densa commemorazione Un beato poeta (inserita ne L^ Arcadia del 1917 a 
pp. 61 sgg.; V. specialmente pp. 79 sgg.). 

(2) V. ancora Pistoia, Op. cit, p. 176,son.CXXXIX, vv. 12 sgg.; pp. 223-24, 
son. CLXXXIII — sempre in ambienti che sanno di stalla o di rozzezza con- 
tadinesca; e Serafino, Op. cit., pp. 244-58, ecloga II, dove, come in altri punti, 
si può notare una tendenza realistica nella relativa abbondanza dei partico- 
lari, e dove è degno di attenzione Silvano, contadino savio e sentenzioso. 

(3) Bologna, Romagnoli, 1868; v. specialmente pp. 14-16. Una ristampa più 
corretta in Costantino Arlìa, Sonetti rusticali di Biagio del Capperone, 
Città di Castello, Lapi, 1902, pp. 25-38. 

(4) Saggio di ricerche cit., pp. 193-95, per l'attribuzione ; il poemetto è 
pubblicato a pp. 196-219. 



194 A. MOMIGLIANO 

polo, nò la forza incisiva dell'artista colto, più che i poeti come 
lo Strascino — sparso di pagliacciate realistiche e arieggiante 
ai temi del Cocai(J) —, più che i canzonatori della rozzezza 
popolana, sono vicini al Folengo i poveri cantori che offrono 
senza nessuna intenzione e senza nessuna pretesa la materia 
greggia della vita campagnuola: per esempio, gli autori dell'e- 
cloga rusticale pubblicata dal Frati — sparsa di nomignoli che 
sembrano veri, di accenni a canzoni del tempo e alle miserie 
del villano (2) — e dei testi pavani editi dal Lovarini (3), e 
il Cavassico, che ritrae l'ambiente stesso del Folengo, la vita dei 
piccoli villaggi e la volgarità dell'esistenza quotidiana. Su tale 
argomento dovrò insistere quando mi occuperò del « Baldus » : 
per ora basta che io citi alcuni versi, dove c'è il piglio rozzo, 
la parola grossolana e materiale, lo spirito stesso che anima 
quasi tutta la « Zanitonella ». 

fosse stat quel dì 

Pi lonz che n'è a Trivis, 
Quan che vedi el lo vis 
Fos stat pica. 
L'amena, el cuor, el fià, 
La spienza e lo polmon 
Che daspò in qua el magon 
Sempre piure. 
El no me vai pi cure, 
El no me vai im piastre 
Se no qualche polastre, 

qualche pita (4). 

£ continua nominando ad uno ad uno i cibi che non gli con- 
fanno più. 



(1) V. dello Strascino, Op. cit., p. es., pp. 89-91 per il realismo; e per i 
temi, il Coltellino (amore infelice che suggerisce il suicidio). 

(2) Un'egloga rusticale del 1508, in questo Giom., 20, 186-204; v. spe- 
cialmente pp. 197 sgg., 200, 202-03. 

(3) Antichi testi cit.; v., p. es., pp. 15-48, 84-88, ecc. 

(4) Op. cit., voi. II, pp. 69-70, componimento XXVII. 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA * ZANITONELLA , 195 

Ho citato soltanto alcuni dei componimenti più prossimi a 
cui il Folengo si può riattaccare: ma è noto che questa poesia, 
lirica satirica, aveva già, non solo in Italia, una tradizione 
più volte secolare (1); sicché egli, soprattutto nel « Baldus », si 
può considerare come il poeta italiano che dà finalmente una 
forma durevole alla vita d'una classe sociale rappresentata fino 
allora da una letteratura destinata all'oblio. 

A questi poeti Merlino si collega più strettamente nella To- 
scolana, dove, come già osservai, compaiono particolari minuti 
e nomi probabilmente reali, che sono stati cancellati nella Vigaso 
Cocaio, più classica e più lontana dalla poesia rusticale. Ap- 
punto la conoscenza di questa letteratura ci mostra che, nel 
passaggio dalla seconda alle altre stesure, il Folengo s'è allon- 
tanato un po' dalla rozza e materiale poesia popolare per acco- 
starsi di più a quella classica e contemperare la sobrietà del- 
l'ultima con la concretezza della prima (2). 

9. — I più triti luoghi comuni della poesia erotica che ritornano 
scherzosamente nella « Zanitonella », sono la celebrazione della 
potenza dell'amore e l'invettiva contro l'amore e contro le donne. 
Temi troppo fecondi per un poeta comico, perchè il Folengo 
non ci torni poi su anche nel « Baldus ». Tonello incomincia a 
cantare il suo amore dicendo che nessuno — cittadino, bovaro, 
porcaro — può sfuggire a questo sentimento; e più tardi, quando 
Salvigno cerca di mostrargli che l'amore è la rovina degli uomini, 
ne celebra — a suo modo — la gentilezza, sostenendo con il 



(1) V. per questa poesia Merlini, Op. cit., passim e specialmente, per il 
periodo più antico, pp. 81-82 e note. 

(2) Oltre che nell'ecloga pubblicata dal Frati, per mantenerci press'a poco 
nel tempo della Zanit., abbondano i nomi che hanno sapore di realtà nella 
commedia del Suzzante pubblicata dal Lovarini {Op. cit.) e da lui assegnata 
al 1517-20 (v. p. Lxxv). A proposito di quest'operetta è da notarsi che Tamia, 
alla falsa notizia della morte del marito, ne ricorda minutamente le abilità 
di bovaro (pp. 325-26), e che qualcosa di simile fa, nella Paganini, Pedralo 
a proposito di Bertolina. 



196 A. MOMIGLIANO 

compagno una disputa simile, per l'argomento, a quella di Phi- 
licio e Senile (1): 

Nonne quis est similis zocco similisque puvono, 
quem non mordet amor, quem non capit alla puella? 
die, giandussa, quid est virtus nisi germen amoris? 
virtutem sborravi! amor 

« Amor e cor gentil sono una cosa ! » Naturalmente la potenza 
universale dell'amore è un motivo secolare della lirica; e sa- 
rebbe inutile citare i poeti che prima e dopo il Folengo la 
celebrarono (2), come quelli che la maledissero (3): è un'idea 
che è di tutti e di nessuno, come quella dello splendore del 
sole, della divinità della donna e della sua malignità infernale. 
Ma gli accenni misogini della fine dell' « Alphabetum » hanno 
qualche riscontro meno indeterminato. Tonello dice: 

Eumor et lites veniunt ab illis, 
rixa cum foemnis pariter creatur; 

Battista Mantovano aveva scritto: Non c'è gente cosi barbara 
che non esecri l'amore per le donne; 



(1) V. l'ecloga n della Pastorale de Pietro Jàcobo Gianuario (Erasmo 
Pèrcopo, La prima imitazione dell'* Arcadia », Napoli, Luigi Pierro, 1894, 
pp. 80-82). 

(2) Tra i più recenti ricordiamo almeno Serafino {Op. cit, p. 43, son. V, 
vv. 12 sgg.), Tito Vespasiano Strozzi {Op. cit., voi. II, e. 9r.-15v. : elegia 
al poeta Adriano Pannonio), Pietro Crinito {De honesta disciplina. De 
poetis latinis. | Et Poematum, ... Impressum in aedibus M. Nicolai de | 
Barra... MDXVIII, e. CXXr., col. Il: € De potestate amoris »), Andrea Na- 
VAGERO {Op. cit., p. 201, vv. 47 sgg.; p. 217: « Ad Venerera, ut pertinacem 
Lalagem moUiat » : c'è qualche derivazione da Lucrezio). 

(3) Citiamo almeno Gregorio Tiferno {Op. cit., e. 84 v.: « Non amor est 
aliud... »), Battista Spagnoli {Op. cit., pp. 64-66, e selva I del libro II, in 
Opera omnia, ce. gii v. sgg.), Pietro Bembo {Op. cit., p. 30, capit. I). I versi 
accennati dell'ecloga dello Spagnoli non furono dimenticati tanto presto : l'au 
tore del De fide meretricum in suos amatores, dopo averne ricordati alcuni 
compie l'invettiva con una lunghissima enumerazione delle conseguenze del 
l'amore (v. Epistolarum obscurorum virorum volumina omnia, Francofurti 
suraptibus Jo. August Raspe, 1757, voi. Il, pp. 402-03). 



LI QUATTBO SEDAZIONI DSLLA * ZANITONELLA , 197 

Hinc veniunt rixae, veniont et iurgia et arm», 
saepe etiam dirae multo cum sanguine mortes; 
hinc quoque deletis eversac moenibus urbes (1): 

versi che Tonello sembra chiosare con l'elegante aftermazione : 
Troia per solam cecidit bagassam. 

E prima aveva lanciato contro le donne una schiera di epiteti, 
che del resto fanno una ben magra figura di fronte al formida- 
bile esercito dell'ecloga « De natura mulierum » (2) dello Spa- 
gnoli, dove si possono ritrovare tutti quelli del Folengo, forse 
anche perchè nulla sembra essere sfuggito all'odio del frate 
carmelitano. Eppure il poeta conclude: « Non longum est Carmen, 
« mulierum amentia longa est ». La litania è anche più lunga 
che quella del componimento popolare d'un codice del primo 
trecento : « Le virtù delle femine » (3). Il motivo ritorna 
nel « Baldus », formicolante di vita, allontanato, per virtù 
a singolare fantasia poetica, dal livore oratorio e generico 
sacerdoti intolleranti e degli amanti delusi ; e Berta difende 
le sue consorelle con una lingua pittoresca e con un cuore de- 
licato che le assicurano la vittoria (4). Solo nel « Baldus » ve- 
ramente il Folengo ha saputo colorire artisticamente questo 
motivo eterno (5). 



(1) Op. cit, p. 71, vv. 124 sgg. 

(2) Leggi sopratutto le pagine 80-84. 

(3) Stampato in S. Ferrari, Op. cit., p. 353. 

(4) Baldus, 1. VI, vv. 358 sgg. 

(5) Fra i più recenti poeti di questo motivo ricordiamo il Poliziano {Stame, 
str. 14-16), il Gei {Op. cit., e. Fiiiy., « Capitulo VII »), Ercole Strozzi {Op. 
cit., i. I, e. 66 r., < Ad amicam ingratam »), il Ruzzante (Lovarini, Op. cit., 
pp. 321-23). Per indicazioni su questa letteratura sterminata nel medio evo 
e nel Rinascimento, v. Fr. Novati, Le serie alfabetiche proverbiali e gli alfa- 
beti disposti nella letteratura italiana de' primi tre secoli, in questo Chor- 
nale, 15, 399 n.; Gian {Le rime cit., voi. I, pp. xxvi e clxxviii-clxxxv, n. 42) ; 
Flamini (Ree. all' Op. cit. del Gian, Rass. bibl, II, 300); Plattard {Op. cit, 
pp. 36, 96-97Ì; e le note del Mustard ai vv. 110 sgg. dell'ecloga IV dello 
Spagnoli {ed. cit., pp. 132-88). 



198 A. MOMIGLIANO 

10. — Olire gli argomenti tradizionali, si trova nella «Zani- 
tonella » anche qualche particolare stilistico dell'arte classica 
e popolare ripetuto con intenzioni parodiche. Questo, insieme 
cogli atteggiamenti già notati del linguaggio maccheronico, compie 
la canzonatura e dà talora maggior rilievo alla satira dei vecchi 
temi. Cominciano le reminiscenze mitologiche burlesche, le quali 
avranno maggiore sviluppo nel « Baldus » : particolare comico 
non nuovo, perchè già lo conosceva la poesia burlesca del Quat- 
trocento. Rimando solo al Pistoia, che ha più d'uno di questi 
motivi, e tra gli altri quello stesso di Orfeo, che ritorna nella 
« Zanitonella » (1). 

Una figura comunissima della topica classica e non sol- 
tanto classica è quella degli impossìbili. Basta far qualche 
nome, oltre i numerosi esempi della poesia popolare (2): Vir- 
gilio (3), Nemesiano (4), Giusto De' Conti (5), il Campano (6), il 
Sannazaro (7), Serafino (8), il Tebaldeo (9), l'Altissimo (10), il 
Boiardo (11), il Navagero (12), il Cavassico (13). Il Gian ha os- 
servato che i burleschi del Quattrocento, per esempio il Bellin- 
cioni, ne trassero motivo di riso (14). Ecco dunque un altro punto 



(1) Cfr. Pistoia, Op. cit., pp. 312-13 (son. CCLXXIV), e Zanit, vv. 381-400. 
Altri motivi mitologici trattati burlescamente dal Pistoia: pp. 150-51, so- 
netto CXI; pp. 51-52, son. VI. — A proposito del Folengo, il Russo {Op. cit., 
pp. 16-17) richiama V Orfeo del Poliziano, Orazio (I, xii, 9 sgg.) e Virgilio 
{Bue., n,24; Vili, 1-5). 

(2) Vedine alcuni in Nigra, Op. cit., p. xxv, n. 1. 

(3) Bue., I, 59-63. 

(4) V. in ediz. cit. di Calpurnio Siculo, pp. 166-67, yv. 75-80 e nota relativa. 

(5) Op. ciY., pp. 58, 59, 111. 

(6) Op. cit., e. bbiii (pag. iiir., col. I): « Ante cadent... ». 

(7) Arcadia, p. 87. 

(8) Op. cit, p. 162, son. VI, vv. 5 sgg. 

(9) Egloga III (Parnaso italiano, Venezia, Zatta, 1785, t. XVI, p. 46). 

(10) Op. cit., p. 12, strambotti XVIII e XIX. 

(11) Op. cit., p. 264, vv. 110-111 ; p. 305, vv. 55-59 ; p. 443, vv. 43 sgg. 

(12) Op. cit., p. 206, vv. 63 sgg. 

(13) Op. cit., voi. I, p. XLVll. 

(14) Op. cit., voi. I, pp. xLvi-vii e note]relative. Qui si troTano altre abbon- 
danti indicazioni su questa figura retorica. 



LB QUATTRO REDAZIONI DELLA " ZANITONELLA „ 199 

nel quale la caricatura del Folengo non giunge nuova. Ma forse, 
poiché aveva cosi spesso nell'orecchio Virgilio, anche questa 
volta Tonello si ricordò di lui spergiurando con altitonante pas- 
sione: « Plus tostum mulosque asinosque volare videbis | ... quam 
« sinat unquamcum Tonnellus amare Zaninam ». Titiro infatti 
aveva affermato con un'immagine da pastore sognante : « Ante 
« leves ergo pascentur in aethere cervi | ... quam nostro illius 
« labatur pectore voltus ». 

Quanto alle forme esterne dei componimenti c'è solo da no- 
tare che uno ha la forma alfabetica, la quale ci è attestata da 
un numero notevole, se non stragrande, di componimenti popo- 
lari giunti fino a noi (1). 



(1) Un Alfabeto del villano d'origine medioevale ha riprodotto Paul Meyer 
nell'art. Dit sur les vilains par Matazone de Calignano {Romania, t. XII, 
1883, pp. 15-16, w.); un Alphabetto in versi ha pubblicato Leandro Biadenk 
in questo Giorn. (9 [1887J, 207-0'*), dando sotto altra forma V Abbici disposta 
già fatta conoscere da Achille Monti nell'articolo Due poesie del sec. XV 
(in II Buonarroti, Roma, marzo 1873, pp. 83 sgg.) ; Fr. Novati ne ha dato 
le varianti e le correzioni {Giorn., 15 [1890], 395-96) nel citato lavoro Ze sene 
alfabetiche, ecc., dove ha indicato e pubblicato parecchi di questi componi- 
menti (»m, 354-400 ; 18 [1891], 104-147; 54 [1909], 36-58; 55 [1910], 266-308); 
un Alfabeto delle donne, composto nel 700 dal Poeta errante, ha ricordato 
il Gian {Le rime cit., voi. I, p. clxxx) ; un Alfabeto dei villani, probabilmente 
del 1524, ha ristampato il Lovarini fra i testi pavani {Op. cit., pp. 84-88 e 
xlix-l) e poi nel Libro e la stampa (1910, pp. 125 sgg.); altri ne ha ricor- 
dati e pubblicati il Merlini {Op. cit., pp. 24, 190, n. 1, 225-28); un Alfa- 
beto esposto si trova insieme coi Proverbii del schiavo da Bari in una stampa 
popolare del 500 nella Biblioteca governativa di Lucca (v. Luigi Matteucci, 
Descrizione ragionata delle stampe popolari della Governativa di Lucca, 
in II libro e la stampa, 1911, p. 135); un Alphabeto deli villani, che è nu- 
merato colle lettere dell'alfabeto ma non ha forma alfabetica, ha ripro- 
dotto il WiESE nell'articolo Zur Satire auf die Bauern (Mise. Renier cit., 
pp. 478-74). A queste, che sono tutte le indicazioni che ho potuto racco- 
gliere sull'argomento, esclusa la poesia medioevale latina, bisogna aggiun- 
gerne una che finora dev'essere sfuggita e che potrebbe dare il filo per la ri- 
cerca di un'altra specie di questo procedimento popolare : l'alfabeto di epiteti 
contro le meretrici nella cit. epistola De fide meretricum {Epistolarum obscu- 
rorum virorum, pp. 406-07). È notevole la frequenza con cui questa forma 
fu usata contro i villani e contro le donne. Nell'alfabeto stesso del Fo- 
lengo una parte è dedicata al tema misogino. 



200 A. MOMIGLIANO 



La fusione del realismo e della parodia. 

Questo è il terreno letterario su cui è germogliata la « Za- 
nitonella ». La rassegna, necessariamente un po' disgregata ed 
inamena, credo che non sia inutile. È bene avere un'idea abba- 
stanza precisa dei ferravecchi che attirano l'attenzione del Fo- 
lengo sin da quando scrive la prima sua notevole opera mac- 
cheronica, per prepararsi a misurare meglio la portata della 
satira letteraria del « Baldus », per vedere con quanta ricchezza 
ne affluissero gli spunti nella mente del poeta fin da quando 
scriveva la « Zanitonella », per dimostrar con precisione un giu- 
dizio comune, descrivendo come il realismo di questo poemetto 
rivesta quasi ininterrottamente uno scheletro parodico costruito 
coi fossili secolari di poeti di ogni linguaggio e di ogni classe. 
Il Folengo comincia e finisce parodista : e come tale non ha vi- 
cini in Italia, all'infuori del Tassoni e del Porta. La reazione 
contro le tradizioni poetiche nacque in lui concreta e molte- 
plice fin dal tempo delle due ecloghe della Paganini, si arriccili 
via via nelle altre redazioni, e rimase anche nel « Baldus » uno 
dei motivi animatori della sua poesia. Nel « Baldus » questa 
corrente si allarga trasportando con se altri temi e altre forme ; 
altri argomenti, altri atteggiamenti stilistici sono parodiati, e i 
legami coi burleschi anteriori si fanno più numerosi. Ma anche 
l'osservazione diretta della realtà si fa più continua e, senza 
paragone, più vigorosa. I germi di queste due tendenze che 
costituiscono la linea direttiva, non di tutto il « Baldus », ma di 
una parte notevole, sono già nella « Zanitonella » e formano 
già, tutto ben considerato, l'aspetto più caratteristico di questo 
poeta bifronte, che satireggia da un lato e dipinge dall'altro. 

Senonchè nel « Baldus » questo dualismo ci convince più fa- 
cilmente anche perchè il racconto parodico e realistico è messo 
in bocca al poeta, cioè ad un uomo colto, che sappiamo capace 



LE QUATTRO REDAZIONI DELLA " EANITONBLLA „ 201 

di entrambi gli atteggiamenti, mentre nella « Zanitonella » chi 
parla è quasi sempre Tonello, il contadino che canta direttameiit© 
le sue pene, rozKO bovaro e insieme dotto conoscitore delle tra- 
dizioni letterarie. Ma anche qui è evidente che Tonello è fi 
poeta: quindi l'obiezione, in fondo non dissimile da quella che 
si potrebbe fare alla bucolica idealistica, è inconsistente. Anche 
qui, come più tardi nell' « Aminta » — per citar solo un'opera 
di alto valore —, siamo di fronte ad uno di quei personaggi ir- 
reali, che non per questo si potrebbero dire antiartistici. Il 
Folengo ha creato, accanto al pastoi*e colto ed elegante dei bu- 
colici aulici, per esempio del Sannazaro, un ahro personaggio, 
antagonistico ed altrettanto irreale: il bovaro co'Ko e satirico. 
E in fondo questo è il personaggio principale ^i tutte le sue 
opere maccheroniche, dove, sotto aspetti diversi e con potenti 
determinazioni personali, ritorna il plebeo che vive nelle stalle 
ed ha studiato nelle aule dei dotti, ri bifolco alzato « de ruto 
« stallae scarlatti ad culmina brettae ». Quasi sempre il tempe- 
ramento artistico del Folengo si esprime ad un tempo negati- 
vamente — colla parodia —, e positivamente — col realismo. 
Ma quel che riesce nel « Baldus ^, non riesce invece se non a 
mezzo nella « Zanitonella ». 

La poesia del Folengo è doppiamente eroicomica, perchè non 
nasce dal contrasto fra l'indole dell'argomento e la forma, ma 
dall'atteggiamento plebeo e classicheggiante insieme cosi del- 
l'uno come dell'altra. Ora, perchè il poemetto rusticano fosse 
una grande opera d'arte, bisognerebbe che la descrizione rude 
del mondo reale fosse continuamente fusa con la satira delle 
rappresentazioni tradizionali, e il linguaggio volgare ininterrot- 
tamente e finemente contaminato con quello classico. Al secondo 
punto abbiamo visto che il Folengo s'è molto avvicinato con 
attentissime correzioni; ma il primo, la cui insufficienza co- 
stituiva già un difetto organico della Toscolana, non fu rag- 
giunto nemmeno nella Vigaso Cocaio. Alcuni tratti del poemetto 
ci interessano soltanto per la parodia : ho già citato « De bocca 
Zaninae»; altri soltanto, o quasi, per il realismo: per esempio, 

aioniale storico, LXX.III, fase. 218-219. 14 



202 A. MOMIGLIANO 

i distici « Phoebus abandonat » ; e per di più talora la parodia 
a so è fiacca e il realismo a sé è incoloro. Troppe volte abbiamo 
impressioni slegate e cerchiamo invano di raccogliere il poe- 
metto in una visione unica, di vedere se ne venga fuori uno 
stato d'animo costante. Le stesse reminiscenze classiche ser- 
vono talora alla parodia, talora al rifacimento serio ; e ci sembra 
strano che un'opera zeppa di allusioni satiriche letterarie e sug- 
gerita proprio da un intento di satira letteraria, riprenda poi 
seriamente qualche vecchio motivo. Parecchi versi seri sono 
belli, fra i più belli del poemetto, ma sono isolati, lontani dallo 
spirito della « Zanitonella ». A lettura finita, ci pare che a questo 
centone satirico sia rimasto appiccicato qua e là il difetto fon- 
damentale dei centoni seri : la mancanza d'un'anima costante. 
La visione realistica del Folengo era ancora un po' frammen- 
taria e ristretta: e poiché essa doveva costituire lo stimolo e 
il cemento della sua parodia, per questo la « Zanitonella » é 
un'opera mediocre. Ma è il preannunzio del « Baldus » : e perciò 
la sua conoscenza minuta illumina il capolavoro, dove la visione 
realistica, unificata, larga e potente, costituisce davvero lo sti- 
molo e il cemento della parodia. 

Attilio Momigliano. 



VA. RIE T A 



GUITTONE D'AREZZO 

e il cosi detto " lai Xristan „. 



Tristano, giunto in Brettagna, ha vivo nel cuore il ricordo 
doloroso di Isotta. Quand'ecco, a rendergli più pungente la fe- 
rita dell'abbandono, gli compare dinanzi, nella corte di un vec- 
chio Duca, Isotta dalle bianche mani, un'altra Isotta, che lo fa 
sospirare di profonda malinconia e lo fa piangere d'amore in un 
« canto » che — dice Goflredo di Strasburgo nel suo Trnstan^ 
19205-9 — sarà pregiato in ogni paese finché durerà il mondo. 
E quando Tristano si trovava con la nuova Isotta e col Duca 
e con altre donne, usava intonare canzoni, in cui sospirava: 

Isòt ma drùe, Isòt m'amie, 

en vus ma mort, en vus ma vie. 

In una suggestiva monografia, che s'intitola : / lais hretlonì 
e la leggenda di Tristano (estr. dagli Studi romanzi^ XIV, 
5-138), Ezio Levi ha creduto che questi due indimenticabili versi 
facessero parte del « canto » intonato sull' arpa alla vista di 
Isotta, nel primo accoramento delle rimembranze, quando il fre- 
mito della passione rinnovellata nel dolore aveva indotto Tri- 
stano a ricercare le corde dell'istrumento caro al suo cuore di 
poeta. Ma nel passo di Goffredo si distinguono due momenti 
diversi : dapprima Tristano improvvisa il suo « canto » di amore 
e di dolore, il cosi detto lai Tristano poscia l'appassionato 
amante canta dinanzi alla corte « rundate » e « schanzune » e 
« liedelìn » in cui ricorrono i due meravigliosi versi sopra ri- 
cordati. Il testo di Goffredo non ci permette di considerare 



204 O. BERTONI 

questa specie di ritornello, pieno di poesia eterna, come un 
vestigio di quel lai Trìstan^ che non sappiamo se sia, o no, 
veramente esistito o se sia stato imaginato da Goffredo per ren- 
dere più patetica e impressionante la scena (1). 

Alla esistenza di questo lai Tristan (del quale parlerò altrove) 
il Levi crede fermamente; e — persuaso come è che i versi: 
Isòt ma drùej Tsot rrVamie — En vus ma m,ort^ en vus ma 
vie ne rappresentino una traccia salvatasi da un deplorevole 
naufragio — trova il maggior suffragio alla sua credenza nello 
studio delle imitazioni che del motivo passionale di Tristano 
sono state fatte nel medio evo. E, dopo aver citato un passo del 
Tr'istan di Thomas e due versi della contessa Beatrice de Dia 
{Estat ai): 

mon cor ieu l'autrei e ra'amor, 
mon sen, mos oillz e ma vida, 

nei quali, a dir vero, l'imitazione è tutt'altro che manifesta, 
nota che il lai Tristan è « il solo lai che sia esplicitamente 
« ricordato in Italia nel sec. XIII ». Ad attestare la diffusione 
del lai fra noi, sovvengono, secondo il Levi (pp. 15-26), due 
passi : Tuno àeW Intelligenza (str. 294) : 

Audi' sonar d'un'arpa e smiaurava 
cantando un lai come Tristan morie ; 

l'altro di Guittone (ediz. Pellegrini, I, 23») : 

Voi me' Deo sete e mea vita e mea morte. 

Sarebbe oltremodo strano che di questo /a^, del quale non sono 
rimaste tracce sicure in Francia, trovassimo testimonianze in 
Italia; ma la stranezza di un fatto non è ragione sufficente per 
negare il fatto medesimo. Onde diamoci ad esaminare le due 
testimonianze. Nel passo deW Intelliffenza non è possibile rico- 
noscere un'allusione al lai Tristan, perchè in esso non poteva 
essere cantata la morte di Tristano, dal momento che il lai 



(1) Il lai dovrebbe essere stato imaginato da Thomas, se veramente, come 
8i crede da alcuni, Grt)ffiredo ha attinto per il suo episodio a una sezione per- 
doU del Tristan di Thomas. 



VARIETÀ 886 

figurava essere intonato dall'eroe medesimo. L'autore dell'in- 
comparabile poemetto italiano ha probabilmente imaginata la 
esistenza di « un lai come Tristan morie », se pure non ha co- 
nosciuto un canto perduto, posteriore in ogni caso a quello di cui 
parlerebbe Goffredo. E quanto a Guittone, vediamo come stanno 
realmente le cose. Il drammatico concetto svolto nelle brevi 
sillabe: en vus ma mori en vus ma vie dovè trovarsi nel 
grande numero di quei motivi, che costituirono il patrimonio 
di sentimenti e d'affetti proprio nel medio evo della lirica ca- 
valleresca cortese. Fu forse dapprima uno di quei motivi che 
volano via dall'anima popolare in un momento d'ispirazione e 
che vengono raccolti dai poeti culti. Potè anche essere un con- 
cetto trovato d'un tratto da un poeta aristocratico e divenuto 
presto comune per la sua profonda significazione umana. Co- 
munque sia, Guittone non ebbe dinanzi al pensiero il supposto 
lai Tristan^ ma s'inspirò anche questa volta alla grande mi- 
niera, da cui portava via pagliuzze d'oro alla rinfusa, cioè alla 
lirica provenzale. Eccone le prove. 

In un garbato « comjat » occitanico, che è conservato in 
quattro canzonieri provenzali scritti tutti e quattro in Italia, si 
legge (Zenker, Folq. de Romans, XIII, 31-32): 

Mas aissi, con vos plaisa, sia: 
qu^en vos es ma mori e ma via. 

In una tenzone fra Montanhagol e Sordello, abbiamo (Coulet, 
Mont, XIV, 44-46): 

Pus sabra sos cors prezats 

cum languis nueg e dia, 
ni qu'en lieys cuy suy donatz 

es ma mort[z] e ma via. 

Sordello medesimo cantava (De Lollis, XX, 45-46): 

Per dieu ayatz merce, donna gra9ida, 
de mi, q'en vos es ma mortz e ma vida. 

Non è improbabile che il motivo fosse venuto alla poesia pro- 
venzale da quella francese. Perrin d'Angicourt scriveva (Stef- 
fens, XXVII, str. 4): 

q'en vous est tous raes tresors, 
mes cuers, ma via et ma mora. 



206 O. BERTONI 

In una canzone del ms. frane. 846 della Bibl. Nazionale a 
Parigi (e precisamente nel componimento che nel Raynaud ha 
il n. 1591), si legge (str. I, v. 10): 

Car en vos est ou ma raort ou ma vie. 

Venuto, no, questo doloroso motivo, di Francia, non è lecito, 
a parer mio, affermare, data la mancanza d'ogni prova, che esso 
abbia risonato per la prima volta nel cosi detto lai Tristan. 
Ciò sarebbe possibile, ma improbabile. Un motivo, come questo, 
indelebile nel cuore di chi lo ha udito, doveva essere presente 
alla memoria di chissà quanti poeti, i quali potevano servirsene 
per Isotta, per Tristano, come per qualsiasi altro amante. In 
ogni modo, pare a me che Guittone d'Arezzo lo abbia colto nei 
verzieri di Provenza, per destare l'eco di una gentile nota d'oro 
entro una sua poesia d'amore. 

Giulio Bertoni. 



GHERARDO DA CASTELFIORENTINO 

IJotizie intorno alla sua vita e ad una sua ballata, 



Di questo rimatore è una sola ballata che è a stampa nel ra- 
rissimo volumetto Canzoni di Dante^ Madrigali del detto ^ 
Madrigali di Messer Gino da Pistoia et di messer Gir ardo 
Novello, in Venezia per O. da Monferrato, 1518, a di 27 aprile, 
e. 42 r (1). La discreta ballata 

Amor, la cui vertù per grazia sento, 

è conservata in due codici, il Marciano XI, 191, e. 123 r e il Ric- 
cardiano 1118, e. 157 r. 

Nulla, quasi, finora era noto dell'autore. Il Nannucci non sa 
dirci altro che Gherardo fiori nel 1280 (2). Il Trissino lo citò 
nella sua Poetica (3). 

NelPaccurato spoglio che da qualche anno vado facendo dei 
preziosi Memoriali bolognesi, mi sono imbattuto in alcune no- 
tizie intorno a lui, che valgono a correggere la data assegnata 
dal Nannucci al tempo in cui visse questo rimatore, a stabilire 
la data probabile di composizione della ballata e le sue relazioni 
con Gino da Pistoia. 



(1) Il testo di questa stampa, com'è noto, deriva dal cod. Mezzabarba : 
V. intorno a questa stampa, ove la ballata è al n. XV, E. Lamma, La più 
antica stampa di rime volgari italiane, Venezia, 1912. 

(2) Manuale, I, p. 363. 

(3) Tutte le opere di G, G. Trissino, voi. II, p. 40. 



208 O. ZACOAONINI 

Studiò leggi in Bologna sicuramente dal 1301 al 1305. Infatti, 
in compagnia di altri scolari fiorentini, Tegghia di Caroccio, 
Lamberto del Negro, Iacopo di Borghino, Andrea di Bruno, Fazio 
di Rinaldo e Gino da Pistoia, promette a un dottore di leggi, 
Francesco del fu Sassolino, di conservarli indenni da ogni ob- 
bligazione che Tegghia e Francesco avevano contratta col bolo- 
gnese Arardo degK All!)iPoli per una? casa posta in Bologna nella 
cappella di S. Procolo (1). 

È assai probabile che tutti costoro avessero preso in affìtto 
per dimorarvi quella casa, e mi pare assai verosimile che fos- 
sero in compagnia di Gino per giovarsi della sua dottrina giu- 
ridica, poiché questi allora, come proverò altrove, era repetitor 
nello Studio bolognese. Questa convivenza col poeta pistoiese 
mi pare sicura prova che Gherardo fu ispirato e incoraggiato 
a scrivere versi dall'esempio e forse dalla parola dell'amico 
pistoiese. 

Il documento lo ricorda cosi : « dominus Gerardus domini Te- 
nni de Gastro fiorentino ». Gi fa quindi pensare che possa essere 
stato figlio di quel Terino da Gastelfìorentino, più vecchio rima- 
tore, che fu mercante di panni in Firenze nel 1270, come mostra 
un documento pubblicato dal compianto Orazio Bacci (2). 

L'anno probabile di nascita di Gherardo, che, essendo a studio 
a Bologna nel 1301, può esser nato intorno al 1280, ci pare che 
rafforzi questa nostra ipotesi. 

Nel 1304 dimorava ancora a Bologna, probabilmente atten- 
dendovi ai suoi studi legali, perché il 18 navembre di quell'anno 
« Gerardus quondam Terini de Gastro fiorentino » fa un atto 
di procura a Brandano di Pace da Saliceto per un prestito di 
trenta lire di bolognini che costui doveva procurargli (3). II 
« quondam » che è innanzi al nome di Terino ci fa credere cke 
costui sia morto appunto fra il 1301 e il 1304, perché nel do- 



(1) V. questo documento nel mio volume recentemente pubblicato, Cino 
da Pistoia, Studio biografico, Pistoia, Giovanni Pagnini, 1919, Appendice, 
doc. n. VI. 

(2) V. nel numero unico Castel fior etUino- Ischia, 8 settembre 1883. Già 
T. Casini, annotando una poesia di Terino nel voi. V delle Antiche rime 
volgari pubblicate dal D'Ancona e Comparetti, p. 400, propose per primo, in 
forma dubitativa, l'ipotesi che questo Terino fosse il padre del nostro Gherardo. 

(3) V. néìVAppendice il doc. n. I. 



VARIETÀ 209 

cumento del 1301 è ricordato come vivo. Sarebbe perciò questo 
documento doppiamente importante per la vita di Gherardo e 
per la data della morte del rimatore Terino, se Terino, padre 
di Gherardo, fu veramente il poeta e se si potesse escludere che 
il notaro che riassunse nei Memoriali il documento del 1301, 
abbia tralasciato, come qualche volta facevano que' frettolosi no- 
tari, il « quondam ». Ma questa seconda ipotesi mi pare assai 
difficile ammetterla, perché, dopo il nome dello scolare, che nel 
documento segue a quello di Gherardo, non è dimenticato il 
« quondam » : « dominus Andreas quondam domini Bruni de 
« Florentia ». 

Gherardo è ancora a studiare leggi a Bologna nel 1305, poiché 
ril agosto di quell'anno fa cessione al suddetto suo procuratore, 
Brandano di Pace da Saliceto, di ogni suo diritto, che aveva 
verso Pietro del fu Oliviero di Monterenzoli, a cui Gherardo 
aveva dato in prestito trenta lire di bolognini per esercitare 
l'ai-te del fornaio (1). Nel documento è cosi menzionato : « do- 
« minus Gerardus quondam domini Terini de castro fiorentino 
« scolaris Bononie ». 

Dopo non abbiamo più notizie di lui fino al 1312, quando ri- 
appare a Bologna non più come studente, ma come giudice ad- 
detto all'ufficio delle acque. Negli Atti della Capitaneria di 
Gherardo Visdomini da Firenze (2) è un Libro delVuffìcio 
del giudice delle acque del 1312, cioè un quaderno dei lavori, 
commissioni, ecc. « tempore nobilis et potentis viri domini Ghe- 
« rardi Terini de Castro fiorentino iudicis ad offitium aquarum 
« in quarterio porte Stieri comitatus Bononie ». A ce. 1 1 è anche 
una condanna fatta « per sapientem virum dominum Gherardum 
« olim Terini de Castro Fiorentino, iudicem aquarum comunis 
« Bononie in quarterio porte Sterij et scripta per me Datum 
« filium Gentilis de Castro fiorentino notarij offitij aquarum ». 

Non so quanto Gherardo durasse nel suo ufficio, né quanto 
rimanesse ancora in Bologna. Ma nel Meìjioriale del primo se- 
mestre del 1313 d'Ugolino dalle Quercie, figlio del ben noto 
dantista Enrichetto (3), è un frammento abbastanza lungo della 



(1) V. neW Appendice il doc. n. IL 

(2) K. Archivio di Stato di Bologna, libro segnato A. A. 

(3) V., per lui e per Ugolino, Giovanni Livi, Dante e i sttoi cvitori in 
Bologna, Bologna, Cappelli, 1918, pp. 5-7 e 16-17. 



210 G. ZACCAGNINI 

sua ballata sfuggito alle ricerche del Carducci, del Pellegrini e 
del Levi. Mi pare qui prezzo dell'opera riportarlo con lievi e 
necessari ritocchi, correggendone gli evidenti errori : 

Amor la cimi vertù per gratia sento, 
me fa, donna, menbrar che vostro sono : 
questo si richo dono 
me tene in ^oy, lontan d'ogni tormento. 
5 Donna, questa mia dolce remembranza 

prende possan9a (1) de la soa salute 
dal bello imaginar ch'ognor (2) ne vede: 
nel quale io miro la gentil senbianza, 
ch'e' vostri atti seguo de vertute 
10 con (3) la qual sol me de' (4) Amor soa fede. 

De 90 sormonta la gentil mer9ede, 
che sento qual ch'a noy sia '1 meo servire, 
e penso che '1 disire 
mi de' vertute che vostro me sento (5). 

La ripresa e la I stanza danno in tutto quattordici versi, 
quanti sono nel Riccardiano, mentre nel cod. Mezzabarba la bal- 
lata ne ha ventotto. 

Poiché, come abbiamo veduto, Gherardo fu giudice delle acque 
a Bologna nel 1312, e la trascrizione del frammento della bal- 
lata è del primo semestre del 1313, ci vien fatto di pensare che 
Gherardo l'abbia composta presso a poco in quel tempo, e che 
il notaro l'abbia conosciuta dal rimatore stesso, oppure, per la 
notorietà che essa ebbe in quegli anni fra quei colti notari, 
cosi amanti della volgar poesia, sia passata in altro modo per le 
sue mani. 

Anche dodici anni dopo il notaro Antonio di Giovanni spe- 
ziale ne riferiva la ripresa nel suo Memoriale del 1325 (6). 

Non sappiamo quando Gherardo sia morto; ma visse oltre 



(1) Il ms. ha posanga. 

(2) Il ms. ha chonora. 

(3) Il ms. ha cum. 

(4) Il ms. ha de de. 

(5) Il ms. ha consento. 

(6) E. Levi, Cantilene e ballate dei sec. XIII e XIV dei • Memoriali * 
di Bologna, negli Studi medievali, voi. IV (1912-13), p. 327. 



VARIETÀ 211 

il 1329, nel quale anno fu deputato dal Comune di Firenze a 
far pace con i Pistoiesi (1). 

È certo dai documenti surriferiti che agli anni giovanili della 
sua dimora allo Studio bolop^iese si deve questa sua non brutta 
ballata e che non « fiori » nel 1280, ma fu proprio uno, sia pur 
de' minori o, se vuoisi, anche dei minimi, rimatori del « dolce 
« stil nuovo ». 

Guido Zaccaonini. 



APPENDICE DI DOCUMENTI 



I. 

R. Archivio di Stato di Bologna 
Memoriale del 1304 di Giovanni de' Vitaliani, e. 28 v. 18 novembre 1304. 

Gerardus quondam Terini de castro fiorentino fecit, constituit et ordinavit 
Brandanum domini Pacis de Saliceto suum procuratorem specialem ad mu- 
tuandum prò eo triginta libras bon., quas idem Brandanus confessus fuit 
penes se habere, absolvendum ipsum procuratorem ab omni ratione, admini- 
stratione reddenda occaxione dicti mandati et generaliter ab omnibus alliis 
in instrumento apositis. Ex instrumento Pacis Jacobi notarij hodie facto 
Bononie in domo habitationis dicti domini Gerardi, presentibus domino Tho- 
raaxio domini Rolandini Formuglini et Tigone quondam domini Cipriani de 
Ciprianis, lohanne Brandani et Marco Ducij testibus ; ipsi dicti contrahentes 
una cum dicto notarlo venerunt, disserunt et scribi fecerunt. 



IL 

R. Archivio di Stato di Bologna 
Memoriale del 1305 di Francesco di Giovanni 

di Leonardo, e. 10 ??. 11 agosto 1305. 

Dominus Gerardus quondam domini Terini de Castro fiorentino scolaris 
Bononie ante solutionem sibi factam ex causa et titulo venditionis dedit, 
cessit, transtulit et mandavit omnia iura que et quas (sic) habet vel habere 



(1) V. nel cit. voi. V delle Antiche rime volgari, p. 400. 



212 G. ZAOOAONINI 

po88€ft domino Brandano domini Pacis de Salliceto centra Petnim quondam 
domini Auliverij de Monte Ren9oli qui nunc moratur Bononie in capeHa 
Sanctì Leonardi in quantitate trejifinta librarum bon., quam pecunie quan- 
titatem dictus Petrus dicto domino Brandano dare etjsolvere promiserat et 
tenebat procuratorio nomine dicti domini Gerardi ex causa Iaborandi in arte 
et mercatione fornarie ad panem faciendum, coquendum et vendendum et 
lingua emenda et dieta arte aparanda et porcos emendos, allevandos et ven- 
dendos, exercenda solum in civitate Bononie et non alibi, ex instrumento 
principalis debiti scripti (sic) manu PetrÌ9oli domini Henrigipti de Vandolis 
notarij, constituens dictum procuratorem in rem suam, et hoc ei fecit prò 
pretio treginta librarum bon., quas confessus fuit habuisse a dicto Brandano 
cum aliis pactis, penis, promissionibus, obligationibus et renunciatione et con- 
ventionibus in instrumento cessionis contentis. Ex instrumento presentis ces- 
sionis scripto manu Ysaie domini Michaelis Raymundi notarij hodie facto 
Bononie sub porticu domus pallatij veteris comunis Bononie a latere mane» 
presentibus ad discum memorialium Bindo Bianchi Glandonis de Florentia, 
domino Gabriele domini Benvenuti de Grogno, Francisco domini Johannis 
Leonardi notarij, cognitore contrahentium, testibus vocatis et rogatis. Et sic 
dicti contrahentes una cum dicto notarlo venerunt, dixerunt et scribi fecerunt. 



IL MONTAIGNE A SANT'ANNA 



Michel de Montaigne, nella seconda edizione dei suoi Essais 
(1582), dice di aver visto a Ferrara, in tutto l'orrore della sua 
pietosa pazzia, Torquato Tasso : « Infinis Esprits se treuvent 
« ruinez par leur propre force et soupplesse. Quel saut vient 
« de prendre de sa propre agitation et allegresse le plus judi- 
« cieux, le plus délicat, le plus forme à l'air de cette bien an- 
« tique, naif ve et pure poesie qu'autre poete italien aye jamais 
« esté ! N'a-t-il pas dequoy savoir gre à cette sienne vivacité 
« meurtrière ? à cette clarté qui l'a aveuglé ? à cette exacte et 
« tendue apprehension de la raison qui l'a mis sans raison? à 
« la curieuse et laborieuse queste des Sciences qui l'a conduit 
« à la bestise? à cette rare aptitute aux exercices de l'ame qui 
« l'a rendu sans exercice et sans ame? J'eus plus de despit 
« encore que de compassion, de le voir à Ferrare en si piteux 
« estat, survivant à soy mesme, mescognoissant et soy et ses 
« ouvrages, lesquels sans son seu et tonte fois à sa vene, on a 
« rais en lumiere incorrigez et informes » (1). 

Su questo passo famoso l'arte romantica ft-ancese ha fanta- 
sticato ampiamente. Finché nell'opera del Montaigne si specchiò 
fedelmente l'equilibrio gaio, l'anima scettica ed entusiastica della 
Francia, quel passo rimase come una prova perentoria della 
pazzia del poeta, ostacolo grave al fiorire della leggenda; se si 
fantasticò sulle sventure del Tasso, fu per immaginarne la de- 
solata abbiezione e per trovarne più completamente le cause. 
Ma il romanticismo fraintese e condannò come empie quelle 
riflessioni degli Essais. Nell'incontro dei due grandi si vide 



(1) Essais, liv. n, eh. XII. 



214 L. F. BENEDETTO 

simboleggiato l'eterno dramma del genio incompreso. Un coro 
di proteste indignate si leva allora da ogni parte contro il vi- 
sitatore insensibile che era stato nella prigione del poeta senza 
una lagrima di pietà, senza uno slancio di rivolta. Non gli si 
perdona di avergli portato il sorriso della sui)eriorità sprezzante 
invece di stringerlo tra le braccia e di portargli la parola con- 
solatrice, la promessa di solidarietà dei suoi compagni d'arte e 
di dolore. 

Della fiera antitesi s'impadroniscono gli artisti. Il Montaigne 
è la ragione fredda, ripugnante, volgare, è la prosa. 11 Tasso è 
la sensibilità, il dolore, la poesia. Le ripetizioni, le variazioni 
del bel motivo si propagano all'infinito. I grandi romantici as- 
sicurano col prestigio del loro nome la vitalità del tema sug- 
gestivo (1). 

« Levez les yeux à ce plafond » -- dice Stello popolando la 
sua cupola fantastica di tutti gl'infelici che la poesia colpi di 
un'eterna condanna — « et figurez-vouz y voir monter ces fan- 
« tòmes mélancoliques : Torquato Tasso, les yeux brùlés de 
« pleurs, couvert de haillons, dédaigné mème de Montaigne 
« (ah! philosophe, qu'as-tu fait là?)... » (2). 

Il Chateaubriand non è meno dolente del Vigny per la non- 
curanza del filosofo alla miseria del poeta : « Montaigne visita le 
« Tasse réduit à cet excès d'adversité et ne lui témoigna au- 
« cune compassion. A la mème epoque Camoéns terminait sa 
« vie dans un hospice à Lisbonne ; qui le consolait mourant sur 
« un grabat? les vers du prisonnier de Ferrare... ainsi à travers 
« les mers se félicitaient, d'un hòpital à l'autre, à la honte de 
« l'espèce humaine, deux illustres patients de mème genie et 
« de mème destinée » (3). 

Si cerca di capire come mai il Montaigne abbia potuto in- 
gannarsi e prendere il Tasso per un pazzo. Il Ginguené per il 



(1) Le arti figurative rivaleggiano in questo colle lettere. Non solo vi si 
tratta il tema della cattività del Tasso — la poetica fantasia del Ducis, in- 
cisa dal Baquoy, ha una diffusione grandissima — ma non si trascura l'epi- 
sodio speciale della visita del Montaigne. Ebbe successo il quadro del Clé- 
rian (1835): «Montaigne visitant le Tasse dans la prison de Sainte-Anne à 
« Ferrare ». 

(2) Alfr. de Vigny, (Euvr. compi., Stello, Paris, Delagrave, p. 272. 

(3) Mémoires d'outre-tombe, Bruxelles, 1850, t. VI, p. 121. 



VARIETÀ 215 

primo aveva creduto di poter darne la spiegazione (1): « Se 
« figure-t-on quels devaient Otre l'air et les rcgards d'un homme 
« tei que le Tasse, mentre à des étrangers dans sa loge, comme 
« un insensé ? ». Qualche anno più tardi un altro biografo aveva 
risolto nello stesso modo il problema (2) : « A son passage à Fer- 
« rare notre Montaigne alla le voir: Est-il étonnant qu'à sa pà- 
« leur, efFet de la maladie et du besoin, à la saletè de sa prison, 
« à l'indignation que Torquato devait ressentir de se voir ex- 
« poser comme l'objet d'une stèrile compassion, est-il étonnant 
« que Montaigne lui-mème s'y soit mépris et ait cru voir en 
« lui une véritable aliénation ? ». 

La fantasia romantica si attarda ad immaginare da quali fre- 
miti fu scosso il poeta dinanzi ai sorrisi dello straniero. Il 
Tasso stesso racconta, in un romanzo di M"« Gottis, la visita 
del Montaigne (3) : « Il me montrent comme un étre extraordi- 
« naire à tous ceux qui veulent me voir. Aujourd'lmi la porte 
« de mon cachet s'est ouverte : un homme bien vétu et dont le 
« langage annongait un frangais a été introduit; j'ai cru le re- 
« connaitre. J'ai cru me souvenir de l'avoir vu jadis à la cour 
« de France: j'ai baissé les yeux. Accablé par la honte et par 
« la souffrance, j'eusse voulu ètre englouti dans les profondeurs 
«de la terre; cet homme ne m'a pas parie; il me croit fou! 
« hélas ! il n'a donc pas lu sur mes traits ma douleur et mon 
« désespoir! son coeur est donc de giace... moi, je l'aurais senti, 
« devine, reconnu ! ò hàbleur ! ò cruauté inouie et sans exemple ! 
« cet homme si froid est le célèbre Montaigne! ». La situazione 
drammatica, l'abbondanza facile degli sviluppi sentimentali e 
degli accessori retorici seducono sopratutto gli artisti meno 
puri e meno potenti : « Il est là cache, seul, assis à terre, dans 
« ses vètements en désordre, la barbe et les cheveux hérissés, 
« méditant ou écrivant. Tout à coup un bruit se fait autour de 
«lui; le geste d'un gardien lui dit: Lève-toi! La troupe libre 
«et heureuse apparaìt; salsi d'étonnement et d'orgueil fa- 
« rouche, lui, flxe ses yeux hagards sur ces visiteurs insolents ; 
« son visage est effaré ; ses lèvres pàles murmurent des paroles 



(1) Hist. Utt d'Italie, t. V, Paris, 1812, p. 255. 

(2) J. A. BucHON, Notice sur la vie et les ouvrages de Torqxiato Tasso , 
... Paris, 1819, p. 113. 

(3) Jje Tasse et la Princesse Éléonore d'Este, Paris, 1841, t. II, pp. 168-9. 



216 L. F. BENEDETTO 

« vagues aux questions indiscrètes dont Montaigne insuite sa 
« détresse. Que lui veut ce gentilliomme frangais'^ Vient-il le 
« délivrer ? Si ce n'est pas la liborté qu'il lui appoile, c'est une 
« angoisse de plus qu'il lui fait subir; c'est la raillerie de la 
« joie, de la sante et de la fortune à la détresse, à la maladie, 
« au dósespoir. Ce velours du pourpoint, ces plumes de la toque, 
« heurtent brutalement sa camisole de force et sa tote où res- 
« plendira l'aurèole des siòcles. Lui aussi a revetu l'habit du 
« gentilhomme ; il Ta porte en France à la cour de Charles IX... 
« il volt le mirage du passe, et l'humiliation du présent s'en ac^ 
« croìt. Encore une fois, que lui veulent cet homme et sa suite? 
« de quel droit jouissent-ils du spectacle de son dénùment? que 
« pout-il leur dire? Il se ramasse dans son orgueil, il s'enve- 
« loppe dans son supplice, il recule en rampant dans le coin 
« le plus sombre de sa tanière 

a guisa di leon quando si posa 

« et là, immobile dans sa silencieuse colere, comme un mort 
« formidable que la vie insuite, il laisse passer ce flot d'impor- 
« tuns devant son ombre indignée. Montaigne n'a vu que le 
« corps misérable; le feu qui l'anime, l'esprit qui survit il les 

«juge à jamais disparus O pauvre et grand esprit! s'il 

« fut venu à toi les bras tendus, les pleurs dans les yeux en 
« t'appelant frère, il eùt désarmé ta douleur et apaisé ton res- 
« sentiment de Titan terrassé. C'est lui qui fut frappé de dé- 
« mence et de stupidite en cette rencontre ; c'est lui qu'il faut 
« plaindre, c'est toi qu'il faut glorifier ! ». Queste mediocri de- 
clamazioni — qui riprodotte in parte come campione d'una let- 
teratura assai vasta — sono di Louise Colet, rumorosa riven- 
dugliola di ogni articolo romantico (1). 

Orbene questo quadro, cosi amato dai nostri nonni, — nella 
camera triste e nuda di un ospedale, di fronte alla figura scon- 



ci) L'Italie des Italiens, 2« partie, 1862, pp. 392-3. Vi si dice che il 
Montaigne venendo a Ferrara conosceva già la gloria del Tasso, poiché eli» 
i versi della Gerusalemme negli Essais; il che può fare il paio con quello 
che scrisse il nostro Del Balzo, L'Italia nella lett. fr., 1, 857 : « Montaigne 
« lisait tout jeune le Tasse et l' Arioste » , o con quanto notò [un traduttore 
inglese degli Essais, citato dal Costes, Essais de Montaigne, Londres, 1754, 
t. IV, p. 353, n. 131, avere il Montaigne a Ferrara visitato V* Ariosto ». 



VARIETÀ 217 

volta dol poeta pazzo, la faccia tranquilla o soddisfatta dol ra- 
gionatore — è parso alla critica moderna debba essere relegato 
tra i sogni. Finche si credette al « settenne non udito lamento », 
alla reclusione spietata e assoluta, nessuno dubitò che il Mon- 
taigne fosse andato a visitare l' infelice poeta nella prigione 
stessa ove viveva rinchiuso. Ma ei sa ora che la sua cattività 
è stata men dura, ch'egli usciva abbastanza spesso. Sulla realtà 
di quella visita si sono perciò sollevati dei dubbi. Il biografo più 
autorevole del nostro poeta (1) oppone alle asserzioni degli Essaift 
delle obbiezioni importanti. Lo stupisce il silenzio del Montaigne 
su tale visita nel suo Journal de voyage ; lo stupisce che abbia 
taciuta la cosa il Tasso, di solito cosi vanitoso. Si domanda 
quale interesse potesse avere pel Tasso il gentiluomo perigor- 
dino : « A questo tempo il Tasso aveva bensi un nome, ma nella 
« cerchia dei conoscenti, in Italia ; la sua fama vera si formò 
« dopo la pubblicazione della Gerusalemme ». Si tratterebbe 
perciò di una invenzione del Montaigne ; al massimo si dovrebbe 
credere ad un incontro fortuito : « ...per rispetto alla sua parola 
« mi limiterò a credere ch'egli non andasse apposta in S. Anna 
« per visitarlo... ma lo incontrasse a caso per la città e da qual- 
« cuno della corte, alla quale era raccomandato col suo com- 
« pagno di viaggio, gli fosse indicato il poeta e narrato della 
« sventura di lui ». Più tardi, in patria, alla lettura della Libe- 
rata — tosto stampata nel 1581 anche in Francia — si sarebbe 
ricordato della pazzia del poeta appresa durante la dimora in 
Italia e avrebbe aggiunto agli Essais la sua celebre riflessione. 
Ma queste ragioni ci sembrano discutibili. Si può, senza con- 
traddire alla storia, restare fedeli all'interpretazione più antica, 
al vecchio spunto romantico. 

Si è trovato strano il silenzio del visitatore francese nel suo 
Journal de voyage'. « Di una visita a tal luogo e con tale scopo 
« certo non avrebbe mancato di far memoria nel Giornale » (2). 
Si oppone la data del Journal^ che tace, alla data degli Essais 
che ne parlano. 



(1) A. Solerti, Vita di Torqtmto Tasso, Torino, 1895, voi. I. pp. ;i24-5. 

(2) Già prima che dal Solerti il silenzio del Journal era stato conside- 
rato « abbastanza curioso » dai vari commentatori del Montaigne. Si vedano, 
ad es., Essais, Paris, Didot, 1838, p. 248, n. 1 ; W. G. Waters, The Journal 
of Montaigne'» Traveìs in Italy, London, 1903, voi. I, p. 21, w. 1. 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. 15 



218 L. F. BENEDETTO 

Ma a quale data sia apparsa la seconda edizione degli Essais 
è cosa per noi senza valore. Tutti . :inno in che modo il Mon- 
taigne preparava le sue nuove edizioni: scrivendo sui margini 
del suo esemplare i nuovi pensieri che gli venivano via via 
suggerendo le sue letture o le sue esperienze. Ogni cosa tro- 
vava spontaneamente il suo posto nel grande casellario degli 
EssQis. La pazzia del Tasso si disponeva da sé senza sforzo 
sotto l'idea generale già espressa nel libro, che b. « impercep- 
« tibie le voisinage d'entre la folle avecques les gaillardes esle- 
« vations d'un esprit libre ». Perchè parlare del Tasso nel Journal 
destinato più specialmente alle piccole avventure della sua vita 
esteriore, agli incidenti minimi della sua salute? c'era per lui 
un altro giornale più intimo, ove soleva raccontare per disteso 
tutte le avventure del suo spirito (1). Il passo famoso degli 
Bssais è stato scritto sicuramente in Italia ; non il giorno stesso 
in cui fu visto il poeta, ma poco tempo dopo. La forma stessa 
di quell'aggiunta lascia capire che la notizia della demenza del 
Tasso è venuta a sua conoscenza da poco: «...quel saut vieni 
« de prendre de sa propre agitation... ». Si osservi pure il tono 
vivamente ammirativo del passo. È probabilmente un riflesso 
dell'ammirazione e dell'entusiasmo che erano allora tra noi al 
loro grado più alto. Più tardi, quando il viaggio d' Italia sarà 
ormai un ricordo lontano, sconfesserà un tantino gli entusiasmi 
troppo caldi e troppo esclusivi di un tempo. Invece di scrivere : 
« le plus judicieux, le plus delicata le plus forme à l'air de 
« cette bien antique naifve et pure poesie qu'autre poéte italien 
« aye jamais està », correggerà attenuando : « Un des plus ju- 
« dicieux, ingénieux et plus formez à l'air de cette antique et 
« pure poesie qu'autre Poète Italien n'aye de longtemps esté ». 
Si aggiunga che questo magnifico elogio « le plus forme à l'air 
« de cette bien antique naifve et pure poesie » non può essere 
stato scritto che per VAminta, l'ingenuo e luminoso prodigio 
ove rivive davvero la purezza lirica degli antichi poeti. Tenuto 
conto di tutte queste ragioni, la datazione del passo non è dif- 
ficile. E molto verisimilmente del principio del 1581, quando si 
diffusero per l'Italia le due prime edizioni del dramma (2). Nella 



(1) Non è del resto la sola aggiunta degli Essais che sia un ricordo del 
▼iaggio in Italia. Cfr. Waters, Op. cit., pp. 20-21. 

(2) Si può vedere una prova indiretta della simpatia del Montaigne per 



VARIETÀ 219 

stessa Apologia, ove fu aggiunto il brano relativo al nostro 
poeta, sono citati due versi iìeWAminta (1). 

I.e pagine del Journal relative al soggiorno a Ferrara mo- 
strano una bella giocondità, molto lontana dallo stato d'animo 
necessario ad una tal visita o prodotto necessariamente da essa. 
Il Montaigne ricorda i begli abiti dei cortigiani, prende nota 
di un « pied de rosier qui portait fleur tous les mois de l'an »; 
esprime la sua gioia di possedere in novembre un fiore sboc- 
ciato di fresco. È sopratutto lieto dell'accoglienza quasi solenne 
fattagli dal duca Alfonso (2). Ma tutto questo si accorda per- 
fettamente colla superficialità delle sue impressioni alla pre- 
senza del poeta (3j. Giunto da gran tempo alla serenità filoso- 
fica, ugualmente geloso della propria salute fisica e della propria 
salute morale, senza turbamento in mezzo alle calamità pra- 
tiche, senza vertigini presso gli abissi del pensiero, tutto ani- 
mato in quel particolare momento da una sana allegria, restò 



l'opera tassiana, V Aminia sopratutto, anche nel favore di cui essa gode pre- 
stissimo nel suo entourage. È un amico del Montaigne quel Pierre de Brach 
che nel 1584 diede tradotta V Aminta nel raro volume Imitations de Pierre 
de Brach cofiseiller du Boy et contrerolìeur en sa Chancellerie de Bour- 
deaus... A Bourdeaus par S. Millanges imprimeur ordinaire du Boy. Già 
allora Pierre de Brach ha iniziata anche la traduzione della Gerusalemme, 
di cui usciranno quattro canti nel 1596, e difatti l'editore delle Imitations, 
il Millange, dice nella sua Nota al lettore : « Ami lecteur desirant que Mon- 
« sieur de Brach poursuive et mette à fin un haut et grand ouvrage en nous 
« faisant veoir Fran9oise la Gerusalemme Liberata de Torqua. Tasso, comme 
« j'en ay veu quelque eschantillon de luy, j'ay prie ledict Sieur de me bailler 
« ces deux Imitations, m'assurant qu'estant imprimées elles seroient bien re- 
« ceiies de toux ceux qui aiment la Poesie Fran^oise et que par ce moyen 
« accroistra sa volonté de poursuivre et achever un si digne ouvrage ». 

(1) Negli Essais è anche discussa un'affermazione del Tasso nel suo pa- 
rallelo della Francia e dell'Italia. Ma anche di quest'opera è uscita un'edi- 
zione nel 1581. Vedasi A. Solerti, Appendice alle opere in prosa di T. Tasso, 
Firenze, 1892, pp. 19-20. 

(2) A. D'Ancona, L'Italia alla fine del sec.XVI — Giornaie del viaggio 
di Michele de Montaigne in Italia nel 1680 e 1581, Città di Castello, 
1889, pp. 149-154. 

(3) Esagera alquanto l'emozione provata dal visitatore il Bonnefon, Mon- 
taigne — Lltomme et Vmivre, Paris, 1893, p. 277: « Il alla voir le Tasse 
« déjà enfermé corame atteint de folie. Le spectacle de cette belle intelli- 
« gence ainsi obscurcie attrista profondément Montaigne... ». 



220 L. F. BENEDETTO 

chiuso ai problemi che parrebbero essenziali a un moderno, non 
cercò di comprendere i segreti di una sensibilità più acuta, più 
tormentata, più fremente, vide nel dramma di quel grande in- 
gegno una nuova prova dell'universale stoltezza; calcolò la dose 
di felicità in cui si sarebbe convertita per lui una cosi rara 
possanza spirituale ed il Tasso gli parve colpevole per aver 
vòlti a suo danno i doni preziosi, gli squisiti godimenti conces- 
sigli dalla natura. Non dev'essersi del resto indugiato troppo 
su quello spettacolo triste. Non approfondi, non estese con in- 
dagini, con interrogazioni le proprie congetture. Gli sfuggi in- 
fatti il vero carattere di quella pazzia: di essere cioè alter- 
nante, di permettere a tratti il lavoro letterario più nobile. 
Quella ch'egli descrive è una demenza totale, senza rimedio. 
Lo accusa di « méconnaitre et soy et ses ouvrages...». E quattro 
giorni dopo questa visita il Tasso preparava l'epistola dedica- 
toria delle RiTìie. 

Forse il Montaigne lo trovò in un momento di completa in- 
coscienza. Da ciò il tono del suo giudizio ; da ciò il silenzio del 
Tasso, silenzio che è parso strano al Solerti. 

Si è troppo esagerato il valore delle sue parole sul Tasso, 
quasi precorressero la scienza moderna. In realtà il Montaigne 
non ha fatto che riprodurre la spiegazione che doveva essere 
allora in Ferrara ufficialmente adottata (i). Il Tasso non ci ha 
dato, nei momenti di lucidità, un'altra eziologia del suo male. 
Riconobbe che la dolcezza dei cibi dello spirito lo aveva reso 
malato; ne aveva troppo gustato nella sua giovinezza... (2). Una 
volta cessate le febbri romantiche, la leggenda tassiana ostile al 
Montaigne si esaurisce. Il lavoro della critica storica si aggiunge 
al decadimento fatale del tema letterario. E si ebbe allora un 
ritorno al Montaigne. Il Deltuf (3), il Solerti citano, approprian- 
doselo, il giudizio del filosofo. Opposto alle fantasie iperboliche 



(1) Già un vecchio biografo del Tasso, John Black, Life of Torquato 
Tasso... , Edinburgh, 1810, II, 92, cita il passo del Montaigne per mostrare 
che la leggenda della pazzia amorosa non era nel 1580 ammessa ancora a 
Ferrara. 

(2) E difatti i medici gli ordinano che non istudi, né scriva: vedi Lettere 
di T. T., voi. U, p. 375. 

(3) La prison du Tasse d'après sa correspondance par P. Deltuf, nella 
Eevue frangaise, XIII, 1858. 



VARIETÀ 221 

del romanticismo, quel giudizio sembrò più profondo di quello 
che fosse in realtà, quasi divinatorio. 

La visita del Montaigne non è in disaccordo con quello che 
già sappiamo della prigionia del poeta. Le visite consolavano il 
prigioniero. Già nel 1579 : 

Chiaro Vincenzo, io pur languisco a morte 
In career tetro e sotto aspro governo, 
Fatto d'ingorda plebe e preda e scherno, 
Favola e gioco vii d'acerba sorte 



E mi vedesti tu poc'anzi, e i lumi 
A me volgesti dolcemente : ahi lasso ! 
In che debbo sperar se in ciò non spero? 

Certo non si mostrava il Tasso, per grande poeta che fosse, 
come una curiosità agli stranieri; ma è naturale che se ne par- 
lasse a Ferrara, specialmente alla Corte, con molta ammirazione 
e con molto rimpianto in modo da svegliare in un uomo come 
il Montaigne, tutto dedicato alle lettere, il desiderio di vederlo. 
Tanto più che all'interesse che poteva nascere da fortuite con- 
versazioni coi suoi ospiti ferraresi, si aggiungeva un fatto no- 
tevole. Quando giunse in Italia, regnava tra i nostri letterati la 
più viva emozione per l'impudente soperchieria dell'avventu- 
riere Malespini che aveva fatto apparire a Venezia in modo 
compassionevole il Goffredo, e l'edizione, apparsa nell'estate, 
gli era verisimilmente già nota il 16 novembre, giorno del suo 
incontro col Tasso. Difatti le sue parole già citate — « mesco- 
« gnoyssant et soy et ses ouvrages, lesquels sans son seu et 
« toutefois à sa vene on a mis en lumiere incorrigez et in- 
« formes » — a quale altra edizione possono convenire se non 
all'edizione di Venezia, veramente scorretta ed informe, sce- 
mata di sei canti (due malamente sostituiti con cattivi argo- 
menti in prosa), piena di lacune e di svarioni? Non è affatto 
necessario, perchè il Montaigne conosca il poema, ch'esso ap- 
paia anche in Francia coi bei caratteri dello stampatore Roussin, 
a cura del lionese Marsily (1). 



(1) Non è impossibile che sia stata anche conosciuta in Francia la Scelta 
di rime di diversi eccellenti poeti, apparsa a Genova nel 1579, a cui il C. IV 



222 L. F. BENEDETTO 



Del documento fornitoci dagli Essais non si possono mettere 
in dubbio la sincerità e l'immediatezza, per poco che si rifletta 
sulle altre testimonianze a noi giunte intorno alla pazzia del 
poeta. Il Montaigne è il solo, tra i letterati, che affermi cruda- 
mente, senza attenuanti, senza abbellimenti pietosi, la pazzia. 
Egli ha veduto direttamente il suo spaventoso squallore fisico, 
provato il disgusto e la tristezza che ispirano le miserie totali ; 
la demenza gli è apparsa quello che è realmente: una condi- 
zione al disotto della condizione umana. Ci presenta il Tasso 
come una dolorosa rovina, senza luce d'intelletto, senza moti 
dell'anima, ridotto alla « bestise », vero alienato nella sua cella, 
nelle ore di abbattimento e di crisi. Tutti gli altri, anche quelli 
che hanno conosciuto l'uomo e non soltanto il poeta, ma non 
sono stati a Sant'Anna, e non hanno nella memoria il ricordo 
personale, diretto della demenza, idealizzano in qualche ma- 
niera, negano cioè in parte, la realtà dolorosa. 

Il presidente De Thou ha conosciuto personalmente il Tasso 
e un gran numero di persone in grado di fornirgli sul Tasso le 
informazioni più esatte. Termina il paragrafo della sua storia 
relativo alle tristi vicende dell'illustre scrittore : « Haec... quae 
« omnes, qui in Italia fuerunt, noverunt ». Eppure riveste la 
malattia del poeta di una bellezza sovrumana. Le sue crisi di 
pazzia sono il tremore sacro delle grandi ispirazioni, l'agita- 
zione della Pitonessa prima di rendere l'oracolo. Dopo di esse 
il Tasso è più agile, più profondo, più poeta ; « Vir admirabili 
« ac portentoso ingenio qui insanabili in adolescentia furore 
« correptus... nihilominus per dilucida intervalla tanto iudicio, 
« elegantia ac castissimo stilo plurima et soluta et pedibus 
« astricta oratione scripsit, ut misericordiam qua plerique eius 
« vicem prosequebantur, tandem in stuporem verterit, dum fu- 
« rore ilio, qui in aliis mentem efferat aut hebetet, ingenium 
« eius veluti defaecatum in rebus inveniendis expeditius, in- 
« ventis apte digerendis acutius et sententiarum gravitate ac 
« verborum delectu ornandis copiosius a morbo surgit et quod 



della Gerusalemme serviva in certo modo d'appendice. L'editore, nella pre- 
fazione, s'inteneriva ipocritamente sul sinistro accidente, sulla deplorevole 
avventura che aveva impedito all'autore di avere egli stesso per la sua opera 
le care paterne. 



VARIETÀ 223 

« sanissimus quisque vix suiiiina cura ac labore per otium ex- 
« tunderet, ipse post violentam mentis emotae agitationem, 
« sponte ac felicitate mira perficit; ut non alienatione mentis 
« perculsus, sed oestro divino percitus videretur » (i). 

Il De Thou si sforza di conciliare tra loro due cose ugual- 
mente degne di fede, la malattia del poeta e la divinità dei 
suoi scritti e fa della sua pazzia un delirio poetico, la fonte 
stessa del suo genio. Il culto del poeta, la copia e la bellezza 
della sua opera, l'interpretazione fantastica dei cenni autobio- 
grafici — presunti tali — che abbondano in essa, crearono 
rapidamente altre diagnosi simili. Bartolomeo Del Bene, che si 
dice in questo interprete di un pubblico numeroso, crede che 
il Tasso « nella sua miserabile alienatione di mente solo havesse 
« corrotta la parte immaginativa » (2). La sua pazzia non è una 
rovina completa dell'anima. Impotente a raggiungere i miraggi 
troppo ambiziosi che la sua immaginazione gli presenta, il fu- 
rore s'impossessa momentaneamente di lui ed oscura le facoltà 
straordinarie con cui s'è elevato « al sommo di Pindo ». Quali 
erano questi suoi sogni troppo alti? La risposta è subito e dap- 
pertutto la stessa. Il De Thou nel suo cenno aveva, a quel che 
pare, pensato a Lucrezio (8) ; tutti gli altri pensarono a Ovidio, 
all'amante di Giulia. 

La poesia tassiana è, pei contemporanei, essenzialmente vo- 
luttuosa. In un suo fervido elogio del nostro poeta, con imma- 
gine tolta al Roman de la Rose, l'Habert fa dire al dio Amore : 

Je veux d'une Ville fameuse 

Qui de Parthenope a le nom, 

Ville dont l'immortel renom 

La rend sur toute autre orgueilleuse 

Choisir un esprit favori 

Du eie! et des Muses cheri. 

Luy Seul aura la cognoyssance 

De mes mysteres, il sfaura 

Tous mes secrets, et escrira 



(1) Jacobi Augusti Thuani... , Hisioriarum sui temporis, t. Ili, Franco- 
furti, 1658, lib. CXIII, 686 ^;. 

(2) Solerti, Op. cit., pp. 379 e sgg. 

(3) Si confronti col passo citato la frase di Suetonio: « Titus Lucretius... 
« cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset... ». 



224 L. F. BENEDETTO 

Soubs moy de ma seulle paissance 
La force et les effects di vere, 
Quand à lui dicteray mes vera (1). 

Erano abbastanza notorie le tendenze erotiche dello scrittore. 
Sono frequenti, tra i suoi scritti, gli accenti d'amore che pote- 
vano essere presi per una confessione indiretta. Tale spiega- 
zione non ha quindi nulla di strano. E non è vero che la voce 
di amori infelici, come spiegazione della sua demenza, « na- 
* scesse lontano dai luoghi ove il Tasso viveva e che in Italia 
« ciò non potesse avvenire conoscendosi troppo bene i perso- 
le naggi ed i fatti ». La leggenda sorge dovunque si domanda 
alle opere del poeta il segreto delle sue sventure. L'Alessandro 
ed il Manso hanno avuto le stesse fonti che il Gentili e il 
Del Bene (2). Su tutti ha influito il lamento consueto del pri- 
gioniero; è alla base di ogni psicologia il sonetto ove si dà ai 
voli d'Icaro ed alle conseguenti cadute per scusa sufficiente 
l'amore. 

Nel Montaigne non c'è traccia di leggenda. Le sue parole 
hanno la schietta brutalità di chi ha interrogato il reale, non 
le frivole dicerie ed i libri. 

Il Solerti s'è domandato che cosa poteva sapere, nel novembre 
del 1580, del poeta ferrarese il Montaigne. L'idea di visitarlo 
non poteva venire che ad un ammiratore fervente e la fama 



(1) Ode sur V Aminta du Seigneur Torquato Tasso, che è tra gli scritti 
liminari di una rarissima edizione AéìVAminta, ignota ai tassisti e di cui 
possedeva un esemplare, forse unico, il rimpianto bibliofilo Émile Picot: 
Aminta \ Favola boschereccia \ del Sig. Torquato Tasso \ Di nuovo ristam- 
pata e corretta \ in Tours \ appresso Jametto Maitaier, M.D.XCI. È un 
volumetto in-12o. L'edizione è curata da Ferrante Guisoni, ambasciatore del 
duca di Ferrara, il traduttore della prima Sepmaine del Du Bartas. 

(2) Il Solerti non indica le fonti da cui fu ispirato il Del Bene. Si limita 
ad indicare vagamente l'influsso che devono avere esercitato le opere del Tasso. 
La poesia del Del Bene poggia sulle due poesie del Tasso che serviranno mag- 
giormente al Manso per costruire il suo romanzo: !<>) Se d'Icaro leggesti 
e di Fetonte, ove il poeta dice che la temerità d'Icaro e di Fetonte è stata 
infelice, « ma chi dee paventare in alta impresa | S'avvien ch'amor l'affide? »; 
2°) Non fìa mai che 7 bel viso a me non reste \ Sctdto... , dove si vanta di 
restare insensibile al lato corporeo delia bellezza, di non vederne che l'aspetto 
angelico. Il Del Bene riprende dapprima quest'ultimo sonetto. Spiega nella 



VARIETÀ 225 

del Tasso, piccola tuttavia, non usciva ancora dai confini 
d'Italia (1). Abbiamo già risposto in parte a questa domanda. 
Aggiungiamo ora che non ci sembra affatto inverosimile che 
all'orecchio del Montaigne, anche indipendentemente dalle ra- 
gioni già addotte, il nome del Tasso avesse già la sonorità dei 
grandi nomi. Non dimentichiamo la vastità della gloria paterna ; 
ricordiamoci che in quell'epoca, vera età aurea dell'influenza 
italiana in Francia, non usciva quasi nulla da noi che restasse 
senz'eco di là dalle Alpi. La stretta parentela tra le più grandi 
Case di Francia e le Case principesche d'Italia, tra gli Estensi 
ed i Valois innanzi tutto, il gran numero d'Italiani residenti in 
Francia, l'esportazione abituale dei nostri libri e la stupefacente 
rapidità di tale esportazione, tutto lascia credere che anche 
prima della pubblicazione ufficiale dei capolavori, la celebrità 
del cantore di Rinaldo, del fine cesellatore di sonetti e di can- 
zoni, abbia risonato fuori del nostro paese. 

Occorre richiamare alla memoria qualche fatto e qualche data. 

Secondo un documento segnalato dal Kervyn de Lettenhove, 
il giovane Tasso avrebbe avuto ventidue anni appena, non sa- 
rebbe stato ancora che l'autore del Rinaldo e di qualche verso 
del solito genere, e già la corte dei Valois avrebbe stesa su di 
lui la sua protezione : Carlo IX gli avrebbe accordato una pen- 
sione di tremila lire, in attesa di poterlo onorare di più. Ciò 
risulterebbe da un'istruzione inviata verso la fine del 1566 da 



prima strofe la teoria dell'amore platonico: che la terra non è che un sim- 
bolo del cielo e che solo al cielo per conseguenza bisogna tener rivolto lo 
sguardo. Negli ultimi versi appare l'influsso del primo sonetto: 

Harebbe Amore scorto, 
Con finte larve, ogni tuo senso ardente, 
Dove solo dovea poggiar la mente, 
Onde cadesti tu spennato e smorto ? 

Qual Icaro novello, 

Per troppo ardir, per troppo caldo et lume. 

Per che (qual l'ebbe il mar) del Po '1 gran fiume 

Dal tuo caso haggia nome eterno et bello. 

(1) Già il De Chambrun de Rosemont, Recita et impressions de voyage au 
XV I^ siede: Montaù/ìie en Suisse, en Allemagne et en Italie, Nevers, 1872, 
p. 21 (citato dal D'Ancona, Op. cit., p. 710) : « On doit tenir pour certain 
« qu'il ne vit pas le Tasse et ne sut mérae pas qu'il eiistait. C'était alors 
« un mince personnage que ce poète devenu un peu plus tard si célèbre ». 



226 L. F. BENEDETTO 

Carlo IX all'abate di Saint-Gildas, che doveva prima fermarsi a 
Ferrara e poi recarsi a Roma presso l'ambasciatore di Francia 
Monsignor de Tournon (1): «Sa Majesté a aussi très agréable 
« de conserver le sieur Torquato soubs sa protection, comme 
« elle desire et veult et entend quo M*" de Tournon face pour 
« lui tous les bons offices et que partout là où il soit besoing, 
« soit à l'endroit du Pape ou ailleurs qu'il le porte et favorise 
« come serviteur advoué de Sadicte Majesté, auquel elle a ac- 
« corde trois mille livres de pension dont elle envoye présen- 
te tement audit sieur de Tournon le brevet pour luy bailler, 
« avec asseurance que s'oftrant l'occasion de l'honorer davan- 
« tage il ne sera oublié par Sadicte Majesté ». Dubbi gravi sono 
legittimi a proposito di questa istruzione, di cui l'originale ci è 
ignoto (2); il Torquato in questione può anche non essere il 
Tasso. Sarebbe il solo esempio, prima di Luigi XIV, di pensione 
accordata da un re di Francia ad un poeta straniero, non re- 
sidente in Francia, non facente parte della sua corte o del suo 
regno. Comunque un tale atto di benevolenza — che soleva 
restare generalmente una semplice protezione platonica — non 
dovrebbe essere ascritto al giovanissimo Carlo, per reale che 
possa essere stato nell'allievo di Amyot l'amore per le belle 
ottave del Rinaldo e pei sonetti cosi pieni di nobiltà e di grazia 
che Dionigi Atanagi aveva pubblicati nella sua raccolta (3). Ca- 
terina dei Medici, a cui la politica e gli amori hanno pure la- 
sciato il tempo di scribacchiare dei versi (4), avrebbe suggerite 
lei le linee ora citate. Il Tasso le ha mandato molto probabil- 
mente il poema. 



(1) Bulletin de VAcadémie Boy ale des sciences, des ìettres et des heaux- 
arts de Belgique, 1882, 51"^ année, 3^ sèrie, t. IV, pp. 249-250. Cfr. pure 
Revue critique, 1882, XVI, II, 298. 

(2) Restò scettico il Solerti, Bricciche tassiane, in Misceìlaìiea di studi 
critici edita in onore di A. Graf, Bergamo, 1903, p. 576. Non mi fu pos- 
sibile trovar traccia del decreto di cui parla l'istruzione citata. I conti della 
corte francese per quegli anni — a quanto mi comunica gentilmente l'amico 
Fr. Picco — sono andati distrutti. 

(3) De le rime di diversi nobili poeti toscani raccolte da M. Diomyi Ata- 
nagi, Libro primo, Venetia, 1565, pp. 187-190. 

(4) F. Chavannes, Notice sur un manuscrit du XVl^ siede appartenant 
à la Bihliothèque cantonale : Poésies inédites de Clénient Marot, de Catlie- 
rine de Médicis, de Théodore de Bèze, Lausanne, 1844. 



VARIETÀ 227 

Nel 1567 un nuovo mazzo di versi. Le Riììie de gli Accade- 
mici Eterei^ la raccolta veramente splendida ove si trovava la 
nuova affermazione del suo precoce talento, erano dedicate alla 
duchessa di Savoia. 11 nome di « Torquato Tasso detto il Pentito » 
non potè non essere simpaticamente notato da quanti erano in 
Francia ardenti ammiratori della dotta e munifica principessa. 
Se fu allora che il Ronsard conobbe questo magnifico omaggio 
fatto ad una delle sue più illustri protettrici, restò colpito dal 
modo originale con cui il Tasso vi variava il vecchio motivo 
oraziano « O crudelis adhuc et Veneris muneribus potens ». 
Difotti quando riprese egli pure più tardi lo stesso tema lo 
trattò nel medesimo motio. Non più, nel Ronsard, come già 
prima nel Tasso, l'eterno quadretto riprodotto da tutti gli imi- 
tatori del poeta romano : la vecchia allo specchio che si ricorda 
della bellezza perduta e si rimprovera la semplicità di una 
volta; ma un quadro più finemente poetico: la dama bianca e 
rugosa che si vede giovane e bella nei versi del poeta. La fine 
del sonetto del Tasso: 

... se pur tanto or mi disdegna e sprezza 
Poi bramerà nelle mie rime accolta 
Rinnovellarsi qual Fenice in foco 

potè ispirare la scena famosa che è in tutte le memorie: 

Quand vous serez bien vieille, au soir à la cbandelle, 
Assise auprès du feu, devidant et filant 
Direz, chantant mes vers, et vous esmerveillant 
Ronsard me celebroit du temps que j'estois belle (1). 



Nel 1570 il viaggio del Tasso a Parigi. Nauseato forse dalle 
sciocche esagerazioni della leggenda, l'ultimo biografo ne ha 
soppressi troppo radicalmente i colori (2). Non basta la scarsità 
dei particolari lasciatici dal Tasso sul suo soggiorno parigino 
per provare che il giovane cortigiano, di cui è nota la natura 
viva, intrigante, ambiziosa, sia allora rimasto nell'ombra. In- 



(1) Sonnets pour Hélène, livre II, son. XLII. Il Bembo ci presenta invece 
la vecchia allo specchio che piange la giovinezza sparita : « Con questa mente 
« il sen fresco non torna: | Or non son bella, allora non fui scaltra ». 

(2j Op cit, pp. 135-152. 



228 L. F. BENEDETTO 

viando al conte De Contrari il suo parallelo tra l'Italia e la 
Francia, lo pregava di considerare che la sua lettera era stata 
scritta tra i disagi della vita di corte. La formula modesta rias- 
sume verisimilmente l'intensa attività dell'ultimo mese (1). Ma 
egli non aveva aspettato tanto a fare la sua corte ai grandi. In 
un sonetto, inviato più tardi alla duchessa di Nemours, il poeta 
rifa il suo antico viaggio : rivede le nevi delle Alpi, i torrenti 
torbidi della Savoia; il clima orribile non l'arresta; Amore Io 
guida verso la bellissima ov'egli (Amore) risiede (2). Non è una 
eco delle poetiche galanterie snocciolate un giorno alla sorella 
del suo padrone? 

Il Tasso non passò inosservato nel mondo dei cortigiani: il 
ricordo che ne serbava molto tempo dopo il padre del Balzac 
ne è una prova. Non potè passare inosservato nel mondo dei 
dotti e dei poeti; si noti il modo con cui il Corbinelli, in una 
lettera del l*» dicembre 1570, annuncia l'arrivo dei Ferraresi: 
« qua è il Tasso e gli altri della corte d'Este » (3). Cosi si pai'la 
di una persona che si conosca e che ispiri interesse. Questo 
interesse, data la mania italiana dei tempi, è naturale non si 
sia ristretto agli italiani domiciliati in Francia, ma sia stato 
generale tra i letterati, di cui il Corbinelli era amico (4). 

Si è notato con meraviglia che il Tasso, il poeta eternamente 
bisognoso, che nella sua lettera al popolo napolitano accusa il 
suo ex-padrone di non essere stato con nessuno avaro come con 
lui e non dimentica mai l'avarizia tra le cause che l'hanno co- 
stretto ad abbandonare il suo servizio, godette tuttavia, appena 
lasciò la Francia ed il servizio del Cardinale, di una lunga in- 
dipendenza e se ne andò viaggiando, touriste abbastanza tran- 
quillo, da una città all'altra d'Italia. Donde gli veniva tanto de- 



(1)1 primi due mesi dell'anno vi sono considerati come passati. Vedi Leit., 
voi. I, p. 31. 

(2) B,ime d'occasione, n. 637. 

(3) Solerti, Op. di., t. II, p. 99. 

(4) Uno degli aneddoti leggendari più tenaci è quello dei rapporti col 
Ronsard. P. Blanchemain, nella sua Étude sto- la vie de Eonsard (in Ron- 
SARD, (Euvres, Paris, 1867, Vili, p. 38), scrive ancora: « En 1.575 (sic) le 
« Tasse venu à Paris, à la suite du Cardinal d'Este, lui soumit les premiers 
« chants de sa Jérusaìem délivrée ». Il particolare riappare nella Hist. de 
la liti, fran^., 1903», p. 272, n. 2, di G. Lanson: « Le Tasse en 1575 lui 
« lisait les premiers chants de sa Jérusaìem ». 



VARIETÀ 229 

naro? Si è detto quindi che il (lardinalr. ( .'Irltialo dd icsiiMlai 
contemporanei come il principe i)iii liberale e più magnifico, 
non era poi stato con lui di un'avarizia tanto sordida. Ma b 
curioso che si sia cercata la fonte di questa niislciinv,, .iMm.ii- 
danza proprio nella cassa del Cardinal Lui^i. di cui si sa rhv 
da incontestabili strettezze finanziarie fu costretto a rinviale il 
Tasso colla maggior parte del suo seguito. È nota la stoi ia «m o- 
nomica di quel viaggio: dapprima, nell'assenza del padrone, i 
servitori senza stipendio, cioè in una quasi indigenza ; una volta 
arrivato il Cardinale, lo stipendio cogli arretrati, cioè per qualche 
giorno una piccola fortuna ; poi, il peso opprimente, la voragine 
di una corte in festa, suntuosa e sfavillante, ed il Cardinale agli 
estremi. Non è difficile collocare in questa storia, ciò che Guil- 
laume Guez, un contemporaneo, forse un testimonio oculare, 
assicurava a suo figlio, Louis de Balzac, l'episodio celebre dello 
scudo che Torquato Tasso avrebbe domandato in elemosina ad 
una dama della corte (1). 

Per spiegare la sua agiatezza durante tutto il 1571 può essere 
permessa una congettura : che ci sia un fondo di vero nel rac- 
conto di tanti biografi, secondo cui il Tasso sarebbe ripartito 
per l'Italia carico dei favori di Carlo IX (2). Egli non era ormai 
più un principiante nell'arte di sfruttare col suo ingegno le cir- 
costanze favorevoli, e la vita di corte, negli ultimi mesi del suo 
soggiorno a Parigi, dovette offrirgliene spesso. 

Un dotto italofilo che fu dei primi a esaminare criticamente 
la leggenda, il Valéry, parla dell'accoglienza benevola che fece 
al Tasso la regina madre (3) : « Catherine de Médicis pour qui 



(1) (Euvres diverses de Balzac, ed. Moreau, voi. II, p. 855. 

(2) n medesimo Balzac ricorda che il Tasso riportò in Italia lo stesso ve- 
stito che aveva portato in Francia ; cosa non strana e che non esclude quanto 
afferma Jac. Ph. Tomasini, Illustr. Viror. Elogia, Patavii, 1630, pp. 172-3: 
« Mox... Aloysium in Galliam comitatus est, duplicemque ex illa peregrina- 
« tione fructum hausit. Nani et eximij Poetae titulum ore Caroli IX Galliae 
« regis adeptus est : et variis donis ac honoribus a Principibus Galliae cumu- 
« latus abscessit ». Questo trovasi riprodotto nell'appendice aiferiunta dal Tol- 
lius (1647) al libro di P. Valeriani, Z>c infeltcitatr ììlUrtitiinnu. Il <ìi<(»si.kv, 
Observations sur V Italie, 1764, t. IV, p. 83, alìernia che, secondo il Balzac, 
il Tasso tornò in Italia carico di doni e d'onori e che secondo il Tollius fu 
invece obbligato a domandare ad una dama l'elemosina di uno scudo. Le due 
citazioni vanno invertite. 

(3) Curiosités et anecdoctes italiennes, par M. Valéry, Paris, 1842, p. 255. 



230 - L. r. BENEDETTO 

« la protection littéraire était une conveuance de faniille, re^ut 
« l'auteur de la Jèrusalem avec faveur. Charmée sans doute 
« d'entendre et de retrouver son bel idiome dans la boiu^he du 
«jeune et grand poòte, elle lui donna son portrait peint par 
« un de ces maìtres hahiles qui avaient alors la modestie et le 
« tort de ne point signer leurs (jeuvres. Malgré les cinquante 
« ans de l'originai ce portrait dut encore offrir des appas, puisque 
« le Tasse Fa chanté dans un sonnet singulièrement vif et pas- 
« sionné ». 
Il sonetto di cui qui si parla, è di data incerta (1). Il Solerti 

10 colloca tra le poesie scritte dall'ottobre del 1565 al marzo 
del 1579. Due manoscritti e le due prime edizioni, del 1581 e 
e del 1582, portano una preziosa didascalia : « A la reina di 
Paranoia ». Una espressione del testo — « nel tuo petto regal » 
— sembra accordarsi con questo ragguaglio. Il Tasso si rivolge 
coi suoi versi a una dama che non Io ha mai veduto, che non 
fu mai veduta ancora da lui. La fama ha tracciato alla fantasia 
di lei una figura mirabile del lontano poeta; l'arte porta din- 
nanzi agli occhi di lui i tratti graziosi della dama. Bisogna 
escludere, per conseguenza, se si tratta di Caterina dei Medici, 
che il dono del ritratto sia stato fatto a Parigi all'epoca del 
viaggio; sarebbe anteriore al 1570 e sarebbe già una buona 
prova, anche senza il documento segnalato dal Ker\^'n, della 
rapida celebrità del giovane autore e del pronto favore di cui 
l'onorò la corte di Francia. 

Ma si tratta veramente di Caterina? Non si può affermare 
nulla di certo. La cosa peraltro è possibile e degna quindi di 
un po' d'attenzione. 

Il caso non perde nulla del suo interesse se la regina in 
questione è invece Elisabetta d'Austria, la moglie di Carlo IX. 

11 Tasso lasciò Parigi prima dell'entrata solenne della regina, 
ma è fuor di dubbio ch'egli le fosse stato già presentato al ca- 
stello di Madrid. Il sonetto anche in questo caso sarebbe ante- 
riore al viaggio di Francia. L'ammirazione di un'arciduchessa 
d'Austria per un poeta di Ferrara, per poco che si conosca la 
storia della famiglia d'Este, non ha nulla di strano. 

Ma un manoscritto abbastanza importante delle poesie del 
Tasso ha per questo sonetto una didascalia curiosa: « Scrive ad 



(1) Le Rime di T. T., voi. Ili, Bologna, 1899, p. 179. 



VARIETÀ 281 

« una signora la quale l'aveva mandato a donare del suo ritratto 
« fatto ad istanza d'un fratello de la reina di PYancia ». Il che 
vuol dire, in altre parole, che un arciduca d'Austria avendo 
avuto occasione di conoscere e di apprezzare il poet^, si fece 
l'araldo della sua gloria presso una dama al punto d'indurla a 
mandargli il proprio ritratto. Se questa dama e la futura re- 
gina di Francia non sono la stessa persona, è qui forse soltanto 
per una confusione del raccoglitore; confusione possibile, non 
avendo ancora la donatrice del ritratto il titolo con cui si pren- 
derà l'abitudine di designarla più tardi. 

Comunque, va notata questa prova di propagazione della sua 
fama. L'ammirazione della dama in questione è in ogni caso 
anteriore al 1579, anteriore alla stampa dei capolavori. 

Se si riflette un momento sulle cose ora osservate, se si pensa 
alla famigliarità del Montaigne con molte delle persone che co- 
nobbero e ammirarono il Tasso prima del 1580, alla sua cono- 
scenza della nostra lingua e della nostra letteratura, non si affer- 
merà più con la consueta risolutezza che il Tasso, nel 1580, doveva 
essere per lui un personaggio senza importanza. La vivezza con 
cui contrappone il Tasso d'un tempo, pieno d'ingegno e di vita, 
al povero rinchiuso di Sant'Anna, fa pensare, alla prima lettura, 
ch'egli l'abbia già conosciuto in passato. La cosa non è impos- 
sibile. Il Tasso fu sicuramente a Parigi dal 15 nov. al 19 die. 
1570 (del l*' die. è l'annuncio citato del Gorbinelli). Si trovava 
allora a Parigi anche il Montaigne, per curarvi la stampa delle 
opere del suo povero amico La Boétie. Vi restò indubbiamente 
dall'agosto al dicembre. Probabilmente anche dopo (1). 

Un volumetto pubblicato nel 1660, contenente la biografia di 
un illustre contemporaneo del Montaigne, merita di essere se- 
gnalato ai tassisti: vi è pure raccontata una visita, ben altri- 
menti pietosa, al prigioniero di Sant'Anna (2). È press'a poco 
del 1583. Il visitatore è un giovane dotto, entusiasta, uno dei 
molti studenti stranieri ch'erano attratti in Italia dall'alta fama 
dei nostri giuristi, Claude Expilly, che sarà più tardi consigliere 



(1) Si veda in proposito P. Bonnefon, Montaigne et ses amis, Paris, Colin, 
1898, pp. 98 e 99 e (Euvres complètes d'Estiennes de la Boetie, p. 365. 

(2) La vie de Messire Claude Expilly... , par M.« A. Bonjel de Catilhok, 
Grenoble, Charnys, 1660. 



232 L. F. BENEDETTO 

del Consiglio di Stato, presidente del Parlamento di Grenoble, 
scrittore, a tempo perso, di mediocri poemi (1). Si fermò dap- 
prima a Torino, per due anni, dal 1580 al 1582, alla scuola del 
Pancirola e del Menosco. A quell'epoca appunto la GenÀsalemme 
comparve. Se dobbiam credere al Tommasini, che dedicò al pre- 
sidente Expilly uno dei suoi elogi, il giovane studente, dotato 
di una memoria prodigiosa, l'avrebbe imparata tutta quanta a 
memoria. Glielo aveva fatto sapere lui stesso quando gli aveva 
scritto per pregarlo di mandargli in cambio di una medaglia lo 
scritto da lui composto sul Tasso (2). L'ammirazione per il poema 
aveva dunque svegliato in lui la curiosità per l'autore. Passato 
in seguito a Padova per seguirvi i corsi del celebre Sperone 
Speroni, coglieva l'occasione di conoscere personalmente il poeta 
tanto ammirato (3). « Dans l' intervale de temps qu'il séjourna 
« à Padoiie, il alla quatre fois à Ferrare, pour y voir le fameux 
« Poéte Torquato Tasso, qui y estoit enfermé dans l'Hospital de 
« Sainte-Anne, pitoyable (je ne sgay si ie doy dire) retraite ou 
« prison d'un des plus grands esprits dont l'Italie se puisse glo- 
« rilier depuis Virgile ; car si l'incomparable Aeneide de celuy-cy 
« a dispute l'honneur du Parnasse à l'Iliade et à l'Odissèe, on 
« peut soùtenir avec raison que la Divine Gerusalemme liberata 
« du Tasso, ne doit rien à ces trois premières merveilles que le 
« simple droit d'ainesse, et sans parler de ses autres Ouvrages, 
« celuy-là seul ayant à bon droit épandu la réputation de son 
« Autheur par tout l'univers, c'est ce qui con via principalement 
« Expilly (qui s'en trouva, comme beaucoup d'autres, ardem- 
« ment épris) de l'aller visiter à Ferrare; et bien qu'avec une 
« douleur extrème il ne vit là que les deplorables restes de ce 
« merveilleux liomme (ainsi dois-je parler du piteux estat auquel 
« l'esprit malade, et le cerveau troublé du pauvre Tasso estoit 
« réduit), néanmoins il ne laissa pas de considérer avec une 



(1) Pubblicati a Grenoble col titolo Poèmes nel 1624. 

(2) Op. cit., p. 150: « Memoria insuper omnium tenacissima: cuius bene- 
« ficio non solum legum verba ad amussim tenebat sed Gothofredum Tor- 
« quati Tassi Poema totum recitabat ut Imnianissimis aliquando literis ipse 
« mihi suggessit : quibus Tassi vitam a me Etrusce scriptam cum numismate 
« petiit. Cuius desiderio nihil promptius deferendum censui ». Non conosciamo 
del Tommasini nessuna vita toscana del Tasso, apparsa prima del 1583. 
L'elogio suo del Tasso è in latino e molto posteriore. 

(3) BoNiEL, Op. cit., pp. 16 e ^gg. 



VARIETÀ 283 

« singulière vènératioii dans un corps dètruit et confisqué, les 
« dèbris d'une ame toute celeste, dont les fonctions se trouvoient 
« alors presque entièrement perdues, ègarées et dissipées; ce 
« n'est pas qu'il ne ténioignàt de ressentir un incroyahle con- 
« tentenient quand Expilly luy recitoit par ctt'ur des chants 
« tous entiers de sa Gerusalemme, laquelle il avoit peine de 
« reconnoistro plus pour sienue: toutesfois, s'il luy arrivoit par 
« defaut de memorie, ou autrement, d'en transporter, ou d'en 
« oublier quelques vers, il le reprenoit de fort benne gràce, ne 
« pouvant s'empescher d'y entreméler toujours quelques disccmrs 
« et quelques plaintes, contre le due de Ferrare et la maison 
« d'Este ». 

Il romanticismo non ha creato, nelle sue infinite elaborazioni 
della leggenda tassesca, nessuna scena più densa di pathos: il 
giovane ammiratore, per consolare nella sua solitudine il poeta 
impazzito, gli declama i suoi versi ed il povero pazzo non li 
riconosce per suoi. Purtroppo questo racconto non è per molta 
parte che fantasia. Non è altro probabilmente che l'ingrandi- 
mento del cenno ora studiato del signor di Montaigne. Claude 
Expilly ha ricamato senza scrupolo sui suoi ricordi giovanili, o 
M. Antoine Boniel de Gatillon, suo pronipote e suo biografo, ha 
rimaneggiato romanzescamente le parole del suo eroe. 

La scarsa storicità del libretto appare in quello che il bio- 
grafo aggiunge a proposito dello stesso poeta: « il me semble 

« qu'il ne sera peut-estre pas hors de propos que ie fasse le 
« recit de ce que i'ay diverses fois appris du President Ex- 
« pilly, à qui i'ay ouy souvent raconter qu'estant à Turin il 
« se rencontra sur les rempars hors la ville, un iour que le 
« Due Charles Emmanuel, qui commengoit à régner alors, s'y 
« estoit alle promener en carosse : Ce Prince ayant veu passer 
« assez près de la portière un homine à pied, fort dèchiré et 
« en mauvais estat, ie ne sgay par quel mouvement fut in- 
« spire d'envoyer apres luy un de ses estafiers qui lui demanda 
« son noni, et ce qu'il estoit, à qui cet inconnu ne respondit 
« sinon qu'en soupirant, qu'il estoit // povero Tasso, ce qui 
« ayant esté rapportè à S. A. elle fit arrester son carrosse, 
« acheva sa promenade avec luy et le reconduisit comme en 
« triomphe dans la Ville, où elle le regalla avec une particu- 
« liere magnificence et parce que le cerveau de ce voyageur 
« infortuné commenyoit déjà à s'aflaiblir, et à se déregler, elle 
« le fit traiter par ses plus excellents medecins avecques des 

Giornale ttorico, LXXIII, fase. 218-219. 16 



284 L. F. BENEDETTO 

« bontez extraordinaires, qui ne fiirent pourtant pas capables 
«do le rétablir en sa première assiotte, quoy-qu'il enfutgran- 
« dement soulagé, ny de l'arrester dans un lieu où l'on eùt 
« pris à gioire de luy fournir abondamment tout ce qui luy 
« pouvait estre necessaire pour sa subsistance: exeinple vrai- 
« ment rare et merveilleux du caprice de la fortune, qui par- 
« fois ne refuse pas de tendre la inain à ceux mesmes que 
« elle a poussez le plus injurieusement dans le précipice, mais 
« aussi de l'extréme bonté et de la gónérosité d'un grand Prince 
« qui dans cette occasion ne dédaigna pas de rendre aux hail- 
« lons d'une vertu mendiante et décliirèe, d'aussi grands tèmoi- 
« gnages d'affection et d'estime ». Qui lo scopo dello scrittore 
è evidente. Per adulare la casa sabauda altera sfacciatamente 
la verità. Non avrebbe scritto in tal modo se fosse stato an- 
cora in vita Carlo Emanuele I, che ben sapeva come veramente 
erano andate le cose. Carlo Ingegneri, nel dedicargli la prima 
edizione della Gerusalerri'ìne^ non aveva potuto decretargli a 
questo riguardo nessun elogio speciale e s'era limitato ad espri- 
mere la sua certezza che il Tasso non avrebbe mancato di tro- 
vare presso il duca tutti i soccorsi desiderabili, se il marchese 
d'Este non l'avesse subito raccolto presso di lui. La stessa let- 
tera dedicatoria conteneva il vero racconto dell'arrivo del Tasso 
a Torino. È noto ad ognuno (1). 

Si vede la medesima intenzione di rendersi gradito alla casa 
di Savoia nel primo dei due passi che abbiamo citati. Pur am- 
mettendo la pazzia del poeta, il Boniel accoglie la leggenda che 
fa del poeta una vittima. La crudeltà di Alfonso dava maggior 
risalto all'umanità di Carlo Emanuele. 

Ma soprattutto, ci sembra, voleva il Boniel trasformare in 
un quadro vasto e preciso il vago abbozzo del Montaigne. Il 
Tasso degli Essais non conserva più nulla del suo antico genio: 
non riconosce più i propri lavori. Tanto bastava per immagi- 
narlo tutto attento all'armonia del suo poema, senza più ricor- 
darsi che quel poema era suo. 

Luigi Foscolo Benedetto. 



(1) Solerti, Vita di T. T., t. II, parte II, p. 148, n. CXLII. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



GIOVANNI BOCCACCIO. — // Coìnento alla Divina Com- 
media e gli altri scritti intorno a Dante^ a cura di Do- 
menico GuERRi |n' 84-86 degli Scrittori d'Italia]. — Bari, 
Laterza, 1918 (3 voli. in-16° di pp. 269, 284 e 303). 

Avec ces trois voluraes, la belle goWqqììoìi diQ% Scrittori d' Italia , qui a réa- 
lisé ce prodige de ne pas interrompre ses publications pendant la guerre, 
aborde l'oeuvre du grand prosateur florentin du XlVe siede, A vrai dire, ce 
n'est pas par ces écrits de sa precoce vieillesse qu'on eùt souhaité de voir 
commencer l'entreprise, alors que des ceuvres charmantes et fortes cornine le 
Filostrato et la Fiammetta, sans omettre aucun autre de ses essais de jeu- 
nesse, attendent encore une révision attentive du texte des anciennes éditions 
(seul le délicat Ninfale Fiesolano a été réimprimé en 1913, avec un appa- 
reil critique plus indigeste qu'utile), alors surtout que le texte du chef 
d'oeuvre, bien qu'assez correct dans les nombreuses réimpressions qui reposent 
sur le précieux manuscrit Mannelli de la Laurentienne, pourrait bénéficier des 
recherches préparatoires faites depuis une vingtaine d'années, et qui ont rais 
en valeur la grande iraportance de quelques autres manuscrits. Ce regret 
n'est pas une critique; M. Domenico Guerri était prét à publier, sous une 
forme assez nouvelle, le Coramentaire dantesque de Boccace ; il était uaturel 
qu'on ne le fìt pas attendre, et qu'on ne tardàt pas à mettre entre les niains 
du public lettre un texte du Comento plus fidèle que celui de l'édition G. Mi- 
lanesi (1863). M. D. Guerri a renforcé sa publication en y joignant VEloge de 
Dante, dans sa forme la plus développée et dans ses rédactions résumées, et 
aussi les sommaires en tercets, et les rubriques en prose de la Divine Co- 
mèdie. Gomme le note avec satisfaction le nouvel éditeur, tous les écrits dan- 
tesques de Boccace se trouvent ainsi réunis pour la première fois; cela est 
très commode. Mais M. D. Guerri ne m'en voudra certainement pas si je feis 
observer que sommaires et rubriques sont de peu d'importance, et que les di- 
verses rédactions de l'Éloge de Dante ont été fort étudiées et plusieurs fois 
réimprimées, depuis quelques années. 



236 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

La partie principale, vraiment neuve et personnelle, on peut méme dire 
sensationnelle, de sa publication est dono le Commentaire sur les dii-sept 
premiers chants de l'Enfer. C'est elle qui ménte une étude particulièrement 
attentive, et qui ne manquera pas de provoquer beaucoup d'observations, de 
soulever beaucoup de discussions. 

Ce qu'il y a de révolutionnaire, c'est-à-dire de passionnant, dans cette édi- 
tion c'est que M. D. Guerri adraet qu'une bonne moitié du Commentaire n'est 
pas de Boccace. Il est trop raisonnable et trop modéré pour mettre en doute 
l'authenticité du Commentaire lui-méme: chargé de la « lecture publique » 
de Dante à S. Stefano di Badia en 1373, Boccace avait pris des notes, mais 
incoraplètement rédigées, contenant des renvois, des indications sommaires, 
des développements à peine ébauchés, qu'il a dù improviser dans sa chaire, 
sans s'astreindre à les écrire. Ainsi aura été constitué le premier fonds du 
Comento, ce que, par une hypothèse très séduisante, M. D. Guerri appaile 
r« autographe ». « Tutto il resto, che estensivamente può sommare a poco 
€ meno che altrettanto, è sviluppo di rimandi al proprio scritto biografico su 
« Dante, che il B. lasciò segnati sull'autografo, e di altri consimili e più 
« numerosi rimandi alle proprie opere di erudizione, interpretati con larghezza 
« eccedente il proposito e con intelligenza inadeguata ; è svolgimento di ap- 
« punti e compimento di ragionamenti avviati; sono chiose teologiche e di 
€ dottrina chiesastica, per le quali non pare che il B. avesse né competenza 
« né gusto; son tratti cavati da Eusebio, da Giustino, dal lessico di Papia 
« e da altri volumi in uso nelle scuole; sono (e qui segnatamente è caduta 
« in inganno la critica di questo testo nostra e straniera) pagine ricavate da 
« altri commentatori di Dante posteriori al Boccaccio » (t. Ili, p. 278). Avec 
beaucoup de prudence, le nouvel éditeur ne va pas jusqu'à retrancher de son 
texte, en les encadrant entre crochets [ j, des morceaux atteignant la moitié 
de l'ensemble du commentaire; mais il n'en condamne pas beaucoup raoins 
du tiers, ce qui est déjà très bardi. 

Cette hardiesse ne saurait me déplaire a priori-, j'ai toujours pensé que, 
loin d'avoir redige d'avance ses le9ons pour les lire, Boccace avait dù les 
écrire après coup, d'après ses notes, et que ce dut étre une des distractions 
des années 1374 et 1375, qu'il passa dans la solitude morose de Certaldo 
(voir raon volume sur Boccace, p. 457-458); si on me prouve que cette ré- 
daction a été faite, ou ultérieurement coraplétée par un compilateur plus zélé 
qu'intelligent, je n'aurai aucune difficulté à l'admettre; car tout le monde 
est d'accord pour reconnaìtre que ce commentaire, si important à tant 
d'égards, est prodigieusement inégal [ibid., p. 458), et M. D. Guerri, dans une 
importante étude intitulée Caratteri e forma dei Cotnentn di G. B. sopra 
la Commedia (Carrara, 1913), avait insistè sur ce fait, avant d'otre arrivé 
encore aux conclusions qu'il a formulées depuis. 

Farmi les preuves qu'il apporte, il en est de très fortes. Je citerai les prin- 
cipales. On a généralement pensé que Francesco da Buti, dans son commen- 
taire de Dante, avait pillé Boccace ; la considération du style rend beaucoup 
plus probable que ce sont des morceaux de Buti qui ont passe dans les in- 



RASSEGNA BIBLIOOBAFIOA 287 

terpolations du conimentaire de Boccace; la méme obscrvation s'appliqne à 
certaines pages de Filippo Villani et de « l'Anonimo fiorentino ». A ceU 
s'ajoutent dea erreurs de traduction dans des textes comme TÉpitre à Can 
Grande, et méme des déforniations incompréhensibles des textes empruntés à 
Boccace en personne (Éloge de Dante ou traités historiques et erudita). Toatee 
ces preuves, il faut l'avouer, auraient beaucoup plus de force encore, si M. Do- 
menico Guerri avait pu citer face à face les textes sur lesquels elles s'ap- 
puient ; il s'excuse de la « mancanza della dimostrazione analitica a corredo 

♦ del testo: il tipo della edizione non la ammetteva, ma potrà essere ese- 
guita a parte » (III, p. 286, nota) : il faut lire, je pense, « dovrà essere ese- 
« guita a parte », car il est impossible de produire des affirmations aussì 
importantes sans en fournir une entière justification ; celle-ci est plus que 
jamais nécessaire quand il s'agit de nuances d'interprétation et de style, ques- 
tions délicates, où les impressions personnelles risquent toujours d'avoir une 
assez large place. D'ailleurs M. D. Guerri n'a donne qu'un faìble développe- 
raent à sa note bibliographique finale — quinze pages pour trois volumes de 
textes ; on pourrait lui citer tels volumes de la Collection, où la Nota atteint 
30 pages ; personne apparemment ne lui en eùt refusé méme davantage. Cela 
lui eùt permis de donner des indications plus précises ; et sans allonger beau- 
coup sa démonstration, il aurait pu au moins multiplier les renvois aux textes 
décisifs, et donner ces renvois avec exactitude (je note t. Ili, p. 281 que le 
renvoi « a p. 78 del voi. II » doit étre corrige en « p. 178 »). 

Des reraarques analogues sont nécessaires en ce qui concerne les quatre 
manuscrits florentins du Cemento: le nouvel éditeur exagère un peu l'insuf- 
tìsance de sa description. Il nous dit : « È materialmente sicuro che nessuno 
« dei quattro codici è copia dell'altro, perché le molte omissioni che tutti 
« presentano... non hanno riscontro, a volta a volta, negli altri tre... L'in- 
« sieme dell'analisi porta a credere che sian tutti e quattro apografi di quel 
« medesimo * originale ' dal quale M* esplicitamente si aiFerma copiato, a 
« p. 71, al quale si riferisce M^ a e. 27 r. col, 2^, allo stesso proposito del pre- 
« cedente... Altre prove più o meno esplicite dan modo di constatare che 

♦ V ' originale ' presentava frequenti aggiunte in calce o in margine, o forse 
« in intere pagine intercalate, le quali aggiunte non sempre conformemente 
« i vari codici hanno inserito a loro posto, e talun d'essi ha talvolta trascu- 
« rato » {ibid., pp. 277-78). Nous n'en savons pas davantage: l'éditeur ne 
nous fait connaitre ni la teneur de ces notes de M^ et de M*, où est men- 
tionné l'« originai », ni la teneur, l'importance ou le nombre probable de 
ces additions, pas méme les numéros des pages de la nouvelle édition, où nous 
pourrions trouver une ou plusieurs de ces additions, certaines ou présumées, 
que les quatre copies donnent diversement. Il faut nous contenter de peu! 

Cependant nous faisons volontiers crédit à M. Domenico Guerri, et nous 
voulons admettre avec lui que le texte du Commentaire est passe par deux 
états bien distincts: « 1» Autografo del Boccaccio, tal quale è presumibile 
« che fosse nella sua prima stesura, con le inevitabili correzioni, sostituzioni 
« ed aggiunte... 2° Integrazione del materiale di detto autografo, che s'è poi 



238 RASSEGNA BIBLIOGRAriCA 

« risoluta in rimaneggiamento di molte parti, con grande accrescimento di 
« mole... » (ITT, p. 281). La question se pose alors de savoir quel est l'auteur 
de ce remaniement, quand il a été fait, dans quelles intentions, etc. ... 
M. D. Guerri, sans rien affirmer de positif, inclinerait à penser que l'auteur 
en est « l'egregio dottore maestro Grazia dell'Ordine di S. Francesco » auquel, 
dans le ms. de la Riccardienne, une main postérieure, mais encore du 
XV® siede, attribue cette « Esposizione sopra a Dante ». Ses intentions au- 
raient été honnétes, bien que répréhensibles, et M. D. Guerri allègue en 
preuves de sa loyauté, deui phrases où il a cité des souvenirs personnels, qui 
ne pourraient en aucun cas étre rapportés à Boccace. 

L'une est l'allusion souvent citée à la peste de 1348 : « E se io ho il vero 
« inteso, percioché in que' tempi non era, io odo che in questa città (Fi- 
« renze) avvenne a molti, nell'anno pestifero del 1348, che... ». Si l'auteur 
dit qu'il n'existait pas en 1348, il n'a évidemment pas voulu se donner pour 
Boccace, et nous avons affaire à un individu qui a vécu dans la seconde 
moitié du XlVe siede et peut-étre au début du XV«. Mais M. D. Guerri 
n'ignore pas que le ms. R porte « non ci era » (lefon adoptée par Milanesi), 
qui signitìe tout aussi bien : « je n'étais pas à Florence » que « je n'étais 
« pas au monde »; on peut méme douter que « non era » tout court veuille 
dire « je n'étais pas né ». — Boccace, objecte M. D. Guerri, n'a pas pu dire 
qu'il n'était pas à Florence en 1348 au moment de la peste, car cela est 
« in contrasto con la replicata aifermazione del Decameron di aver visto 
« con i suoi occhi quel che vi avvenne in quell'anno ». Or le Decameron 
ne dit pas cela: à deux reprises, dans le méme passage, Boccace rapporto 
des phénomènes de contagion dont il a été le témoin oculaire ; mais de ce 
que le Decameron, oeuvre d'art sans aucun caractère autobiographique, se 
déroule dans le cadre de Florence, il n'en résulte aucunement que Boccace 
n'ait pas pu observer ces phénomènes dans n'importe quelle autre localité 
que Florence. D'ailleurs je croyais savoir qu'à la fin de 1347 Boccace était 
à Forlì, d'où il se disposait à suivre Francesco degli Ordelaffi jusqu'à Na- 
ples; que ses églogues III- VI roulaient sur les événeraents de Naples en 1348-49, 
et que la présence du conteur à Florence n'était positivement attestée qu'en 
janvier 1350. Incidemraent M. D. Guerri signale « lo strano errore per cui, 
« invece di 1348, vi si legge (nei codici) 1340 ». Dans quels manuscrits? 
Dans les trois (M* à cet endroit a une lacune)? Pourquoi, dans ce cas, im- 
prime-t-il, t, II, p. 178 « milletrecentoquarantotto »? Parc« que cela lui 
semble une « erreur étrange » et inexplicable ? Mais qu'il lise la Chronique 
de Giov. Villani (XI, e. 113) à l'année 1340: il verrà que cette année là, 
à Florence, depuis la fin de mars jusqu'au début de l'hiver suivant, sévit 
une epidemie de peste qui fit plus de quinze mille victimes; et Boccace 
lui-méme, en transcrivant dans son. « Zibaldone » aujourd'hui conserve à 
la Laurentienne (XXIX, 8) l'épitre de Pétrarque {Ep. meiricae I, 14) Hei 
michi quid patior, y inscrivait ce titre « De generali raortalitate que fuit 
« per totam Tusdam et potissime in Florentia anno Christi M» CCC* XL», 
indictione VII» ». A ce moment, Boccace n'était pas à Florence mais à Naples. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 289 

LV ótrange » le^on 1340 pourrait donc s'expliquer beaucoap mieax hoxu U 
piume de Boccace que sous celle d'un tardif trécentiste. 

L'autre souvenir personnel, inapplicable à Boccace, que M. D. Gnerri a 
découvert dans le Comento (IH, p. 282, nota 2), est le passage relatif au cou- 
vent de iS. Benedetto in Alpe {Inf. XVI, v. 100) : « Io fui già lungamente in 
« dubbio di ciò che l'autore volesse in questo verso dire; poi per ventura 
« trovatomi nel detto monisterio di S. Benedetto con l'abate del luogo, ed 
« egli mi disse... ». Gomme S. Benedetto se trouve sur la grande route qui 
va de Florence à Forlì et h Ravenne, et que Boccace la parcourut assuré- 
raent plusieurs fois dans sa vie, on ne voit pas du tout pourquoi ce souvenir 
ne saurait lui appartenir. 

Si de la Note finale on passe à l'examen des éliminations pratiquées dans 
le texte, on est un peu déconcerté par l'arbitraire avec lequel les crochets 
y ont été distribnés. Je note tout de suite que le passage sur le couvent de 
S. Benedetto in Alpe n'est pas parmi les raorceaux condamnés: alors qne 
veut dire l'observation contenue dans la note finale? Faut-il croire que 
M. D. Guerri n'y attaché pas beaucoup d'importance lui-méme ? En revanche 
certaines condamnations appelleraient des éclaircissements. Ainsi tout le mor- 
ceau relatif au v. 1 du chant Vili, Io dico seguitando... , est entre crochets 
(t. II, pp. 262-265). La raison, que ne donne pas l'éditeur, se laisse deviner: 
le récit se lit déjà dans l'Éloge de Dante, e. XXVI (e. XXII de la rédaction 
abrégée), et M. D. Guerri sur ce point est inexorable. Mais, dans ce cas par- 
ticulier, j 'estime qu'il a tort ; car le récit du Comento n'est pas seulement 
plus long, il est beaucoup plus précis que celui de la Vita: il donne des 
renseignements curieux sur le neveu de Dante, Andrea Poggi, et sur Dino 
Perini, qui avaient conte l'un et l'autre à Boccace l'histoire des sept chants 
retrouvés, et celui-ci fait ressortir la contradiction de leurs récits sur un 
point; il précise les circonstances, reconnues exactes, dans lesquelles Gemma 
eut besoin de fouiller dans les caisses de son mari, environ cinq ans après 
son exil, pour y retrouver des papiers relatifs à sa dot, et en toucher quelque 
chose. Boccace enfin, dans le Commentaire, fait preuve de critique en insi- 
stant sur une difficulté grave qui l'empéchait d'accepter ce récit les yeux 
fermés. M. D. Guerri, qui sait que tout cela n'est pas tire de la Vita, pense- 
t-il que ces détails sont le fruit de l' imagination de « l'egn'egio dottore 
« maestro Grazia dell'Ordine di San Francesco » ? Il s'est bien gardé de 
le direi Et voici ce qui me paraìt tout à fait regrettable: parmi les danto- 
logues, il y en a plus d'un à qui cette historiette des sept premiers chants 
retrouvés porte sur les nerfs. Aussi, éliminer ce récit, jeter la suspicion sur 
un témoignage qui, à tout le moins, démontre la parfaite bonne foi et la 
conscience de Boccace, puisqu'il n'avance rien sans citer ses auteurs et sans 
faire ses réserves, c'est s'exposer au reproche de prononcer des exclusions pour 
des motifs que la critique des textes doit ignorer. M. D. Guerri croit-il vrai- 
ment avoir supprimé le témoignage de Boccace touchant la tradition des 
sept chants retrouvés? — Dans le méme ordrc d'idées, je suis gène de voir 
coupées les explications des vers 114 et 118 du chant XV (t. HI, pp. 204-5); 



240 BASSBONA BIBLIOGBAFIOA 

évidemment elles peuvent paraìtre choquantes ; mais, à propos des sodomites, 
elles sont bien en situation; qu 'elles nous plaisent ou non, cela importe peu: 
y a-t-il des indices externes d'interpolation ? 

Pour tout dire, je crains que le nouvel éditeur se soit fait de l'art de 
Boccace, de son tour d'esprit et de son style, une idée à lui, très précise 
et très haute, en vertu de laquelle il prononce souverainement : ceci est de 
Boccace, cela est de maestro Grazia. C'est ce que paraìt confirnier sa con- 
clusion : « Così il testo del Boccaccio, sgombro del proemio non suo, e libe- 
« rato da intromissioni e sovrapposizioni, ripiglia j^^'^^^ del decoro che do- 
• vette avere, dettato da tanto maestro. Molti ragionamenti riannodano le 
« fila spezzate ; l'eloquenza fluisce con meno sbalzi ed intoppi ; il pensiero e 
« la cultura dell'opera si risollevano aW altezza del nome eh'' essa porta » 
(111, p. 286). Je me méfie un peu de la critique esthétique appliquée à la 
correction des textes! Mais je m'empresse d'ajoutor qu'avec une bonne foi, 
une prudence et une modestie exemplaires, M. D. Guerri reconnait tout le 
premier le caractère provisoire de son édition: « Parlo di tentativo, perché, 
« all'atto pratico, questo lavoro di eliminazione, ovvio in alcuni casi, riesce 
« in molti altri estremamente difficile, e non dà (né, con gli elementi di cui 
« disponiamo, potrebbe darla) la piena soddisfazione della certezza » {ihid., 
p. 285). Voilà la note rigoureusement juste; nous sorames reconnaissants à 
M. D. Guerri de l'avoir aussi nettement fait entendre, et notre estime pour 
lui s'accroit d'autant. D'autres raisons encore nous font aimer, sans le con- 
naitre, ce travailleur persévérant, qui n'a pu mettre au point cette impor- 
tante publication qù'à la faveur d'une longue convalescence, en profitant des 
loisirs, peu favorables à l'étude, de l'hòpital et de la caserne, au milieu de 
deuils crucis: les souffrances de la grande guerre, vaillamment supportées, 
donnent à la physionomie du nouvel éditeur de ce Commentaire un accent 
de gravite fière et de volente qui ne peut manquer de lui attirer les plus 
vives sympathies. 

Et de son travail se degagé une idée queje crois juste, à savoir que, dans 
le premier état du Comento, les notes prises par Boccace en vue de ses le- 
9ons publiques étaient beaucoup plus sommaires; les développements sont 
postérieurs — et je suis prét à admettre que plusieurs de ces développements 
sont le résultat d'interpolations. Il reste à M. Domenico Guerri la tàche de 
démontrer l'hypothèse séduisante qu'il a eu le mérite de formuler. Mais j'ai 
l'impression que, s'il se mentre très exigeant dans le choix de ses arguments 
et très prudent dans ses conclusions, il devra reconnaitre que l'étendue des 
interpolations certaines se réduit à peu de chose. S'il veut bien admettre 
que Boccace a occupé à rediger ses notes une partie de ses loisirs, après l'in- 
terruption de ses le^ons publiques, il reconnaitra que le vieux conteur a fort 
bien pu introduire par écrit, corame il avait dù le faire oralement à S. Ste- 
fano di Badia, bien des développements qu'il avait déjà insérés dans son 
Éloge de Dante, dans le De Casibus ou dans le De Geìiealogia ; et je crois 
que, en l'absence d'un manuscrit portant des traces plus explicites de l'ori- 
gine des diiférentes pages, il faut renoncer à découper le Comento en grandes 



BA8SE0NA BIBLIOGKÀriCA 241 

tranches ou en menus morceaux, dont on rejette ceci pour garder cela. 
Jusqu'à preuve du contraire, l'oeuvre de Boccace reste, dans son ensemble, ce 
qu'elJe était: il s'y ajoute une intéressante hypothèso sur sa formation, et 
quelques pages semblent devoir, à juste titre, étre tenues pour suspecte». 

Henri Hauvkttb. 



ALFREDO GALLETTI. — La poesia e l'arte di Giovanni 

Pascoli. — Roma, A. F. Formiggini, 1918 (8<», pp. vi-293). 

LUIGI PIETROBONO. — Poesie di Giovanni Pascoli con note. 

— Bologna, Nicola Zanichelli [1918J (8% pp. xiv-318). 

LUIGI FILIPPI. — La vita e le opere di Giovanni Pascoli 
[Biblioteca degli studenti, voi. 294]. — Livorno, Raffaello 
Giusti, 1915 (16«, pp. 92). 

LUIGI MARIO CAPELLI. — Dizionarietto pascoliano [Biblio- 
teca degli studenti, voli. 329-330, 344-345-346]. — Livorno, 
Raffaello Giusti, 1916 (2 voli, in 16«, pp. xix-116, x-177). 

Sotto le limpide apparenze della lirica pascoliana si cela uno spirito miste- 
rioso. Il Pascoli, che nella sua vita di uomo e di studioso partecipò ad alcune 
delle correnti intellettuali e sociali del suo tempo, si creò ne' suoi canti un 
mondo raccolto e lontano dai rumori presenti, inseguì affannosamente l'anima 
dell'univei-so eterno. Isolandosi rifece « misteriosa e poetica la realtà che Tin- 
telletto e la scienza gli mostravano inerte », trasse dal mistero le più alte 
consolazioni spirituali, e le additò agli uomini. 

Nulla, nell'ambiente italiano e bolognese, poteva suggerirgli queste medi- 
tazioni, alle quali era invece occultamente trascinato dalla tragedia della sua 
famiglia. Questo è l'avvenimento che con un lavorìo sordo e incessante scavò 
nell'animo del Pascoli la via magica e crepuscolare della sua poesia: la sua 
lirica, in ciò che ha di essenziale e di più individuale, si dirama da questo 
malinconico tronco. L'uccisione del padre gli fece conoscere la malvagità umana: 
« si ottenebrarono ai suoi occhi le speranze e la ragione stessa della vita ; si 
fece in lui come un gran silenzio e un disperato stupore >. Conobbe, nello 
sconforto e nella miseria, le tentazioni del ribelle : ma se ne liberò dopo una 
lotta muta, e chiese un sollievo alla mesta dolcezza dei ricordi domestici, un 
motivo di elevazione alla ricerca della ragione morale del dolore. L'infelicità 
individuale lo predispose alla contemplazione dell'infelicità comune, generata, 
non dalla natura — che ci è tenera madre —, ma dall'odio. Solo chi dimen- 
tica la fine uguale per tutti, la morte, il mistero che ci attornia, può dimen- 
ticare « la pietà che l'uomo all'uom più deve ». Il timore della morte diventa 
per il Pascoli « l'unica forza che ammansi l'uomo ». 



242 RAS8BQNA BIBLIOGAAFICA 

Coll'uomo soffrono gli aniinali, le piante, la Natura. Perciò la pietà la dob- 
biamo a tutte le creature. Cosi il dolore del poeta, confuso col dolore univer- 
sale, sì vela di dolcezza contemplativa. 

Per esprimere questa poesia che egli cercò a lungo in se stesso, il Pascoli 
aveva bisogno d'una forma labile, quella sola che poteva riecheggiare il suo 
animo intento a cogliere le segrete rispondenze della vita e il suo significato 
mobile e vago. Una forma dunque anche più sfuggente che quella del roman- 
ticismo, poiché il Pascoli andò oltre i romantici nello sciogliere le armoniose 
e salde costruzioni classiche, e mirò alla completa liberazione dall'intellettua- 
lismo e dallo storicismo, alle divinazioni della sensibilità irrequieta, a cui 
aspirarono i mistici europei del secolo XIX. « Beato lo spirito che vive fuori 
della consuetudine e dell'esperienza : egli solo conosce la Verità che è Poesia » : 
tale è la convinzione dei poeti mistici. Per Schelling l'intuizione estetica « è 
una rivelazione dell'identità tra la coscienza e l'incoscienza che esiste nell'as- 
soluto », e artista è chi interpreta quel « poema scritto in caratteri miste- 
riosi » che è la Natura. A ciò occorre la verginità intellettuale del fanciullo: 
il fanciullino del Pascoli è già in Novalis. Ma l'ideale estetico teoricamente 
espresso dai Tedeschi è stato invece in parte attuato, non da Tedeschi, ma da 
Italiani: D'Annunzio e Pascoli. L'autore del « Ritorno di Odisseo » conosceva 
veramente questa teoria e i poeti che la seguirono : ne sono prova un giova- 
nile tentativo di rifacimento del « Corvo » del Poe; la somiglianza tra una 
pagina inedita del Pascoli e alcune aifermazioni teoriche del poeta citato, tra 
le considerazioni dell'uno e dell'altro sulla natura necessariamente frammen- 
taria della poesia considerata come un'estasi durante la quale si penetra nel- 
l'anima dell'universo; le traduzioni da Wordsworth, Shelley, Tennyson. Ma 
non è necessario discutere sulle influenze : data la natura del misticismo ro- 
mantico, questo si svolge inevitabilmente in modo presso che uguale nei ricer- 
catori solitari della visione ingenua e profonda dell'universo, amanti della 
parola adombrata e della pausa, che sole possono esprimere la realtà flut- 
tuaste e silenziosa trascendente il mondo delle apparenze precise, tradurre in 
suoni « la vita dell'anima anteriore al pensiero », la spiritualità universale. 
Si capisce perciò — ora per la prima volta benissimo, per merito del Galletti 
— non solo perchè il Pascoli sia un simbolista, ma anche perchè in lui « la 
« corrente della melodia compenetrz e in certo modo corroda la parola sin che 
« essa si rifa mero suono » : « il fanciullino eterno » « s'inebbria della propria 
« voce e della voce che mandano le cose. Parla, e la sua parola si fa natural- 
« mente canto, si rompe in trilli e gorgheggi. Fa getto quasi (iella propria 
« umanità per meglio vibrare nel coro della vita, per fluire e jmhare sul 
« ritmo della vita » : belle parole, che illuminano d'una luce nuova l'ono- 
matopea pascoliaua, perchè non la considerano alla stregua retorica di chi la 
biasimò, nò a quella angusta di chi la difese, ma la immergono nel fiume di 
tutta la poesia del Pascoli e additano in essa uno dei molteplici sforzi che 
questo lirico ha fatto per dare, con ogni mezzo umano, il senso della vita 
universa. 

Ma nonostante il suo romanticismo mistico, egli ha fede nella scienza ed è 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 243 

artìsticamente un classico. Perciò ò ad un tempo raitìnato e primitivo, vigo- 
roso e decadente. La sua anima è mistica, le sue dottrine sono positiviste : 
donde la sua inquietudine ansiosa. Egli passò dal dolore alla pietà, movendo 
dal Leopardi, e vide nella morte la maestra dell'amore, della pazienza e del- 
l'azione. Sentì con un'intensità sinj^olare la piccolezza dell'uomo e della terra 
in confronto dell'infinito, che s'illuse di poter contemplare colla freddezza 
defili spenceriani. Ma quando il positivismo declinò, si rinforzò in lui il mi- 
sticismo. E allora egli vide nella poesia il mezzo di far diventar coscienza 
la scienza, di far sentire la piccolezza della terra che, secondo lui, i contem- 
poi-anei avevano soltanto appreso con l'intelletto. Questa coscienza abbatterà 
il nostro orgoglio, ci farà più buoni, ci farà sentire, nel comune destino, la 
fraternità di tutti gli uomini. Per la via del sentimento, il Pascoli quasi 
tornava alla fede, non a quella dogmatica, ma a quella dei « romantici puri » 
che aftermano « che al di là delle apparenze vive lo Spirito creatore ». Così, 
liberatosi dal positivismo, affermava che non l'intelletto distingue l'uomo dal 
bruto, ma il sentimento. 

Una precisa affermazione religiosa sarebbe contraria alla natura di questo 
poeta che vive del mistero e pone il sentimento in un regno più alto che 
quello della mente; ma una discussione rigorosa de' suoi principi lo obblighe- 
rebbe ad ammettere logicamente l'esistenza di quel Dio, di cui si sente nelle 
sue ultime liriche la presenza nascosta. 

Il Pascoli è, si può dire, l'unico poeta mistico sentimentale che abbia avuto 
l'Italia, l'unico in cui questo atteggiamento dello spirito non sia frenato da 
un principio tradizionale e preciso. Il misticismo romantico trae lui, come i 
suoi confratelli stranieri, a cogliere nella natura il continuo divenire, ma gli 
vieta la sintesi della realtà e lo tiene legato agli uomini solo con « un amore 
« inerte per tutti coloro che soffrono » : poiché, come osserva il Galletti con 
una delle più feconde affermazioni del suo libro, « l'intelletto unisce gli 
« uomini e il sentimento li divide ». 

Per il Pascoli, come per tutti codesti poeti, « la poesia consiste nella visione 
« di un particolare inavvertito fuori e dentro di noi », « nell'accostare fatti 
« e idee remotissime, cose minime e immense, particolari lontani toto coelo 
« fra loro, per farne scaturire una luce improvvisa ». Così si spiega come 
alcuni particolari che per una mente comune sono insignificanti, siano invece 
diventati l'anima di qualcuno dei « Poemi conviviali ». Da ciò nascono il sim- 
bolismo e V impressionismo della 'sua poesia, e da questi due caratteri della sua 
lirica la tecnica singolare del suo verso. 

Il Pascoli critico vede nei poeti solo il suo ideale di poesia, e quindi anche 
nei pagani, poiché la poesia vera è uguale in ogni tempo. Quindi a lui, come 
all'Hugo, sfugge l'individualità d'un artista. Data la sua « radicale incapacità 
€ ad intendere altra poesia che non sia estatica e primitiva », si capiscono il 
suo entusiasmo per il medioevo; il suo disprezzo per tanti nostri poeti e per 
tutti quelli latini, tranne Virgilio ed Orazio, che « vede illuminati da un 
« cristianesimo crepuscolare e incosciente » ; la sua critica dantesca, che con- 
sidera il poeta, immerso nel Lete e nell'Eunoè, come l'uomo rifatto « puro, 



244 RA8SR0NA BIBLIOGRAFICA 

« candido, spiritualmente nuovo », e la « Divina Commedia » come l'ascen- 
dere dalla vita attiva a quella contemplativa. L'ideale poetico del Pascoli 
doveva naturalmente condurlo a considerar come passiva l'ispirazione poetica, 
a cercarla nelle cose umili, a desiderare una forma semplice, e a trovar la 
nostra linj^ua troppo aulica e perciò povera. Di qui i lucchesismi: mirabile, 
sempre, la coerenza organica dell'interpretazione che il Galletti dà dell'anima 
e della poesia del Pascoli. 

Per il Pascoli « la vita incosciente » « è la sorgente stessa della poesia ». 
Già intorno alle brevi impressioni delle « Myricae » « v'è come un margine 
« infinito di musicalità e di sogno » ; e ne emana un senso d'irrealtà dolo- 
rosa, dove non c'è la coscienza primitiva del fanciullo — come vorrebbero i 
mistici —, ma la « dilettazione raffinata ». 

La poesia concepita come « contemplazione attonita delle cose » fa del Pa- 
scoli un savio e un veggente, che vive accanto ai contadini semplici, alle 
dolci e sagge creature dei campi — gli uccelli e i fiori —, e nel raccoglimento 
della notte si spaura dinanzi all'immensità dei mondi. E la solitudine lo fa 
quasi profeta e mago. 

Il suo spirito non si contrappone alle cose, ma vi si confonde e vi si in- 
fonde : di qui l'annullamento dei rapporti e dei valori che comunemente noi 
stabiliamo nel campo della realtà, di qui il significato simbolico di ogni ap- 
parenza e il legame fra tutte le apparenze. Praticamente, dunque, la sua 
poesia è lontana dalla concezione ingenua del fanciullino. 

Spesso egli «entra con simpatia, profonda nella vita delle cose» {Il libro, 
Il focolare.,.), ma talora insiste in questa spiritualizzazione e moraleggia o 
allegorizza freddamente {Il vecchio castagno, La canzone della gratiata...). 
Certe liriche, non sorrette da una trama organica di pensiero, sembrano una 
libera successione d'immagini, e sono invece dominate da un sentimento che 
le unifica e \e avvolge in una musica incantatrice {Il Chiù, La Felicità, 
La Ciaramella...). Altre sono veramente un'onda di sensazioni capricciose 
{Conte Ugolino, Gli emigranti nella luna)', e questo ritmo eslege di sogno 
diventa cogli anni sempre più accentuato. 

L'unificazione della realtà nello Spirito deve naturalmente produrre nel 
poeta un atteggiamento singolare dinanzi alla storia, per il quale essa « non 
« ha prospettiva né svolgimento », e i grandi uomini « sono forme diverse che 
« lo stesso spirito assume nei tempi ». Cosi si spiegano le liriche storiche del 
Pascoli: A Giorgio, navarca ellenico; H Corbezzolo, ecc. 

Per questa poesia che evita le linee definite ed è tutta evanescenza, occor- 
reva un'espressione susurrata e adombrata, che è ora squisita, ora decadente. 
Nel misticismo romantico, nemico dell'intellettualismo, la poesia sconfina na- 
turalmente nella musica. L'educazione classica salvò il Pascoli dalle ultime 
conseguenze musicali a cui questa poesia portò i simbolisti francesi, e lo tenne 
chiuso nel campo di quel ritmo labile, sinuoso, molteplice come le sensazioni 
infinite, che ci ferma come in un cerchio magico. Il solo endecasillabo della 
terzina gli bastò molte volte a creare questo miracolo, che invano avevano 
cercato di raggiungere i pigri entusiasti del verso libero. « Prima che egli 



RASSEQNA BIBLIOOltAFIOA 245 

€ scrivesse ignoravamo di che infinita varietà di armonie, di che vitrea traepa- 
« renza di suoni, di che spirituali estenuazioni, di quali incanti e di qnali 
« musiche fossero capaci » i vecchi metri italiani. 

Tale ò, capitolo per capitolo, il contenuto schematico del libru che il (ial- 
letti ha composto, svolj^endo qualche accenno della sua prolusione bolognese, 
« Lirica e storia nell'opera di due poeti » (1). Esso fa onore alla critica ita- 
liana, che pochi altri compagni ne può additare. Nonostante gli accenni pre- 
cursori di altri studiosi, il Pascoli da queste pagine esce rinnovato e — direi 
quasi — luminoso e preciso. Le oscillazioni caratteristiche di pressoché tutti i 
critici antecedenti, per esempio, del Croce (2) e del Serra (3), qui sono fermate 
in una valutazione che, se lascia qualcosa a desiderare neirapprezzamento 
particolareggiato della potenza espressiva, è però d'una saldezza senz'esempio 
nella determinazione complessiva della fisononiia pascoliana. La vittoria di 
questa prova ò tanto più notevole se si pensi che il Pascoli, non per gli esal- 
tatori ma per i critici meditativi, è sempre stato una sfinge tormentosa. D 
Galletti ha trovato il centro di quell'anima e ne ha esplicato con invitta 
sicurezza tutte le manifestazioni. Il segreto di questa « scoperta » è molteplice. 
La costruzione del libro è complessa, e non se ne trova la ragione scorren- 
done l'indice, come accade di tanti altri volumi regolati da un ordine con- 
venzionale buono per ogni poeta e perciò incapace di suscitare una vita rive- 
latrice. La linea dello studio scaturisce da una larga riflessione sulle intime 
sorgive della lirica pascoliana e da una coraggiosa immersione nel mare largo, 
malioso e infido da cui zampilla quella fonte. È ingenuo, ma non è inutile 
— ad ammaestramento degli spiriti pigri — l'osservare che l'aiuto più ap- 
prezzabile per il suo lavoro è derivato al Galletti, non dalla letteratura del- 
l'argomento, ma dalla comprensione estetica e filosofica dell'ambiente spirituale 
fra cui è vissuto il Pascoli. E questa non è proprio una consuetudine della 
nostra critica — la quale, o si giova direttamente solo della bibliografia par- 
ticolare, proietta il suo tema sull'esterno dell'ambiente, e tanto più abbonda 
in riferimenti minuti, quanto meno sa vedere le intime qualità del terreno 
da cui è germogliata l'arte che essa vuole studiare. Il Galletti invece, esper- 
tissimo delle letterature europee moderne, abituato alla seria riflessione sui 
problemi filosofici che stanno a fondamento della critica e, più largamente, 
sulle correnti intellettuali che si riflettono nell'arte di un secolo, ha potuto 
« edificare » un libro che richiederà, per essere scrollato, robustissime braccia (4): 
un libro di critica integrale, che tradisce nella sintesi una preparazione colta 
non sempre offerta dagli studiosi con la necessaria forza di pensiero, né — 



(1) Bologna, Zanichelli, 1914. V. specialm. le pp. 26-35, 89-45, 47-60, 67 (n. ali» p.47). 
{2) Li letteratura della nuova Italia, Bari, Laterza, 1916, voi. IV, pp. 71 sgg. 

(3) Scritti critici, Firenze, libreria della Voce, 1910, passim. 

(4) Parecchi, specialmente i pasooliani, hanno censurato rinterpretacione del Gal- 
letti, dicendola imprecisa o unilaterale (v. p. es. Luigi Siciliani, / volti del nemico, 
Milano, Quintieri, 1918, pp. 104 sgg.) : ma le obiezioni sono troppo deboli di fronte 
alla meditata costruzione di questo libro. 



246 BASSEONA BIBLIOGRAFICA 

quindi — con la necessaria temperanza, mostra nell'unità dell'idea infornia- 
trice la sicurezza della tempra meditativa, e rivela nell'apprezzamento este- 
tico la sottile e sapiente finezza del gusto. Si aggiunge a tutto questo un'arte 
espositiva che, se può esser tacciata di poca stringatezza e di ridondanza fan- 
tastica, è però arte per il fatto stesso — insolito in libri di tal genere — che 
ne possiamo parlare. È un povero critico quello che non sa esprimere la sua 
impressione poetica in una frase poetica: De Sanctis ha la parola vasta che 
schiude l'infinito dantesco, Sainte-Beuve ha la voce fluida, fine e ricca di sfu- 
mature, che svela il fascino segreto delle memorie e delle corrispondenze fem- 
minili del Settecento. Senza questo profumo d'arte, la critica non conquista la 
simpatia del poeta e dei lettori, e non dura; senza la versatile capacità di strin- 
gere nella ricostruzione fantastica un mondo di visioni dileguanti, di sensazioni 
esili e mute, di sonorità fuggevoli, ampie, magiche, il Galletti avrebbe scritto 
un libro sostanzialmente giusto, avrebbe delimitato forse con una certa pre- 
cisione il campo della poesia pascoliana, ma — svaporatone l'aroma sottile, 
il fascino arcano — il suo volume sarebbe rimasto, come altri studi di altri 
critici — pure buoni — , una definizione inerte, incapace di risvegliare nel let- 
tore l'indefinita suggestione dell'arte del Pascoli. Non è vano insistere su 
questo, perchè l'onda iridescente, calda di questa prosa trascina il lettore negli 
spazi pascoliani con una potenza esegetica maggiore che quella degli esami 
particolari, lo trattiene continuamente in quell'atmosfera, gliene fa sentire le 
correnti vitali. Le larghe rievocazioni fantastiche ci riportano l'eco dei me- 
lodiosi incanti pascoliani e serbano nel suono qualcosa del loro stupore, senza 
rasentare mai nemmeno per un attimo le odiose smancerie dello stile pasco- 
leggiante, che accentua le puerilità del poeta e non ne coglie l'anima grande. 
Il Galletti anzi scrive una prosa che è la trasformazione fantastica d'una 
cultura molteplice, e trascina nella sua larga corrente di lava il filo cangiante 
della poesia pascoliana. Non sempre questa ricchezza è misurata : qualche 
volta ci sembra che un ritmo più tranquillo e un'immagine di meno bastereb- 
bero alla limpidezza del pensiero, e che il ritorno sullo stesso motivo — sia 
pure attraverso a pagine un po' distanti fra loro — non giovi a ribadire un'idea 
che c'era già stata fermata bene nella mente. Per questo e per le digressioni, 
acute, luminose, ma non sempre stringate, pare talvolta che il libro non pro- 
ceda. Ma, a lettura compiuta, esso ci sembra un esempio rarissimo di ricrea- 
zione della vita poetica d'un artista, tanta è la coerenza delle singole aflfer- 
mazioni, tanto salda è l'unità del criterio, tanto chiaro è il centro vitale da 
cui s'irradia la luce che investe l'opera del Pascoli. 

Il libro del Galletti è più un'interpretazione che un giudizio: mi sembra 
scritto con quell'intento e con quella prudenza senza i quali uno studio sopra 
un poeta contemporaneo rischia di diventar quasi inutile dopo dieci anni. La 
valutazione esatta della poesia del Pascoli sarà possibile quando i posteri sa- 
ranno così lontani da lui, da poter evitare l'insidia che egli tende spesso al 
lettore colla novità del soggetto e colla squisitezza del sentimento : credo che 
non ci sia critico benigno del Pascoli, che non sia caduto nell'errore di scam- 
biar l'una e l'altra per finezza di fantasia. Occorrerà ancora, prima di poter giù- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 247 

dicaro la sua arte con la sicurezza con la quale si p^iudica (|Uflla del Leo- 
pardi, un commento, un giudizio preciso su ciascuna delle sue liriche. Per 
ora ne siamo lontani, quantunque nei numerosissimi studi (1) dedicati a qaesto 
così seducente poeta non manchino le analisi particolari, e gìh un tentativo di 
commento sia stato fatto : quello del Pietrobono (2). 

È inutile discutere sul criterio della scelta, jioichè questo dipende da un 
giudizio estetico, sul quale — il Pietrobono, pascoliano ardente, ed io, oramai 
lontano dall'idolatria, — non andremmo mai d'accordo. Il suo commento è pre- 
zioso, perchè riesce a chiarire quasi tutte le intenzioni riposte delle liriche 
annotate, aggiungendone però anche qualcuna (3) - come fanno tutti i pa- 
scoliani — , e facendo un cattivo servizio al suo poeta, perchè il Pascoli — 



(1) Uno dei più recenti è il libretto del Filippi, essenzialmente espositivo, fatto 
oon intenti soolastici, i quali, per es., non bastano a giustificare che siano rias- 
sunti tutti i « Poemi conviviali ». Su opere pasooliane secondarie si insiste troppo; 
il giudizio è un po' indulgente e^ nella sua scarsa determinatezza, sembra attestare 
uua sensibilità estetica superficiale (v. soprattutto le pp. 75-77). Ma il libretto è 
utile per la diligenza con cui sono raccolte le notizie, per la breve bibliografia e 
per l'accenno a qualche figliazione di motivi. — 11 Filippi accenna anche ai versi 
latini, senza insistervi, naturalmente. Questa parte dell'attività pascoliana è an- 
cora poco studiata, per ragioni che tutti conoscono. Uno dei più benemeriti in 
proposito è Adolfo Gandiglio, che ora fa la storia della Fortuna del Pascoli nella 
gara hoeuff^iana di poesia latina {Rassegna, 1918, num. 8), dando la cronologia dei 
carmi e correggendo qualche scusabile errore dei giudici , e traduce con finezza, 
aggiungendovi opportuni commenti, L'egloga undecima ossia La pecora dello schiavo 
{Museum, 1918, num. 2-3). 

(2) Merita un cenno anche il Dizionarietto del Capelli , che si può consultare 
con vantaggio, ma è più disorganico di quel che pure ci si potrebbe attendere dal 
titolo. Sotto quasi tutte le poesie pascoliane è registrato il giudizio di uno o più 
critici, talora con qualche non troppo felice aggiunta del Capelli stesso; poi si 
rimanda ai vocaboli spiegati, da cercarsi nel volumetto secondo l'ordine alfabetico. 
Il lettore non si sarebbe impazientito, se invece l'autore avesse spiegato i vocaboli 
o le frasi tutti di seguito, dopo il giudizio complessivo sopra le singole poesie, ri- 
mandando alle voci disposte per ordine alfabetico solo per gli elementi comuni a 
più canti, come ha fatto, per esempio, per le onomatopee, a proposito delle quali 
ha raccolto molte affermazioni e notizie interessanti. Il lavoro è utile perchè riu- 
nisce con una certa diligenza e con lodevole fatica molti giudizi particolari dei 
critici sulle singole poesie pascoliane, e parecchie spiegazioni necessarie a quasi 
tutti i lettori, e aggiunge a tutto questo il frutto di qualche particolare ricerca 
del Capelli e gli schiarimenti di lettere private di Maria Pascoli: ma più d'una 
volta i giudizi non sono bene scelti, o sono giustapposti senza le necessarie osser- 
vazioni, e i rimandi alle singole voci sono sbagliati, o per inavvertenza del critico 
o per disattenta correzione delle bozze. Per una ristampa, non sarà inutile ìndi- 
care al Capelli qualche errore e qualche omissione a proposito delle voci raccolte 
sotto 11 torello, La canzone della granata nel I voi., Jl dovere, H ritomo di Colombo^ 
Il sepolcro. Il vecchio nel II. 

(3) Le interpretazioni convincenti sono molte : perciò non le cito. Ne segno invece 
alcune di quelle dove l'insistenza ha, più o meno, deformato la poesia, aggiungen- 
dole un pensiero superfluo o togliendole il profumo o riduoendola ad una carica- 
tura: cfr. p. 15, n. 23; p. 16, n. 26; p. 56, n. IO; p. 134, n. 27; p. 137, n. 2 {né piit...) e 6 ; 
p. 192, n. 33. 



248 UA88RGNA BIBLIOGRAFICA 

essendo spesso troppo analitico — vorrebbe un commento psicologico sintetico, 
che non facesse pesare troppo quel difetto. Ma il Pietrobono lui aspirato con 
gioia sottile i profumi reconditi dell'anima pascoliana, ne ha meditato come 
pochi il pensiero e il sentimento, e da tale meditazione ha tratto la materia 
del suo libro, che per questo rispetto non potrà mai essere trascurato. 

L'intonazione dell'esegesi è continuamente ammirativa, ma gli apprezza- 
menti espliciti sono rari e dettati da una sensibilità poetica spesso leggera, 
che scopre meglio le sue deficienze quando la penetrazione psicologica è più 
insufficiente per far intendere l'arte. In verità capire il significato psicologico 
d'un verso non basta mai per interpretarlo : se il commentatore varca i precisi 
limiti delle intenzioni del poeta quali risultano dal complesso d'una lirica, se 
ne varia anche minimamente il tono, se non sa infondere nelle proprie parole 
l'incanto di quelle dell'artista, la sua interpretazione fallisce. Perciò parecchie 
note del Pietrobono, vere nel fondo, andrebbero però rifatte, perchè non ci si 
trova la poesia del Pascoli, di cui pure egli vorrebbe dare la sensazione (1). 
Nel suo commento ci sono due lunghi esempi notevoli di questa mancanza 
di misurata e profonda delicatezza tanto nel commento psicologico quanto in 
quello estetico: * La tessitrice» e « La cavalla storna». «La tessitrice» è 
una visione che fa ripensare al Petra;-ca, per quell'immobilità desolata e tra- 
sognata, per quella presenza melanconica e muta della morte. Ma dal com- 
mento la poesia esce mollificata, disciolta, persino fraintesa, quasi distrutta. 
Il critico dice: « Sembra un dialogo, ma in realtà è un monologo ». No. È 
un dialogo : come quelli del Petrarca con Laura morta. Un dialogo dell'uomo 
deserto, dinanzi a cui torna immortale la donna sepolta, del poeta in cui la 
fantasia ha cancellato la realtà: 

Mi son seduto su la panchetta 
come una volta. . . quanti anni fa ? 
Ella, come una volta, s'è stretta 
su la panchetta. 

Il colloquio d'amore ricomincia d'un tratto come negli anni lontani, quasi 
nulla fosse mutato, cogli atteggiamenti d'un tempo, che l'anima non dimen- 
tica, dinanzi alle stesse cose che sono ancora vive di quell'amore. Ella non 
parla, sorride pietosamente : 

La bianca mano lascia la spola. 

Piango, e le dico: Come ho potuto, 
dolce mio bene, partir da te ? 
Piange, e mi dice d'un cenno muto: 
Come hai potuto ? 

La domanda rifluisce, spenta, al poeta; e il dialogo continua pallido come 
una stanza abbandonata, dove l'antico abitatore ritorna dopo lunghi anni, e 



(1) Per es., p. 16, n. 86; p. 82, nn. 12-24; p. 44, n. 68. 



RA8SRGNA BlBLIOflRAriCA 249 

le paivti pli ripetono, sole, l'eco smorzata «lei suo dolore. La spola {Mssa e 
ripassa in silenzio; l'amata risponde con parole senza suono, come un'omlr» 
che sente dal suo stupore profondo, con un dolore inerte, fisso, come se Im 
morte l'avesse lasciata ferma per sempre nell'angoscia incredula del distacco. 
Poi la disperazione del poeta la anima ; e per confortarlo quasi ri<liventa viva : 

— Mio dolce amore, 
non t'hanno detto? non lo sai tu? 
Io non 8on viva che nel tuo cuore. 

Ma il conforto finisce nello schianto dell'ultimo verso, che è cosi comune, ma 
COSI accorato, cosi straziante, come una rivelazione improvvisa, definitiva, 
dopo l'esitazione velata del primo colloquio. « Io non son viva che nel tuo 
« cuore » : tutta la commozione tremante, desolata della lirica, si riversa in 
queste parole gonfie di pianto ; il brivido freddo del colloquio s'infiamma im- 
provvisamente nella febbre d'una passione immortale e vana, E ci tormenta 
come un nostro proprio dolore il vedere che, subito dopo, l'incanto del capo- 
lavoro si rompe con una strofe romantica, cioè prosastica, dove il Pascoli non 
sente più la poesia di quel tessere, che continua dopo la morte solo perchè i 
sentimenti hanno l'immagine e il suono delle cose fra cui nascono. La tessi- 
trice tesse una tela per posarvi finalmente insieme coll'amato : il Pascoli non 
ha più sentito quanto era poetico quel tessere senza uno scopo. Ma la lirica 
rimarrà ugualmente: in quella sensazione unica che non si frantuma e non 
si vela, in quella disperazione solitaria e silenziosa c'è la profondità misu- 
rata e sicura, la facile, armoniosa, musicale potenza concentrata d'un sonetto 
del Petrarca. Bastano pochi versi come questi per isolare fra cento altri lo 
sguardo pensoso d'un poeta. 

« La cavalla storna », invece, non è affatto un capolavoro. Pare impossibile, 
ma si capisce benissimo: fa perfino l'effetto di non esser sincera, come altre 
poesie d'argomento simile — « Il giorno dei morti », per esempio —, che 
nascono da uno di quei sentimenti terribili, i quali, appunto per questo, cer- 
cano un'espressione smisurata, che dà un suono falso. Nel « Giorno dei morti » 
il dolore inesauribile fa che il poeta si riprenda senza posa ; nella « Cavalla 
storna » la torbida percezione della tragicità della scena gli impone un'archi- 
tettura in parte vuota, poiché l'attesa della catastrofe è protratta ed esaspe- 
rata con un intervallo che il poeta riempie anche di parole vane, di decora- 
zioni, di simmetrie. La madre, sospendendo in quattro riprese la preghiera 
alla cavallina rivelatrice, la difterisce e la trascina, senza che la supplica 
diventi più ardente, più carezzevole, senza che il poeta riesca a conquistare 
il motivo davanti al quale si affatica : il sentimento della madre così profondo, 
così doloroso da riuscir finalmente a comunicare il suo palpito umano anche 
al muto animale. Questo era il tema del capolavoro fallito. Soltanto l'ultima 
parlata aggiunge qualche cosa di sostanziale, e squilla come una liberazione 
sospirata da un impaccio ineffabile, nella chiusa del distico: 

Chi fa? Chi è? Ti voglio dire un nome. 
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come. 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. 17 



250 RASSEGNA BIBLIOGKATICA 

Nel resto, ancho nella parte descrittiva, nonostante qualche pennellata solenne, 
c'è una teatralità non rara nel Pascoli, cli«' sfugg^e a molti sol.» perchè è una 
teatralità diversa dalla solita, atteggiata secondo il particolare temperamento 
del poeta. Contro tutte le apparenze, c'è in questa lirica una fredda consapevo- 
lezza del motivo fondamentale, un po' simile a « Un ricordo », che anch'esso 
gira e rigira, cercando l'effetto, intorno al tema: il presentimento tragico 
nella giornata luminosa e serena (1). A chi legga il commento del Pietrobono, 
contro ogni intenzione del critico, la « Cavalla storna » sembra anche peggiore 
di quel che sia, perchè la sua chiosa la trita, la sminuisce, rende — colla sua 
insistenza — anche più evidente l'artificio del Pascoli, ingrossa le finezze, 
aggiunge intenzioni che non ci sono, intrude osservazioni che troncano e 
stornano la commozione del lettore (2). 

Più d'una volta il Pietrobono rileva bellezze che non ci sono, trascura 
quelle che ci sono, e le commenta sbagliando il segno. Per esenìpio, a propo- 
sito dei versi: 

Quelli occhi che toccano appena 
le cose ! due poveri a cena 
dal ricco, ignorati dai più 

{Maria), 

scrive : « Più evidente degli occhi fuggitivi della Silvia leopardiana » (p. 38, 
n. 21), facendo un torto al Leopardi e fraintendendo il Pascoli, perchè l'umiltà 
malinconica e dimenticata dello sguardo di Maria non ha nulla che vedere 
con le divine parole che rispecchiano il fascino sereno e sfuggente d'una fan- 
ciulla che sale il limitare della gioventù. Maria esprime accoratamente lo 
sfiorire nascosto d'una donna senz'amore : il sentimento di questa lirica è, per 
esempio, simile a quello della Tiisona di Maupassant, e non ha nessuna rela- 
zione colla Silvia leopardiana. 

Questo è uno dei parecchi componimenti pascoliani in cui la soavità dia- 
fana del sentimento, che si esala triste e leggero, è guasta dalla ripetizione 
delle parole (3) e dall'ecolalia. La musicalità morbosa, stagnante corrompe il 
sentimento del Pascoli e lo discioglie in un sentimentalismo particolare. Così 
avviene, per esempio, neWOra di Barga (4), dove il poeta, trascinato dal 
suono dolcissimo che gli accarezza morbidamente l'orecchio, non si accorge 
delle ingenuità vuote e della facilità romantica. Il lettore scrupoloso guardi 
con quanto poche parole è scritta quella lirica, e veda se il sentimento domi- 
rainante giustifichi interamente il ritmo di nenia. Spesso la poesia pascoliana 



(1) Il tema è segnato nei versi : « Non s'udì ohe quel pianto e quei singulti j nel 
« tranquillo mattino tutto luce» {Canti di Ciistelvecchio, p. 138, str. 2i. 

(2) V. le note ai vv. 10, 21, 87, 39, 60-?»l, 63-64, 66, 56. La nota al v. 61 è, se non 
altro per difetto espressivo, un'iperbole che non mette il lettore in uno .stato 
d'animo serio di fronte al poeta. 

(8) Una fiacca difesa di questo procedimento fece Emilio Zanrtte {O. Pa$coU, 
Milano, edizioni di «Poesia», 1907, pp. 50-1). 
(4) Canti di CasUlvecchio, pp. 111.12. 



RASSEGNA DIBLIOflRAriOA 251 

ci avvolge e ci sperde nel labirinto ma-jnco delle parole fujff^evoli, delle ripe- 
tizioni piene di sopore, degli echi complessi di suoni vicini e lontani, delle 
riprese leni e cadenzate, delle tronche assorbite e attutite dalle piane, dei 
versi dall'onda uguale come un dondolìo di cuna, delle parentesi che sono 
come un premer di tasti più alti fra tasti più piani (1). È una primitività 
decadente. In alcune liriche le sillabe labili non lasciano nulla nella fantasia, 
ma la soavità d'una carezza nel cuore. È evidente che allora il pensiero bal- 
betta, e il mondo del Pascoli è, piuttosto che l'universo concepito da una 
mente, un fluttuare sonoro, confuso, iridescente, di sensazioni indefinite. Se il 
nostro orecchio si sottrae a quella musica stupita che risuona in una cavità 
misteriosa, allora noi vediamo che l'ispirazione t> dissipata in frammenti che il 
poeta, povero di facoltà sintetiche e costruttive, lascia staccati, nonostante le 
apparenti simmetrie e le rispondenze spesso puramente sonore. Il lettore, preso 
dalla diifusa rèverie, dovrebbe ricomporre la vita spezzata dell'insieme; ma il 
poeta non gli dà il filo conduttore (2). Spesso gli elementi della concezione 
sono slegati, come si dovettero affacciare alla fantasia del Pascoli nel primo mo- 
mento. E non è una giustificazione estetica il fatto che la dissipazione nebu- 
losa dell'ispirazione sia insita nella natura del soggetto, perchè qualunque 
sentimento sembra sfuggire all'espressione, e il miracolo dell'arte è appunto 
dar l'illusione che cosi non sia. I sentimenti del « Canto notturno », delle 
<^ Ricordanze », dell'* Infinito », della « Sera del dì di festa » sembrano pre- 
cisi, eppure quando erano ancora soltanto nel cuore del Leopardi e non già 
nella fantasia, erano ondeggianti proprio come quelli di qualunque lirica pa- 
scoliana. Non siamo dunque di fronte ad un problema artistico particolare, 
come pretenderebbero i troppo fervidi ammiratori del Pascoli, ma di fronte 
ad un'innegabile e grave deficienza : un difetto di continuità ideativa, che è 
molto diversa dalla frammentarietà della poesia. In una grande lirica quello 
che non è pura poesia, è almeno forte cemento : il Pascoli non è soltanto un 
poeta frammentario — come, più o meno, sono tutti —, ma anche un poeta 
in cui manca il cemento logico, la continuità — non solo della fantasia — 
ma anche del pensiero direttivo. Questo è il suo difetto massimo, e si nota 
anche in poesie dall'argomento abbastanza ben delimitato, come « Il soldato 
di S. Piero in Campo » e « Il torello » (3): il Pascoli non sapeva pemare] 
perciò, siccome una poesia si regge sopra uno scheletro di pensiero, la sua 
poesia spesso non si regge; le manca la spina dorsale. Lo scheletro non è la 



(1) Questa è una caratteristica ben nota della lirica pascoliana: ma è utile ricor- 
dare che il Pascoli disse un giorno al Gian che le sue impressioni più potenti erano 
quelle musicali (V. Gian, Giovanni Pascoli poeta, in N. Antologia, 1» nov. Ift-JO, p. 67). 

(2) Gosa che i pascoliani non ammettono : v. p. es. L. Pietboboho, L'operw poetica 
di O. P., in Rassegna contemporanea, maggio 1912, pp. 205-7. Vedi invece, suirinoa- 
paoità di costruire e di proporzionare le impressioni, le giuste censure del Borocsb 
{La vita e il libro, I serie, Torino, Bocca, 1910, pp. 221, 226) e le attente analisi del 
Cecchx (/va poesia di G. P., Napoli, Ricciardi, 1912, pp. 80-2, 64-89). 

(8) Primi poetnetti, pp. 66-60, 49-58. 



252 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

poesia; ma questa non può star senza quello. E nel Pascli per lo più lo 
scheletro non è rettilineo come una freccia, ma sinuoso, frastagliato, avvolto 
su se stesso come un gomitolo, monotono come una catena, quasi che per con- 
tinuare egli fosse obbligato a ripetersi le ultime parole tentando una sugge- 
stione acustica (1). 

Naturalmente il difetto non c'è o è meno visibile quando l'argomento è o 
dovrebbe essere una pura sensazione. Tale dovrebbe essere « La sera » (2): la 
fantasia del poeta è colpita da una somiglianza misteriosa fra le stelle isolate 
che s'accendono nell'oscuro infinito, e le case solitarie che s'illuminano nella 
terra buia. È una delle ispirazioni più profonde del Pascoli, una di quelle 
dove è più evidente lo sforzo di dare la sensazione del mistero. È sparsa di 
soffi e sguardi balenanti come l'enigma che ora si vela ora si scopre, e mentre 
si disasconde è già lontano : ma non è tutta così. La contemplazione arcana, 
nello sforzo inane di dare un senso alla rispondenza delle stelle e dei lumini, 
si spezza in un'ansimante ricerca di simmetrie, diventa — talora — fredda 
constatazione, e così rimangono troncate alcune sensazioni vastissimamente 
suggestive che — nella meditazione circonfusa di silenzio — annullano le pro- 
porzioni dell'infinito ed eguagliano alle stelle lontane i focolari dispersi. 
Questo spettacolo penoso, che si ripete più volte nel Pascoli, mi fa pensare 
alle parole del Maupassant, che nell'ultima parte della sua vita fa anche 
lui uno dei molti artisti dell'Ottocento dominati dall'ignoto, e ne ebbe, piut- 
tosto che il senso, la sensazione terribile, già confinante colla patologia. Ma 
in uno degli istanti più sereni scrisse: « J'ai, par moments, ces espèces de 
« lueurs dans l'esprit qui font croire, pendant une seconde, qu'on va découvrir 
« le divin secret des choses. Puis la fenétre se referme. C'est fini » (3). Il Pascoli 
ebbe un inquietissimo dramma dell'inconcepibile e dell'inesprimibile: questo 
« cantore Che nella voce ha l'eco dell'Ignoto », ebbe continuamente lo sguardo 
teso per sorprenderlo ; ma gli mancarono, per comunicarci intera la sua ansia, 
la disciplina spirituale, come notò il Galletti (4) insieme con parecchi altri, 
un chiaro fondamento filosofico e, aggiungerei io, una precisa esperienza delle 
cose e delle sensazioni che egli voleva ritrarre. Il Pascoli ha battuto tutta la 
vita alla porta del mistero, ricavandone solo di quando in quando un fremito 



(1) V. per es. le prime due parti del Sogno della vergine {Canti di ^ast^vecchio , 
pp. 139-40). 

(2) Odi e inni, pp. 17-18. 

(8) Monsieur Parenf^, Paris, OUendorf, 1901, p. 278. 

(4) La poesia eoe, p. v. Cfr. Borqkse, Op. cit., Ili serie, 1918, p. 506; Ckcchi, 
Op. cit, pp. 21-2; BuLFERETTi, O. P., Vuomo, il maestro, il poeta, Milano, Libreria 
editrice milanese, 1914, p. 894. Il Cbsarko disse, con una frase bella ma forse un 
po' indulgente, che il Pascoli * ebbe una sua visione, ma non un suo sistema, della 
« realtà > (JLa poesia di O. P., Bologna, Zanichelli, 1912, p. 42). Anche il Rabizzani 
dovette ammettere ohe il Pascoli e ha un grande mondo, ma non è ancora riuscito 
«ad esprimerlo compiutamente» (Pagine di critica letteraria, Pistoia, Pagnini. 
1911, p. 69); individuum ineffabile lo disse felicemente il Bakzkli.otti. Studi e ri- 
tram*, Milano, Sandron [1918], p. 269. 



RASSEGNA BIBLIOORAFIOA 253 

(li bronzo. Ne avrebbe potuto sentire 8uoni più alti e più chiari, se aveiBe 
avuto la capacità di fermar la sua anima sopra aspetti meno indefiniti del 
mistero, se il suo spirito, non accontentandosi d^una sensazione vai^a, tome 
stAto più curioso di fissare il volto proteiforme dell'enij^na, avesse tentato — 
non di scioglierlo — ma di coglierlo nelle mille forme della vita universale 
t'd umana in cui si presenta, e avesse cercato con più ardore i libri innumere- 
voli che lo scrutano. Non credo che il Pascoli abbia avuto la cultura specifica 
— di letture e di meditazioni — che richiedeva il soggetto della sua poesia, 
e che ha invece il Maeterlinck. Probabilmente il Pascoli ebbe la fede stessa 
del Maetferlinck, il quale nella prefazione del suo teatro scriveva : « Siamo 
« in un momento che le potenze superiori d'un tempo non si possono più am- 
« mettere, e quelle che le devono sostituire non sono ancora determinate » (1). 
Ma il Maeterlinck ricercò con un'attenzione inesauribile lo spirito dell'uni- 
verso in tutte le sue forme, e anche per questo riusci a darci sensazioni meno 
frammentarie, meno vaghe — pur nella loro natura indefinita —, rivelandoci 
un'anima più veramente e più intimamente commossa dinanzi all'ignoto che 
ci sfugge. I motivi del Pascoli sono meno determinati, meno vari, meno ricchi: 
il fondo della sua poesia, in confronto, qualche volta suona come una grotta 
vuota. I due poeti si aggirano entrambi in un'atmosfera silenziosa: ma l'orec- 
chio del Pascoli è più sordo, perchè il suo mistero non si moltiplica negli 
infiniti misteri che susurrano all'orecchio del Maeterlinck. È lo stesso difetto 
che io vorrei notare nelle liriche dove il Pascoli rappresenta la vita della 
natura coll'intenzione di darne un'immagine più concreta che quella degli 
altri poeti. La sua concretezza molte volte è più nella nomenclatura che nella, 
descrizione viva delle piante e degli animali — di cui egli vorrebbe ritrarre 
la vita particolare ; ma spesso non ci riesce, e attribuisce loro una vita troppo 
umana (2), non veramente perchè la sua fantasia sia antropomorfa, ma anche 
qui perchè gli manca il sostrato di cultura necessario a' suoi intenti poetici, 
e perchè egli ha troppo spesso una preoccupazione artificiosa, moraleggiante, 
di veder nella natura una maestra dell'uomo : di qui il sapore ambiguo, tra 
di lirica e di favola, di parecchi suoi componimenti. Affermazioni che richie- 
derebbero un lungo discorso e meriterebbero un esame che qui non posso fare. 
Ma mi sembra difficile negare che l'accusa un po' troppo spiccia di arcadi- 
cheria che fu fatta ad una parte della lirica pascoliana, ha la sua origine 
inavvertita proprio in questo fatto che il Pascoli ha della vita della natura 
un'intuizione che spesso è' concreta solo in apparenza ; i suoi particolari at- 
tribuiscono troppe volte agli uccelli ed alle piante una spiritualità ed una 
mentalità perfettamente umana, di cui tutti dovrebbero avvertire l'artificio, 
specialmente perchè vi si aggiunge una certa svenevolezza. Tratti come il 



(1) TMdtre, Bruxelles-Paris, 1901, voi. I, pp. xii-xiii. 

(2) Lo Zanettb nota che le figure, gli uccelli e le cose nella lirica del Pascoli 
hanno l'anima stessa del poeta {Op. cit, pp. 10-1, 17), ma non trova nulla da cen- 
surare nel modo com'è attuato questo procedimento. 



254 RASSEGNA BIBLIOGKAriOA 

grido dei rondinini che domandano se si parte (1), e il canto nostalgico del 
galletto chiuso « nella cucina tacita e scura » (2), sono un po' rari perchè si 
possa vedere nel Pascoli quel così sincero interprete della natura che tanti 
hanno voluto. 

Questo medesimo difetto di consistenza si nota, come ho detto, in parecchie 
liriche dominate dal senso del mistero. Complessivamente esse hanno una lu- 
cidità minore del teatro di Maeterlinck, sia per la capacità di delineare il 
motivo, sia per l'abilità d'infondere il simbolo, il significato nascosto, nell'im- 
magine materiale. Il Pascoli non raggiunge l'evidenza, sia pure troppo insi- 
stente, di « Les aveugles » (3), un'opera d'argomento simile al suo poemetto 
« Il Cieco » (4). È un dramma pieno d'un vago terrore, che opprime e disperde, 
e dà nitidissima l'immagine dell'umanità immersa nell'ignoto, che non conosce 
né sé, né la sua stanza. L'inquietudine affannosa dei ciechi è quella stessa che 
provano i veggenti quando si affacciano sull'orlo del mistero; pagina per pa- 
gina s'insinua nell'anima del lettore il senso d'uno smarrimento fra le tenebre 
seminate d'indefinite minacce. Si direbbe che il Maeterlinck abbia, per una 
più assidua consuetudine, più netta la sensazione del mistero. Egli non ha 
l'atteggiamento manierato del fanciullo ingenuo, ma quello dell'uomo maturo; 
vede l'irreale, ma come ua'irradiazione misteriosa d'una realtà ben percepita 
e che sta lì salda a costituire lo scheletro della visione. Segna il mistero sui 
margini della vita. Il Maeterlinck stesso ci ha additato la fonte e la via pre- 
cisa della sua arte dicendo ne « L'intérieur » : « Il faut ajouter quelque chose 
« à la vie ordinaire avant de pouvoir la comprendre » (5). È, insomma, più 
semplice, più spontaneo, meglio delineato del Pascoli, col quale è utile il con- 
fronto per combattere coloro che vedono nell'insufficienza costruttrice del 
nostro poeta l'espressione legittima d'un mondo lirico nuovo. Quando la fan- 
tasia del Pascoli era padrona del sentimento, allora anche le liriche mistiche 
si sviluppavano con una linea precisa (6), e la sua sonorità prodigiosa non er» 
solo più un canto ingannevole di sirena. 

Allora ne' suoi versi passava lo sconfinato volo dei mondi, il respiro largo 
del vento, l'immobilità della morte, l'incubo d'un ineffabile orrore, il turbinio 
dell'essere intorno alla povera anima umana (7) e, serpeggiante dovunque, la 
melodia d'un dolore diffuso, la soavità d'un'anima carezzevole, che trova in una 
parola fraterna il conforto d'ogni sgomento e d'ogni angoscia. 

Ma anche il dolore e l'umanità più d'una volta gli si disfacevano nella 



(1) Addio! (Canti di Castélvecchio, p. 156, str. 2). 

(2) PHmo canto {Op. cit., pp. 105-6). 
(8) Op. cit., voi. I. 

(4) Primi poemetti, pp. 157-^60. 
(6) Op. cit, voi. II, p. 182. 

(6) V. per es. i7 bacio del morto {Myricae, pp. 161-2). 

(7) Tra (?li esempi migliori di qaeste sensazioni e di questi sentimenti, o di altri 
simili, V. la fine di Pagaeri a aera, qualche tratto della seconda parte del Ciocco 
(Canti di Castélvecchio, pp. 98, 49 sgg.) e della VeHigine (Nuovi poemetti, pp. 81-8), e 
le ultime strofe dellMurora boreale (Odi e inni, p. 24). 



RASSEGNA BIBLIOORAFICA 255 

fantasia, forse più sovente nei volumi posteriori che nel primo, dove la bre- 
vità lo salvò spesso non solo dalle soluzioni di continuità logica ma anche 
dalla dissoluzione dell'imnia^'ine e del sentimento. I sentimenti umani più 
caratteristici del Pascoli sono l'ansia del mistero che lo affratella a tutti gli 
uomini e gli fa perdonare ogni colpa, ed uno stato d'animo più vago e più 
continuo, che colora della sua dolce pallidezza non solo le sue riflessioni sul- 
l'umanit<à, ma anche le sue contemplazioni della natura: un sentimento che 
vedo definito negli ultimi versi della strofe: 

Pensa : un'occhiata qnale passeg^OfOi 
vana, ha gettata a passeggero in via, 
è la sua vita, e impresse nel pensiero 
l'orma ohe lascia il sogno che s'oblia : 
un'oi'ma lieve, che non sa ae aia 
spento dolore o gioia che non fit (1). 

Questa è la sfumatura particolare del suo dolore: una delusione che ri di- 
mentica nel silenzio raccolto dello spirito e svapora guardando la vita dei 
campi. Di qui sorgono quelle melodiose verità pascoliane, che sembrano ve- 
nire da un melanconico regno di sogno : « e a tutto era più presso il cuore, | 
« di quanto il piede n'era più lontano »... (2), quegli aliti di dolore che sem- 
brano trasportare le angosce del poeta in un cielo immobile e puro : 

Per un attimo fui nel mio villaggio, 
nella mia casa. Nulla era mutato. . . (8) 

Mia madre era al cancello. 
Che pianto fu ! Quante ore ! 
li, sotto il verde ombrello 
della mimosa in fiore ! 

M'era la casa avanti, 
tacita al vespro puro, 
tutta fiorita al maro 
di rose rampicanti. . . (4) 

Ma qualche volta il Pascoli si compiace troppo del suo intenerimento, 
sembra vivere più di questo compiacimento che del proprio stato d'animo, e 
con quella sua voce che accarezza uomini, animali e cose, finisce per far 
desiderare un sentimento più risoluto e robusto — e, direi anche, più nativo, 
perchè talora la sua tenerezza pare una di quelle pieghe dell'animo che 
prende chi, per le condizioni della sua vita, è spinto verso un sentimento 
abituale. Questa squisitezza lambiccata di melanconia serena rammollisce una 



(1) In cammino {Myricae, p. 195, str. 2). Una buona descrizione di questo ra^ 
sentimento pascoliano ha fatto il Cksabeo (Op. cit., p. 87). 

(2) Il bordone {Primi poemetti, p. 43, v. 11-2). 

(8) Sogno {Myricae, p. 160) : v. tutta questa lirica. 

(4) Casa mia {Ganti di Castelvecchio, p. 181) : v. anche tutta questa. 



256 BA88BGNA BIBLIOOBAFIOA 

parte notevole della lirica pascoliana. Un esempio caratteristico, e quasi la 
definizione, ne sono i versi di « Psyche » : 

Eppur talvolta ei soffia 
dolce cosi nelle palustri canne, 
che tu l'ascolti, o Psyche, con un pianto 
si, ma che è dolce, perchè fu già pianto 
e perse il tristo nel passar dagli occhi 
la prima volta (1). 

E non parlo delle liriche peggiori, di parecchi « inni », per esempio, dove il 
flaccidume sentimentale è aggravato dal pensiero sfibrato e povero. 

Il sentimento del Pascoli è più schietto, quando non appare direttamente, 
ma traspare attraverso la contemplazione delle cose, nelle solitudini tristi e 
serene dei campi, dove il poeta, con l'anima fisa in un antico dolore, tende 
l'orecchio ai rumori sperduti che allontanano il paesaggio in una solitudine 
remota. Il Pascoli ha dato alla nostra poesia molte di queste sensazioni 
nuore: campi che sembrano svanire nell'onda sonora delle campane; voci e 
cose circonfuse di silenzio; canti diffusi e assorbiti nella malinconia contem- 
plativa del paesaggio; aspetti tenui e profondi dell'autunno: una piuma esita 
e palpita leggera nel nido abbandonato, la guazza cade sopra le foglie aride, 
il vento piange nella campagna solitaria, netto e sottile — di lontano, un cader 
fragile di foglie; tramonti che s* esalano come soffi dalle cime nude degli 
alberi; paesaggi di nebbia miracolosi e solinghi; rumori e fragranze della 
vita raccolta nelle care pareti della piccola casa; temporali che muoiono in « un 

< dolce singulto | nell'umida sera » ; vespri odorati d'un tepido odore di fieno ; 
fonti romite, circondate da un silenzio intento ; « mezzodì d'estate | pieni d'un 

< verso inerte di cicala » ; prime dolcezze di sole che fan sognare alle piante 
di rigermogliare; suoni circondati di silenzio, il ritmo dell'anima che si 
ascolta. Chi ha scandito così bene come il Pascoli, con un rumore isolato, il 
silenzio dei campi? (2) Chi ha fatto risuonare meglio i rumori d'oro della 
vita semplice e operosa in mezzo alla solitudine idillica? Per apprezzar 
qualche lirica che sembra poco significativa, bisogna sentir l'atmosfera di 
pace che la circonda e ne fa come un attimo di estasi meditativa. Sieste, 
riposi campestri, malinconie autunnali, mattini assorti in una luce diffusa, 
richiamano l'anima sognante del Pascoli e la disperdono nel pallore argen- 
tino e sereno, nella pace infinita del cielo. Le sensazioni precise segnano 
appena d'un lieve pullulare lo specchio immobile dello spirito calmo e acco- 
rato. Finché si mantiene nei confini di questa parca sensibilità estatica o 
trova gli istanti di semplicità divina che lo fan penetrare nell'anima degli 
uccelli come nella sua, il Pascoli è un poeta nuovo, cioè grande, il poeta 



(1) Poemi conviviali, p. 144, vv. 7 sgg. 

(2) Una frase felice del Cecchi illumina ad un tempo l'ambiente e il sentimento 
pasooliano : < La sua profondità è come la profondità d'un silenzio rurale > (Op. et/., 
p. 28). Lo Zanstte osserva : < Il Pascoli è il gran poeta del silensio > {Op. cit, p. 89). 



RASSEGNA BIBLIOOBAFIOA 257 

della purità sensitiva. Ma le sue sensazioni cristalline diventano più rare 
dopo il primo volume, e la sua purità, spontanea nel campo delle nensazioni, 
diventa forzata quando passa nel campo della psicologa (1). 

Allora non è più soltanto candido, ma anche scrupoloso, avvilappato e 
sofistico. « Il sogno della vergine » non vale « Paulo Ucello » e tante brevi 
« myricae » terse e luminose. Il pensiero è spesso un elemento disgregatore 
della sua poesia: quando le sue liriche non rispecchiano un'impressione inde- 
finita e lenta come lo sfumar d'una nebbia sottile nel cielo chiaro d'un mat- 
tino d'autunno, difficilmente rimangono degne di lui. Soffi di malinconie, 
istanti d'immobilità stupita e obliosa, sospiri tenui e profondi, brividi di 
mistero, attimi di sgomento dinanzi all'incommensurabilità dello spazio e 
alla distruzione dell'io in mezzo al perpetuarsi della vita: questa è la sua 
poesia, arte frammentaria e fugace come le sensazioni, in continuo pericolo 
di dissolversi quando dalla sensazione germina un sentimento preciso e com- 
plesso, che il pensiero vuole analizzare e interpretare. Allora la debolezza 
intellettuale del Pascoli si svela, ed egli ci si mostra come un poeta essen- 
zialmente sensitivo, simile in questo al D'Annunzio, nonostante le apparenze 
così diverse, poiché questi due poeti, poveri — in quanto poeti — di senti- 
mento e di pensiero, hanno però dato alla nostra poesia, per lo più in sfere 
lontanissime, molte sensazioni nuove. 

Dell'anima sa cogliere i moti fuggevoli, indefinibili, quelli che danno l'im- 
magine d'una pallida spira di fumo che svanisce ; ma non i sentimenti con- 
tinui e complicati di pensiero, gli stati che nascono da un'origine molteplice, 
quelli che determinano con precisione una figura e costituiscono un carat- 
tere. Perciò la sua poesia storica, i suoi inni, ripetono sotto altra forma la 
vecchia retorica della lirica encomiastica, a cui sono molto simili appunto 
per l'incapacità di concretare il personaggio celebrato : l'unica differenza con- 
siste in una sofistica complicazione filosofica, colla quale il Pascoli cerca in- 
vano di dar profondità a questa sua lirica inconsistente. Poiché ne' suoi inni 
i grandi spiriti del passato che si reincarnano nei grandi del presente, sono 
pure e monotone astrazioni, solo in apparenza diverse dai triti confronti enco- 
miastici fra gli eroi classici e gli eroi moderni. 

Ma anche dove il Pascoli non è vittima di quest'illusione filosofica, la sua 
lirica psicologica e morale fondata sopra una sua concezione etica dell'uma- 
nità, comunque scaturita da una meditazione complessa, riesce incerta e 
tradisce la sua nativa incapacità di uscire dal cerchio delle sensazioni istan- 
tanee, delle impressioni e dei sentimenti inafferrabili. Se la lirica « Nel car- 
cere di Ginevra » (2), che poggia sopra una famosa spiegazione scientifica 
della delinquenza, adattissima del resto al temperamento indulgente del Pa- 



(1) A questo proposito ricordo, accanto alle riflessioni dello Zaskttb sulla « mi- 
«tezza etica, del Pascoli {Op. cit., p. 6), quelle del Cksasko sul Pascoli poeU 
della € nativa aspirazione all'innocenza e alla bontà » {Op. cU., p. 68), e del Bosouc 
ohe chiama il Pascoli il poeta della natura e dell'innocenza {Op. ciL, III ser., p. 186). 

(2) Odi e inni, pp. 66-9. 



258 RAS8BGNA BIBLIOGRAFICA 

scoli, ha qualche profonda dolcezza e tristezza pascoliana, è però intima- 
mente debole, non solo per la chiusa ad effetto delle parti terza, quarta, 
quinta, sesta, settima e nona, ma anche e specialmente perchè l'uomo che 
parla a Luccheni, cioè il personaggio in cui consiste tutta la concezione, 
personifica in un modo troppo incerto il mistero del male e nella parte ottava 
non si sa come le sue parole gli possano convenire. L'esame del « Negro di 
« Saint-Pierre » (1) non darebbe risultati molto diversi. « I due fanciulli » (2), 
che in bellissimi frammenti traducono con piena evidenza fantastica una pe- 
netrante psicologia infantile, e si chiudono con una visione solenne e soave 
della morte, tradiscono anch'essi quel difetto nel principio della terza parte, 
che sopraggiunge come la morale della favola, colla reboanza in cui cade il 
Pascoli quando fa poesia di pensiero, senza saper trasfondere la riflessione nella 
rappresentazione: qui il simbolo è nato dopo la scena. Un difetto simile, in 
proporzioni maggiori, c'è nella « Piada » (3), che pure ha alcuni fra i versi 
più spontanei e più classici della sua poesia umile, fra quelli dove l'espres- 
sione vien fuori con più divina purità di luce, e nella precisa linea delle cose 
semplici è più spontaneamente infuso il loro sentimento senza antropomor- 
fismi leziosi. Difficilmente nella poesia del Pascoli il simbolo o l'intenzione 
morale formano un tutto unito e vigoroso con l'elemento concreto da cui 
dovrebbero irradiarsi : perfino nei componimenti migliori di tal genere, perfino 
nel « Libro » (4), si sente lo sforzo della suggestione, la lotta fra l'idea e il 
fantasma. Queste liriche e gli inni hanno di quando in quando una retorica 
vittorughiana alquanto attenuata. 

La psicologia che il Pascoli sapeva rappresentare, è unicamente quella che 
ho definito più sopra, ma sempre a patto d'evitare l'insistenza. Nel « Cane 
notturno », le anime dei bimbi che si cercano « per le ignorate lunghe viot- 
« tole I del sonno » (5); nel « Sogno della vergine » il dondolio della cuna 
sognata, in mezzo al silenzio profondo (6) ; nella lirica « Per sempre » la 
spiegazione accorata di questa frase, che desta una visione immobile, uguale, 
angosciosamente raccolta (7); nella «Voce » una rassegnazione disperata, ma 
piana, più susurrata che espressa (8) ; nel « Sole e la lucerna » la bontà 
umile, nascosta, della lampada che, accanto al malato, « Stava velata e trista, 
I per fargli il ben non vista » (9); nella « Tovaglia » i morti che « stanno 
« lì sino al domani, | col capo tra le due mani, \ senza che nulla si senta, | 
« sotto la lampada spenta » (10); nel < Sonnellino » il canto sommesso dei 



(1) Ivi, pp. 71-8. 

(2) Primi poemetti, pp. 141-8. 
(8) Nuovi poemetti, pp. 145-51. 
(4) Primi poemetti, pp. 161-8. 
(6) Odi e inni, p. 26. 

(6) Canti di Ca»teltfecchio, p. 141, priaoipio della parte IV. 

(7) Ivi, p. 28, fine. 

(8) Ivi, specialmente le strofe tra la p. 85 e la p. 86, e le due ultime della p. 86. 

(9) Ivi, p. 40. 

(10) Ivi, p. 59. 



BA88IGNA BIBLIOORAFIOA 869 

so^ni(l); poi, sfifuardi che accennano apjiena, tocchi che sfiorano apiwna, ad 
esprimere sentimenti che si movono nelle profondità velate ed ineffabili del- 
l'aninia; soavi ^ioie presenti, in cui si va spe^^nendo l'eco d'un dolore non 
dimenticato; nostaljjie smorzate; più che sentimenti, respiri dell'anima, fug- 
gevoli e vaghi come soffi di vento; malinconie svaporanti nella Holitudine; 
trilli e candori di bimbi; lo smarrimento dello spirito in mezzo al mistero; 
il travaglio vano della fantasia dinanzi all'infinità degli astri. Il mondo poe- 
tico spirituale del Pascoli è fatto di sentimenti crepuscolari o di Hgomenti 
grandiosi o di purezze infantili, e non conosce le costruzioni umane del 
mondo morale. Per quanto sottile o solenne, la sua spiritualità è priroitÌTa 
ed ò incapace di dar forma artistica ai sentimenti ed ai pensieri che sono il 
frutto dell'evoluzione secolare dell'umanità. Da qualunque parte si rivolti 
l'esame della sua poesia, si torna sempre alla conclusione che essa «^ natu- 
ralmente ribelle alla complessità della riflessione, organicamente incapace di 
una continuità logica. Per questo riguardo il Pascoli è, con aspetti e pro- 
porzioni diverse, nel cerchio stesso del Carducci e del D'Annunzio : la grande 
poesia italiana di pensiero, la grande lirica germogliata da una concezione 
robusta e coerente dei problemi umani, s'è interrotta col Leopardi e col Man- 
zoni. Il Carducci stesso, ben più quadrato costruttore di poesie che il Pascoli 
e il D'Annunzio, non ha certo una base di pensiero più solida. 

Di classico il Pascoli ebbe soltanto il nitore e talvolta anche l'incisività 
scultoria di qualche immagine. Fu classico non nel saldo organismo del com- 
ponimento, ma in uno, due, pochissimi versi isolati. Di quando in quando 
tra i veli fluttuanti dei campi pascoliani si scopre un angolo dai rilievi pre- 
cisi e luminosi : 

Dopo breve ora, tacita, pian piano, 
venne la madre, ed esplorò col lume 
velato un pooo dalla rosea mano (2). 



Arrivi a Castelveoohio, alla sua fonte 
nuova, perenne, a cui vengono in fila 
le gravi mucche nel calar dal monte. 

Queste, da un canto, alla marmorea pila 
succhiano l'acqua; e quando alzano il collo, 
l'acqua dalle narici nere fila (3). 

Ma la nettezza classica dell'immagine è principalmente notevole nei « Poemi 
conviviali », dove questi frammenti sono quasi l'unico pregio (4), E non si 



(1) Ivi, p. 77, ultima strofe. 

(2) / due fanciulli {Primi poemetti, p. 142, vv. 10-2). 
(8) H torello {Primi poemetti, p. 51. vv. 8-18 . 

(4) Si sa che di questo volume si diedero giadid duparatiMimi. Ettoex Roma- 
owoLi se ne mostrò entusiasta, e giudicò meraviglioso lo sciolto del Pascoli (JVtuwa 
Antologia, 16 settembre 1904, pp. 288, 291) ; e non fu solo. Il Cb8a««o, credo oon 
molto maggior ragione, fu tra quelli che lo condannarono {Op. cit., pp. 48-60). 



260 RASSEGNA BIBLIOQBAFICA 

possono citare, perchè l'evidenza risulta veramente bene solo nel contesto (1). 
Ma per lo più in questo volume il classicismo si limita ad un fraseg^are 
greco e specialmente omerico, cioè ad un mosaico di semplicità gettato sopra 
quella sottilità complicata e forzata che è la poesia del Pascoli quando essa, 
come accade quasi sempre in questo libro, esce dai suoi confini naturali. 



È difficile trovare un altro poeta italiano che abbia tanta ricchezza di mo- 
tivi nuovi, pensosi, profondi, suggestivi, che dimostri altrettanta ansia di 
altezza, di purezza, di grandiosità sentimentale. Ma la debolezza dell'intel- 
letto, l'incostanza della curiosità, il sentimento sottilizzante e complicato di 
pretese acute, infine la deficenza costruttrice della fantasia e la mancanza 
del senso delle proporzioni hanno ostacolato l'elaborazione di questa materia 
nuova. Il Pascoli è pieno di compiacimenti sentimentali e sensuali, di carezze 
dell'impressione e del sentimento, che sono il fascino e il tedio della sua 
poesia; ma è ad un tempo il poeta delle contemplazioni sconfinate, che non 
possono durare più d'un istante, perchè subito lo riprendono i suoi compiaci- 
menti sottili puerili, che — per esempio — non gli lasciano dimenticare 
il lucchesismo nemmeno dinanzi ai mondi roteanti nella notte silenziosa (2). 
La sua lirica è corrosa da una retorica così originale, che è difficile scor- 
gerla : ma quando si sia fermata la mente sopra la declamazione sottovoce (3) 
dei suoi sentimenti troppo accarezzati, sopra l'armonia imitativa che tante 
volte simula e sostituisce l'ispirazione assente, sopra la fellace sonorità di 
tanti suoi versi vani, allora si ha la spiegazione di quel senso di disagio che 
dà la sua lirica affascinante, anche indipendentemente dallo sforzo della co- 
struzione. 

Il bellissimo libro del Galletti mi ha fatte tornare per qualche mese ai 
volumi che un tempo avevo adorato e poi, deluso, avevo ripreso in mano a 
lunghi intervalli, colla nascosta amarezza che dà il ripensare agli idoli in- 
franti. Ora ho voluto rifarmi un giudizio sereno, e l'ho riferito per l'attrat- 
tiva del tema, non per la speranza di dir cose inconfutabili. 

Nel capitolo finale, intitolato A proposito di « lirismo puro » e di * poesia 
applicata >, il Galletti esamina la concezione dell'arte escogitata dall'idea- 
lismo germanico, osservando che con essa si dà il « diritto di cittadinanza 
« nella repubblica dell'arte soltanto » a « ciò che l'uomo sogna o delira e 
« non anche > a « ciò che egli pensa e vuole »; il che può piacere solo ai 
mistici, per i quali « tutto il senno dell'uomo moderno > consiste « nel ri- 
« trovare e nel risalire candidamente verso l'ideale fanciullezza perduta ». 



(1) Vedi p. 80, str. 8; p. 40, i vv. finali della parte IV; il periodo fra la p. 77 e 
la p. 78 ; la fine del periodo che sta fra la p. Ili e la p. 112. Vedi anche Odi e inni, 
p. 80, penultima strofe; p. 106, fine della parte IH. 

(2) Vedi il V. 14 della parte II del Ciocco {Canti di Catteìvecchio, p. 49). 

(8) Cosi la chiamai neirarticolo sulla personalità poetica del Pascoli, stampato 
nel Messaggero della domenica del 22 settembre 1918. 



BASSKONA BIBLIOGRAFIOA 261 

Secondo il Galletti, il contrasto stabilito da (lueat'estetica fra intelligenza e 
fantasia, è artificioso e menzognero, e * un principio operoso e normativo di 
« intelligenza e di volontà entra a regolare Tarmonia di opii vera opera 
« d'arte ». Respingendo l'idealismo assoluto e attenendosi al dualismo cla«- 
sico fra la natura e l'io, egli afferma che l'artista trasforma e spiritualizza 
la realtà, e creando passa da un primo momento di « rapimento muto ed 
« inconscio » al « momento dell'espressione », che « t» sempre volontario e 
« riflesso »: così l'artista converte « l'intuizione individuale » in « espressione 
« intelligibile a tutti » ed è obbligato ad uscire € dalla sua ebbrezza in- 
« tuitiva ». La fantasia « contrappone la sua visione della realtà — visione 
« che ò tutta nostra, perchè umana — a quella che la natura e la materia 
« ci impongono ». 

Questo capitolo merita una seria considerazione, sia perchè contiene le pre- 
messe teoriche di tutto il libro, sia perchè rivela anche più chiaramente di 
altre pagine l'avversione del Galletti per l'arte mistica — non disgiunta 
però dall'attitudine a comprenderla —, sia perchè affronta da punti di vista 
nuovi alcune affermazioni non di rado più celebrate che intese. Io non con- 
divido la ripugnanza del Galletti per il misticismo, non escludo che esso sia 
più vero che il dualismo classico, e non faccio questione di superiorità o di 
inferiorità fra le due arti che ne scaturiscono. Ma appunto per questa mia 
posizione spirituale, mi sembra unilaterale anche la concezione mistica del- 
l'arte, e in ciò mi accosto al Galletti, col quale consento anche nell'aramet- 
tere gli elementi intellettuali e volontari dell'arte. Solo mi pare discutibile 
che l'artista passi dal rapimento muto al momento volontario e riflesso del- 
l'espressione. Spesso invece il momento è unico, e l'attimo del rapimento è 
quello stesso dell'espressione : e allora la riflessione e la volontà sembrano 
sommerse ed operano solo come freni e stimoli nascosti, come abiti spirituali 
infiammati da una forza nuova e veramente misteriosa. Il Galletti, che ha 
praticata egli stesso l'arte della poesia, potrà forse convincersi che quest'os- 
servazione non è infondata, se rinnova nella sua memoria gli attimi più 
obliosi della sua attività di poeta. Forse proprio negli istanti più felici l'in- 
tuizione individuale non si converte in espressione intelligibile a tutti, ma è 

già essa stessa espressione intelligibile a tutti. 

Attilio Momigliano. 



SOCIETÀ STORICA LOMBARDA. — Francesco Movati. — 
Milano, 1917 (8°, pp. viii-231). 

La Società Storica Lombarda non poteva scegliere per onorare il suo glorioso 
presidente forma più degna ed austera di questo denso volume, nel quale tutta 
l'opera di Francesco Novati viene esplorata, vagliata, riassunta con un rigore 
d'indagine e con una sobrietà di parola, che si sono fatti oggi rarissimi. 



262 RASSEGNA BIBLIOGKAFICA 

Spira davvero per entro le pagine di questo volume il raccoglimento religioso, 
la gravità commossa e pensosa cìie accompagnano i riti solenni della vita. 
Ciascuno dei collaboratori ha sentito che non era questo il luogo per una 
commemorazione accademica, vuota e insignificante, ed ha compreso che 
l'elogio funebre era cosa troppo volgare per la memoria di chi aveva per 
quarant'anni combattuto la retorica ciarliera e dato esempio di un cosi scru- 
poloso rispetto del vero. Senza che fosse passata tra i collaboratori una sola 
parola d' intesa, tutti hanno sentito che tale, e non altro, era il loro ufficio; 
e perciò il libro, al quale hanno partecipato quattordici scrittori (1), è riuscito 
organico e solido come se vi si fosse infusa la vita di un solo pensiero. « Gli 
« uomini egregi di cui pubblichiamo gli scritti — dice assai bene il Presi- 
€ dente della S. S. L. — hanno saputo riassumere i risultati più salienti del- 
« l'opera di Francesco No vati, additandoli con sintetica, suggestiva eloquenza 
« ai prosecutori ; ed in pari tempo, indipendentemente l'uno dall'altro ed incon- 
« sapevolmente concordi, lianno quasi ricostrutto con illuminato amore la 
« biografia di Lui » (2). 

Il libro si apre con una monografia di Aristide Calderini sugli Studi 
greci di Fr. Nevati (pp. 1-5), cioè sulle prime indagini giovanili intorno al 
testo di Aristofane, poi dà luogo a una vasta, esauriente ed acutissima di- 
scussione di Umberto Pestalozza intorno ai lavori novatiani sulla letteratura 
del Medio Evo [La tradizione latina nella letteratura e nella civiltà del 
Medio Evo). È questo il campo nel quale il Novati segnò un'impronta più 
profonda (3); non vi è forma dell'arte e della leggenda medievale che sia 
sfuggita alla sua indagine e die non abbia suggerito al suo pensiero delle 
pagine che non impallidiranno mai. Il Pestalozza enumera i testi, che erano 
dimenticati nella polvere delle biblioteche e che la delicata dottrina del Novati 
ha fatto rivivere davanti a noi: V Anticerherus di Bongiovanni da Cavriana (1890), 
il poemetto di Rolando da Corneto (1894), lo Specidum vitae di Bellino Bis- 
solo (1896) e il dramma liturgico del dì delle Ceneri (1907). E poi passa a 
discutere la famosa prolusione al corso di Letter. Medievali nell'Accademia S. L. 
di Milano, i>' influsso del pensiero latino sopra la civiltà italiana del M. Evo, 
nella quale il P. ravvisa accanto a molte cose nuove e originalmente pensate 
anche alcuni pregiudizi ripetuti meccanicamente senza critica. Ad es., il severo 
giudizio che il N. dà della coltura Carolingia, è del tutto erroneo, perchè è 
fondato sopra una conoscenza troppo scarsa ed inadeguata del movimento 
filosofico di quell'età. « La ragione di tale negligenza non sarà qui illecito ed 
« irriverente farla risalire ad una lacuna della sua vastissima e solidissima 
< erudizione di medievalista insigne: la scarsa conoscenza del movimento filo- 



(1) Essi sono: A. Caldbrtni, U. Pestalozza, Pio Rajna, N. Zinoarklli, M. Schs- 
RibLO, Hehry Cochiw, V. Rossi, V. Ciak, A. Galletti, E. Verga, K. Motta, Ebio 
Levi, G. Cesari, A. Sepulcri. 

(a) Pref., p. VI. 

(3) Pp. 3-47. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 203 

« sofico medievale derivata da uno scarso interesse — «ino a diventar talora 

« diffidenza — per la filosofia in ^'enere » (1). 

Degli studi del N. sulla Letteratura francette e provengale del M. Evo 
discorre, con quella precisione di dottrina e con quella mat^istrale sicurezza 
che gli sono proprie, il Rajna (pp. 39-52). l'rovenzalista il N. non fu mai ; 
né intorno alla letteratura francese ci ha dato opere profonde e complessive 
come quelle dedicate alle altre forme della letteratura medievale. Lo studio 
più cospicuo del Novati in questo campo rimane sempre l'edizione di Un 
nitoi'o ed un vecchio franunento del Tristran di Tommaso (1887). 

Misurata e ben assestata è la monografia che subito segue (pp. 53-68) 
di Nicola Zingarelli intorno alla traccia lasciata dal Novati negli studi delle 
Origini della Poesia Italiana. L'opera del Novati è in questo campo assai 
varia; ora è opera di divulgatore piacevole, in conferenze, discorsi e scritti 
d'occasione, ed ora invece è opera di ricercatore severo, metodico, rigoroso. 
Non vi è testo antico che non rechi l'impronta della dottrina del Novati, 
dal Ritmo (Mssinese (1886) al canzoniere di Dante da Majano (1883Ì, dal 
De Magnalibus Mediolani di Bonvesin (1898) alle Xoie del Patecchio (1896), 
dal Lamento della Sposa Padovatm (1889) alla Storia di S. Antonio di 
Vienila (1901). Tutti questi lavori, conclude lo Z., « hanno legami più o meno 
stretti tra loro e costituiscono come un'organica enciclopedia » (p. 68). Le pagine 
di M. Scherillo su Francesco Novati e gli studi danteschi in Italia (p. 69-80) 
rievocano con arguta semplicità le vicende del comitato milanese della Società 
Dantesca, fondato nel 1896 da Gaetano Negri, che poi ne fu il presidente, 
dal N., che ne fu vice-presidente, dallo Scherillo stesso, dal Rocca e da molti 
altri valenti studiosi. Frutto dell'attività del comitato milanese sono i due 
bellissimi volumi Con Dante e per Dante (1898) e Arte, scienza e fede ai 
giorni di Dante (1901), ai quali il N. ha collaborato con la sua dottrina e 
col suo gusto squisito. Il N. doveva pubblicare le Epistole di Dante; ma di 
queste sue fatiche non abbiamo che un piccolo saggio nella conferenza divul- 
gativa tenuta in Orsanmichele nel 1906 e nel testo della lettera a Moroello 
Malaspina edito tre anni dopo nel volume Dante e la Lunigiana. La morte 
ha troncato insieme con gli altri anche questo lavoro del N. E insieme con 
l'epistolario di Dante ò rimasto abbandonato l'Epistolario del Petrarca, del 
quale il N. aveva promesso di dare l'edizione critica nella collezione delle 
Opere che prepara la Commissione Petrarchesca Nazionale. Il N. considerava 
lo studio del Petrarca non solo un dovere, ma anche un piacere, perchè egli 
sentiva non so quale istintiva affinità tra la sua anima e la sua vita e 
l'anima e la vita del grande aretino. Egli conosceva il Petrarca nelle sue 
vicende esterne ed interne, nelle sue amicizie, nella sua vita e nel suo pen- 
siero, come soltanto si conosce un contemporaneo, e non un uomo lontano nei 
secoli ; e del Petrarca parlava in pubblico e in privato con fervore di am- 
mirazione e con calore di affetto. Nessuno potrà mai dimenticare quello che 



(1) Pestalozza, p. 32. 



264 BA88EONA BIBLI00BA7I0A 

il N. ha fatto nel campo petrarcliesco, sia nelle note k\V Epistolario di Coluccio 
Salutati, sia nelle pagine del magnifico volume // Petrarca e la Lom- 
bardia (1904). Tale è il giudizio che del N. petrarchista dà il più geniale dei 
petrarchisti dell'Europa contemporanea, Henri Cochin (1). Dell'epistolario di 
Coluccio Salutati — la cui poderosa edizione del N. nei quattro volumi delle 
Fonti per la Storia d'Italia (1891-1911) resterà un perenne monumento di 
dottrina e di metodo — parla da pari suo, in pagine dense e concettose (2), 
Vittorio Rossi. Agli studi intorno al Salutati e all'umanesimo del sec. XIV 
il N. si venne preparando fino dal 1878; e di essi sono documento i Nuovi 
studi su Albertino Mussato (1885) e il volumetto sulla Giovinezza di Coluccio 
Salutati (1888). Tre anni dopo (1891) usciva il primo volume àeW Epistolario 
di Coluccio Salutati. 

Per commentare le Epistole il N. « percorse quante pubblicazioni, vecchie, 
« nuove, nuovissime, si riferissero all'età del suo autore, esplorò filze, registri, 
« pergamene d'archivi, consultò, lesse, trascrisse codici di biblioteche con ala- 
« crità invitta, con oculatezza fine e penetrante. A scorrere quelle sue note 
« meravigliosamente dense di erudizione rara, e intese a chiarire ogni par- 
« ticolarità e a collocare ogni persona, ogni fatto, ogni dottrina, ogni con- 
« troversia nell'ambito della storia e della cronaca, se ne ha l'impressione 
« ch'egli si sia tuffato in quell'antica vita per rendersene famigliari gli uomini, 
« i pensieri, i costumi... ». 

Lo stesso valore che Y Epistolario del Salutati per lo studio del Trecento, 
ha, per quello che riguarda il Settecento, l'edizione d'un altro carteggio, com- 
piuto dal N. con la collaborazione di Eman. Greppi: il Carteggio di Pietro 
e di Alessandro Verri (1910-1911). La concezione dell'opera, il metodo del- 
l'esecuzione sono sempre quelli. « Credo », scrive V. Clan nelle sue bellissime 
pagine dedicate a Frane. Novali e il Settecento Italiano (3), « credo che la 
« preparazione, e storica e letteraria e bibliografica e archivistica, ond'egli, 
« coscienzioso e scrupoloso in ogni sua cosa, s'accinse a questa sua nuova e 
« grave impresa, sia stata quasi eguale a quella, immensa, che gli costò il 
« suo lavoro sul Salutati. Solo chi abbia una certa esperienza di simili fatiche, 
« è in grado di valutare l'opportunità, l' importanza e l'originalità delle note 
« che illustrano i due volumi dati finora alla luce » . 

Un gruppo considerevole di studi del N. è dedicato all'Alfieri. Il N. incominciò 
questi lavori nel 1880, scorrendo i manoscritti alfieriani della Laurenziana, e di 



(1) H. Cochin, Pétrarque (pp. 81-87). 

(2) Oli studi di Francesco Novati intorno all'umanesimo (pp. 89-97). 

(3) Pp. 99-120. Lo stesso apprezzaiueuto del Gian è recato da Ettore Verga, p. 169. 
Il Oixrteijgio dei due Verri « è oosl ricco dei più svariati commeuti salla vita del 
« tempo, che ben si comprende come il Novati si fosse innamorato di questo Is- 
€ voro e lieve gli sembrasse il gravosissimo compito d' illustrare quei preziosi 
« materiali. Con lena prodigiosa si era dato a rintracciare notizie intorno a innu- 
« merevoli personaggi, a pettegolezzi di corte e di salotti, s'era dato a chiarire gli 
«infiniti aof'enni ad avvenimenti politici, artistici, letterari 



RASSEGNA BlBLIOGKAriCA 265 

essi diede ragpruaglii) in brevi e gastosi articoli aneddotici, quali V Alfieri a 
Cernirne (1880j. Penelope (1890), V Alfieri e Franceaco ZacchiroU (1904j, e 
nella vasta e bene architettata monografia m\V Alfieri poeta comico {\iiH\), che 
rimane ancora quanto ha di meglio la letteratura alfieriana intorno alla m 
comica del grande tragico (1). Da questo studio sul Sett<»ceiito e huI primo de- 
cennio dell'Ottocento sono rampollati, quasi per naturale concatenazione di fatti, 
di indagini e di idee, gli studi su Stendhal, dei quali si trova il primo ac- 
cenno in alcune pagine del 1882 e l'ultimo frutto si ha nel volume Stendhal 
e r anima italiana (1916). Su questo libro è caduta la mano stanca del N. 
morente! Le ragioni profonde dell'istintiva simpatia del Novati per l'avven- 
turoso scrittore di Grenoble sono ben chiarite con delicata finezza di critico 
da Alfredo Galletti nel saggio Frane. Novati, Stendhal e Vanima italiana 
(p. 121-140). «Il Novati scopre a mano a mano nell'ironico e sguisciante 
« scrittore francese atteggiamenti psicologici, che dovevano renderglielo sempre 
« più caro : innanzi tutto una curiosità intellettuale lucida, analitica e desi- 
« derosa di penetrare nelle scerete ragioni morali degli atti e dei costami, 
€ un senso aristocratico della eleganza talvolta studiosamente ricercata e arti - 
« ficiosa, molto disdegno, per non dire odio, della volgarità ; l'abitudine e 
« il gusto di associare agli studi letterari le impressioni delle arti belle e della 
« musica ». 

Gli Studi di Storia lombarda del N. sono rievocati da Ettore Verga 
(pp. 141-170): anzitutto gli studi amorosamente figliali dedicati alla storia 
della città natale, Cremona, poi quelli intorno alla storia della patria di ele- 
zione, Milano, e infine gli studi Viscontei e Sforzeschi, a mezzo dei quali 
si ruppe la sua nobile vita. Tra i saggi cremonesi spiccano le due belle mono- 
grafie riguardanti M. G. Vida, solidamente costruite su una vasta e profonda 
preparazione storica intorno alla vita lombarda e all'umanesimo del Cinque- 
cento. Ancor oggi esse sono quanto di meglio può offrire la nostra erudizione. 
Tra gli studi milanesi sono fondamentali l'edizione di Bonvesin da Riva (1898), 
l'edizione del Carteggio dei fratelli Verri (1910), lo studio sulle relazioni tra 
il Petrarca e i Visconti (1904) e le numerose e acute note Viscontee. 

Del Novati bibliografo discorre Emilio Motta (pp. 171-180). 

Il N. era un appassionato ricercatore di codici e di libri ; « nelle vacanze 
« era solito intraprendere viaggi all'estero, esplorandovi biblioteche e musei 
« e prendendo note ed appunti su codici italiani. Così dobbiamo al suo sog- 



(1) Qaesto elogio del Ciaa viene assai temperato da Alfredo Galletti nelle pagine 
ohe seguono subito dopo (p. 126): « Il saggio giovanile buìV Al/Uri poeta comico, dili- 
« gente e scrupoloso, non ha né poteva avere, data l'età dello scrittore, alcuna 
€ originalità critica. Il N. analizza cronologicamente i disegni, i progetti, i saggi 
< comici dell'ingegno altìeriano, dal primo informe tentativo del Giudizio univer$al$ 
«alle sei commedie, cosi poco comiche, di argomento politico-sociale, che furono 
€ l'ultima fatica e l'ultimo sforzo dell'ormai esausta fantasia alfieriana. Ma se la 
« preparazione dello storico è in questo lavoro già quasi perfetta, i giudici del cri- 
« tico sono timidi e convenzionali. Si vede che l'interpretazione critica none 
« affar suo >. 

Qiornale storico, LXXIQ, fase. 818-219. 18 



266 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

« giorno a Madrid la scoperta del De Magnalibus di Bonvesin da Riva ed alle 
« sue corse nel Belgio «3 nei Paesi Bassi f^-iiosi estratti dai Maìwscritti ita- 
« liani di alcune biblioteche del Belgio e dell' Olanda (1894-1896) ». Nel 1887 
il Novati studiava i codici Trivulzio-Trotti, ora esulati dall' Italia (1), nel 1890 
i codici Gonzaga ; nel 1878, appena diciannovenne, aveva studiato quelli 
Pallavicino-Clavello (2). E dei più pregevoli cimeli egli curava con ogni amore 
l'edizione nelle due collezioni che dirigeva, la Collezione Novali (1892) e la 
Biblioteca storica della letter. ital. (pure del 1892) e nei suoi tre giornali. 
Eletto nel 1906 Presidente della Società Bibliografica Italiana (3), egli fu 
anima d'ogni impresa di essa e con lo pseudonimo di Irò da Venegone scrisse 
quasi tutte le recensioni bibliografiche del giornale ufficiale della Società, Il 
Libro e la Stampa. 

Segue nel volume un mio breve studio intitolato: Folk-lore (pp. 181-193). 
Lo scopo, che si prefiggono queste mie pagine, non è già quello di illustrare 
una dopo l'altra le varie opere del Novati nel campo del nostro folk-lore, 
ma piuttosto quello di tracciare a grandi linee la storia degli studi folk- 
loristici italiani del secolo XIX e di inquadrare in mezzo ad essi il pensiero 
del N. (4). Lo studio della poesia popolare italiana procede dalla grande ri- 
voluzione romantica, ha inizio dalla raccolta romantica di Guglielmo Mùller 
(1794-1827), ha compimento nella Storia della Poesia Popolare del d'An- 
cona (1878) e nei Canti Popolari del Ptmow^e di Costantino Nigra (1888). 
Per il N., che usciva dalla scuola di Aless. D'Ancona, era più che per ogni 
altro difficile di trovare il solco nuovo, dove l'aratro del Maestro non fosse 
già passato a sconvolgere la terra. « Eppure il N. seppe essere un innovatore 
« anche in questo campo così aspro, dove sarebbe già stato medito grande l'es- 
« sere semplicemente un continuatore. Il D'Ancona e i suoi seguaci avevano 
« studiata la poesia popolare con metodi e intenti esclusivamente letterari; il N. 
* volle ampliare la ricerca e rimettersi allo studio dei testi tradizionali con 
« criteri più larghi, comprendendo nel campo dei suoi studi tutto quel vasto 
« materiale umano, che era rimasto sino allora inesplorato e dimenticato : gli 
« usi, i costumi, i proverbi, le pitture, le stampe, gli amuleti. Insomma egli 
« rievocava tutta la vita del popolo per illustrare la poesia popolare, e volgeva 
« la poesia popolare all'illustrazione di tutta la vita del popolo ». 

Curioso e ricco di novità è il saggio di Gaetano Cesari sugli studi del N. 
sulla Storia della musica (pp. 195-215). Sebbene al N. mancassero vere e 



(1) In questo Giornale, IX, 137-185. 

(2) Ora essi sono nella Villa Resta-Pallavicino di Trecella. Il Motta ne pubblica 
(pp. 178-180) il catalogo compilato nel 1878 dal Novati ; sono 84 manoscritti, tra i 
quali noterò un « originale » di Giov. Sabbadino degli Arienti ed alcune carte sa 
Qerol. Vida. 

(3) Cfr. V. CiAW, F. N. eletto presidente della Soc. bibliogr. italiana, nelV Hlustrazione 
italiana, 24 giugno 1906. 

(4) Mi è grato annunciare ohe il disegno che io ho tracciato a grandi linee in 
queste pagine, è stato ripreso e integrato in un vasto studio analitico dalla dotto- 
ressa Lina Gozzi, allieva del nostro Ireneo Sanesi. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 267 

proprie conoscenze tecniche musicali, egli aveva un cosi sicuro intuito storico, 
che anche nel campo della storia della musica nel M. Evo ebbe sperao TÌsioni 
originali, giudizi netti e precisi e delle vere e proprie divinazioni. Le Origini 
sono per questo rispetto un lavoro poderoso; e contributi eccellenti sono Io 
studio sulle Cacce (1908) e quello sulla Storia della lirica musicale italiana 
del sec. XV (1912). Il Cesari poi ci rivela che il N. vagheggiava nel 1915 una 
geniale ricostruzione del teatro giullaresco medievale parallela a quella che 
il Romagnoli ha fatto, a Fiesole e a Siracusa, del Teatro Greco. Il primo 
dramma da riprodurre e da far rivivere davanti al pubblico moderno doveva 
essere Aitcansin et Nicoìette; ma « la morte non permise che quel sogno si 
avverasse ». 

Alessandro Sepulcri chiude il volume con alcune commosse pagine (1) rie- 
vocanti Frane. Novati Maestro (pp. 217-224) e con un supplemento alla 
Bibliografìa novatiana del 1908, comprendente le 68 pubblicazioni che hanno 
visto la luce tra il 1909 e il 1916. 

Poggiato sulle granitiche colonne di questi quattordici saggi, l'edificio di 
questo volume ha un aspetto solenne, severo ed austero, quale richiedeva la 
grandezza delle cose che si dovevano dire, e quale richiedeva la grandezza 
dell'uomo che si doveva commemorare, non già ai presenti, ma ai posteri. La 
figura di Fr. Novati esce netta e precisa dal quadro e spicca sullo sfondo 
della cultura italiana della seconda metà dell'Ottocento, della quale oggi noi 
possiamo dominare, più dall'alto e a distanza, l'ampia distesa ed i lontani 
confini. Il dilagare degli studi filologici e l'amore delle letterature medievali 
sono un riflesso del trionfo del romanticismo germanico attraverso il mondo 
europeo del sec. XIX ; ma il N., che pur era un fervido romanista, seppe 
reagire con illuminata critica alle illusioni romantiche dei suoi tempi e rico- 
nobbe che la letteratura medievale sarebbe rimasta perennemente squallida 
e sterile « senza il contatto e la feconda influenza dell'arte e del pensiero » 

di Roma (2). 

Ezio Levi. 



(1) Quale concetto avesse il N. della scuola risulta da queste sue parole: La 
Facoltà di Lettere e non è destinata soltanto a preparare degli insegnanti per le 
« scuole secondarie. . . La scuola ha lo stretto dovere di cooperare agli avanca» 
« menti della scienza, deve aflFaticarsi dal canto suo. . . a serbare ed accrescere 
«all'Italia quell'onorevole luogo ohe le appartiene nel movimento intellettuale 
. delle nazioni civili ». Il Sepulcri dà a p. 220 l'elenco delle 24 monografie che gli 
allievi del N. pubblicarono dal 18^ al 1911 sotto la guida di lui. 

(2) Sono parole di Alprkdo Galletti in alcune pagine, ohe sono le più belle del 
bellissimo volume (pp. 182-188). 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



RODOLFO BENINI. — Origine^ sito, fortna e dimensioni del 
monte del Purgatorio e dell'Inferno dantesco [Estr. dai 
Rend. della R. Accad. dei Lincei, Ser. V, voi. XXV, fase. llj. 
— Roma, 1916 (8«, pp. 117). 

Le idee che mi sembran più nuove, sostenute in questa memoria con molte 
e molto sottili argomentazioni, sono le seguenti: 

1*. È un errore il credere che, innanzi alla caduta di Lucifero, la terra 
si elevasse già sopra l'oceano nell'emisfero australe donde poi sarebbe ricorsa 
nel boreale. Bisogna ritenere, invece, che tutta la massa terrestre fosse rico- 
perta allora dalle acque e che solo nell'istante di quella caduta, sportasi 
momentaneamente nell'emisfero australe « quasi a veder lo straordinario spet- 
€ tacolo » (p. 9), se ne sia poi subito ritratta per l'orrore provato e, fattasi di 
nuovo velo del mare, abbia determinato nell'emisfero boreale l'emersione della 
' gran secca '. 

2». La Giudecca, come si rivela dai versi di Inf., XXXIV, 116-117: 

Tu hai i piedi in sa picciola sfera 
che l'altra faccia fa della Giudecca, 

non è né « un cerchio, né un cerchietto ; è una piccola sfera mascherata dal 
« ghiaccio dalla parte onde Lucifero esce di mezzo il petto » (p. 13) e formata 
dalla pietra del fulmine colla quale Dio avvolse il fianco dell'angelo ribelle 
per evitare, mediante essa, ogni contatto fra lui e la terra. 

3*. Allorché Virgilio dichiara a Dante che Sion e il monte di Purga- 
torio stanno sulla terra in modo da avere un solo orizzonte e diversi emi- 
sferi, ossia che essi sono antipodi, non intende già di riferirsi al piccolo colle 
di Gerusalemme; ma si al grande Sion, al mistico e simbolico monte di coi 
parla S. Ilario nel suo Tractatus super Psalmos e che si identifica coll'ec- 



BOLLETTINO BIBLIOGBAVICO 269 

Celso monte Sinai dominante tutta la Palestina. Il Purgatorio, dunque, situato 
esattamente sul tropico del Capricorno, è antipodo, non a Gerusalemme, ma 
al Sinai, situato esattamente, a sua volta, sul tropico del Cancro. 

4*. La montagna del Purgatorio e la cavità infernale, essendosi forraat4 
quella col materiale terrestre che occupava prima il luogo di questa, devon 
essere uguali fra loro, oltre che per la configurazione, anche per le dimen- 
sioni e per il volume. 

5*. L' Inferno non può avere, dunque, l'ampiezza che gli fu da altri at- 
tribuita, né può aprire la sua voragine, come fu da altri supposto, poco sotto 
la superficie dell'emisfero boreale. Esso deve, anzi, trovarsi ben lontano dft 
questa superficie e ben addentro nella massa terrestre e ben vicino al centro 
'al qual si traggon d'ogni parte ì pesi' e dove sta confitto Lucifero: in corde 
terrae, insomma, o in medio terrae, là dove lo colloca « la tradizione da 
« S. Paolo ad Isidoro » (p. 70). E deve ricongiungersi alla superficie dell'erai- 
sfero boreale per mezzo di un lungo e oscuro condotto sotterraneo simile a 
quello che Dante espressamente ricorda sulla fine della prima cantica e che 
gli servi di strada per risalire dal centro alla superficie dell'emisfero australe. 
« Quasi superficiale è solamente il luogo in cui si aggirano coloro che vis- 
« sero ' senza infamia e senza lodo ' — che è, al tempo stesso, il luogo d'adu- 
« nata di quegli altri, cui tocca passare l'Acheronte » (p. 70). 

Non mi fermerò a discutere tutti questi singoli punti. Dirò solo che, ad 
eccezione di quello relativo alla sferetta che dovrebbe avvolgere i fianchi di 
Lucifero e di cui non riesco a vedere la legittimità e neppure ad intendere 
l'opportunità riguardo allo stesso sistema interpretativo del Benini, i resal- 
tati a cui egli perviene mi sembrano, in massima, accettabili o tali, a ogni 
modo, da non poter essere bruscamente e spensieratamente respinti. E mi limi- 
terò ad aggiungere alcune considerazioni intorno all'intervallo di ben 3100 mi- 
glia che il Benini immagina fra la ' buia campagna ' degl'ignavi e la voragine 
infernale iniziantesi col cerchio dei non battezzati ; per il quale « immenso 
« intervallo » la « discesa di Dante » sarebbe avvenuta « in uno di quei modi 
« straordinari, che si addicono alle visioni e che egli volentieri impiega per 
« annullare il tempo e le distanze: un opportuno deliquio, in cui cade per 
* il terremoto che segnala il fremere di Lucifero all'avvicinarsi del Veltro a' 
« suoi dominii » (p. 71). 

No. Il sonno di Dante dura quanto dura il misterioso passaggio dell'Ache- 
ronte ; e di là dall'Acheronte si apre immediatamente la ' valle d'abisso do- 
lorosa '; e di qua dall'Acheronte si stende la 'buia campagna' degl'ignavi: 
sicché non è, fra la ' campagna ' e la ' valle ', altro distacco che quello segnato 
dalla palude acherontea. Ciò resulta dal testo del poema con una cristallina chia- 
rezza; con una chiarezza che non ammette dubbi e non permette supposi- 
zioni arbitrarie o fantastiche immaginazioni. Ma l'affermare la contiguità del 
vestibolo e dell'abisso non ci conduce necessariamente a negare che tutto l'In- 
ferno si trovi scavato e, per cosi dire, incastrato in medio terme ad una 
grandissima distanza dalla superficie ; e neppure ci costringe ad escludere re- 
sistenza di una specie di galleria o di condotto che appunto a tale superficie 



270 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

lo ricongiunga. perché mai non penseremo noi a quel ' cammino alto e 
Silvestro ' per il quale Dante afferma di essere entrato dopo che la sua paura 
fu vinta dalle parole confortatrici di Virgilio? Quanto questo cammino sia 
lungo e quanto tempo gli sia occorso a percorrerlo il poeta non dice; come 
non dice, alla fine della prima cantica, quanto sia durata e in che modo si 
sia compiuta la sua faticosa ascensione dal centro della terra all'emisfero 
australe per la 'naturai burella' scavata dal ruscelletto. Ma appunto il si- 
lenzio rende possibile l'ipotesi: e ben si converrebbe, mi sembra, che a que- 
st'ascensione dall'estremo cerchio dell'Inferno alla superficie del globo corri- 
spondesse una consimile discesa dalla superficie del globo alla prima soglia 
dell'Inferno. 

Finché il B. si occupa di problemi generici quali son quelli a cui ho accennato 
più sopra e propone risoluzioni del tipo di quelle che ho più sopra sommariamente 
enumerate, l'opera sua è, come già dissi, degna di molto rispetto e richiede studio 
e meditazione anche da chi non sia disposto ad accoglierne i resultati. Ma, in 
verità, non ho animo a seguirlo e a riconoscere l'utilità dei suoi sforzi per tutta 
quella parte della sua memoria in cui egli s'adopera a misurare con esattezza e 
a ridurre a cifre precise l'altitudine del monte di Purgatorio e la profondità 
della voragine d'Inferno, la circonferenza dei vari gironi di quello e dei vari 
cerchi di questo, il volume dell'uno e dell'altro regno oltramondano e cosi 
via. Tutti i tentativi di questo genere, per sottili e acuti che siano, sono 
disperati e vani; disperati e vani in quanto non tengono conto di una verità 
essenziale e incontrovertibile : che, cioè, un'opera d'arte non può ridursi a 
calcolo matematico né può costringersi entro una rigida formula numerica il 
libero volo della fantasia creatrice. Se Dante afferma, a proposito della nona 
bolgia, che ' miglia ventidue la valle volge ' e se dichiara, a proposito della 
decima, che essa ha una circonferenza di undici miglia e una larghezza non 
minore di mezzo miglio, non pensa né punto né poco di offrire ai lettori due 
termini strettamente aritmetici che valgano alla misurazione delle altre otto 
bolge e di tutti i cerchi sovrastanti o sottostanti ad esse ; ma ubbidisce sol- 
tanto a un immediato e momentaneo bisogno artistico: là per suscitare l'idea 
della sterminata moltitudine di * ombre triste smozzicate ' che doveva accal- 
carsi in uno spazio cosi vasto; qua per mettere in rilievo, con un'immagine 
concreta di straordinaria potenza, l'odio di maestro Adamo verso i tre signori di 
Romena che lo indussero a falsificare il fiorino. Tanto .ubbidisce a un bisogno 
artistico momentaneo e immediato da dimenticare, direi quasi, la sua stessa 
invenzione e da non accorgersi che mal può accordarsi la soverchia larghezza 
della decima bolgia con la figura generale di Malebolge che già aveva de- 
scritta nei versi 10-18 del e. XVIII; ove il paragone coi 'più e più fossi' 
ricingenti i castelli ' per guardia delle mura ' fa supporre tutte uguali o 
press 'a poco uguali e tutte relativamente assai strette le * dieci valli ' in cui 
è ' distinto ' il fondo dell'ottavo cerchio. 

Del resto, accade al B. (come accadde ad altri prima di lui) di trovarsi 
talora costretto, per amore dei suoi calcoli matematici che altrimenti non 
tornerebbero più, ad esercitare strane violenze contro il chiaro significato di 



BOLLETTINO BIBLIOORAFIOO 271 

qualche passo dantesco; per es., contro le ben note terzine in cui si dà ap- 
punto la circonferenza della nona bolj,na [Inf., XXIX, 4 sgg.) = 

. . . Virgilio mi disse : < Ohe par fcoate? 
perché la vista tua pur si soffolge 
là giù tra l'ombro triste smoEsioat*? 

Tu non hai fatto si all'altre bolg«; 
pensa, se tu annoverar le credi, 
che miglia veutidue la valle volge, 

e già la luna è sotto i nostri piedi : 
lo tempo è poco ornai ohe n'ò concesso 
ed altro è da veder ohe tu non vedi». 

Le quali terzine son cosi da lui interpretate: « Il senso è questo: 8e avetri 
« fatto cosi all'altre bolgie, quanto tempo avresti perduto! Pensa, se credi 
« annoverar le miglia (le miglia, per carità, non le anime, come altri ha detto!), 
« pensa che la valle ne volge ventidue. E già il mezzodì è passato da un'ora 
« e poco tempo ci rimane » (pp. 82-88). La * valle ' di cui parla Virgilio non 
è la nona bolgia : che, se ad essa « avesse voluto alludere..., avrebbe potuto 
«dire più chiaramente: ...* Pensa... che miglia ventidue or questa volge ' op- 
« pure: 'che miglia ventidue cotesta volge' » (p. 83). Per 'valle', dunque, 
si « deve intendere V intera conca di Maìeholge ed assegnare le 22 miglia 
« al giro più eccentrico » (p. 83), ossia, non già alla nona bolgia, ma .si ì).'ne 
alla prima. 

Ora, lasciamo andare che grammaticalmente, il pronome le del v. <-^, se- puu 
con un certo sforzo riferirsi alle miglia successive, con molto maggior corret- 
tezza e naturalezza si riferisce alle precedenti ombre. Lasciamo anche andare 
che il guardar fisso di Dante giù nella bolgia poteva, si, far sorgere in Vir- 
gilio il pensiero che il suo discepolo tentasse di numerare le anime, ma non 
poteva in nessun modo suggerirgli la ridicola supposizione che egli preten- 
desse, con quella sua fissità di sguardo, di computare il circuito della bolgia. 
Ma come è possibile che il ' buon duca ', mentre egli e Dante si trovano sul 
ponte della nona bolgia e di essa discorrono e ad essa intendono, deviasse 
cosi bruscamente il proprio pensiero, da fare un salto all' indietro e, senza pur 
avvertirne il discepolo, indicare la circonferenza della prima bolgia? Sarebbe 
come se un romano, p. es., conducendo in giro per la città eterna un ospite 
forestiero e trovandosi con esso in Piazza Venezia, gli dicesse ex abrupto: 
* La piazza ha tanti metri quadrati di superficie »; e, nel dir ciò, intendesse 
di parlare, supponiamo, di Piazza del Popolo! L'assurdo è cosi evidente che 
non si capisce come il B. non abbia saputo avvertirlo. E anche meno si ca- 
pisce come, mentre era proprio lui che cadeva in uno stranissimo errore, si 
sia dato l'aria di correggere un universale e inveterato errore altrui con la 
benevola e al tempo stesso ironica raccomandazione: « le miglia, per carità, 
non le anime, come altri ha detto! ». Iriiiko Sakisi. 



272 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

EZIO LEVI. — Il libro dei cinquanta miracoli della Ver- 
gine [in Collezione di Opere inedite o rare]. — Bologna, 
Romagnoli, 1917 (8«, pp. CLXViii-183). 

Nella letteratura mistica del M. E. 1 miracoli della Vergine occupano un 
gran posto. Per secoli e secoli questa materia venne a formare oggetto di 
novelle spicciolate e raccolte, di poemi e poemetti, di miniature, di quadri, 
di stampe (1). Ora che si conoscono tante indagini parziali, è tempo che al- 
cuno tenti di vederci un po' chiaro in questa gran selva spesso intricata e 
cx)nfusa. Riesce pertanto assai utile il contributo del L. L'Introduzione, di carat- 
tere essenzialmente bibliografico, enumera le versioni a noi giunte di miracoli 
sparsi e raccolte nella letteratura latina medievale (qui soprattutto sulle 
tracce del Mussafia) e nelle romanze, fra le quali primeggiano, per l'anti- 
chità dei monumenti e la loro effettiva importanza, la francese e la spagnuola. 
Passando più particolarmente alla nostra, pure nel secolo XIII i cosiddetti 
Dodici canti morali, il Fiore di virtù, l'opera di Bonvesin da Riva, onesta 
e sagace, e la gran compilazione latina di Jacopo da Varazze che getta il 
suo ricco fogliame su tutta la produzione agiografica medievale. 

Entrano i miracoli della Vergine nella nostra letteratura classica? Indub- 
biamente con essi viene a collegarsi il mirabile episodio di Bonconte da Mon- 
tefeltro (2). Altro per Dante non si potrebbe dire. E che diremo del Boc- 
caccio? Il L. non si perita di affermare che « molte novelle del Boccaccio 
« sono camuffature di codesti temi mistici » (p. xii) e più innanzi ribadisce lo 
stesso concetto, tentandone, sia pure di sfuggita, una dimostrazione. Così la 
novella della donna perseguitata (II, 6) andrebbe ricondotta ai Miracoli, 
mentre al Boccaccio può essere giunta per mille altre vie. La novella di 
messer Ansaldo (X, 5) per il L. « è un libero svolgimento del miracolo del 
« giovanetto che si dà al diavolo, pure di ottenere l'amore di una donna ». 



(1) Per tutto questo v. l'altra dissertazione del Levi, / miracoli della Vergine nel- 
Varte del medio evo, Roma, 1918 (estr. dal Bollettino d'arte del Ministero della P. Istru- 
zione, anno XII, num. 1-4, gennaio-aprile 1918). Particolarmente interessanti le pp. 
che riguardano la Madonna del Soccorgo (p. 7 sgg.) in quanto si diffóndono intorno 
al motivo, trattato fra gli altri da Vincenzo di Beauvais, da Alfonso el Sabio e 
da Gautier de Coinoy, del bimbo, frutto del peccato, offerto daUa madre al diavolo. 
In Italia se ne hanno tre versioni, una abruzzese del Quattrocento, le altre due 
lombarde del sec. XIV e del XV. 

(2) Scrive il L.: e Neil' ideare questo episodio Dante ha tratto evidentemente 
« l'ispirazione dal miracolo del cavaliere assassinato e redento da una sola parola 
« di devozione dopo una vita malvagia, miracolo che si legge in moltissimi libri 
« e, tra gli altri, nel Dialogus di Cesario di Heisterbach » (p. lui). Ammesso pure 
che l'episodio sia stato ideato da Dante (mentre non manca di probabilità l'ipotesi 
ohe la scomparsa tragica del cadavere di Bonconte abbia destato subito intorno 
agli ultimi istanti di questo prole cavaliere qualche rampollo di leggenda), l'ispi- 
razione è multipla e molto a proposito il Torraca nel suo Commento ricorda il mi- 
racolo del monaco annegato, che è pure oggetto d'una dissertaz., sfuggita al Levi, 
di F. Bitter (1913). 



BOLLRTTINO BIBLIOGRAFICO 278 

In realtà non hanno nulla a che fare insieme (1). Al miracolo della badttHA 
che attraverso mille avventure rimane intatta, almeno nella stima degli ao- 
mini, si ricollega la novella di Alathiel (II, 7). Qui qualche somigliansa si 
può riconoscere. 

Dei Miracoli della Vergine italiani il L. conosce una quarantina di mas. (2) 
ed una trentina di stampe di cui passa in rasse^^na il contenuto. 

La più cospicua di queste raccolte è quella di 186 miracoli, messa insieme 
dal pisano Duccio di Gano (metà secolo XIV), la più fortunata, quella che 
il L. chiama Libro del Cavaliere, conservata in 4 mss. del sec. XV, stam- 
pata assai per tempo e più volte, e venuta a costituire la ver» e propria 
« vulgata * dei Miracoli. 

Anteriore a questi è il Libro di cinquanta miracoli pubblicato qui d&l 
Levi. Il ms. è del sec. XIV, e della fine del Dugento, o, come pare assai più 
probabile, della prima metà del successivo, è l'opera nostra (3), di cui il L. 
pubblica il testo accompagnato da uno spoglio grammaticale e da un lessico. 
Naturalmente allo studioso di questi docc. spetta l'obbligo di ricercarne 
le fonti. Conveniva quindi esaminare minutamente e confrontare le varie 
redazioni, tralasciare i riscontri vaghi, indeterminati, addivenire ad oppor- 
tune classificazioni, e questa sarebbe stata opera senza dubbio assai faticosa, 
ma indubbiamente assai meritoria. Ad un lavoro di questo genere il L. non 
si è sottoposto con rigorosa disciplina, di modo che nel corpo stesso del libro 
non è difficile avvertire contraddizioni talora abbastanza gravi. 

^qW Introduzione, per es. (pp. cxlix-cl), s'afferma che l'A. dei Cinquanta 
miracoli « ebbe sott'occhio » la Jjcgenda aurea ^ lo Speculum di Vincenzo 
di Beauvais, VExordium magnum ordinis cistercensis, oltre a Cesario e ad 
Etienne de Bourbon {De septem donis). Cinque miracoli « si collegano con 
« altrettanti racconti della Scala coeli di Giovanni Gobius » (2* metà del 
sec. XIII). Più innanzi (p. 107) troviamo che i libri € che erano nella cella 
« del frate cistercense [è una semplice ipotesi che l'A. de' Miracoli fosse un 
« frate e un frate cistercense] mentre egli componeva i Cinquanta miracoli » 
sono in tutto quattro e propriamente il I)e septem donis, lo Speculum histo- 
riale, la Legenda aurea, la Scala coeli, né più si parla di Cesario né del- 
VExordium. 

La stessa incertezza s'osserva nella valutazione estetica dell'opera. Una 
volta pare al L. di poter scrivere : « Il Libro dei cinquanta miracoli appar- 
« tiene alla storia dell'arte, perchè nell'assestamento e nell'elaborazione dei 
« particolari e dell'insieme reca ben manifesti i segni e l'impronta del lavoro 



(1) Né in aloan modo si collega con questa materia, benché il L. ci veda un certo 
nesso (quale?), il fantasioso episodio di Tisbina ueWOrlando innamorato (v. l'ele- 
gante articolo di P. Savj-Lopez in Mitcell. D'Ancona, p. 56). 

(2) La misceli, del Trecento nel cod. Naz. Firenze, Magi. II. IV. 66, ohe il L«TÌ 
dice < composta » da Tommaso de' Pulci (p. lvi), è veramente compo$ta da lai o 
solo copiata? 

(3) Porse reminiscenza dantesca lo « star indarno » a p. 61 (ofir. Por. XI, 104). 



274 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

« meditato e cosciente d'un artefice » (p. cj. Poco appresso, e con più ragione, 
l'A. diventa un « modestissimo artefice » (p. cu). 

L'importanza del Libro agli occhi del L. risulta soprattutto dal fatto che 
« questa raccolta è racchiusa da una vera e propria cornice, come è quella 
« del Decameron e di poche altre raccolte di novelle medievali » (p. xc'viiii). 
L'anonimo artefice sarebbe dunque un « precursore della felice innovazione 
« recata dal Boccaccio nella storia della novella » (p. cu). E che cosa è mai 
questa « cornice »? L'A. ha meditato sulle cinque lettere che compongono il 
nome della Vergine. Attribuisce, togliendoli dalle scritture di S. Bernardo, 
cinque appellativi alla Vergine, ciascuno dei quali incomincia con una di 
queste lettere, ed ecco che l'opera viene a risultare divisa in cinque capitoli, 
che illustrano, o vorrebbero illustrare, ciascuno uno di questi attributi di 
Maria : Memoraris — Aydatris — nemimeratrix — illuminatrix — kdvocata. 
Accorgimenti di questo genere, affatto estrinseci e senza alcuna vita, non 
meritano davvero d'essere raccostati, nemmeno per un istante, alla cornice di 
quel gran capolavoro. La novità del Boccaccio non consiste nell'avere in 
qualche modo cucito insieme dei racconti, che non sarebbe una novità, con- 
siste nell'equilibrio, nell'armonia ond'egli avvince insieme e fonde la novella 
e la vita. 

I « Miracoli » diedero ben poco alle letterature moderne. All'Olympia di 
Londra nel gennaio 1912 fu portato sulle scene, con gran successo, il mira- 
colo della monaca fuggita dal convento per ispirazione del diavolo e salvata 
per la protezione della Vergine, miracolo elaborato pure in un libretto d'opera 
fra noi da E. Moschino, che avrebbe tratto il motivo da una « vecchia leg- 
« genda spagnuola ». Sarebbe stato opportuno ricordare, per la fortuna, se 
non di questo, d'un altro e così profondamente poetico motivo, quello dello 
sposalizio profano della Vergine, le elaborazioni artistiche di Prospero Mé- 
rimée (1), di Arrigo Heine (2) e di Gabriele D'Annunzio (3). 

S. Debenedetti. 



VLADIMIRO ZABUGHIN. — L'umanesimo nella storia della 
scienza: Il commento Vergiliano dì Zono de' Magnalìs. 
Noterelle vergìliane di Benvenuto da Imola. Commento 
dì Giovanni de Virgilio alle « Metamorfosi » di Ovidio 
(Estr. dal periodico L'Arcadia, anni 1917-18, voli. I e II). 

S'ha in questi due opuscoli un'analisi, ricca di comparazioni e sagace, di 
due commenti nati nella maturità piena della scuola medievale, in sul primo 



(1) La Vénut d'Ille, in Rev. dea Deux Mondea, 1837, 15 maggio. 

(2) Les Dieux en exil, in Rev. des Deux Monde», 1858, 1* aprile, e Oesammelte Wèrke, 
ed. Karpeles, 6, 421. 

(8) La ri$anella, Milano, 1914, p. 22 sgg. 



BOLLETTINO BIBLIOORAFICO 276 

albegpare deirunianesiino. 11 più antico è quello ch'è esaminato per ultimo, 
un commento di Giovanni del Virgilio, l'amico di Dante, alle Metamorfon. 
Quadripartizione delle € cause » del poema, fiabe, come quella che gli ultimi 
sei libri dei Fasti fossero soppressi perchè Ovidio, trattando dei mesi di luglio 
e d'ag:osto, « posuit multa singna de Christo applicando ipsa CeiHUi 
lulio et Augusto » (1), strafalcioni di geografia e di storia, etimologie biz- 
zarre, come quella del nome Ovidio da « ovum, id est mundum dividens » o 
« videns » : c'è in questo commento tutto il medio evo scolastico colla sua 
ingenua pedanteria e la sua fanciullesca ingenuità. Ma c'è anche qualche 
presagio di modernità nei tentativi di critica storica circa la cronologia delle 
opere e le cause dell'esiglio del poeta e in una mal sodisfatta aspirazione alla 
conoscenza del greco. In complesso però quest'opera del maestro bolognese è 
ben modesta e magra cosa, piuttosto che commento, parafrasi in prosa (e ad un 
certo punto perfino in prosa volgare) ad uso di scolari poco esperti del latino. 

Tono più alto, maggior copia di dottrina, meno semplice ingenuità di crìtica 
ha il commento virgiliano del fiorentino maestro Zono da Magnale, che lo 
Zabughin reputa composto almeno un cinquant'anni più tardi, e quindi « non 
anteriore alla metà circa del secolo XIV ». Non so scegli abbia ragione, perchè 
il suo ragionamento (a p. 7 del primo opuscolo) non mi è chiaro e, se ben lo 
intendo, questo è facile opporgli : pur ammesso che la leggenda che fa morire 
Virgilio a Taranto, sia venuta a Zono dalla Vita del poeta ch'è nel codice 
virgiliano posseduto dal Petrarca (il celebre Ambrosiano), non è sicuro per- 
ciò, che gli sia venuto da esso stesso quel codice e non piuttosto dall'antigrafo 
da un'altra copia (2) ; e se gli venne proprio da quel codice, non si può 
escludere che gli sia venuto quando il codice, ch'è di tra il secolo XIII e il 
XIV, non era ancora in mano del Petrarca o negli anni in cui il Petrarca 
ne restò privo, tra il 1326, quando gli fu rubato, e il 1338 quando lo ri- 
cuperò (3). 

Comunque sia, Zono era nato prima della fine del Dugento, poiché carte 
bolognesi lo nominano, testimonio d'atti notarili, nel 1318 e nel '19, e il 
suo commento, quello d\V Eneide in particolare, ebbe diffusione grande e au- 
torità nella seconda metà del Trecento e giù sin verso la fine del Quattrocento, 
come mostrano i codici numerosi che lo conservano e le altre memorie che 
se ne hanno in quei tempi. A' dì nostri erano già valse a trarlo dall'oblio 
le aspre censure di Benvenuto, che pone Zono tra coloro « qui multas vìgilias 
expenderunt in componendo commenta et fecerunt opus aranei, quod non capit 
nisi muscas, sed scientes sicut Pallas, non », e di Coluccio Salutati, che, citando 
una glossa di lui, lo chiama « ineptissimus ille Ciones » (4). Ora lo Zabughin, 
che ha studiato il commento in tre importanti codici, rispettivamente della 



(1) Su questi favolosi presentimenti di cristianesimo io Ovidio, ofr. anche le 
osservazioni del Sabbadini nel BuU. della Società dantesca, N. S., XXI, 1914, p. 67. 

(2) Sabbadini, Scoperte, II, 166. 

(8) De Nolhac, Pétrarqtie et Vhumanisme*, I, 144, 

(4) NovATi, nella rivista II libro e la stampa, N. S., II, 1908, pp. 168 agg. 



276 BOLLETTINO BIBLIOQBAriCO 

Vaticana, della Imperiale di Vienna e della Marciana, ne ritrae il carattere 
complessivo e opportunamente ne fa conoscere alcuni passi o interpretazioni 
più rilevanti. Il commento di Zono è « un onesto lavoro preuraanistico », con 
la sua brava « predica » iniziale, con la ricerca delle « cause » del poema, 
formale, materiale, finale, ecc., con l'accurata divisione dei libri deWEneide 
in capitoli e dell'oltretomba virgiliano in circoli, i quali, introdotti nei 
commenti virgiliani solo nel Trecento e conosciuti anche dal Petrarca, sono, 
osserva il nostro critico, « di schietta provenienza dantesca ». Zono pensa che 
qualche cosa manchi a,\V Eneide di ciò che l'esordio promette; onde possiamo 
sospettare che il suo commento, così divulgato, abbia avuta la sua parte nella 
presunzione degli umanisti continuatori del poema virgiliano. Nell'interpre- 
tazione allegorica di questo il grammatico fiorentino, come i suoi contempo- 
ranei, non dipende affatto da Fulgenzio; ma notevole è l'affinità delle sue 
chiose sirabolistiche del sesto libro con quelle di Pietro di Dante. L'inter- 
pretazione autobiografica delle Egloghe di strampalerie non manca davvero; 
pure non va annoverata fra le più strampalate. Dinanzi alla quarta egloga 
Zono, fedele alla tradizione delle scuole trecentesche, non si risolve per l'esegesi 
cristiana, che acquisterà fautori numerosi solo nel Quattrocento e nel Cin- 
quecento ; ma i sortilegi dell'ottava lo inducono ad ammettere francamente la 
magia di Virgilio. Verso Servio egli è in generale meno sdegnoso che i suoi 
colleghi contemporanei e posteriori ; pure è dei primi a difendere contro l'auto- 
rità dell'antico commentatore i famosi ventidue versi che Tucca e Vario avreb- 
bero tolto, dopo la morte de' poeta, al secondo deìVEneide. 

Anche in questo, come nella notizia sulla morte di Virgilio, già ricordata, 
Zono va d'accordo con quel Pietro di Parente che apprestò l'antigrafo del 
Virgilio petrarchesco, ed è pressoché identico al testo quivi esemplato il testo 
virgiliano commentato da Zono, ch'ò poi in sostanza il testo umanistico man- 
tenutosi quasi immutato sino alla scoperta, nella seconda metà del Quattro- 
cento, degli antichissimi codici unciali. Quel testo o uno affine avrà avuto 
sott'occhio anche Dante, e forse lo Z. lo avrebbe dimostrato più chiaramente 
se non si fosse occupato nelle stesse pagine (le prime del secondo opuscolo) 
di una tesi che direi pregiudiziale, la tesi cioè che Dante citasse V Eneide a 
memoria e quindi cadesse in errori. L'affermazione di Gianmario Filelfo che 
il Poeta sapesse a memoria Volta tragedia, benché nata da un'interpreta- 
zione men che rigorosa del verso 114 del XX di^W Inferno, è tutt'altro che 
inverosimile ; ma non mi pare che nessuno dei passi addotti valga meglio a 
provare un lapsus memoriae di Dante che un lapsus calami di amanuense, 
e credo che, ripensandoci, lo Z., così perito conoscitore di manoscritti antichi, 
finirà col convenirne. 

Tra Zono e Giovanni del Virgilio prende posto in questa dotta memoria 
Benvenuto da Imola, del quale poche chiose alla Bucolica s'incontrano fra 
altre chiose in un testo casanatense scritto fra il 1393 e il '94. Le esamina 
acutamente lo Z., rilevandovi certe note caratteristiche della viva individua- 
lità del commentatore imolese, quali l'acre spirito di contradizione e l'anti- 
patia per Servio. V. Rossi. 



BOLLETTINO BIBLIOORAFICO 277 

U. CASSUTO. — Olì Ebrei a Firenze nell'età dei Rinasci' 

mento [Pul)blicaz. del R. Istituto di Sludi Superiori, n* 40). 
— Firenze, Galletti e Cosci, 1918 (4«, pp. vii-447). 

Rappresentare la vita degli Ebrei fiorentini nell'età del Rinascimento sotto 
il duplice aspetto, economico-sociale e intellettuale, e studiarne le relazioni 
coi dotti contemporanei e l'eventuale influenza esercitata su di «iwi, tale è 

10 scopo che l'A. si prefisse e raggiunse con questo grosso volume dopo studi 
e ricerche durati oltre un dodicennio (dalla tesi di laurea presentata nel 1906). 

11 C, già favorevolmente noto per altri scritti minori nello stesso campo, 
investigò con cura e diligenza grandissima si le fonti italiane che le ebraiche, 
edite e inedite, codici e documenti d'archivio, e per la sicura conoscenza 
della lingua e letteratura ebraica antica e moderna potè valersi d'un ampio 
gruppo di fonti altrimenti inaccessibili. Poiché gli Ebrei non solo scrivevano 
nel loro idioma atti ufficiali e opere letterarie, ma l'usavano abitualmente 
per corrispondenze epistolari, registri, ricordi famigliari, e ben si comprende 
quanto esteso materiale sia in tal modo disponibile a confermare e comple- 
tare le notizie che si ritraggono da autori e documenti italiani. 

L'opera è divisa in tre parti di estensione quasi uguale, la prima storica 
{La comunità e le sue vicende), la seconda economico-sociale {La vita sociale 
e la vita privata), la terza inte llettuale {L^ attività letteraì'ia e scientifica)] 
ha un ampio corredo di note, un'appendice di 78 documenti pur divisi in 
tre parti corrispondenti, un copioso indice alfabetico. Le note servono per le 
citazioni e prove e per i minuti particolari, che sono quasi sempre riserbati 
ad esse: i brevi passi riferiti in lingua ebraica nelle note sono tradotti, 
quelli più ampi, trascritti nei documenti, sono trasuntati largamente, poiché 
la traduzione parve inutile sia per chi conosce la lingua, sia per chi l'ignora : 
nell'indice non può lodarsi che il collocamento delle persone non ebraiche sia 
fatto in ordine alfabetico secondo i nomi, invece dei cognomi, solo perchè tale 
ordine è necessario per gli Ebrei. La diligenza e l'ordine dell'esposizione sono 
pari all'estensione e profondità delle ricerche, e, se talora qualche punto ri- 
mane insoluto, giova ricordare che gli studi dell' A., sono rivolti precisamente 
alla storia degli Ebrei fiorentini. 

Il periodo di tempo compreso nel libro va dal 1437 al L571 ; nel 1437 si 
chiamarono per la prima volta i banchieri Ebrei ad esercitare di fatto il 
prestito in Firenze; nel 1571 gli Ebrei di Toscana, fino allora liberi di ri- 
siedere ovunque, furono costretti a ridursi nelle sole città di Firenze e Siena 
e vi furono chiusi nel ghetto. Quel periodo va dunque dal momento in cui 
cominciò a costituirsi la comunità fiorentina con un numero sufficiente di 
membri a quello in cui cessa la vita libera e il libero contatto con tutta la 
cittadinanza. Fino al 1437 si hanno a Firenze solo poche tracce di Ebrei 
residenti, specialmente medici, nei secoli XIV e XV, poiché il prestito a in- 
teresse vi è permesso dalle leggi del Comune ai Cristiani e largamente eser- 
citato da essi e manca lo stimolo principale ad ammettere e chiamare gli 
altri in un certo numero : il divieto del mutuo fruttifero fu introdotto negli 



278 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

statuti delle arti nel 1894, ma non fu osservato, finché la Signoria non deli- 
berò e mantenne di non rinnovar più le concessioni ai Cristiani, cosicché 
fu costretta per necessità economica inevitabile a ricorrere agli Ebrei. 

La condizione degli Ebrei ebbe durante quei centotrent'anni diverse vi- 
cende. Ora poterono esercitare liberamente il prestito e vivere in ogni parte 
di Toscana secondo i capitoli concessi e rinnovati, come in ogni altra parte 
d'Italia, ora subirono limitazioni di numero, ora si videro prefisso un termine 
per liquidare i negozi e allontanarsi dal territorio fiorentino : i Medici furono 
verso di essi benevoli e tolleranti, la parte popolare fu avversa per spirito 
religioso e risentimento economico e quando tenne il governo emanò prov- 
visioni ad essi contrarie: la predicazione per il Monte di Pietà e l'istitu- 
zione di questo provocarono tumulti popolari e restrizioni, che si dovettero 
togliere, quando il Monte a Firenze, come dappertutto, si riconobbe inutile 
all'intento benefico originario di fornire il prestito gratuito. Anche l'obbligo 
del segno esteriore colorato sugli abiti fu più volte imposto, rinnovato e 
lasciato cadere almeno per i prestatori e i famigliari dei banchi. 

Cosimo I, tollerante nei primi tempi dopo la restaurazione del 1530, mutò 
politica quando volle tenersi amico il Papa per conseguire la trasforma- 
zione del ducato in granducato, accettò e mise in esecuzione subito la bolla 
del 1558 che prescrisse confisca e abbruciamento di tutti i libri religiosi 
ebraici nel 1570, più tardi l'altra del 1555 che impose la cessazione di 
ogni relazione fra Ebrei e Cristiani, la segregazione materiale e la fondazione 
del ghetto. 

Fino a quest'ultimo evento decisivo gli Ebrei vissero in mezzo alla so- 
cietà fiorentina, esercitandovi anche altre professioni e arti liberali oltre al 
prestito, partecipando alla vita, ai costumi, alla coltura cittadina senza per- 
dere il loro carattere particolare. Alcuni fra gli stessi banchieri furono assai 
colti, accoglievano con larga ospitalità nelle loro case i dotti dell'una e del- 
l'altra fede, ebbero ricche biblioteche, e taluni scrissero opere filosofiche e 
poetiche. L'A. studia ampiamente l'attività degli Ebrei che vissero a Firenze 
vi dimorarono anche solo per breve tempo, esaminandone le opere di esegesi, 
di filosofia, di varia letteratura. Alcuni furono sinora sconosciuti, come i due 
omonimi Mosè ben Ioab, l'uno rabbino, filosofo e predicatore nel sec. XV, l'altro 
poeta nel XVI, le cui opere si conservano inedite nella Biblioteca Montefiore: 
altri erano già noti e due fra essi meritano speciale menzione, Elia del Me- 
digo di Candia, che diffuse colle traduzioni latine la conoscenza e lo studio 
delle opere di Averroe e tenne a Firenze pubblici corsi di filosofia, e lo- 
chanan ben Ischack Alemanno oriundo di Francia, che insieme con altre opere 
filosofiche scrisse pure un commentario al Cantico dei Cantici. Egli seguì con 
esso quel particolare indirizzo del pensiero italiano contemporaneo che si 
volse alle speculazioni filosofiche sull'amore e volle dimostrare che l'amore 
terreno raffigurato in quel poemetto è predisposizione e simbolo dell'amore di- 
vino, dell'anelare dell'anima umana (la Sulamita) verso Dio (lo sposo). Sa- 
rebbe stato utile ricercare se vi sia stata pur qualche affinità di contenuto 
fra l'opera di lochanan e le altre italiane di argomento analogo. 



BOLLETTINO DIDLIOORATIOO 279 

In mezzo a tanto fiorire di studi ebraici vissero parecchi trascrittori e 
miniatori di codici, e il C. potè raccogliere molte notizie, talune certe, altre 
assai probabili, sull'origine e sugli autori di parecchi mss. ebraici di Firenze 
e d'altre biblioteche europee. 

Il capitolo più importante per la storia della coltura italiana ò quello in 
cui si studiano gli Ebrei nella cerchia degli umanisti e gli studi ebraici 
degli eruditi fiorentini. Alcuni degli umanisti raccolsero volontieri anche i 
monumenti delle letterature orientali e diedero opera attiva allo studio di 
quegli idiomi e di quegli autori, sia per poter conoscere direttamente le 
Sacre Scritture attraverso gli interpreti più adatti, sia per ricercare i prin- 
cipi della filosofia ellenica richiamata a nuovo onore, sia per ritrovarvi anche 
nuovi e forti argomenti, da sostituire ai vecchi ornai discussi e vacillanti, 
salvochò per i teologi, a sostegno delle verità della fede cristiana. 

Giannozzo Manetti fu accurato collettore di mss., tradusse i Salmi, di- 
sputò più volte in pubblico con dotti ebrei e scrisse un libro polemico contro 
di essi traendo argomenti a difesa della fede dagli stessi libri dell'Antico 
Testamento. Marsilio Ficino, capo e maestro della scuola neoplatonica in Fi- 
renze, studiò largamente le relazioni fra questa e il misticismo ebraico rac- 
colto nella Gabbala, fu assai erudito in cose ebraiche e di molti scrittori fa 
citazioni per conoscenza diretta, ma l'A. dimostra coU'esame minuto della 
inesattezza di molti particolari che egli era aifatto digiuno della lingua e 
dovette valersi delle traduzioni. 

Giovanni Pico della Mirandola superò in questo campo tutti gli altri: 
prima eccitò Elia del Medigo alle traduzioni dell'Averroe, di cui fu sopra 
fatta menzione, e si valse dell'opera sua per conoscere il pensiero dei filosofi 
arabi sulle dottrine aristoteliche e discuterne con lui, più tardi si rivolse 
allo studio dei libri cabbalistici e non contento di leggerne le traduzioni 
fatte per lui da Flavio Mitridate (personaggio tuttora non ben conosciuto e 
forse pseudonimo) imparò con grande alacrità le tre lingue, ebraica, araba e 
caldaica, infine sotto la guida di lochanan Alemanno die opera a penetrare 
minutamente nell'esegesi biblica. Tali collaboratori ebbero quindi la massima 
influenza sulla coltura, sul pensiero, sull'attività del Pico. Guidato da essi 
alla conoscenza profonda delle lingue d'Oriente, ne trasse i materiali per 
introdurre l'elemento cabbalistico nella filosofia cristiana, conciliando quello 
e questa col neoplatonismo, e si valse dei mezzi cabbalistici affatto arbitrari 
d'interpretazione per dimostrare come le credenze cristiane e i dogmi essen- 
ziali di esse trovassero buon fondamento nel primo capitolo del primo libro 
dell'Antico Testamento. Parecchie sono le opere del Pico fondate sulla dottrina 
e sui metodi della Gabbala (e da questa egli trasse materia per oltre un cen- 
tinaio delle 900 conclusioni), presentate al pontefice per averne onore e gloria 
in pubblica discussione, mentre diedero occasione a dubitare della sua orto- 
dossia. Egli compose inoltre un ampio, dottissimo commento ai Salmi di 
carattere esegetico. 

Merita infine di esser ricordato il capitolo sulla Onomastica, finora poco 
studiata, perchè vi si mette in piena luce un fatto appena accennato da altri, 



280 BOLLETTINO BIBLIOGBAKICO 

che vale a toglier molti dubbi ed equivoci, la costante rispondenza di certi 
nojui ebraici a certi italiani. Ogni Ebreo usava pure un nome italiano, non 
per velare la qualità sua, poiché spesso vi aggiunge l'aggettivo hehreo, ma 
per agevolare le relazioni coi Cristiani: tal nome era la traduzione comune 
dell'ebraico per i nomi biblici, o una traduzione esatta secondo il significato, 
un nome analogo per forma, suono, lettere iniziali. Ma l'uno era sempre 
costante e fisso rispetto all'altro, ad ogni nome ebraico corrispondeva sempre, 
salvo pochissime eccezioni, un determinato e fisso nome italiano, e di tali 
coppie di nomi si ha qui per la prima volta un elenco completo. In tal modo 
sparisce ogni incertezza sulla identità o diversità di persone indicate nei do- 
cumenti e scritture ora col nome ebraico, ora coll'italiano, ed è resa molto più 
facile la ricerca dei dati biografici e l'attribuzione delle opere letterarie. 
Qualche altra notizia, specialmente attinente alla storia del diritto commer- 
ciale, sarà raccolta in un mio articoletto nella Rivista di diritto commerciale 
dell'anno corrente. Alessandro Lattes. 



Die schónsten Novellen der italìenìschen Renaissance^ aus- 
gewdhlt und ubertr^agen von Dr. W. Keller. — Zùrich, 
Orell Fussli, 1918 (8«, pp. 384). 

Merita di essere segnalato, anche in un periodico italiano, questo bel volume, 
se non altro, per la materia di cui tratta, nonché per la stampa nitida e 
per le silografie graziose, opera d'un giovane artista svizzero, P. Kammùller. 
Questi si è fatto conoscere più d'una volta come traduttore garbato, capace 
di maneggiare destramente la sua lingua per rendere non solo le parole, ma 
anche l'intima essenza del suo testo. In questo libro egli ha raccolto trentuna 
novelle, 12 delle quali sono del Bandello, le altre del Boccaccio {Decam. 59, 
Federigo ed il falcone, tradotto con finezza grande), del Sacchetti, di Giovanni 
Fiorentino, di Masuccio Salernitano e d'altri minori, nonché la novella di 
Pio II e del picchio, di Luigi Pulci, l'immancabile storia di Furialo e Lu- 
crezia di Enea Silvio e il Belfagor arcidiavolo del Machiavelli. In generale 
la traduzione è assai esatta, nonostante qualche raro malinteso. Il K. non ha 
saputo evitare un grave inconveniente. Indirizzandosi al gran pubblico col 
proposito di svelargli l'arte e lo spirito del Rinascimento, per rendere più 
leggibili le sue novelle ai lettori moderni, egli sopprime le lungaggini, recide 
risolutamente certi periodi, toglie le punte e talvolta attenua le espressioni 
troppo libere, varia abilmente, troppo abilmente, le goffe ripetizioni di singole 
parole. Ne risulta uno stile quasi uniforme per tutti quanti i novellatori, al 
punto che il lettore non riesce a scorgere alcuna differenza tra la rozza ed 
impacciata prosa del Sacchetti e le fmsi eleganti del Bandello. Anche ne esce 
un concetto del Rinascimento come di un'epoca un po' ingenua ed arcadica, 
nonché estetizzante, un concetto, cioè, tutt'altro che conforme alla realtà sto- 



BOLLETTINO IiIlU^Ioi; UAFICO 281 

rica. Si capisce quindi che anche l'illustratore abbia ceduto a questa tenta- 
zione e che le sue silografie, rappresentanti scene che vanno dal Trecento 
all'ultimo Cinquecento, appaiano tutte eseguite sopra un iii.-.l. mimo stampo. 
È spiacevole poi che il lettore non possa sospettare punto quella fine pene- 
trantissima ironia che spira in tutte le parole del Beìfagor e che ha qualche 
non lieve rassomiglianza con 1' « humour » di uno Thackeray o addirittura 
colla satira delle Lente von iSehhnjlu di Gottfried Keller. 

In un'appendice sono raggranellate un po' a caso varie notizie intorno alle 
fonti novellistiche che l'autore in un'edizione futura potrà facilmente mettere 
al corrente degli studi ultimi. Volume d'un dilettante dunque, che, nonostante 
queste mende, lascia un'impressione simpatica e contribuirà certo ad attirare 
l'interesse del pubblico straniero verso l'arte dei grandi novellatori del Rinasci- 
mento italiano, a cui tanto devono le altre letterature. \\. W'Ai.bKK. 



ALBANO SORBE LLI. — Le prime edizioni dell' « Iacopo Or-lis» 

di Ugo Foscolo. — Firenze, [1918J (8", pp. 56). 

Questo estratto dal voi. XX (disp. 3*-5*) della Bibliofìlin, che qui, in via 
eccezionale, si rassegna a parte per la importanza eccezionale dell'argomento 
e pel pregio della trattazione, è un saggio d'indole, in apparenza, strettamente 
bibliografica. In realtà, esso è tale da rivelare non solo quella fine sagacia e 
quell'accuratezza di cui il S. ha dato prova in ogni suo lavoro, ma ancora 
quella piena e sicura preparazione letteraria, che anche qui era indispensabile 
a sfruttare utilmente gli elementi e ad accertare e a consolidare i resultati 
dell'indagine esterna. Così l'A. ha potuto darci un contributo eccellente alla 
illustrazione di quella che potrebbe dirsi un'odissea di manipolazioni corsa dal 
libretto foscoliano, o il romanzo bibliografico dell'Ortis; e insieme ci offre 1 
mezzi per una più diritta interpretazione e comprensione letteraria del ro- 
manzetto epistolare, tanto tormentato a gara e dall'autore e dal primo tipo- 
grafo-editore e dai critici. 

Gioverà anzitutto rammentare (ed è questo un ricordo per più motivi do- 
loroso) che sino dal 1913 lo stesso S. nella buona miscellanea edita per le 
nozze Soldati-Manis (cfr. Giornale, 63, 172) diede una prima notizia del 
prezioso esemplare delle Ultime lettere, nella edizione bolognese del 1798, 
ch'egli aveva avuto la ventura e il merito di assicurare alla Biblioteca del suo 
Archiginnasio. E ricordo che l'egregio A., con un tratto cortese di cui gli 
esprimo ancora una volta il mio animo grato, aveva voluto comunicarmi in 
anticipazione, nel manoscritto, quelle sue primizie. In sèguito egli, che aveva 
approvato col più vivo consenso la mia risoluzione di riprodurre per gli 
Scrittori d'Italia l'edizione principe del 1798, dietro preghiera rivoltagli da 
me, impedito di recarmi a Bologna o di avere in prestito il raro cimelio, si 
compiacque di procurarmi uno spoglio minuto e compiuto delle varianti, risul- 

Oiornale stoi'ico, LXXIII, fase. 218-219. 19 



282 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

tate da un'accurata collazione fra quell'esemplare e la mia edizione, affinchè 
me ne giovassi nelle note e nelle giunte bibliografiche finali. Questa edizione 
godo abbia avuto, se non altro, il merito d'incitare il valente bibliotecario 
dell'Archiginnasio bolognese a rendere questo servigio agli studiosi del Foscolo, 
dopo aver ispirato all'amico Vittorio Rossi il saggio, indubbiamente acuto e 
suggestivo, che fu inserito in questo Giornale (69, 35 sgg.). 

Ma a me non era possibile far conoscere questo materiale nuovo se non 
nelle Note bibliografiche e nelle Appendici dell'ultimo volume della stampa 
laterziana, cioè con grande ritardo, tanto più che la guerra sopravvenuta 
aveva interrotto la mia attività anche in questo campo. Perciò bene provvide 
il S. medesimo ad anticipare agli studiosi il frutto delle sue fortunate ri- 
cerche e delle sue meritorie fatiche. 

Nel 1913 egli aveva asserito che del romanzo foscoliano furono eseguite 
parecchie edizioni e quasi tutte alla macchia, in Bologna, intorno al 1798. 
Il nuovo studio da lui fatto, in sèguito, dell'esemplare entrato nella biblioteca 
dell'Archiginnasio, gli permette ora di svolgere, chiarire e dimostrare quella 
sua prima osservazione, facendo toccare con mano che, in fondo, più che di 
edizioni diverse delle Ultime lettere, si tratta di manipolazioni e rimanipo- 
lazioni della stessa edizione principe, dovute a un editore senza scrupoli e 
senza intelligenza, ma di grande avidità, che ebbe complice un miserabile 
pennaiolo. Questa indagine e l'esame delle prime edizioni e dei giudizi espressi 
a tale proposito dai foscoliani suoi predecessori, lo hanno condotto a certe 
conclusioni che sembrano solide, anche se non saranno assolutamente definitive, 
che in questa materia — come l'A. stesso riconosce — non è esclusa mai la 
possibilità di qualche sorpresa. Queste conclusioni meritano d'essere qui esposte 
in forma sommaria. 

Le edizioni o manipolazioni editoriali bolognesi delle Ultime lettere o della 
Vera storia di due amanti infelici non furono una sola, o due o tre, come 
finora s'è detto, ma ben cinque, due con la data del 1798, due con quella 
del 1799, e una del 1801. Tali edizioni corrispondono a tre periodi o mo- 
menti diversi della vita politica italiana, anzi bolognese, di quell'età tempe- 
stosa che sta a cavaliere dei due secoli, periodi o momenti, dei quali esse 
ritraggono il mutevole atteggiarsi del pensiero politico dominante, dapprima 
liberale, poi conservatore o reazionario, infine, nuovamente liberale. 

n S. dimostra che l'esemplare bolognese, sebbene rechi la data 1798, do- 
vette uscire verso la metà di giugno del 1799; e con buoni argomenti esprime 
l'ipotesi dell'esistenza d'una proto-edizione, probabilmente mai pubblicata, 
rimasta in tipografia, e nella quale le ultime due pagine — cioè quelle se- 
guenti alla 262 — dovevano contenere un Errata-corrige. Questo Errata, 
per gli avvenimenti politici sopraggiunti, fu sostituito dalle Annotazioni finali, 
che sono come tanti palliativi, spesso grotteschi, ora politici, ora religiosi e 
morali, ad altrettante affermazioni del testo. Sono queste appunto le Anno- 
tazioni che compaiono nei due soli esemplari superstiti (quello bolognese e 
quello Chiarini) dell'edizione 1798; mentre V Errata-corrige è in quasi tutti 
gli esemplari dell'edizione 1799. Di fronte alla vigilanza inesorabile della 



BOLLETTINO BIBLIOORAFIOO 288 

censura, che non s'accontentava di quei palliativi, il tipografo Marsigli, con 
la collaborazione, anzi, dicevamo, con la complicità del famigerato Sassoli, 
pensò di dividere — o, meglio, spezzare - l'opera in due toraetti, cambiando 
il frontispizio, che divenne la Vera storia (frontispizio che il S. riproduce in 
fac-simile a p. 17), sottoponendo il testo, sulla composizione impaginata, tenui» 
« in piedi », ad una serie di operazioni — mutilazioni e rabberciamenti — 
nelle quali il Sassoli si mostrò uno zelante quanto spregevole castratore ; in- 
fine mandando innanzi al primo tometto una dichiarazione editoriale, ispirata 
ad una vile ortodossia politico-religiosa. Nulla di più efficacemente dimostra- 
tivo a tale riguardo del quadro sinottico comparativo che offre il S., amman- 
nendoci su tre colonne, così pel testo delle Lettere, come, più oltre, per la 
parte introduttiva, le varianti delle edizioni 1798, 1799 B, 1801 e 1799 A, 
quest'ultima, la ortodossa per eccellenza, riprodotta, com'è noto, dal Martinetti. 
Questi spogli accurati bene s'accompagnano alla notizia che l'A. ci porge 
di due esemplari, nuovamente rintracciati, dell'edizione 1799 B, con varietà 
notevoli fra loro. A spiegare questa edizione 1799 B, con quelle varianti di 
tono in senso liberale, il S. ricorre giustamente all'ipotesi che essa uscisse 
nell'estate del 1800, dopo che gli Austriaci, in sèguito alla vittoria di Ma- 
rengo, abbandonarono Bologna, dove rientrarono i Francesi. Il Marsigli, da 
quel bottegaio grossolanamente scaltro che era, approfittò di queste novità 
politiche per gettare sul mercato i fogli tirati della prima edizione 1798, ri- 
masti giacenti nei magazzini, improvvisando una nuova edizione nella quale 
ricompariva - o, per essere più esatti, compariva — il testo politico primi- 
tivo, con le parti introduttive e le annotazioni. 

Esaurita abbastanza rapidamente questa edizione, il Marsigli s'affrettò ad 
allestire una ristampa, quella del 1801, di cui si conoscono fino ad ora due 
esemplari (quello trovato ed illustrato dal Del Cerro, della V. E. di Roma, 
e quello posseduto dal signor Di Blasi di Zante) e che, in confronto della 
stampa 1799 B, presenta un'unica novità, la data, che è il 1801, e qualche 
variante nella parte introduttiva. 

L'interessante storia — una « vera storia » ! — così ingegnosamente rico- 
struita dal S., si chiude con un capitoletto riguardante il rifiuto e le proteste 
del Foscolo, e nel quale l'A. assoggetta ad una critica acuta il fantastico rac- 
conto fatto dal Viani di questo episodio e riproduce il * rifiuto », in data di 
Firenze, 2 gennaio 1801, e la protesta, in data di Milano, ottobre 1802 e da 
ultimo offre qualche nuovo rilievo sul ritratto del Foscolo, onde si fregiavano 
le edizioni bolognesi. 

Ma io non potrei decentemente evitare una piccola questione, diremo per- 
sonale, dacché il S. mi chiama in causa e nella forma più garbata, scrivendo 
(p. 37) : « Interessantissimo sarebbe sapere se il testo dato dal Gian corri- 
« sponda a una edizione, ossia (ad) un testo stampato, realmente esistente, 
« con quel complesso preciso ; perchè allora ci troveremmo di fronte ad un'altra 
« strana manipolazione, e a una singolare confusione delle varie edizioni da 
« me conosciute, che rovescierebbe molti dati da altri e da me accolti, e 
« anche parecchi risultanti da inoppugnabili documenti ; ma non credo che 



284 BOLLETTINO BIBLIOOBAFICO 

€ questo possa essere » . In altre parole l'ottimo S. sospetta che anche la mia 
sia una manipolazione, tanto è vero, che in nota egli soggiunge: « Da me 
« interpellato, il prof. Cian cortesemente rispose che egli aveva seguito Tedi- 
« zione del 1798; ma ciò sembra contraddire e al confronto che poniamo del 
€ testo e al titolo della seconda parte, che certamente è quella dell'edizione 
« del 1799. Non è improbabile che il Cian si sia affidato a qualche ama- 
« nuense non troppo pratico, per la copia, e qaesto gli abbia turbato un poco 
« il tutto : tanto più che il Cian non poteva avere sempre a disposizione le 
« edizioni foscoliane del 1798 e 1799, che sono rarissime ». È evidente il do- 
vere da parte mia di accogliere un invito rivoltomi con tanta serena e giu- 
stificata insistenza, sotto pena, qualora gli opponessi un silenzio o chiedessi 
« un rinvio », di apparire scortese o confesso di incapacità o di colpa. 

E anzitutto, per rassicurare e il S. e gli altri studiosi del Foscolo, godo 
di confermare quanto scrissi più che sei anni sono al bibliotecario dell'Archi- 
ginnasio bolognese, che, cioè, la mia edizione si fonda esclusivamente su quel- 
l'unico esemplare della stampa bolognese del 1798 che era allora a mia dispo- 
sizione, sia pure a distanza, quello Chiarini. Ciò mi offre l'occasione di espri- 
mere qui ancora una volta la mia riconoscenza all'ottimo amico prof. Mario 
Pelaez, il quale si assoggettò ripetutamente all'ingrata fatica di collazionare 
il cimelio di casa Chiarini col testo della Vera storia riprodotto dal Marti- 
netti. Alcuni inconvenienti verificatisi nell'esecuzione tipografica di quella 
collazione mi convincono ora che sarebbe stato più spiccio e più sicuro pro- 
curarmi una trascrizione integrale di quella edizione del 1798. Rammento che 
allorquando il S., informato da me che io avevo seguito l'esemplare Chiarini, 
mi scrisse — in data 5 giugno 1913 — che le varianti col testo della copia 
posseduta dall'Archiginnasio, erano tali da non potersi spiegare « se non ammet- 
« tendo diversità tra le due edizioni del 1798 (cosa strana ma non impossibile) 
« una poco diligente collazione » ; e mi citava due varianti « notevolissime » 
della lett. XIX, a p. 106 della mia edizione. 

Avendo comunicato questa lettera al prof. Pelaez, questi con la consueta 
cortesia mi rispose che i due passi citati dal S., esistenti nell'esemplare di 
Bologna, sono anche nell'esemplare Chiarini, ma sono anche nella stampa Mar- 
tinetti (1799) su cui egli aveva fatto la collazione. Per quei due punti quindi 
essendo l'ediz. 1798 e quella 1799 identiche, egli non doveva trascriver nulla; 
e poiché io per riprodurre l'ediz. 1798 mi ero servito dell'ediz. 1799 corretta 
e ridotta alla fonna della 1798 con le sue varianti, non riusciva a spiegarsi 
come i due passi citati dal S. fossero rimasti fuori dalla stampa Laterza. 
L'amico gentile si offriva di collazionare i fogli tirati del volume laterziano 
per segnarvi pagina per pagina le correzioni che fossero risultate da una nuova 
collazione con la stampa 1798. E ciò fu fatto, sicché da più anni io tengo in 
serbo per la futura Appendice critico-bibliografica, destinata all'ultimo volume 
delle Prose foscoliane, quelle correzioni ed aggiunte. Le varianti che ne ri- 
sultano, corrispondono in gran parte a quelle rilevate dal S. e, sebbene note- 
voli, non mi sembrano tali da alterare il carattere di quella edizione, e si 
spiegano in parte con effettive divergenze nei due testi, in parte con qualche 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 285 

spiacevole incidente tipografico-editoriale, che qui non vale la pena di esporre, 
onde, p. es., non appare che l'ediz. 1798, nell'esemplare Chiarini, non ha la 
divisione in due parti e quindi neppure il titolo Vera storia. 

Confido che nell'annunciata Appendice mi sarà dato di riprodurre i fram- 
menti delle Ultime lettere che il Foscolo, sino dal principio del 1798, inserì 
nel Monitore italimio di Milano e che non isfuggirono all'occhio vigile del 
Martinetti, nonché tutte le varianti raccolte con tanta diligenza dal S. Non 
mancherò inoltre d'illustrare quella novità sino ad ora non rilevata dagli sta- 
diosi del Foscolo nella mia edizione, intendo le varianti ch'io potei offrire 
dell'edizione milanese del 1801, dall'unico esemplare conosciuto, quello di 
Weimar, inviato dallo scrittore zacintio al Goethe e di cui scrissero il 
De Winckels, lo Zumbini e il Michieli; varianti per me spogliate con rara 
abnegazione dal collega prof. Arturo Farinelli. Infine darò notizia di certe 
bozze di stampa, corrette dal Foscolo e possedute dal maestro dott. Alberto 
Gentili di Vittorio Veneto. V. Ciak. 



ANNA FUMAGALLI. -— La poesia del Foscolo. — Milano, 
Albrighi, Segati e C, 1918 (8° picc, pp. 70). 

A primo tratto quest'opuscolo fa l'impressione d'una conferenza, ampliata 
poi alle proporzioni di volumetto. Ma a lettura compiuta — e queste pagine, 
dopo tutto, si fanno leggere — ci si convince che l'A. ha voluto darci con 
esse una specie di agitata scorribanda estetica sulla poesia foscoliana, sfogando 
con piena sincerità, e qua e là non senza retorica, la propria ammirazione e 
cercando di addurne i motivi. Anche in questo lavoretto, come in altri, so- 
vrattutto in quelli su Leonardo, essa rivela buone attitudini alla critica ; ma 
anche qui, insieme con una caratteristica vivacità e con una libertà quasi 
virile di atteggiamenti, si manifesta quel fare baldanzoso, altezzoso ed osten- 
tatamente spregiudicato che le fu rimproverato in altre occasioni. Osservazioni 
sagaci e felici non mancano in queste pagine, ma la F. si dà un po' l'aria 
d'avere scoperto essa per la prima il Foscolo poeta ed ò molto che si sia in- 
dotta a citare, di passata e quasi a fatica, e una volta sola, in una noticina 
(p. 24) il Donadoni, seccamente, così: «Buono il giudizio sulla Ricciarda 
« del Donadoni », e una volta ancora il De Sanctis e il Bertoldi, ma, benin- 
teso, con assoluto dispregio delle consuete forme bibliografiche, come di mi- 
seri ferravecchi d'altri tempi. 

Questo saggetto sul Foscolo è una serie di variazioni spezzate e slegate, 
nelle quali è difficile trovare un'unità organica; notevoli, in genere, per un 
certo fervore e un impeto che piace, ma tutt'altro che nuove, nella maggior 
parte dei casi, e talvolta più che discutibili. Accanto a considerazioni acute 
e opportune, anche se viete, ve n'ha di pedestri e di assolutamente ingenue. 



286 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

Certi giusti accostamenti dei Sepolcri e delle altre liriche più note 2Ì\V Ortis 
e ai frammenti delle Grazie andavano svolti con maggiore larghezza e più 
metodicamente; né la F. doveva tacere che talvolta il Foscolo riecheggia se 
stesso, si ripete, foscoleggia e non sempre fa buona prova. Il dire (p. 5) che 
le due odi famose son « pariniane », è esprimere una verità già rilevata da 
altri, ma è un esprimerla in una forma insufficiente e pericolosa, dacché si 
tratta di due capolavori € foscoliani », sian pure d'ispirazione pariniana. An- 
cora : dal Foscolo l'A. pretende troppo e al poeta da lei tanto ammirato si 
mostra ingiusta, allorquando scrive (p. 6) che la « ferrea, disperata medita- 
« zione dell'Ortis e ^q\V Epistolario in poesia poteva dare frutti meravigliosi, 
« mentre diede solo [si^!) i Sepolcri e qualche frammento » ; o allorché 
espone tutto un programma mancato di poesia foscoliana, scrivendo : « Il Fo- 
« scolo avrebbe potuto in vari carmi, con quella sua magniloquenza come di 
€ fiume regale, dal dramma del suo intimo assurgere alla considerazione dei 
« drammi umani ecc. ecc. ; essere profondo come il Leopardi e più possente 
« di lui per la varietà di accenti ecc. ». Ma il Foscolo non poteva essere che 
lui, il Foscolo; si tratta di comprendere e d'illustrare quello che egli ci ha 
dato, lasciando quello che non ha voluto, perchè non ha potuto darci. 

All'amato e ammirato poeta non si rende un servigio, scrivendo, a propo- 
sito di certi versi della Ricciarda, che « le espressioni sono scelte con tanta 
« cura da apparire di spontaneità assoluta sulle labbra dell'eroina » (p. 25), 
come altrove (p. 34) il notare che un verso famoso dei Sepolcri « é un mi- 
« racolo di destrezza nel foggiar la frase ». 

Anche dove (pp. 41, 51) la F. parla di « virtuosità » del Foscolo poeta, 
doveva procedere più cauta, e rilevare meglio i « miracoli » del tecnicismo 
poetico del lirico zacintio, senza per questo negare che esso degenerò talvolta 
in « virtuosità » e in alessandrinismo pericoloso. Pure in altri casi avvertiamo 
certe stonature critiche, che ci sorprendono, come là dove (p. 19) la F. af- 
ferma che « il Foscolo era tale che imitando e traducendo migliorava ». C'è 
bisogno di dimostrare che egli « migliorò », cioè riuscì a darci saggi di lirica 
più perfetta e tutta sua, appunto perchè, nonostante le apparenze, non fu né 
imitatore, né traduttore ? Similmente, che senso ha mai il dire (p. 20) : « Più 
« viva sarebbe stata la figura di Ifianea, se il Poeta avesse finito il fram- 
« mento di cui abbiamo solo la traccia » ? Inoltre, è certo che a più d'uno 
sembrerà discutibile la definizione proposta dall'A., secondo la quale « V Ortis 
« è un poema in prosa, non un romanzo », e preferibile il dire che, secondo 
il linguaggio corrente e secondo le intenzioni dell'autore, il fortunato libretto 
è un romanzo, sia pure riboccante di lirismo. Per finire: la F. troverà non 
pochi dissenzienti, quando afferma (p. 67) che il Foscolo aveva « una felice 
« disposizione alla drammatica ». V. Cian. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 287 

SIRO ATTILIO NULLI. — Shakespeare in Italia. — Milano, 

Hoepli, 1918 (16", pp. 245). 

L'A. dichiara fin dal principio (p. 3) che non intese di formare € un elenco 
« più meno completo dei passi o delle scene o anche delle singole parole, 
« che, trovate in un nostro autore, ci riportino al tragico inglese », parendogli 
questo campo di ricerche « troppo poco vergine perchè il critico baldanzoso (stc) 
« possa mai sperarvi nuova messe di allori ». Egli invece si proluse un « còra- 
« pito più modesto », cioè quello d' « analizzare il valore critico-estetico» di 
ciò che nella nostra letteratura, dal Settecento ai primi decenni dell'Ottocento, 
si riferisce allo Shakespeare o da esso deriva ; vagliando il valore delle diverse 
opinioni e delle varie derivazioni — reali o supposte — già conosciute. Senza 
stare a discutere se tali intendimenti denotino modestia o baldanza, veniamo 
subito a dire che il lavoro del N. — notevole testimonianza di molte ricerche 
e di larga informazione — è diviso in cinque parti (o capitoli), in cui, se- 
condo l'indice, si studiano: 1"» La fama dello S. in Italia nel sec. XVIII, 
2° S. e Monti, 3<> S. e Foscolo, 4° Lo S. nel romanticismo italiano, 5® Ales- 
sandro Manzoni e lo S.] più una Conclusione, che dovrebbe essere sintesi 
delle cose prima discorse. 

I titoli delle parti indicano però molto approssimativamente la loro efTet- 
tiva materia, che la loro struttura è molto libera e la loro contenenza è 
molto varia. Vedasi, p. es., la 1* parte, che s'apre con delle considerazioni su 
Spiriti e forme nell'imitazione delle tragedie shakespeariane (pp. 3-10), non 
dentro i cancelli del sec. XVIII soltanto, e continua, dopo rapidissimi cenni 
(pp. 10-11) su scrittori nostri della 1* metà del Settecento, con più lunghi 
e separati paragrafi sul Baretti (p. 11 sgg.), il Verri (p. 23 sgg.), l'Alfieri 
(p. 32 sgg.), il Pepoli (p. 39 sgg.), I. Pindemonte (p. 42 sgg.) e G. Pinde- 
monte (p. 56 sgg.). Bene : di che s'era proposto dunque di parlare in questa 
1» parte l'A. ? Della fama dello S., o dei riflessi — veri o supposti — della 
sua arte nel nostro repertorio tragico? Ecco ciò che non si vede chiaro, né 
confrontando l'intitolazione generale della parte 1* con lo svolgimento com- 
plessivo di essa, ne considerando una ad una le 65 pagine di cui cotesta 
paHe si compone. Certamente tra critica ed arte vi sono strette interdipen- 
denze; le opinioni critiche richiamano spesso i prodotti artistici, e questi 
richiamano quelle; nondimeno in una esposizione che voglia riuscire ordi- 
nata e chiara, sarà opportuno considerare e raggruppare distintamente le une 
e gli altri, in modo che risulti meglio il peso da darsi a quelle e l'impor- 
tanza da riconoscersi a questi. Ora invece il procedimento del N. — non 
nella 1* parte soltanto, ma in tutto il volume — è confuso, disordinato, 
balzellante. Si direbbe che al N. sia mancata, non già la preparazione per 
ciò che riguarda la raccolta dei materiali, che sono anzi copiosi e perfino, 
talora, ingombranti; ma la preparazione e la guida nel disporli ed organiz- 
zarli. Non però ch'egli si sia messo al lavoro senza un disegno generale; 
che lo dice, e lo si vedrebbe bene anche se non lo dicesse, il suo « modesto » 
intento fu prevalentemente estetico; ma resta dubbio se tale disegno fosse 



288 BOLLETTINO BIBLIOGBAFIOO 

da lui concepito con sicurezza, e poi anche se fosse utilmente applicabile alla 
materia che aveva tra mani. 

Indulgendo alla baldanza di tentare uno studio estetico, il ;N. s'attenne 
all'estetica del Croce, più volte richiamata nel corso dell'opera, usandone anche 
il formulario (v., p. es., a p. 108, ciò che riguarda le « ombre del Monti » 
non bene espresse), e trattenendosi poi, nella parte su lo S. nel romanti- 
cismo italiano, a discorrere del Vico, che pure (questo è ben certo) con lo S. 
non ebbe a che fare. « Il Vico » — dice — « potrebbe segnare il passaggio 
€ a quelli che con termine generico chiamerei preromantici » (p. 153) ; e con- 
tinua: « Nomino il Vico perchè il Croce scrive che ... avrebbe meritato d'in- 
« contrarsi col genio di G. Shakespeare, che forse egli solo, a quei tempi, era 
« in grado d'intendere a pieno ». Senonchè, « con tutto il rispetto » peri due 
filosofi napoletani, il N. non sembra molto disposto a crederlo, nò ha torto: 
che davvero non basta a farci indovinare nel Vico un possibile pieno inten- 
ditore dello S. ciò che il Vico scriveva di Dante, € il toscano Omero » !... Se 
però nulla ragionevolmente persuade che il Vico sarebbe stato quell'eccellente 
critico dello S., che il Croce se lo figura, non occorreva neppure discorrerne 
per circa quattro pagine ; e tanto meno era lecito poi asserire, ad un tratto, 
che « dunque il Vico apre la strada ai preromantici » (p. 157). E chi sa- 
rebbero costoro? « Come preromantici noi consideriamo anche il Verri, il Monti 
ed il « Foscolo » (ivi), di cui il N. aveva già discorso prima; ed ora seguono, 
in non compatta schiera (pp. 158-169), il Cesarotti e il Carmignani, « uniti 
« da una nota comune: l'ammirazione per le tragedie del Voltaire », il Marre, 
il Pagani-Cesa, il Niccolini e il Cattaneo ! Vengono poi, tramezzati da qualche 
straniero, inglese o tedesco, i romantici italiani : Pellico, Torti.. Porta, Grossi, 
Mazzini e Carcano; ed infine segue la parte riservata esclusivamente — o 
quasi — al Manzoni. 

Sulla Conclusione, che chiude il volume, occorre soltanto avvertire ch'essa 
non è precisamente ciò ch'essa sembra promettere, cioè il succo deU 'opera; ma 
piuttosto una non necessaria conferma della non verginità delle « ricerche 
« intorno alla diffusione dello S. in Italia » (p. 241), ed un'altra confessione 
delle ambizioni filosofiche con cui il N. vi si è accinto : « ma non inorridisca 
« il candido lettore » — egli soggiunge — « non ho nessuna intenzione di 
«fargli passare un brutto quarto d'ora tra Kant o Hegel o Croce...». — 
Grazie, davvero ; ma nel nostro candore non possiamo riconoscere che la filo- 
sofia abbia giovato molto a illuminare il baldanzoso nostro critico, se — 
p. es. — gli ha permesso di annoverare honoris causa tra gli « studiosi che 
« hanno esercitato il loro acume » sullo S. in relazione con la letteratura 
nostra, dopo il De Sanctis, il Carducci ed altri valentuomini, anche il Refor- 
giato (p. 208), autore, se qualcuno non se ne ricorda, di un memorabile saggio 
su Shakespeare e Manzoni (cfr. Giornale, 32, 45o), e di ricordare poi il 
Graf (mirabile sempre per lucidissimo ordine in tutte le cose sue) come au- 
tore di « un farraginoso lavoro... dove un capitolo intero è destinato allo S. ». 

0. B. 



BOLLETTINO BIBL10GBATIC0 289 

GIOVANNI SFORZA. — Silvio Pellico a Venezia (1820-1822) 
[Estr. dalla Miscellanea di storia veneta della R. Deputa- 
zione di Storia patria, Serie III, voi. XIII J. — Venezia, a 
spese della Deputazione, 1917 (8*, pp. 326). 

Il P. fu a Venezia due volte, la prima delle quali nel settembre del 1820, 
quando egli, partendo da Pavia a bordo ^aW Eridano — il primo battello a 
vapore che solcasse le acque del Po — insieme col Porro, il Gonfalonieri e 
pochi altri, scese giù giù lungo il corso del fiume sino al mare, e risali poi 
lungo la laguna. Scopo apparente della gita era quello di preparare i futuri 
viaggi commerciali che VEridano avrebbe dovuto compiere, percorrendo quella 
stessa linea di navigazione; scopo recondito e più importante era quello di 
trovar proseliti alla setta dei carbonari, alla quale il P. era stato affigliato 
da poco per opera del Maroncelli. L' 8 i « nuovi Argonauti » (come furono 
chiamati scherzosamente) giunsero felicemente a Venezia; ne ripartirono il 17 
per visitare, a Mantova, il co. Arrivabene ; vi tornarono dopo pochi giorni, 
e ne ripartirono definitivamente, sempre a bordo diOiVEridano, il 29 del mese. 
Una burrasca li costrinse a fermarsi per qualche giorno a Malamocco e a 
Chioggia; ma il 3 di ottobre erano di nuovo alla Zaita, nei dintorni di Man- 
tova, presso l'Arrivabene. Di qui il P., insieme col Porro, dovette, pochi giorni 
dopo, partire improvvisamente alla volta di Milano per via di terra. Vi giunse 
l'8, e seppe che il Maroncelli era stato arrestato. Volò sul lago di Como per 
tentare di distruggere le prove della propaganda fattavi recentemente dal- 
l'amico; il 13 tornava a Milano, e veniva egli pure arrestato. 

Di questo primo soggiorno a Venezia il P. riportò una impressione assai 
triste. La città, a dir vero, gli parve magnifica; il ricordo della sua antica 
potenza, consacrato nei palazzi fastosi e nelle tele stupende de' suoi pittori, 
gl'inspirava una viva ammirazione; ma quanta miseria morale credeva di 
scorgere negli abitanti! Essi gli apparivano « svaporati », inconsci della umi- 
liazione nella quale erano caduti, intenti solo « alla vita di piazza e di caffè 
« e di cicalecci e di apparente festività continua », « dimentichi di ogni 
« dignità ». 

Pochi mesi dopo, il P. tornava a Venezia, ma accompagnato dal commissario 
di polizia Bolza e tra i gendarmi, per essere sottoposto a severo processo, sotto 
l'accusa di carboneria. E tutti sanno dalle Mie prigioni come questa volta 
egli rimanesse a Venezia dal 21 febbraio 1821 fino al 25 marzo 1822, giorno 
della sua partenza per lo Spielberg. 

Intorno a questi due periodi della vita del P. si intrattiene lo S. nel suo 
volume, illustrandoli ampiamente con grande abbondanza di documenti e di 
testimonianze contemporanee. 

Si veda, per avere un'idea dell'importanza del lavoro, quello che, nel ca- 
pitolo più notevole del libro, il V, è detto intorno alla Zanze, alla famiglia 
di lei, a' suoi rapporti col Pellico e collo Chateaubriand e al giudizio che lo 
Chateaubriand diede del Pellico; e si sarà d'accordo con me, io credo, nel 
ritener poco probabile che altri, in avvenire, possa raccogliere altre notizie di 



290 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

qualche importanza su tali argomenti. Il che non vuol dire, naturalmente, 
che si debba sempre esser d'accordo collo S. nell'interpretare documenti o 
fatti, per quanto egli ci appaia, in ogni circostanza, acuto e prudente ne' suoi 
giudizi. 

Per es., a me non sembra, come sembra allo S., dimostrata la « gelosia » 
dello Chateaubriand per il buon successo delle Mie prigioni. Che a questa 
gelosia abbia creduto il P. è indubitato, perchè egli prestò fede alle informa- 
zioni di alcuni suoi corrispondenti parigini, i quali anche gli fecero sapere 
come lo Ch. affermasse che egli non poteva esser stato rinchiuso ai Piombi, 
perchè i Piombi nel 1821-22 non esistevano più. Ma chi erano questi corri- 
spondenti? Il P. nelle sue lettere non lo dice, e lo S. non ci dà informazione 
alcuna in proposito. Non sappiamo dunque se fosse gente degna di fede o 
gente che riferiva, per sentita dire, dei pettegolezzi da salotto. E poiché, 
d'altra parte, negli scritti dello Ch. non vi ha parola che avvalori queste voci, 
e anzi, al contrario, possiamo rilevarne come l'autore di Menato leggesse con 
piacere ed ammirasse le Mie prigioni, anche come opera d'arte (1), mi pare 
che si debba restare per lo meno dubbiosi intorno alla pretesa « gelosia ». 
Eesta il fatto che lo Ch. fece raccogliere dal segretario gli sfoghi della Zanze 
e della madre di lei contro il P., e li tramandò solennemente ai posteri nel 
tomo VI de' suoi Mémoires d'outretomhe; ma il commento che egli accodò 
a quel singolare documento che è l'autoapologia della Zanze, non mi pare che 
dimostri punto né gelosia, né antipatia per Silvio. Anzi, anche in questo 
scritto, egli riconosce la efficacia dell'arte del buon saluzzese, tanto da escla- 
mare enfaticamente: « Entre P. et la Zanze elle-méme à l'aide du manuscrit 
« dont je suis dépositaire, grande merveille sera si la Veneziana ne va pas 
« à la postérité ! Oui, Zanze, vous prendrez place parmis les ombres de femme 
« qui naissent autour du poéte, lorsqu'il réve au son de sa lyre ». Ed è anche 
facile vedere come, tra il racconto appassionato della Zanze che, piena di sdegno, 
afferma aver il buon Silvio inventato di sana pianta un romanzetto sul conto 
di lei, e il racconto delle Mie prigioni, lo Chateaubriand presti fede a questo 
ultimo, perché in sostanza ammette che « elle » — cioè la Zanze — « con- 
« teste le fait avec tant de charme qu'elle le prouve en le niant ». Vero è 
che poi aggiunge « que la Zanze de Mie prigioni est la Zanze selon les 
« muses, et que la Zanze de V apologie est la Zanze selon l'histoire»; ma 
queste espressioni non ci devono traviare. Secondo me, lo Ch. ha voluto dire 
soltanto che il P., da artista, ha idealizzato nel suo libro la figura della 
« venezianina adolescente sbirra », mentre nella autoapologia essa ci appare 
quale fu in realtà, e cioè una ragazza buona e pietosa, ma piuttosto ciarlona e 
discretamente pettegola, disposta anche a negare la verità quando le potesse 
parere che i particolari riferiti dal P. (per es., le voci poco belle delle quali 



(1) Si vedano, oltre le testimonianze riferite dallo S. a pp. 271-5, i Mémoire» d'outre- 
tombe (Bruxelles, 1849), t. VI, p. 118, dove lo Ch. esprime il dispiacere di non aver 
potuto incontrare, durante il suo soggiorno in Italia, € Pellico et Manzoni, rayons 
« d'adieux de la gioire italienne > . 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 291 

si fa eco Tremerello nel capo 32 delle Mie prigioni) mettessero in perìcolo 
la stima che nutriva per lei l'uomo al quale era andata sposa, e divenissero 
pretesto o causa di scene di gelosia. E che le smentito della Zanze al racconto 
del P. non sian da prendere troppo sul serio, lo prova anche la testimonianza 
autorevole di Francesco Zanotto (1), che dice d'aver sentito narrare dalla 
Zanze che « per cagion de' suoi scoperti amori con Silvio era stata mandata 
« a Conegliano ». Il che non vuol dire, s'intende, che queste nuove afferma- 
zioni della Zanze siano da prendere più sul serio di quelle riferite dallo Ch.; 
vuol dire soltanto che la Zanze era pronta sempre a metter fuori delle « spiri- 
« tose invenzioni », diverse da un giorno all'altro, secondo che le circostanze 
del momento la consigliavano. Probabilmente la storiella udita dallo Zanotto 
aveva per iscopo di smentire, nello stesso tempo, e quanto il P. aveva detto 
nelle Mie prigioni intorno al suo « amore infelice » per un tale che l'aveva 
tradita e le già ricordate e brutte voci riferite da Tremerello, e ciò in un 
momento nel quale essa non aveva ancora da preoccuparsi delle possibili ge- 
losie del marito. D'altra parte, se dal racconto stesso delle Mie prigioni ri- 
sulta evidente che essa deve aver provato una viva simpatia per Silvio, non 
mi par tuttavia accettabile l'opinione dello S. che Silvio, per nascondere questa 
inclinazione della Zanze per lui, abbia inventato la storia dell'amore infelice 
della ragazza e della malattia vera o finta, che avrebbe indotto la famiglia 
a mandarla a Conegliano. 

Lo S., sulla fine del volume, si chiede anche (2): « Il P. corrispose all'af- 
« fette della Zanze ?» E risponde : « Manca a noi ogni argomento sia per 
« negarlo, sia per aiFermarlo. Il segreto restò chiuso in quei due cuori; due 
« sepolcri oggi lo serrano ». Ma neppur qui io sarei dello stesso avviso del 
chiaro A. Perchè infatti non si dovrebbe prestar fede al P. che nega recisa- 
mente d'esser stato mai innamorato della Zanze, sebbene ammetta che peri- 
colo d'amore vi fu? (3). Non vedo perchè non si debba credergli in questa 
circostanza, mentre sempre più evidente appare, ad ogni nuova pubblicazione 
di documenti, che egli fu costantemente ligio al vero, che qualche volta sol- 
tanto tacque, ma non alterò, quando circostanze politiche gli consigliavano 
un prudente silenzio. E in questo caso la politica non c'entrava, e neppur si 
può credere che la memoria lo avesse tradito (4). 

Mi son dilungato a discutere quanto lo S. dice intorno alla Zanze, perchè 
si tratta del più famot.0 episodio delle Mie prigioni] ma non vorrei che l'aver 
mostrato di dissentire, in qualche particolare, dalle opinioni del chiaro autore, 
si potesse interpretare come indizio di poca considerazione per l'opera sua. 
Tutt'altro! Essa ha molti meriti, e, non ultimo, quello di mantenere assai più 



(1) Riferita dallo S. a p. 284, traendola dal Palazzo ducale dello Z. (Venezia, 1868, 
I, p. 188). 

(2) P. 292. 

(8) Mie pi'igioni, capo 29. 

(4) Per alcune osservazioni ed obbiezioni consimili si veda V. Gian, H ritomo d'un 
martire deW Austria : Silvio PeUico, nel Corriere della tera deir8 maggio 1918. 



292 BOLLETTINO BIBLIOGBAFIOO 

di quanto il titolo non prometta. Infatti, oltre che dei due soggiorni del P. 
a Venezia, il libro dello S. parla anche di molti altri argomenti più o meno 
strettamente collegati al tema, e ne parla con larghezza e sicurezza d'infor- 
mazione veramente non comune. E così avviene che, o nel testo o nelle note, 
noi troviamo amplissime notizie sulla vita del P. anteriore e posteriore alla 
prigionia, sulle opere sue e sui personaggi principali del suo libro popolaris- 
simo, sui genitori e sugli amici suoi, e persino sugli amici degli amici. Si 
vedano, per es., le lunghe note alle pp. 235-6 e 293-6, che ci danno molte 
notizie sulla march. Olimpia Sacrati, pietosa soccorritrice del Maroncelli, e 
le pp. 3-4 del cap. I colle note relative, che sono un'ampia illustrazione di 
tutte le vicende dei primi esperimenti di navigazione a vapore nelle acque 
italiane, e servono di introduzione e di contorno alla descrizione del viaggio 
da Pavia a Venezia àeWEridano. Né la Sacrati né VEridano erano ignoti 
agli studiosi; ma dove trovare insieme raccolte tante e tanto precise notizie 
sui due argomenti? (1). E, come queste, così quasi tutte le altre notizie ri- 
ferite dallo S. nel suo volume sono o nuove o poco note, e sempre sono pre- 
sentate da lui con tutti quei riferimenti che possono darci modo di conoscerne 
la fonte e di vagliarne la autenticità. 

Se non che tale abbondanza e varietà di notizie fa sorger naturalmente 
nell'animo nostro un desiderio, che il volume dello S. non soddisfa : quello di 
un indice alfabetico dei nomi e delle materie, che agevoli le ricerche degli 
studiosi del P., i quali, d'ora in poi, dovranno certo ricorrere molto spesso, 
come ad un prezioso repertorio di notizie, alla dotta pubblicazione dello S., 
non meno di quello che abbiano ricorso fino ad ora alle pubblicazioni pelli- 
chiane del Chiattone, del Luzio, della Pedraglio e del Rinieri. 

E. Bellorini. 



La madre di Giuseppe Mazzini. Carteggio inedito dal 1834 
al 183 9 j con prefazione e note di Alessandro Luzio. — 
Torino, Bocca, 1919 (8«, pp. ix-382). 

È un volume, storicamente e psicologicamente, attraentissimo. Del resto, a 
farci ammettere, a priori, questi suoi pregi, basterebbe il titolo, con l'an- 
nuncio della materia epistolare in esso contenuta e col nome dell'editore. Al- 
l'amico Luzio è toccata la fortuna, meritatissima, di metter la mano, appena 
preso possesso dell'Archivio di Stato torinese, su questo tesoro ignorato e 
nascosto. Un vero tesoro, del quale siamo debitori a lui, ma, prima ancora, 
a quell'arnese, anzi a quegli arnesi della polizia sarda (in questo involonta- 
riamente benemerita, come in simile forma la toscana) i quali, eseguendo gli 



(1) Si vedano, per es., a p. 70, la pianta dei Piombi, a p. 054, le notizie su Giuliano, 
a pp. 100 e 199 quelle sulla Marohionni e la compagnia drammatica di cui ella era 
parte, ecc., ecc. 



BOLLETTINO BIBLIOORAriOO 298 

ordini dei superiori, violarono il segreto di quella corrispondenza materna 
dell'Esule e trascrissero via via quelle lettere, che iit tal modo ci furono con- 
servate, abbastanza fedelmente, in parte nell'Archivio di Torino, in parte, è 
da sperare, in quello di Genova. 

Intanto accontentiamoci di questa parte, che abbraccia più d'un lustro. 
Chi aveva presenti i volumi deW Epistolario mazziniano, nell'Edizione na- 
zionale (voli. II-VII) corrispondenti a questo periodo di tempo, s'era j^ià fatto 
un'idea dei rapporti spirituali che strinsero, anche lontana, l'anima di Maria 
Mazzini al suo glorioso figliuolo ; ma ora questa figura femminile splende in 
piena luce e ci appare veramente degna generatrice e partecipe di quella 
gloria. Partecipe e madre in tutta l'estensione della parola. Che questo è uno 
degli esempì più straordinari di perfetto atavismo, di trasmissione dalla madre 
nel figlio delle qualità fisiche, intellettuali e morali; anche fisiche, giacché 
basta guardare qui il bel ritratto di lei , riprodotto da quello del Borzino, 
posseduto dal Museo del Risorgimento di Genova. 

I pregi tutti e la novità e l'importanza di questa silloge epistolare sono 
ben rilevati dal L. nella larga Prefazione, alla quale rimandiamo senz'altro. 
Anche approviamo il metodo adottato coraggiosamente da lui nel pubblicare 
queste lettere, con qualche taglio opportuno e discreto, per le parti assoluta- 
mente trascurabili e con alcuni ritocchi, poco più che grafici, « innocui con- 
« cleri », dei quali dà ragione e oifre documenti giustificativi. In realtà, un 
libro come. questo, fatto pel pubblico colto e di mole limitata, non poteva 
essere eseguito come un volume destinato agli eruditi, tanto più, dacché l'edi- 
tore non aveva a propria disposizione gli autografi. Solo in pochi casi si po- 
trebbe esprimere qualche dubbio o qualche obiezione, ad es. (restringendoci 
necessariamente all'unica lettera (pp. 171-7) per la quale il L. ci ha dato in 
nota le varianti del ms.) dove (p. 174) la madre parla degli inglesi, desi- 
gnandoli al figlio, che allora si trovava a Londra, con queste parole: « ca- 
« pisco e vedo le diflficoltà di questa gente ecc. ». Così aveva scritto la signora 
Mazzini e l'editore corregge in quella ; ma tanto valeva allora adottare addi- 
rittura la forma cotesta, che troverebbe riscontro nel « cotesto soggiorno » e in 
€ cotesti signoTÌ » di p. 187. Ancora: a p. 173 troviamo « il farà » cambiato 
in « lo farà » ; ritocco non necessario, tanto è vero, che a p. 178 vediamo con- 
servato « il può ». Ma queste sono minuzie e forse pedanterie. 

Importa invece rilevare che queste lettere di Maria Mazzini — alle quali si 
accompagnano spesso quelle del marito, il dottor Giacomo, tanto diverso da 
lei, anche se non cattivo, nonostante la tirchieria, l'angustia mentale e certe 
fissazioni senili — sono una fonte preziosa per lo studio della psicologia maz- 
ziniana, cioè e materna e figliale. Inoltre ne esce confermata in modo irrefra- 
gabile l'intima religiosità dell'Esule genovese, che alla madre appariva come 
un « santo », come un « benedetto e prediletto di Dio » (pp. 165-6). Lette- 
rariamente — almeno nel senso comune della parola — questa raccolta epi- 
stolare non vale gran che ; ma, in compenso, illumina di luce intensa la storia 
di due nobilissimi spiriti, fatti per comprendersi, anzi per vivere, anche lon- 
tani, « perfettamente immedesimati » (p. 276) l'uno nell'altro. E sebbene in 



294 BOLLETTINO BIBLIOGBAFIOO 

esse la letteratura non abbia se non una parte secondaria, tuttavia non vi 
mancano documenti del vivo interessamento che la donna sublime poneva a 
quanto nel campo letterario aveva attinenza con gli studi prediletti del suo 
Pippo. Così, più d'una volta è parola del Foscolo, pel quale, com'è noto, il 
Mazzini ebbe un vero culto e del quale egli, aiutato dalla madre e dagli 
amici, raccoglieva quanto più gli riusciva di manoscritti e di ricordi (pp. 117, 
119, 121, 186). Altra volta si accenna alla Margherita Pusterìa (pp. 161, 167) 
per la quale la madre provava un vero entusiasmo, dovuto a una specie di 
suggestione patriottica, o sono pronunciati giudizi severi sul Canale, che è 
detto un « letterato d'anticamera » (pp. 97), o sul Panizzi, biasimato pel suo 
contegno interessatamente opportunistico (pp. 291, 296-7). In una lettera 
(p. 123) si accenna ad un articolo del Mazzini sulle poesie del Di Negro, che, 
destinato kW Indicatore livornese, dovette essere soppresso dalla Censura e che 
il L. crede sia andato smarrito; in un'altra è ricordato lo scritto giovanile, 
dello stesso M., DelVamor patrio di Dante, che « un uomo dotto e pio », 
parlandone con la madre, esaltava come tacitiano (p. 200). 

La prima delle Appendici è singolarmente notevole pei saggi che oflFre 
della corrispondenza tra il M. ed Eleonora Kuffini, mentre la seconda ci fa 
conoscere una lettera del M. alla sorella Antonietta Massuccone per la moi-te 
della buona Cichina, lettera che il L. non esagera dicendola « una delle più 
« divine » che siano mai uscite dalla penna del Grande genovese. Fra le varie 
lettere inedite di lui che formano la IH Appendice, segnaliamo una letterina 
tagliente indirizzata al Cavedoni, direttore della Voce della verità di Modena. 

Chiudiamo col lieto annuncio che questo è solo la prima parte d'una < tri- 
« logia mazziniana » che vedrà la luce dai materiali dell'Archivio torinese 
per cura del L., il quale ha rintracciato, fra gli altri scritti del M., « un opu- 
« scolo meraviglioso sulla Spagna ». L'egregio amico sa stuzzicare la nostra 
curiosità, ma conosce anche meglio di ogni altro il segreto di appagarla, come 
ha fatto con questo volume. Vi. Ci. 



ALESSANDRO POERIO. — Poesie. — Lanciano, Carabba, s. a., 
ma in fine: ottobre 1917 (12°, pp. 216). 

Delle Poesie del P., diventate rarissime, si annunzia da più anni ,una ri- 
stampa, che non viene mai fuori, presso il Le Mounier, a cura del prof. G. Se- 
crétant, il quale ottenne anche all'uopo dagli eredi del P. l'uso di uno zibaldone 
autografo. Bisogna, pertanto, essere grati al d.*" V. De A ngelis, che nel presente 
volumetto ha riunito quanto finora era sparsamente a stampa del P. : ossia, 
oltre la raccolta fiorentina del 1852 curata dal D'Ayala, le cinquanta liriche 
inedite inserite dall' Imbriani nella Rivista bolognese del 1869, le undici 
stampate in occasione di nozze da G. Amalfi, e alcune altre poche pubblicate 
dallo stesso Imbriani e da A. U. del Giudice. Ma è da dolere che la silloge 
del De Angelis non segua alcun ordine razionale (non distinguendo, tra l'altro, 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 295 

le poesie accettate dall'autore, dalle postume, e dajj^li abbozzi) ; o più ancora 
che non sempre assegni Toccasion • dei componimenti. Per es.: degli sciolti, 
a pp. 190-2: « In te gran parte della mente accolgo », conveniva notare che 
erano gli appunti di un carme alla Germania, raccogliente le impressioni e 
ricordi della dimora del Poerio colà nel 1825-26. Sebbene la data della edizione 
sia l'ottobre del 1917, l'editore, evidentemente, non ha fatto in tempo ad ado- 
perare le mie pubblicazioni poeriane della Critica, XY (1917), deW Archivio 
stor. per le prov. nap., XLl-II, e soprattutto il voi. del Viaggio in Germania^ 
carteggi letterarii ed altre prose (Firenze, Le Mounier, 1917), importante 
per la origine e cronologia dei versi del P. Dispiace anche che a pp. 199-201 
sia stato ristampato, seguendo l'Imbriani, e in forma frammentaria, quel Re 
Tentenna che già il Tommaseo scambiò per cosa del P. avendone visto una 
trascrizione di mano di quest'ultimo, e che ò invece la notissima satira com- 
posta nel 1847 da Domenico Carbone. Talvolta il testo andava corretto: cosi, 
p. 151: « Spesso sul volto de la donna amata Ti si (corr.: A te si) manifesta 
« il tuo pensiero ». Comunque, giova certamente possedere in questo volumetto 
tutta la materia di varie pubblicazioni ormai introvabili. B. Croce. 



ANGIOLO GAMBARO. — Primi scritti religiosi di Raffaello 
Lambruschini , con lettere di lui, di mons. Monchini, di 
mons. Minucci, e del card. Luigi Lambruschini. — Firenze, 
presso la Riv. Mhliogr. ital, editrice, 1918 (16% pp. cli-340). 

n dott. Gambaro si occupa da parecchi anni del Lambruschini, attratto 
dal singolare sapore mistico degli scritti religiosi, così poco conosciuti fino 
a poco tempo addietro, dell'insigne scrittore; la cui reputazione letteraria 
era per l'addietro fondata sopra i pochi suoi libri di pedagogia e il ricordo 
di quella sua Guida delV educatore, che pochi in verità si curavano più di 
cercare. Poco era stato anche notato, a causa forse del tempo in cui venne 
alla luce, non propizio in Italia agli studi di cose reUgiose, il volumetto 
postumo, che nel 1887 fu pubblicato a cura di Marco Tabarrini col titolo 
di Pensieri d'un solitario: raccolta di appunti disordinati, di vari tempi e 
di vario interesse, che l'editore non pensò a illustrare, e che ad ogni modo 
non trovarono gli spiriti disposti ad apprezzarne il valore. Altri frammenti 
religiosi erano stati o furono posteriormente pubblicati qua e là, e brani di 
carteggi (segnalabile massimamente quello col Ricasoli), nei quali appariva 
la grande importanza del pensiero religioso del Lambruschini, e vedevasi 
quasi sfavillare la sua anima profondamente mistica. Il Gambaro, movendo 
da altri studi, relativi ai recenti moti religiosi svolti nel seno del cattoli- 
cismo, ha il merito di aver visto l'opportunità di far conoscere il meglio 
che si possa le idee del Lambruschini intorno alla religione, e di essersi 
quindi messo con grande ardore alla ricerca, fortunata e fruttuosa, di quanti 



296 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

documenti sparsi o inediti ce ne sono rimasti, di prepararne una raccolta com- 
pleta, e di farne materia d'indagini accurate, in cui l'anima e le dottrine del 
Lambruschini potessero essere illuminate dalla piena cognizione della sua vita, 
degli amici, degli studi, e dei molteplici rapporti (;on gli scrittori precedenti 
contemporanei. Dopo una serie di saggi minori, tra cui particolarmente 
notevole e dotto l'articolo In margine alla storia del modernismo (nella Voce, 
5 giugno 1918), ci dà ora questo volume di scritti in gran parte nuovi agli 
stessi studiosi del Lambruschini ; e annunzia tre studi prossimi sul Lam- 
bruschini al governo della diocesi di Orvieto, sul L. giornalista e sul L. ri- 
formatore religioso ; ed è sperabile che del molto materiale inedito radunato, 
e usato occasionalmente nell' Introduzione e nelle note di questo volume, 
presto vorrà giovarsi, come delle tante lettere pubblicate in libri e periodici 
diversi, per darci in un corpo unico il carteggio lambruschiniano ; che riu- 
scirebbe forse il libro pivi vivo e più istruttivo del L. anche dall'aspetto re- 
ligioso ; com'è pur da augurare che egli stesso, con la sicura conoscenza che 
ha di tutte le carte del Lambruschini, voglia apprestare una seconda edizione, 
corretta, ordinata e criticamente attendibile, dei Pensieri d'un solitario, di- 
ventati già anch'essi un libro rarissimo. 

In questo volume, oltre una lunga Introduzione del Gambaro, informativa 
intorno agli scritti raccoltivi, e illustrativa delle idee principali che vi cam- 
peggiano e ne costituiscono il maggior pregio, si ritrovano i tre articoli del L. 
che furono inseriti neW Antologia del Vieusseux, i due scritti religiosi pub- 
blicati nella Rassegna nazionale, l'uno dal Linaker (1895) e l'altro dallo 
stesso Gambaro (1913) ; e quelle Norme di condotta per un giovane che e per 
divenire regolatore di sé stesso, che venne alla luce nel 1881 in un opuscolo 
nuziale {Nobili tiozze Stecchini- Carli). Anche editi, ma poco noti e difficil- 
mente trovabili erano pure il Discorso sui poveri (1830), pronunziato a Fi- 
renze nella Pia Casa del Lavoro, e la memoria dell'anno seguente SuìVistru- 
zione del popolo, letta ai Georgofìli ; per non ricordare una lettera del 31 marzo 
1829 all'arcivescovo di "Firenze, Ferdinando Minucci, che Luigi Ridolfi aveva 
pubblicata nel suo libro su Cosimo Ridolfi (Firenze, 1901, pp. 72-3) e che 
il Gambaro ha creduto utile di riprodurre dalla minuta. Tutto il resto è 
inedito ; e stanno in prima linea cinque Conferenze religiose scritte nel 1835 
per l'istruzione dei figli di Girolamo Bonaparte. già re di Vestfalia, che si 
ritenevano perdute e che il Gambaro ha ritrovate nell'archivio di Enrico 
Mayer. Seguono lettere e scritti vari di educazione religiosa, sul valore delle 
pratiche nell'educazione, sull'istruzione conveniente a una monaca, avverti- 
menti e consigli a un giovine ecclesiastico, e documenti circa il modo, in 
cui il Lambruschini concepiva il suo stesso ministero e i rapporti del catto- 
licismo col progresso della civiltà, col sapere e con la politica del suo tempo. 

Si tratta sempre di brevi saggi, articoli, scritti occasionali o documenti 
biografici, nessuno dei quali, salvo per certi rispetti le Conferenze e lo scritto 
pubblicato la prima volta dal Linaker {La religione condizione generale 
dell' educazione) e preparato dall'autore con molta cura per la Guida délVe- 
ducatore (dove la censura ne impedì però la pubblicazione), ci presenta la 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 297 

trattazione metodica e piena d'un argomento. Ma la natura dell'indegno del 
Lambruschini non era tale da dar corpo ad ampi sistemi o costruzioni ar- 
chitettonicamente razionali. I suoi libri snW Istruzione e snlVEducfutane, 
dove per l'appunto egli fece il maggior sforzo costruttivo per esporre in veri 
e propri trattati quelle idee piene di verità che gli si agitavano in mente e 
formavano la sorgente sempre viva e fresca delle sue felici inspirazioni nella 
pratica di educatore e nella propaganda pedagogica, a cui attese principalmente 
con la Guida; questi suoi libri, che pur sono i più conosciuti, sono quelli 
che meno riescono a dare l'immagine viva dell'uomo e dello scrittore, più 
capace, come tutti i mistici, di sentire la verità che di dimostrarla nell'or- 
ganamento delle sue parti; più acuto a scorgere il lato negativo del sajHjre 
propriamente scientifico e il bisogno che esso, dal punto di vista umano, ha 
di essere integrato con i suggerimenti del cuore, che atto a dare solidità 
logica e sviluppo letterario ai principi di cui intimamente viveva. L'articolo, 
il saggio, la conferenza, il frammento erano perciò la forma naturale più 
adatta del suo pensiero. E chi voglia arrivare fino a questo, e gustarlo nella 
sua profonda verità, deve contentarsi di queste miscellanee, in cui si possono 
raccogliere i suoi scritti più significativi, e rompere la scorza esteriore del 
loro carattere occasionale per trovare il midollo di vita spirituale che vi si 
nasconde. Intorno al quale chi scrive ha pubblicato uno studio d'insieme 
{Critica del 1916), che potrà essere ripreso e approfondito in tutti i parti- 
colari quando il Gambaro avrà forniti tutti i documenti, che con questo 
volume ha cominciato a raccogliere. 

Rimane fermo, malgrado le opportune riserve del Gambaro (pp. l-li), il 
carattere giansenistico del sistema religioso professato dal L. Lo stesso Gam- 
baro, a chiarimento del pensiero del suo autore, sente il bisogno di citare 
Pascal e Nicole: massime il primo, dei cui Pensieri par di' udire tante volt« 
l'eco negli scritti del solitario di S. Gerbone. È vero che il L. si lega pure 
col romanticismo immediatamente anteriore, ed ha rapporti, non ancora stu- 
diati, ma che ben s'intravvedono, col Lamennais (di cui fu grandissima l'azione 
esercitata su tutto il pensiero religioso italiano nel primo trentennio del se- 
colo XIX) e cogli stessi Sansimoniani ; e si può accettare l'affermazione del 
Gambaro che il L. « è un uomo veramente moderno. Il suo concetto della 
« religione considerata nella sua soggettività attuale è in perfetta armonia 
« con la tendenza che hanno gli spiriti moderni a imprimere alle proprie 
« convinzioni un carattere personale e riflesso: ma in pari tempo rende ra- 
« gione del suo carattere progressivo ». Ma non si può dimenticare quanta 
parte abbia avuto, almeno in Francia, la tradizione e lo studio del gianse- 
nismo di Port-Royal, segnatamente di Pascal, nella formazione di questo 
pensiero religioso moderno, a cui il Gambaro allude. Basterebbe ricordare il 
saggio del Laberthonnière su Pascal. Così, è innegabile la differenza tra il L. 
e il giansenismo rispetto al rigorismo ascetico e pessimista professato da 
questo e da quello invece costantemente combattuto; ma non direi che, se 
€ i giansenisti autentici insegnavano lo sforzo dell'uomo essere inutile alla 
« sua salvezza », il L. invece « dichiara che è l'anima che deve conquistarsi 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. » 



298 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

* la sua religione e quasi ricrearla ». Insistendo su questa opposizione e ac- 
centuandola, s'irrigidisce da una parte la lesi giansenista al punto da non 
lasciare più intendere il soggettivismo religioso che c'è pure in Pascal, e si 
esagera d'altra parte il liberalismo lambruschiniano a segno da cancellare 
quello che è poi il carattere più cospicuo dell'atteggiamento spirituale del L., 
la sua ardente misticità. Del resto, basterebbe la prima delle Conferenze, 
che il Gambaro ci fa conoscere, a metter fuori di contestazione questo punto. 
In essa si addita « una prima voc« del supremo legislatore, che parla a tutti 
« nell'intimo dell'anima, e che si chiama coscenza » (p. 5) ; la quale ci guida 
fin dall'infanzia « come se un occhio sempre aperto sopra di noi ci seguisse 
« per tutto e ci leggesse nel cuore »: e costituisce la legge morale che « por- 
« tiamo nella nostra anima, scritta dal dito del Creatore »; e ogni uomo, 
anche rozzo, anche accecato dalle passioni, sa leggere « i caratteri di queste 
« tavole anteriori alle tavole del Sinai ». Li leggerà, sì; ma l'ignoranza non 
lascia intendere quel linguaggio, e le passioni « lo fan parlare quand'egli è 
« muto, dicono ch'egli tace quando rimbomba ». Dunque la coscenza « non 
« basta ». Ed ecco un'altra grande manifestazione del volere e del pensiero 
di Dio : la natura, poiché « non v'è stella, non v'è animale, non pianta, non 
« atomo, che non annunzii l'Essere che l'ha creato » : i suoi disegni, i suoi se- 
greti di bontà e di sapienza. Ma « l'uomo abbandonato alla sola scorta della 
« coscienza e del muto linguaggio della natura, si smarrisce, si perde, o al- 
« meno va incerto e lento per una via oscura e scabrosa. E chi ci aiuterà 
« dunque a conoscere Dio e a salvarci? Dio è venuto in nostro soccorso, e... 
« si è compiaciuto di rivelare... quelle verità, che noi non avremmo mai 
« potuto coi soli ordinari lumi della ragione o scoprire o apprezzare 
« abbastanza » (p. 8). 

Più giusto è quel che il Gambaro dice della dottrina centrale e più im- 
portante del L. circa il soggettivismo della religione e, in generale, della 
verità: « Non è possibile, allo stato presente delle ricerche, determinare la 
« via che seguì il solitario di S. Gerbone per giungere a quella conclusione » 
(p. xxxvii). Ed è argomento da studiare. — Certo, aveva ragione nell'ottobre 
del '27 lo stesso L. di scrivere dell'articolo suo di quell'anno al Vieusseui: 
« Forse è la prima volta che ilqìV Antologia si sentirà parlare come ho par- 
« lato io » (p. Lix); e ragione ha il Gambaro di commentare, che « novità era 
« per l'Italia tutta, usa per lo più a interessarsi di religione quel tanto che 
« consentiva uno scetticismo variamente graduato, o un calcolo politico, o 
« uno spirito fanatico ». Ma non soggiungerei che « per risentire nel nostro 
< paese idee simili bisogna scendere alla fine del secolo XIX o al principio 
« del XX ». Nelle Cinque piaghe della Chiesa del Rosmini e in altri suoi 
scritti men noti, come in molte pagine, sopra tutto della Eiforma cattolica, 
del Gioberti s'incontrano quelle stesse idee; quantunque forse nessun altro 
scrittore abbia così vivamente sentito quelle verità semplici e pur tanto dif- 
ficili e peregrine che il L. enunciò in quella sua recensione delle prediche 
del Segneri e del Turchi, la quale è veramente cosa stupenda, sufficiente da 
sola a dar la misura dell'ingegno dell'autore. G. G. 



t 



BOLLETTINO BIBLIOQBAFICO 299 

GIOVANNI SFORZA. — Ricordi e biografie lucchesi. — Lucca, 

Tipografia editrice Baroni, 1918 [frontispizio interno 1916] 
(8«, pp. xLviii-839 numerate, più 3 in fine non numerate). 

È un volume monumentale, che l'A. dedica giustamente alla città di Lacca, 

« con cuore di figlio ». Una vera miniera di notizie accumulate con un* 
prodigalità stupefacente e per la più parte nuove o poco note. Di che non 
si meraviglierà chi conosca l'attività e l'erudizione sbalorditiva onde viene 
dando prove continue da circa un mezzo secolo il nostro insigne collabora- 
tore; il quale, proprio nell'atto di lasciare la lunga carriera archivistica per 
un meritato riposo, afferma in tal modo la propria energia di lavoratore, 
benemeritissimo anche nel campo degli studi più propriamente storico-lette- 
rari (1). È un'opera cotesta che solo in apparenza potrebbe dirsi regionale, 
mentre ha una portata nazionale, nel significato più largo della parola; ed 
è di quelle che, per la natura e la struttura loro, non è possibile riassumere. 
Essa consta di tre parti: nn' Introduzione, una serie di Ricordi, riguar- 
danti persone e cose lucchesi, ed una di Biografie, più o meno ampie, tutte 
anch'esse di soggetto lucchese, h^ Introduzione ò un vasto e interessante 
contributo — quasi direi una rapida, felice scorreria -- sulla storia di Lucca, 
sulla sua fama, sui giudizi che ne furono recati in tempi diversi da storici 
e da viaggiatori italiani e stranieri, fitta di notizie, spesso gustosamente 
aneddotiche e riccamente documentate, nel testo e nelle note. 

Non occorre dire che anche in questa prima parte ci sarebbe da spigolare 
non poco pei nostri studi, come — per addurre un esempio — sugli improvvi- 
satori lucchesi del sec. XVIII (p. xxix, n. 1), fra i quali quel Giovanni 
Scotes, che fu tanto ammirato anche nel Piemonte, mentre altrove (pp. 364 sg.) 
lo Sf. ha occasione d'offrire ragguagli d'un altro poeta estemporaneo. Luigi 
Cicconi, della Marca d'Ancona. 

Nei Bicordi, che sono un dovizioso emporio di curiosità storiche e lette- 
rarie, in buona parte già note in precedenti redazioni, abbondano i capitoli 
e i documenti riguardanti la storia del costume e della coltura. Rilevo quello 
(il IV), documentato, su Gregorio Leti e la Repubblica di Lucca ed uno (il VI) 
su Girolamo Gigli e l'Accademia lucchese degli Oscuri, con due lettere ine- 
dite del bizzarro senese. Fra gli altri contributi alla storia letteraria del Sei 
e del Settecento lucchese, alla quale l'A. aveva dato, per citarne una, la 
bella memoria su P. M. Fiorentini e i suoi contemporanei lucchesi, Firenze, 
1899 — è il capitolo IX sul famoso Carlo Broschi, il Farinello di metasta- 
siana memoria, e quello (il X) intorno a Un giornalista del sec. XVIII, 
l'ab. Ant. Sever. Ferloni, di Borgo S. Donnino, che, dopo aver conseguito 



(1) L'attività deUo Sf. apparirà in tutta la sua pienezza quando avremo, come 
Appendice alla Miscellanea che si viene stampando in suo onore, la Bibliografia della 
sua produzione, che riuscirà una delle più sterminate per copia e varietà e qua- 
lità di numeri. 



300 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

grande fama come predicatore, si diede tutto alle nuove idee democratiche, 
un esaltato ambizioso, che finì i suoi giorni il 4 novembre 1813 in Milano, 
lasciando inedita un'opera di argomento chiesastico che per la sua arditezza 
il Viceré Eugenio non osò pubblicare (1). Il capit. XI tratta d'un altro di 
quegli abati di nuovo stile, Francesco Alberti, nizzardo, lessicografo e tra- 
duttore delle Notti di Young (2); il XV illustra un episodio della vita di 
Giulio Corderò di S. Quintino, monregalese (1778-1857), insigne numismatico 
e archeologo, fattosi quasi lucchese per elezione e per frequenti soggiorni. 

I cultori della storia del nostro Eisorgimento — fra i quali lo Sf. è dei 
più insigni — troveranno o ritroveranno ricca materia in questo volume, dove, 
ad es., il cap. XVII parla di Giovanni La Cecilia e V immaginaria con- 
giura di Lucca del 1830; il XX, di Terenzio Mamiani e il Duca di Lucca, 
ricco di documenti onde s'illumina di nuova luce la bella figura del pesa- 
rese ; il XXI volge sul V Congresso degli Scienziati tenutosi in Lucca 
nel 1843 ; il XXII ci fa conoscere L'inno di guerra dei Lucchesi nel 1848, 
inno che, composto da Matteo Trenta, fu intonato dai giovinetti del Batta- 
glione La Speranza. Uno dei più interessanti capitoli è il XXIII, su I gior- 
nali lucchesi dal 1756 al 1850, e, sovrattutto, per gli studiosi del teatro 
musicale, il XVIII, su La Malibran a Lucca. 

Nelle Biografìe d'amici lucchesi rilevo quella di Giovanni Pierotti, che 
da avvocato si trasformò in professore di lettere italiane, colto anche di 
lingua e poesia provenzale e buon cultore di versi e di prose ; quella di Carlo 
Pagano Paganini, l'ardente rosminiano, che, insieme con gli studi filosofici e 
con quelli di epigrafia e di paleografia, promosse utili indagini anche nel 
campo letterario, sovrattutto in quello dantesco (ricordiamo il saggio sulla 
Teologia di Dante, inserita nel volume commemorativo Dante e il suo 
secolo, e le Chiose e luoghi filosofici della D. C, che con una prefazione 
biografica del Franciosi, videro la luce nel 1894 a Città di Castello), onde 
si meritò le lodi del Tommaseo, e in quello petrarchesco, col noto saggio 
sulle Relazioni di messer Francesco Petrarca con Pisa, che è del 1882. 
Secondo le sue buone abitudini, lo Sf. ofi're una compiuta e minuta biblio- 
grafia di tutti gli scritti di questo dotto lucchese, come pure degli altri che 
nella seconda metà del secolo scorso formarono un gruppo operoso di studiosi, 
benemeriti veramente delle lettere nostre, quali Michele Pierantoni, suocero 
dell'A., Telesforo Bini, Carlo Minutoli, Vincenzo Puccianti e, maggiore di 
tutti, Salvatore Bongi. Di quest'ultimo, che è una notevole figura di biblio- 
filo, di erudito fecondo e anche di patriotta, non potranno essere dimenticate 
le benemerenze conseguite pur nel territorio della letteratura nostra, in par- 
ticolar modo coi lavori sul Doni e sull'Ariosto, coi Bandi lucchesi, con gli 



(1) Del Ferloni lo Sf. s'era occupato già nella Gazzetta letteraria del 1886. 

(2) Anche dell'Alberti l'A. aveva dato notizia in due riprese, nella Gazzetta lette- 
raria del 1392 e nel Giornale ligustico, II, 8-6. Lo stesso si dica — ripeto — per altri 
di questi articoli, i quali compaiono qui in una redazione più o meno aocresciata 
e accuratamente riveduta. 



BOLLETTINO BIBLIOGBAriOO 801 

Annali dei Giolito, con le Lettere di Luigi Pulci cU Magnifico e con le 
Croniche di Giovanni Sercambi (Cfr. Giornale, 35, 478-9). 

Nelle Aggiunte è da notare (p. 794) una letterina di P. D. QQerrazxi, 
del 25 die. 1847. Un doppio Indice finale agevola l'uso di questo opulento 
volume. 

Il quale riaffaccia all'attenzione degli studiosi un problema che sarà fr» 
quelli più importanti ed urgenti da riprendere e risolvere nel dopo-gaenm. 
Alludo al dovere che gì' Italiani hanno di provvedersi una buona volta d'un 
Dizionario bio-bibliografico, di portata e di carattere veramente nazionali. 
Ricordo come fosse ieri la seduta del Congresso storico internazionale, tenu- 
tasi in Roma il 4 aprile 1903 e la discussione avvenuta allora sulla proposta 
d'una bio-bibliografia degli Scrittori italiani, presentata da Alessandro D'An- 
cona e da Giuseppe Fumagalli, a sei anni di distanza da quella che Angelo 
Solerti aveva presentato e la Società bibliografica aveva accolto nella sua 
riunione di Milano, nel settembre del 1897 (1). Rammento che nelle obiezioni 
e nelle controproposte ch'io formulai in quella occasione, avevo consenzienti 
Tommaso Casini e lo stesso Sforza, il cui esempio appunto mi confortava 
nella tesi da me propugnata ed esposta in quei medesimi giorni nel FanfuUa 
d. domenica (12 aprile 1903). Nonostante le osservazioni cortesemente fat- 
temi dal D'Ancona, nelle Due parole di Appendice alla cit. Proposta 
(pp. 12 sg.), sono oggi convinto più che mai della bontà pratica del mio 
concetto, cioè della necessità di risolvere il problema mercè la costituzione e 
la cooperazione di gruppi regionali di studiosi, i quali facciano capo ciascuno 
all' Università o alla Deputazione di Storia patria o alla principale Accademia 
della loro regione e tutti dipendano da una Commissione centrale, da isti- 
tuirsi in Roma, sia pure sotto il patrocinio e con l'aiuto del Ministero del- 
l' Istruzione, ma non con carattere burocratico. Sarà da vedere poi quale sia 
il modo migliore di « organizzare » il lavoro e di pubblicare via via il 
materiale elaborato, se nella forma di schede o fogli separati, come fu quella 
adottata, sull'esempio belga, dalla Società bibliografica, secondo il Saggio pre- 
sentato alla Riunione di Torino (2) e approvato anche nel Congresso storico 
di Roma, oppure in una forma diversa; l'essenziale ò di fare, colmando una 
lacuna che sembra a me una colpa e un danno nazionale. Gli esempì del 
Mazzuchelli, del Tiraboschi, del Fantuzzi e di altri, che si giovavano del- 
l'opera di corrispondenti e collaboratori numerosi, nonché l'esempio dell'infa- 
ticabile Sf., il quale nel 1895 pubblicò anche le Notizie dei letterati di 



(1) Vedasi A. D'Ancona e Ot. Fumagalli, Propotta di una Bioòibliografla italiana. 
Relazione ecc., Prato, 1908, estr. dalla Rivista delie Biblioteche eoo., voi. XIV, n" 6; 
e la Relazione intorno a un Dizionario hio-bibliograf. degli Scrittori d'Italia daOe ori' 
gini sino al 1900 di A. Solerti, che è l'Allegato H degU AtH detta pnma Riunione 
bibliografica, Milano, 1897. 

(2) Società bibliografica italiana. Dizionario bio-bibliografico degli Scrittori itaUani, 
serie I, fase. 1 (Fascicolo di saggio), Milano, 1898, pubbl. in Bergamo dalle OiBoin* 
dell'Istituto italiano d'Arti grafiche. 



302 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

Massa di Lunigiana lasciate dal Luciani, mi confermano nel pensiero che 
il procedimento, direi, regionale sia il più opportuno. Comunque, mi auguro 
che fra le prime imprese del dopo-guerra letterario sia anche questa. Ad essa 
il Giornale promette sin d'ora tutto il suo più fervido concorso. 

V. ClAX. 



BENEDETTO CROCE. — Contributo alla criiica di me stesso. 
— Napoli, MCMXVIII (8°, pp. 89). 

Anni sono, un noto e romoroso, ma, indubbiamente, geniale sparafucile 
della nostra letteratura, in quel volume autobiografico che ha avuto tanta 
fortuna, rivolgendosi, verso la fine, ai giovani della nuova generazione — 
s'intende, non a quella nuovissima, che ha decisa vittoriosamente la guerra — 
avvertiva di avere scritto soprattutto per essa quella « storia drammatica 
« del suo cervello », e soggiungeva: « Eccomi qua; mi sono aperto e sparato; 
« ho messo a nudo visceri e nervi come in tante tavole di anatomia ... Non 
« è questa un'opera d'arte; è una confessione a me stesso e agli altri ». Per 
contro, questo nitido volumetto del Cr., se è la storia, sobria — fin troppo 
sobria per la curiosità nostra — d'un cervello e d'una vita fatta tutta di 
lavoro intellettuale, non è punto — perchè non ha voluto essere — un libro 
di confessioni o di notomie psicologiche e non è per nulla drammatico. Cionon- 
ostante, questo Contributo, stampato, e detto, nel verso del frontespizio in- 
terno, « come manoscritto in 100 copie numerate » e destinato quindi a di- 
ventare una vera rarità bibliografica non meno dell'opuscolo J? jpnwo ^osso, 
che è del 1910 (cfr. Giornale, 57, no), offre il più vivo interesse, anche se 
non contiene vere e proprie rivelazioni per quelli fra i suoi lettori che hanno 
seguito la ricca e multiforme produzione dell'autore dal suo primo sorgere 
sino alle ultime fasi e che hanno presente la recente Prefazione ai Primi 
saggi, la quale in questo Giornale, 73, UO, fu detta < esempio singolare di 
autocritica ». Ma in grazia di queste pagine abbiamo modo di accompagnare 
passo a passo e senza incertezze il suo pensiero in quel processo vasto e lo- 
gico di svolgimento, che è rielaborazione e mutamento e revisione continua 
ed è anche, com'egli stesso riconosce (p. 74), un progredire incessante. Quello 
che già si sapeva o s'intravedeva di questa insigne figura intellettuale, ri- 
ceve dal presente libretto la più autentica e più autorevole delle conferme. 

Ad es., rammento che, anni sono, in un'amichevole discussione avuta col Cr., 
a proposito della « mancanza del successore », additai una delle molte anti- 
tesi esistenti fra la sua individualità di critico e quella del De Sanctis, no- 
tando che quello del primo è « un temperamento frigido di ragionatore po- 
« deroso e profondo, logico e riflesso, speculativo per eccellenza, che ignora 
« interamente quei deliziosi abbandoni dell'anima accesa nei quali culmina 
« invece il genio del secondo, il De Sanctis » {La Critica, XIT, 1914, p. 816). 
Orbene: la più efficace dimostrazione di questo mio rilievo ci offre ora il Cr. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 808 

medesimo con queste pagine dense, precise, freddamente cristAlline. S'immagin» 
il lettore un De Sanctis in atto di scrivere un Contributo'f La « critica » 
sarebbe diventata, sotto la sua penna, la storia dell'anima sua, cioè un altro 
prezioso e caldo frammento autobiografico. Fatto sta che questo lavoratore 
straordinario che da più di trent'anni non si concede un giorno di riposo, e 
pensa e produce nei campi più diversi con una rapidità pari alla coscienzio- 
sità, è un « cerebrale » perfetto, che, appunto per questo suo pieno e costante 
dominio su sé stesso, è capace d'una così lucida opera d'introspezione, senui 
aver mai un istante d'impeto o di dedizione sentimentale, neppure quando 
rievoca le memorie della propria famiglia e quelle tragiche della sua gion- 
nezza. Questa assenza di passione si manifesta anche nel disinteresse effettivo 
pei problemi della vita politica pratica; onde riesce un altro tratto caratte- 
ristico e una delle poche « confessioni intime » quello dove narra come, verso 
il '95, la pratica ch'era venuto acquistando con la letteratura marxistica e 
il seguire avidamente le riviste e i giornali socialistici tedeschi e italiani lo 
€ scossero tutto e suscitarono in lui per la prima volta un sembiante di appas- 
« sionamento politico, à&nàogìi uno strano sapore di nuovo, come a chi per 
« la prima volta, e non più giovane, s'innamori e osservi in sé medesimo U 
« misterioso processo della nuova passione » (p. 36). Vero è che una passione 
di cui si possa seguire il processo, non ò passione, è piuttosto « un sembiante 
« di appassionamento », come l'ha ben definita l'A., e qui e altrove e sempre 
sincero. Perciò non ci sorprende neppure che quell'« appassionamento politico 
« e quella fede » si dileguassero ben presto, come il Cr. confessa (p. 37), 
quello, perchè non trovava terreno adatto nell'anima- sua, questa, perchè 
« corrosa » dalla critica ch'egli si accinse a fare del marxismo. 

Altre pagine notevoli sono quelle (pp. 60 sg.) nelle quali il Cr. respinge 
qualsiasi solidarietà o affinità col D'Annunzio, sebbene suo « quasi coetaneo 
« e corregionale, ma non correligionario », al punto da affermarsi « spiritual- 
« mente di razza diversa »; e quelle altre (pp. 61 sg.), dove nega recisamente 
l'asserito suo « hegelismo », dal quale dichiara di non essere stato conquistato 
né indirettamente, come fu creduto, per l'efficacia dello zio paterno, Bertrando 
Spaventa, né direttamente. E più oltre (pp. 72-3) spiega perché in un certo 
senso la sua Filosofìa come scienza dello spirito, da lui disegnata, sia « non 
« la prosecuzione, ma la totale eversione dello hegelismo », mentre per altro 
riguardo essa « riconosce, se non proprio come suo padre... , certo come suo 
« grande antenato lo Hegel, e, più remoto e non meno venerando, il Vico ». 
Da questo libretto acquista un rilievo sempre maggiore, per l'efficacia che 
ebbe sull'avviamento intellettuale del Cr., la figura di quel fervido herbar- 
tiano antihegeliano che fu Antonio Labriola, il quale é da lui designato ad- 
dirittura col nome di maestro (p. 65). Interessante è il vedere esposto dallo 
stesso A. lo svolgimento progressivo del suo pensiero filosofico, attraverso gli 
stadi successivi ben noti, e giova vedere anche una volta e con le stesse sae 
parole come esso sia giunto, in estetica, al concetto della intuizione e, da 
questa, grazie ad un'ulteriore elaborazione, a quello di lirismo (p. 74). 

Ancora il Cr. ci apprende sommariamente, ma con la sua consueta chia- 



304 BOLLETTINO BIBLIOGBAFICO 

rezza, come, nella Filosofìa della pratica, dai fecondi dibattiti avuti col Gen- 
tile, fosse indotto ad ammettere l'identità della filosofia con la storia (p. 77), 
concetto, da cui gli parve scaturire una lezione di modestia e da cui attinse 
pure una calma serena circa le sorti della sua « filosofia », ch'egli dice essere 
non un sistema, ma una « serie di sistemazioni » (p. 79). Inoltre apprendiamo 

— ma senza stupirci — che il Cr. è un infaticabile schedatore (pp. 83-4) ; 

— conviene aggiungere tuttavia che questo modesto strumento materiale che 
è la scheda, è coadiuvato e, se ò lecito dire, illuminato da quell'altre armi 
preziose che sono una memoria pronta e tenace e una passione viva di ricer- 
catore, anche di fatti minimi, quella medesima passione che animò le prime 
esplorazioni erudite al giovinetto raccolto nelle sale della Casanatense e poi, 
nelle biblioteche napoletane, intento a illustrare soggetti di storia munici- 
pale. L'abitudine del lavoro metodico e sereno è nel Cr. così radicata, da 
permettergli di farsi il programma preventivo della sua attività di quattro o 
cinque anni (p. 87); onde egli può annunciare — e noi possiamo attenderci 
senza timore di rimanere delusi — che le sue prossime pubblicazioni saranno 
« la continuazione dell'opera iniziata intorno agli studi storici » (p. 88). 
Anzi la promessa l'ha ormai in buona parte soddisfatta, come è noto, e altro 
sta preparando. Si direbbe che nella sua matura virilità egli, dopo un lungo 
pellegrinaggio per plaghe tanto diverse e lontane fra loro, dopo aver raccolto 
tesori di esperienze così di pensiero come di fatti, ceda alla nostalgia irresi- 
stibile di quegli studi storici nei quali aveva fatto buona prova sin dalla 
prima giovinezza. 

Il libretto reca, in fine, la data dell'8 aprile 1915; e nell'ultima pagina 
contiene un accenno fuggevole alla guerra che in quei dì gli ruggiva intorno 
e ancora lontana; ma è uscito solo in questi giorni, dopo il grande epilogo e 
la gloriosa vittoria. È peccato che il Cr. non abbia o potuto o creduto op- 
portuno d'aggiungere anche solo una breve postilla, una semplice chiosa, un 
ricordo o una impressione del suo dopo-guerra italiano (1). V. Cian. 



ANNUNZI ANALITICI 



Paolo Guerrini. — Pietro Carmeliano da Brescia Segretario reale d^ In- 
ghilterra. — Brescia, Editrice « Brixia Sacra », 1918; La colonia arcadica 
di Brescia nel secondo centenario della sua fondazione. — Brescia, Editr. 
« Brixia Sacra, 1918; Spigolature d'attualità da una cronaca bresciana del 
Cinquecento. — Pavia, Scuola tip. Artigianelli, 1918 [Nel primo di questi 
opuscoli, estratto dal fase. 2°, maggio 1919, a. IX, di « Brixia Sacra », il G. ci 
fa conoscere quel Pietro Fava, che, nato nel 1451, col nome umanistico di 



(1) Il pensiero del Or. a questo riguardo si può vedere nel recentissimo volume 
Pagine sulla guerra raco. da G. Castkllabo, Napoli, Ricciardi, 1919. 



BOLLETTINO BIBLIOQBAriOO 305 

Carmeliano fece fortuna in Inghilterra, dove visse fra il 1480 e il 1527, se- 
gretario per le lettere latine di Enrico VII e fors'anche insegnante d'elo- 
quenza latina presso la cattedrale di Westrainster, salito alla dignità di 
arcidiacono e fornito di laute prebende. L'A. pubblica due documenti, che 
riguardano la famiglia del Carmeliano, oriundo di Valle Sabbia; ma sarebbe 
utile che o egli stesso o altri studiasse la rara produzione letteraria, in versi e 
in prosa, di lui, per vedere fino a che punto fosse giustificata la severa sen- 
tenza che di questo umanista italiano diede Erasmo da Rotterdam. Nel se- 
condo opuscolo, estr. anch'esso dalla « Brixia Sacra », a. Vili, 5-6, die. 1917, 
si parla con copia di notizie di quella Colonia Cenomana, che fu fondata in 
Brescia nel 1717 dal cardin. Gianfrancesco Barbarigo, vescovo di quella città, 
e protetta poi dal cardin. Angelo Maria Quirini. La cronaca bresciana dalla 
quale il G. trae alcune « spigolature d'attualità » nel terzo opuscolo estratto 
dallo stesso fascic. della « Brixia Sacra » è quella del nobile Pandolfo Nas- 
sino (1486-1553 e), che si conserva autografa in un grosso volume della 
Quiriniana. Queste « spigolature » hanno un interesse di curiosità storica lo- 
cale, ma giovano a confermare quanto si sapeva già degli istinti barbarici 
dei Tedeschi e del costume d'invadenza che permetteva loro di proeperare 
anche fra i buoni italiani. Vi. Ci.]. 

Benedetto Croce. — Curiosità storiche. — Napoli, R. Ricciardi editore, 
1919 [In questo volume col quale s'inizia felicemente la « Biblioteca napo- 
letana di storia, letteratura ed arte » , il Cr. offre raccolti ben venti nove 
scritti, alcuni giovanili, da lui già pubblicati sparsamente in giornali, riviste 
ed opuscoli, tutti sottoposti ad un'accurata revisione. Fra essi rileviamo il l* 
su Diomede Carafa, conte di Maddaloni; il 3° sul Canzoniere d'amore per 
Costanza d'Avalos, duchessa di Francavilla, di Enea Irpino parmense ; il 4°, 
Lodi poetiche di donne napoletane del secolo decimosesto, contenute nel- 
VAmor prigioniero, poemetto del barlettano Mario di Leo, edito primamente 
nel 1538, e in altri prodotti consimili; il 9®, sai fratelli Martirano, Bernar- 
dino e Coriolano, a proposito della memoria del Pometti; il 14° Veìardi- 
niello] il 16°, Canti politici del popolo napoletano] il 21° Stampatori e 
librai napoletani nella prima metà del Settecento ; il 22°, Una raccoltina 
di autografi, quella di monsignor Francesco Colangelo ; il 24°, Nuove notizie 
e documenti intorno a Eleonora de Fonseca Pimentel, fra cui una lettera 
giovanile e un sonetto giocoso, inedito, della illustre vittima della reazione 
borbonica, alla quale il Cr. consacrò una monografìa, meritamente fortunata; 
il 26°, su Don Michele Cimorelli, autore di certi Saggi di belle lettere ita- 
liane, pubblicati in Napoli nel 1826 e rimasti al primo tomo, e originale 
narratore di storia contemporanea, sovrattutto napoleonica, dei cui racconti 
il Cr. raccoglie alcuni echi gustosi; il 27°, Un * fanciullo meraviglioso », 
Carlo Pace, che il Cr. conobbe vecchio nella sua prima giovinezza, e che 
aveva esordito come improvvisatore precocissimo ; il 28°, La statua di (rtom- 
battista Vico e la filosofia a Napoli] il 29°, infine. La Francia verso 
r Italia, a proposito d'una pubblicazione di Joseph Reinach, uscita nel 1893]. 



306 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

Luigi Berrà. — Un umanista del Cinquecento al servizio degli uomini 
della Controriforma. Giovambattista Amaìteo friulano (1525-1573). — [Sino 
dal 1914 il nostro collaboratore dott. L. Berrà, illustrando la storia dell'Ac- 
cademia delle Notti Vaticane, fondata da S. Carlo Borromeo (cfr. Giornale, 
65, 167), aveva dato un primo contributo alla conoscenza della vita e delle 
opere dell'Amalteo. Ora sullo stesso umanista veneto egli ci offre un'accurata 
monografìetta, estratta da L'Arcadia (voli. I e II, 1917 e 1918). Essa consta 
di due parti, la prima delle quali biografica, la seconda letteraria, consacrata 
alla produzione latina dell'Am., che fu detto finora e anche dal B. è designato 
come « friulano », pur essendo nativo di Oderzo, terra appartenente alla pro- 
vincia di Treviso. Una terza parte darà notizia della produzione volgare; e 
così verrà nuova luce alla storia di quel periodo letterario della Controri- 
forma, sul quale avevano dato buoni saggi, pel territorio lombardo. Dante 
Bianchi e Federico Barbieri. Rileviamo che il B. promette di far oggetto di 
un nuovo studio le elegie inedite del'Molza, contenute nel codice Borgiano, 
da cui attinse già il Baiocchi]. 

Giuseppina Perrone. — Il pensiero educativo di Giuseppe Parini. — 
Messina, stabilim. tip. « Eco di Messina »,1917 [L'A. di questo volumetto di 
147 pp., « pubblicato a titolo di lode dalla Reale Accademia Peloritana », è 
stata mal consigliata a permetterne la stampa. Si tratta di una cattiva eser- 
citazione dissertazione scolastica; di uno di quei lavori privi d'ogni 
valore, che sono ingombranti per gli studi e che dovrebbero esser giudicati 
negativamente nei concorsi per qualsiasi grado di scuole. Nel titolo del libro 
e in quelli dei cinque capitoli che lo compongono è un'ingannevole apparenza 
di serietà; ma il contenuto non risponde alla solennità dei titoli. Nel I capitolo, 
su « L'attività didattica educativa del Parini », non sono raccolte nemmeno 
tutte le più ovvie notizie che vi potevano aver luogo. Della baruffa del Parini 
col padre Branda si dice troppo poco, ne l'A. s'è giovata abbastanza (se pur 
li ha direttamente esaminati) degli scritti del Parini e degli altri ai quali diede 
argomento quella violenta polemica, di cui non si valuta il significato che 
ebbe come ribellione ai metodi educativi gesuitici e frateschi. Né del Parini 
maestro si discorre adeguatamente, perchè l'A. non conobbe tutte le fonti che 
le sarebbero occorse, e non ha letto con la necessaria diligenza tutte le prose 
del suo scrittore. I capitoli seguenti sono diluite esposizioni dei componimenti 
poetici del Parini: di alcune « odi » il cap. II (« G. Parini come poeta degli 
affetti familiari »), di più altre il IV (« Il Parini come poeta civile e bandi- 
« tore di riforme utili per la società »); e il capitolo centrale, il III (« Come 
« G. Parini concepiva l'educazione »), non meno superficiale degli altri, sun- 
teggia V Educazione, tutto il Giorno e il Dialogo della nobiltà. Del trattato 
sui Principi di belle lettere basta all'A. il poco che ne dice il Reina; degli 
altri scritti veramente didascalici tace del tutto. Queste lacune dipendono in 
parte dalla manchevole preparazione bibliografica: la sig. P. ignora la nuova 
edizione delle Prose pariniane curata dal Bellorini e il volume del Bortolotti, 
che ha tanti documenti sulla carriera didattica del poeta. Ma un più grave 



BOLLETTINO BIBLIOGRAriOO 807 

appunto dobbiamo fare all'A., cioè l'uso, che ci basta qualificare indiscreto, 
delle sue fonti: non dovuto ad inesperienza, perchè non mancano citazioni 
destinate ad allontanare i sospetti : così ad es., d'un brano del Keina o del 
Cantù d'altro autore, la parte di mezzo è stampata in caratteri minori 
con tanto di citazione a piò di pagina, mentre ciò che precede e ciò che 
se^ue è dato come originale. Non abbiamo voluto perder troppo tempo a 
ricercar le prove di questa... indiscrezione : come saggio, il Reina, il Carducci, 
il Cantù e anche lo Scherillo fanno le spese del I capitolo, con tagli, sosti- 
tuzioni di qualche vocabolo e qualche svista per giunta. La pag. 6 è un 
centone (Cantù, Reina e ancora Cantù); il principio della p. 9 è copia dal 
Reina, ma frainteso; la seconda metà della p. 13 è roba del Carducci (0/>«-tf, 
XIV, 30 sg.), eccetto un ridicolo errore (« Gorgonzola sul lago di Como, nella 
« ridente Tremezzina » !) ; nella p. 15 a più righe del Reina ne seguono altre 
del Carducci {Op., XIV, p. 194); e il Reina è copiato allegramente a p. 16 sgg. 
Di proprio suo l'A., oltre l'improba fatica di imbastire i pezzi presi qua e là, 
ha messo alcuni errori massicci. Nella prima pagina, in una nota, apprendiamo 
che il Parini « ebbe una sorella che sposò Appiani, al quale scriveva: Tedi 
« stirpe gentile » (scambiando il modesto cognato del poeta col famoso pittore); 
e Clemente XIV è detto « papa Gangarelìi » (p. 96) ; e « Gangarelli » è detto 
anche il primo editore delle Odi pariniane. Di tratto in tratto poi, tra il 
classicheggiare del Reina e le agghindature del Cantù e la maschia prosa 
carducciana, inciampiamo in periodi di fattura indubbiamente autentica. Sono 
di questo genere: « Fa un accenno agli amorazzi furtivi, e critica l' incontro 
« di due cocchi per le strade non illuminate, fatto sacrilego che sconvolge e 
« agita i Tribunali e per un anno si parla di esso (!); alterco lieve di gelosia 
« tra dama e cavaliere e cessato, concordi nel comando ordinano al cocchiere 
« di sferzare i cavalli per recarsi in casa di quella matrona che tiene circolo 
« quella notte » (p. 76). A questa sciagura è ridotto il principio del quarto 
poemetto pariniano. A. Sa.]. 

Andrea G USI ARELLi. — H « Cona7?^<orc ». — Milano, fratelli Treves, 1918. 
[È una conferenza, ma calda, rapida, incisiva, senza fronde. La storia del 
« Conciliatore » è abilmente collegata con quella dei giornali avversi contem- 
poranei, con quella dei collaboratori, e continuata nelle vicende della Carbo- 
neria e nel martirio di quelle grandi anime perseguitate dagli Austriaci. Il 
breve periodo di vita letteraria e politica è rievocato con lo spirito ardente 
dell'ora che da poco abbiamo finito di vivere. — Mi sembra notevole l'ipo- 
tesi che l'Austria abbia concesso la pubblicazione del « Conciliatore » per 
conoscerne meglio i collaboratori e stender meglio sopra di loro la sua vigi- 
lanza frodolenta (p. 17). A. M.]. 

Francesco Lo Parco. — Ignoranza e maìizia di Don Ahlotidio neWin- 
terpretazione dei canoni e del decreto * De Reforwatiofie matumonii » d€l 
Concilio Tridentino (Estr. dal voi. XLVII degli Atti delV Accademia Pan- 
taniana). — Una serva che voleva divenire padrona {ivi, voi. XLVIII) (La 
prima di queste memorie rileva dottamente gli errori volontari e involontari 



308 BOLLETTINO BIBLIOGBATIGO 

di don Abbondio negli ostacoli che frapponeva alla celebrazione del matri- 
monio di Renzo e Lucia, e dimostra che l'ignoranza del piccolo curato non 
dipende da un'insufficiente preparazione storica del Manzoni, ma contribuisce 
alla pittura del carattere di don Abbondio. Tale conclusione giustifica lo 
studio del Lo Parco. Mi sembra vi sia da censurare solo il rilievo d'un'inve- 
rosimiglianza manzoniana (pp. 14-15), che va ad accrescere la folta schiera 
messa insieme inutilmente da più d'un critico (1). — La seconda memoria, 
illustrando un aneddoto di vita napoletana del Settecento, insegna, non meno 
dottamente, ai lettori profani il sottile e vario contegno della legislazione 
ecclesiastica di fronte al matrimonio per sorpresa (2). A. M.]. 

Antonio Ranieri. — Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi. — 
Napoli, R. Ricciardi editore, 1919 [Questo volume, che fa parte della « Bi- 
blioteca napoletana di storia, letteratura ed arte », di cui forma il voi. II, 
è una ristampa assai opportuna dell'unica e ormai rarissima ediz. del 1880, 
non venale; ma reca in fine anche un^ Appendice di lettere del Leopardi e 
del Ranieri, uscite più tardi e disperse in riviste e in opuscoli non facil- 
mente accessibili. Le lettere del Leopardi sono quelle indirizzate al Ranieri 
e al Troya, e pubblicate già dal conte di Ruvo, Antonio Carafa, nella Nuova 
Antologia del 16 agosto 1909; quella del Ranieri al conte Monaldo era stata 
edita dal Buonanno in opuscolo nuziale, l'anno 1899 in Roma ed è del 
13 giugno 1837]. 

Albino Zenatti. — I poeti del Trentino. Estr. di Alba Trentina. — 
Rovigo, aprile-luglio 1917 [stampato il 1918]. — Giulio Luigi Passerini. — 
Giuseppe Picciòla. — Firenze, Soc. it. arti grafiche, 1918 [Estr. dal Nuovo 
Giornale Dantesco, a. II, quad. 3®]. — [La prima è una conferenza di pro- 
paganda tenuta dal nobile studioso triestino sette anni avanti la morte. 
Piglia le mosse dai noti versi del Vannetti, che distinguono chiaramente il 
Trentino dal Tirolo, e dimostra l'italianità della regione ora conquistata dalle 
nostre armi, ricordandone le mattinate trascritte nel '500 da Cristoforo Bu- 
setti, la vecchia canzone dei giorni della settimana sentita insieme con il 
Carducci fra le Dolomiti, il principio d'una laude che anticamente si cantava 
a Riva, e seguendo lo sviluppo della storia e della coltura di quella regione, 



(1) 11 Lo Parco stesso ha inserito nella Rassegna del 1917 (numero 4) un articolo 
sopra Una inesattezza inavvertita nei * Promessi Sposi». Il Manzoni ha trasferito 
padre Cristoforo a Rimini col pretesto di affidargli la predica quaresimale: ma il 
frate potè giungere in quella città verso il 16 settembre, troppo presto perchè il 
motivo del trasferimento avesse una giustificazione anche solo apparente. 

(2) Un Wtro artiooletto del Lo Parco ha relazione con questo avvenimento de 
«Promessi Sposi »: Le turbinose vicende di un matrimonio per sorpresa celebratosi in 
Ispa^na nel secolo XVIII {in Fiamme! Periodico de' giovani, Napoli, maggio 1918). — 
Di tutt'altro genere è una minuzia dello stesso autore : Alessandro Manzoni e l'abate 
cassinese D. Carlo If.» De Vera D'Aragona. — Da un autografo manzoniano inedito 
dell'Archivio di Montecassiuo (Estr. dagli Annali del R. Istituto Tecnico di Napolii 
1917): Bon due righe del 4 aprile 1868. 



I 



BOLLETTINO BIBLIOOBAFIOO 809 

strettamente collegato con quello della penisola. Signori colti, riflessi del dolce 
stil nuovo, studenti e maèstri trentini, Nicolò d'Arco ed altri minori uma- 
nisti, il mecenatismo della corte vescovile di Trento, le vicende della poesia 
e dell'arte nei secoli XVI, XVII e XVIII, la fondazione àeW Accademia dfgìi 
Agiati, l'italianissimo Vannetti, i poeti dell'Ottocento, il Rosmini, i cultori 
contemporanei della musa dialettale, sono ricordati con misurata dottrina e 
con fede profonda in un avvenire di libertà. — Ad un altro generoso spirito 
irredento ci richiama il Passerini ricordando in Giuseppe Picciòla il patriota, 
l'insegnante, l'amico del Carducci, lo studioso. L'opuscolo si chiude con l'elenco 
degli scritti danteschi dell'animoso triestino ; vi sono incluse anche le lettore 
che egli non pubblicò (p. 21). A. M.]. 

Gino Saviotti. — Charles Baudelaire critico e la questione deU'umo- 
rismo. — Caserta, E. Marino, 1919 [Non veramente la questione dell'umo- 
rismo, ma del « comico » : il S., dopo aver additato negli scritti critici del 
Baudelaire ciò che annunzia una più libera comprensione dell'arte — ch'egli 
raifronta con V Estetica del Croce —, esamina il saggio « De l'essence du rire » 
e lo giudica imperfetto : il Baudelaire si limita ad affermare l'elemento sog- 
gettivo della comicità: « Le comique, la puissance du rire est dans le rieur 
« et nuUement dans l'objet du rire ». Nella breve conclusione, sul « contrasto » 
fra due termini variabili, posto a base d'ogni fatto comico, sarebbe giovata 
al S. la conoscenza del libro, meditato ed acuto, di G. A. Levi, // Comico, 
pubblicato nel 1913. F. N.]. 

Vittorio Cian. — Arturo Graf, discorso commemorativo (Estr. dagli Atti 
della R. Accad. delle Scienze di Torino, voi. 52). — Torino, Bocca, 1918 
[Detto in un'Accademia (il 16 giugno u. s.) in onore di un socio defunto, 
non per ciò questo Discorso commemorativo è una semplice esercitazione di 
eloquenza accademica, fatta secondo i vieti usi italiani ; si bene piuttosto un 
breve saggio pieno d'acume e di dottrina, ma soprattutto caldo d'affetto, 
ch'è, per così dire, lo schema di un largo saggio, o di nn libro, del quale 
il Graf sarebbe ben degno soggetto. Il C. delinea qui rapidamente Vuomo, 
Vartista, lo studioso, il maestro; ma più rapidamente lo studioso e il maestro, 
com'era opportuno. Un maestro infatti, per quanto valoroso, sopravvive sol- 
tanto nell'ammirazione e nella riconoscenza di coloro ch'ebbero la ventura 
di essergli alunni, e la fama sua, per quanto meritata, è caduca. Nemmeno 
lunga fama e perenne importanza ha l'opera erudita e critica d'uno studioso, 
quando non sia singolarmente memoranda per fortuna di grandi scoperte o 
per fecondità di nuovi criteri, di metodi nuovi. Ora, quantunque assai rag- 
guardevole sia stata l'attività del Graf negli studi eruditi e letterari, è certo 
che non a questi sarà raccomandata la sua memoria ; nò ad essi intese di rac- 
comandarla egli che ambì piuttosto (nò temerariamente) di sopravvivere col 
nome che più dura e più onora. Perciò fu bene avveduto il C. dedicando la 
principal parte del suo discorso all'uomo e all'artista, tanto intimamente tra 
loro connessi. Già tale connessione ò in ogni caso un postulato necessario per 
qualunque critico che non faccia dell'arte una specie d'attività autonoma, indi- 



310 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

pendente da ogni altra specie d'attività umana, pratica, affettiva, intellettuale; 
ma nel caso del Graf, in particolar modo, il nesso dell'arte con tutta la vita 
di lui — specie con la vita interiore — è strettissimo. Fedele ed espressivo 
il ritratto che il C. ha fatto, con intelletto d'amore, dell'uomo ; benché forse 
non del tutto compiuto ; che, p. es., vi manca qualche tratto necessario a 
meglio intendere la « conversione » apertamente manifestata dal Graf nel 1906 
con l'opuscolo Per una fede] come in genere vi manca (certo per la stret- 
tezza dei limiti imposti ad un semplice discorso) quasi ogni contorno di 
particolari e ogni sfondo storico, opportuni a lumeggiare gli atteggiamenti e 
gli ondeggiamenti spirituali di quel gran solitario, che fu però tanto sensi- 
bile agli influssi esterni, anche lontani, e che - repugnando o secondando — 
partecipò tanto alla vita intellettuale e morale de' suoi tempi. Una delle 
cose più osservabili tra le non poche rilevate dal C. riguarda la doppia ori- 
gine del pessimismo grafiano, ch'egli spiega con la insoddisfatta ricerca del 
vero e l'insoddisfatta sete di felicità (p. 11). Nelle pagine riguardanti l'ar- 
tista trovansi lumeggiati piuttosto gli spiriti che le forme della sua poesia ; 
della quale il C. mostra di sentire l'importanza e la complessiva bellezza, 
specie là dove rileva !'« accordo fecondo tra il poeta e il pensatore », che la 
caratterizza (p. 12), e V intellettualismo (pp. 17, 27-28), che non tolse certo 
al G. di riuscire poeta di grande spontaneità e finezza. Ma nell'analisi delle 
forme il C. non potè indugiarsi quanto sarebbe stato necessario ; e fu pec- 
cato che non gli bastasse lo spazio nemmeno per combattere il « preconcetto 
« negativo, anzi ostile » (p. 31) di chi presunse di svalutare totalmente 
l'opera del Graf come poeta, facendogli un molto sommario processo econo- 
mico, che dev'essere e sarà, quando che sia, riveduto. 0. B.]. 

Alberto Bacchi della Lega. — La R. Commissione pe' testi di lingua 
e i suoi Presidenti. — Bologna, Cooperativa tipogr. Mareggiani, 1918 [Ac- 
curata e interessante storia di quella Commissione che, istituita nel 1860 
dal Dittatore L. C. Farini, s'acquistò tante benemerenze, col pubblicare, a 
partire dal 1863, la Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli 
della lingua, la Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal sec. XIII 
al XVII e il Propugnatore. Le pagine più notevoli sono quelle consacrate 
al Carducci, che, alla morte dello Zambrini, avvenuta nel 1887, gli succe- 
dette nella presidenza della Commissione. Del Carducci si pubblica qui la 
nobile lettera di condoglianza che, il 2 agosto 1900, fece inviare da Made- 
simo a S. M. la Regina Margherita, appena appresa la notizia del regicidio 
di Monza]. 

Francesco Cosentinl — Guida bibliografica enciclopedica per lo studio 
di qualsiasi disciplina. — Torino, Unione tipogr. editr. torinese, 1919 [È 
un estratto, messo in vendita, del Supplemento al Dizionario di cognizioni 
utili, edito dalla stessa Casa. Denso, su due colonne, esso registra nientemeno 
che 6500 opere di consultazione. Considerato l'intento modesto che è di di- 
vulgazione bibliografica, conviene riconoscere che è uno sforzo notevole. Ma 
la soverchia condensazione crediamo sia riuscita dannosa. Lo stesso compiU- 



BOLLETTINO BIBLIOORAFICO "811 

tore riconosce « inevitabili le lacune in un campo cos'i vasto » e dichiara che 
si propone di colmarle in successive edizioni. Scorrendo il volumetto, notiumo, 
sotto Civiltà {Storia della), una strana omissione, dell'opera, fondamentale, 
del Burckhardt e, anche per l'Italia, di quella del Gotheìn, che, se fu ap- 
prezzata oltre misura, meritò d'essere tradotta, come fu, da F. Persico, in 
italiano (Firenze, Sansoni, 1915). Sotto Dante, l'indicazione : « Fiske, Ithaca, 
'98-00 », va corretta: « Koch-Fiske », essendo il K. l'illustratore e il F. il rac- 
coglitore della ricca suppellettile dantesca che è invidiato possesso della Cor- 
nell University Library. Alla voce Danza è da aggiungere ana varietà ca- 
ratteristica, quella macabra. Alla voce Italiana {Ijctter atura), è trascarata, 
accanto alla Storia letteraria per secoli, del Vallardi, quella per generi ; e 
fra i dizionari italiani non era da tacere quello del Mari. — Fra le voci da 
aggiungere, sotto Letteratura, ò quella di popolare, mancando la demopsi- 
cologia, e non bastando la voce folk-lare, senza un opportuno richiamo]. 



PUBBLICAZIONI NUZIALI 



Nicola Zingarelli. — Dante e le nozze. — Milano, Offic. tip. Tessera e 
Sala, 1917, per le nozze Pasolini-Borghese [Da esperto conoscitore della ma- 
teria, lo Z. fa vedere, rintracciando opportunamente immagini, accenni, allu- 
sioni sparse occasionalmente nelle opere varie, come D. « considerasse l'amore 
« coniugale e le giuste nozze e la condizione e la qualità di sposi »]. 

Giuseppe Gerola. — Ippolita Comnena Contessa di Verucchio e Scor- 
ticata. — Ravenna, tip. naz. E. Lavagna, 1918, per nozze Ecchia-Romagnoli, 
ediz. di 60 esemplari [Da carte dell'Archivio di Verucchio, piccolo feudo, 
come Scorticata, del riminese, il G. trae alcune notizie intorno a questa 
figura di gentildonna, vissuta nella prima metà del Cinquecento. Moglie dap- 
prima di Zanobio Medici, appartenente ad un ramo laterale della grande fa- 
miglia fiorentina, e che nel 1525 acquistava con la dote coniugale la signoria 
dei due feudi, essa, rimasta vedova senza prole nel 1530, passò due anni dopo 
a seconde nozze con Lionello Pio, che, creato governatore pontificio in Ro- 
magna nel 1530, possedeva colà la signoria di Sarsina e di Meldola, resi- 
denza preferita di quella piccola corte, ed il governo perpetuo di Bertinoro, 
quale successore del fratello Alberto. Madonna Ippolita morì nell'ott. 1566, 
lasciando della sua attività di illuminata e umana e, occorrendo, anche ener- 
gica signora, documenti notevoli nelle sue lettere, delle quali è pubblicato 
qui in appendice un buon manipolo con opportune illustrazioni]. 

Marco Vattasso. — Una nuova redazione della Canzofie di Torquato 
Tasso * nell'infanzia del Principe di Toscana » scoperta ed ora per la 
prima volta pubblicata. — Roma, tip. Vaticana, 1919, per nozze Pittaluga- 
Vinai [Il V., che, come i nostri lettori sanno (cfr. Giornale, 66, 105 sgg.), è 



812 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 

tanto benemerito degli studi tasseschi, pubblica di sul cod. Vaticano 10975, di 
mano del Poppa, una redazione sconosciuta della canzone che il Tasso assai 
probabilmente compose nell'estate del 1578, come pensò il compianto Angelo 
Solerti. Il ms. foppiano è, secondo ogni verosimiglianza, un apografo e, come 
appare dal confronto, bene evidente nelle varianti notate dall'editore, ci offre 
una stesura anteriore a quella che fu data primamente alle stampe nel 1582. 
È la grave e noiosa canzone, fra secentescamente encomiastica e storico-ge- 
nealogica, che incomincia « Lascia le selve incolte e le ghirlande ». Il V. ci 
offre anche una lieta notizia: la prossima pubblicazione d'un volume degli 
Studi e testi, nel quale troveremo una descrizione particolareggiata dei mss. 
tasseschi del Foppa entrati nella Vaticana, e poesie inedite del Tasso e va- 
rianti di altre già pubblicate]. 

Giuseppe Vandelli. — Italia, Italia... Per un giudizio francese intorno 
a un sonetto italiano. — Firenze, presso L'Arte della Stampa, 1919, per 
nozze Stori-Corsini [Opuscolo veramente squisito, e per la veste esteriore e 
per la materia. Il sonetto è quello famoso del Filicaia Italia, Italia, o tu, cui 
feo la sorte ; il giudizio è del noto abate e letterato parigino Serafino Regnier 
Desmarais, il quale ebbe ad esprimerlo in una lettera, che il V. pubblica qui, 
con la data del 5 genn. 1692, indirizzata a un signore fiorentino, che l'editore 
crede a ragione di poter identificare con Pier Luigi Rucellai, figlio del Priore 
Orazio. La lettera, scritta in italiano, è piena di lodi pel Filicaia e in par- 
ticolare pel sonetto citato, che l'ammiratore francese annunziava d'aver tra- 
dotto in versi latini, mentre inviava un suo sonetto mediocre, Italia, Italia, 
tu cui 7 cielo diede, ispirato da quello, e che il V. riproduce di sull'edizione 
che dei propri versi pubblicò lo stesso Regnier nel 1708. L'Editore non si 
accontentò di darci i due documenti di questo zelante italianisant, che sino 
dal 1666 apparteneva all'Accademia della Crusca; ha voluto ancora illustrarli 
con la consueta diligenza e sagacia. Ne esce confermata la data del 1690 da 
assegnarsi al sonetto del Filicaia, composto dopo la battaglia di Stafi'arda, e 
la ragione che il poeta italiano aveva di accennare dolorosamente alle san- 
guinose invasioni dei Francesi, suscitando le proteste dell'italofilo abate; ma 
bene dimostra il V., con la scorta del Muratori, quanto i Tedeschi, alleati 
del Duca di Savoia, si segnalassero negli anni seguenti per vessazioni, rapine 
e crudeltà d'ogni maniera; allora, come nel sec. XX!]. 

Mercurino Sappa. — Bicordi sardo-piemontesi. — Cuneo, tip. Isoardi, 
1919, per nozze Sappa-Sanna [Illustra con documenti la figura del barone 
senatore Giuseppe Sappa, avolo paterno dello sposo, vissuto dal 1803 al 1873, 
e che resse con onore l'ufficio di Intendente o Prefetto a Cagliari, dopo avere 
nella sua giovinezza, fresco della laurea, partecipato, insieme col cugino ed 
amico suo Pier Dionigi Pinelli, il futuro ministro e legato d'amicizia fra- 
terna al Gioberti, a quella Società di giovani liberali che s'intitolò de' Figli 
di Dante]. 



COMUNICAZIONI ED APPUNTI 



Petri Haedi Sacerdotis PoRTUsNAENsis « Anterotica ». — (.Questo cu- 
rioso incunabolo, di 97 carte numemte con cifre romane, di piccolo formato 
(cm. 11,5-16,5), è « accuratissime impressum Tarvisii perGerardum de Flandri* 
« anno salutis M.CCCC.XCII die xiii octobris sub magnifico praetore Au- 
« gustino Foscarini » (1). Si apre con un sottotitolo « de amoris generibus »; 
indi segue un indice delle materie contenute nei tre libri del dialogo, fog- 
giato con evidente ostentazione sul tipo di quello « de voluptate » del ValU. 
La trattazione si apre con un proemio « in lode delle discipline liberali . : non 
è dunque un'opera antiumanistica. Il buon sacerdote vi ragiona paternamente 
col nipote Alessandro, studente a Padova. Bravo ragazzo, se vogliamo prestar 
fede allo zio; pieno di zelo per gli studi. Pietro cerca di mantenere desto 
questo zelo con un'argomentazione più « medievale » e « professionale », che 



(1) Hain, 8343 (la ristampa Tarvisii 1498, segnata ivi, è una « bevuta » oritioa dello 
Sohelhorn, ofr. Liruti, Notizie delle vite ed opere scritte da letterati del Friuli, Venezia, 
1760, I, 482; una ristampa autentica fu fatta nel 15(» ; poi un'altra, scorretta, a 
Colonia nel 1608; cfr, Bkiinet, III, 10; Copinoier, I, 248; Graessb, III, 196; Fkob- 
Rici, Memorie trevigiane sulla tipografia del secolo XV, ecc., Venezia, 1806. 60-Bi. I bi- 
bliografi cit. riferiscono pure le altre opere del Cavretto, latinamente Haedas • 
Chryshaedus, che meriterebbe una monografia speciale, in attesa della quale debbo 
citare, o meglio promettere, cenni interessanti sugli Anterotica nel lavoro d'immi- 
nente pubblicazione del dott. Ananjin sui teorici platoneggianti d'amore nel Cin- 
quecento. Mi limito a notare di sfuggita ohe « pre Pietro Capretto da Pordenon » 
[Valentinklli, Bibliografia del Friuli, Venezia, 1861, 83] era anche drammaturgo : 
Feo. Flora, Pietro del Zocolo, autore drammatico pordenonese del tee. XV, oit. in Pa- 
gine Friulane, VI [1894], copertina del n. 12; OcciONi-BoNAKrus, Bibliogr. storica friU' 
lana dal 1861 al 1895, III, Udine, 1899, 486. Il dialogo ebbe una fortuna aingolur- 
mente bizzarra: fu discretamente noto per fama e pochissimo letto: Cornelio 
Agrippa, giudicando dal titolo, gli scagliò contro l'accusa di essere € mana*le di 
€ ruffianesimo » (C. Aorippae, De Vanitate scientiarum et Artium , oap. di, Frano., 
1714, 299; ove del resto egli si trova in buona compagnia : « permulti autem Uiato- 

< rici lenones extitere. . . multi etiam inter praeclaros scriptores... Aenea« Sylvioj, 

< Dantes, Petraroha, Bocatius, Pontanus, Baptista de Campo fragoeo, Bapti«ta de 
« Albertis florentinus. Item Petrus Haedus & Petrus Bembus. .. ») e proTooMido 
una piccola tempesta in un bicchier d'acqua tra studiosi del Cinquecento e del- 
l'incipiente Seicento. Poi, esso dialogo fu dimenticato al segno, che il Branet lo 
chiama, pure per sentita dire, « ouvrage de théologie mystique»! 

Giornale storico, LXXIII, fase. 218-219. 21 



314 COMUNICAZIONI ED APPUNTI 

« umanistica »: « alFert enim sapientia divitias. opes, potentiam,honores, lauderà, 
« gloriam, iucunditatem, & (bontà sua) id (juod maximum est omnium, veri 
€ cognitionem » (Ir.). Manco a dirlo, il giovane par che studiasse diritto. Da 
buon umanista, il sacerdote esalta il « lavoro » al di sopra dell'* inanis no- 
bilitas », delle ricchezze, ma soprattutto dei divertimenti pericolosi (II r.). 
Quante tentazioni, in una città universitaria, come Padova! I cattivi com- 
pagni possono spingere persino... a comprarsi una laurea che non si è meri- 
tata (II V.). Quindi, Pietro vuole procurare al nipote un antidoto preventivo : 
gli « Anterotica ». Che i due veleni maggiori che attossicano un'anima di 
studioso sono la superbia e la venerea voluttà... (III r.). Lo scenario del dia- 
logo è semplice ed efficace: una cena erudita in casa del poeta Quinto 
Emiliano Cimbro (1), presenti l'autore ed Antonio Filermo (2); una pit- 
tura raffigurante Cupido, che si ammira e su cui si accende la discussione; 
un calendimaggio, epoca adatta a dispute erotiche ed anterotiche ... (Ili v.). 
Dopo cena si va nel giardino di Pietro, e peripateticamente si discorre sulla 
natura di Cupido. Come negli « Asolani » del Bembo, Emiliano è un giovane 
innamorato che si apparecchia a discutere dell'amore in modo punto accade- 
mico : comincia (IIII r.-Y v.) col volere persuadere gli amici a prendere una 
strada più lunga, perchè evita una palude piena di ranocchi, ma in realtà 
per passare accanto alla villa ove abita Elia... Intanto si entra in argomento. 
Secondo Cicerone, tre sono i Cupidi, l'ultimo, identico ad Anteros (3). Se- 
condo Seneca invece, « quisquis fuerit quem nonnulli tradunt Senecam fuisse 
« iuniorem » (4), essi sono due. Sono gemelli: entrambi posseggono gli attri- 
buti del carro, dei cavalli, delle ali, delle freccie spietate; qui Pietro tiene 
ben presente la solita iconografia di Cupido nella tradizione pittorica accolta 
nei Trionfi dal Petrarca (VI v.) (5). Sono però dissimili per natura : è ovvio 
che il fuoco possa scaldare, non assiderare. 

Sorvoliamo sull'apparizione petrarchesca di Elia, appoggiata ad un alloro, 
che il disamorato Antonio dice subito « né più alta, ne più bella » delle donne 



(1) Per costui Liruti cit., 382-94; Federici cit., 59-61; 92. Fu amico di Callimaco 
Esperiente, di cui pubblicò, sull'autografo, V Attila ; fu assieme a P. Leto tra i pa- 
negiristi del B. Simoncino da Trento. Lodò l'imperatore Massimiliano, "Ven., Aid., 
1504; Gbaesse, II, 187; Bbunet, II, 69. 

(2) Antonio da Prata, friulano, detto il Filermo; Liruti, 411-3; Federici, 60. Si 
noti, che il dialogo si svolge a Pordenone, ove il Cimbriaco insegnava lettere 
classiche . 

(8) Cic, n. d., III, 23, 60; *II, 127, 20-3 Miiller; Arnob. IV 15 « pinnatorum Cupi- 
< dinum trigas»; Hor., Od., I, 19, 1. 

(4) Per la questione dell'attribuzione delle Tragedie ad un Seneca diverso dal 
filosofo, v. i ragionamenti di Paolo Pompilio, Vita Senecae (Roma, Silber, 1490) 
o. [v] t>.-[vi] r. : cito l'esemplare superstite assieme a mss. del Pompilio nel Vat. 
lat. 2222= Vat. lat. 2222, 18 r.-l9 r.; l'ed. principe delle Tragedie è del 1474-84 (Fer- 
rara, Andr. Gallico, Sandts, 01. Schol. II, 108) ; Senec. Oedip. 275, 500. 

(6) Cfr. ancora Mythogr. II, fab. 85 ; Isid.. Etym., Vili, 11, 80, 25 sgg., ed. Lindsay. 
Per la tradizione pittorica dei Trionfi v., passim, la classica opera di Esslinq- 
MuKHTz, P. et les beaux arts, Par., 1902. 



COMUNICAZIONI EI> APPUNTI 315 

che la circondano (Vili r.). Pietro suscita subito il nostro più alto interense 
con un breve saggio di iconografia di Cupido: prima quella i)octica, poi quella 
pittorica. Vergilio lo dice bello, alato e cieco; Ovidio lo immagina armato di an 
duplice genere di saette, uno dei quali spetta più ad Anteros, che ad Ero» (1). 
Petrarca lo finge fanciullo crudele, con ali gemmate e molticolori (2); lo 
finge ignudo, portato su di un carro fiammante da quattro cavalli bianchi 
indomiti, circondato da una folla di prigioni (3). A questi tre poeti si può 
aggiungere il solo Apuleio, che ragiona delle tenere, delicate e tremanti piume 
sulle ali del crudele iddio (4). I pittori lo fanno ora cieco, ora velato, ora ar- 
dente come fuoco, ora di colore dolce e naturale (X r.-XI r.). Porta o un dia- 
dema, una corona d'alloro; Emiliano aggiunge, che il quadro, onde trasse 
origine la discussione, raffigurava un Cupido dalla chioma errabonda, bioQda 
e ricciuta, sparsa pel latteo collo, cinta di un diadema di mirto; opera se 
non di Policleto, aggiunge Antonio, certo del massimo degli artisti mo- 
derni (5). Lasciamo stare il dotto e diffuso commento dell'autore a tutti co- 
desti attributi di Cupido, onde si precorre di qualche lustro il giuoco sba- 
lorditivo di recondito simbolismo, offerto ai lettori cinquecentisti da Pierio 
Valeriano nei Geroglifici {6); vediamo subito l'immagine di Anteros. Pittori 
e poeti non si curarono di precisarne le fattezze (XXVI r.-v.), sapendo che 
un'immagine simile non raccoglierebbe il plauso popolare: onde Pietro se lo 
raffigura per antifrasi, non fanciullo, ma uomo, simile ad Ippolito, pudico, 
biancovestito, dalla chioma rigida, incomposta, ma cinta di fiori e di sacre 
bende, appassionato del cavalcare, della solitudine campestre, cacciatore: in- 
somma, un Ippolito ovidiano o, se volete, un babbo legittimo del guariniano 
Silvio. Intanto annotta ed i tre differiscono il séguito del dialogo all' indo- 
mani, dopo il sonnolino pomeridiano, come già faceva la bella brigata del 
Decamerone (XXVII v.). Naturalmente, il ritratto del disamorato Ippolito 
richiede un commento simile a quello dell'Amore petrarchesco; lo troviamo 
nel libro secondo, previo ragionamento sull'opportunità di tenere scuola in 
campagna piuttosto che tra le insidie della vita cittadina (XXVIIIr.-XXXt;.). 
Ora, tale commento ci porta insensibilmente ad una breve serie di capitoli 
sull'inferno e le pene eterne. Entriamo in un Inferno vergiliano (XXXVIII r.), 
col suo bravo Cerbero, Oocito ed Acheronte ; Pietro non intende però pascersi 
di favole e passa s abito alla « negra ed inestinguibile » fiamma dell'inferno 
medievale. La descrizione delle pene infernali ricorda certe « visiones » del 



(1) Aen., I, 668, 889; Georg., in, 210; Ov. Met. I, 486-78; Alòv/Aa tó^a Kurip. 
Jph. Aul. 546. 

(2) Petrarca, Triumphu» Cupidinis, I, 21-7; 180-1, ed. Appku. 

(8) Ivi, ivi: cfr. Appel, 322 per le assonanze oon B. Latini e per il oimbolismo di 
ognuno dei cavalli, escogitato dal Vellutello. 

(4) Met, V, 22; 120, 18-21, ed. Helm. 

(5) Una composizione di questo genere è il quadro viennese del Parmigianino, 
eseguito per casa Boiardo in Parma: Reinach, Rép. de peint., II, Par.. 1907, 719: di 
esso si conoscono parecchie riproduzioni. 

(6) Basato, del resto, su Iiiid., Etym., VITI, 11, 80. 



316 COMUNICAZIONI ED APPUNTI 

sec. X giù di lì (XXXIX r.) ; ad essa descrizione viene accodata un'elegante 
« quaestio » teologica, in merito allo stato delle anime prima dell'estremo 
Giudizio (ivi sgg.). Tutto il ragionamento di Pietro in questo senso (XLr.- 
XLIIr.) è profondamente arcaicizzante, predantesco, ha un sapore inatteso 
di alto Medio Evo: niente differenziazione di pene; niente gironi e bolgie; 
un Inferno sul tipo di quello di S. Gregorio, uno spazio sconfinato arso da 
fiamme soprannaturali che tormentano l'anima disgiunta dal corpo al pari 
dell'uomo ricostituito integro dopo il Giudizio. L'umanista si trasforma man 
mano in rigido predicatore, che insegna il fuggire lo sguardo delle donne, 
come fuoco (XLII r.-v.). 

Possiamo immaginarci facilmente quale sia la dottrina del buon sacerdote 
riguardo all'amore donnesco. Matrimonio sì, ma pudico; amore sì, ma inteso 
unicamente come doverosa propagazione della stirpe (XLVIII r.-v.). Lo aveva 
detto, su per giù, anche il Platina nel suo Cantra Amores, che pare abbia 
suggerito a Pietro il titolo del suo dialogo e qualcosa di più. Impariamo 
dalla bocca del misogino Antonio, che la donna va schivata, anzi fuggita ; è 
l'unico genere di lotta, quell'anterotica, ove la vittoria si procacci colla 
fuga (XLII V.): « fugiendum igitur nonnunquam etiam e templis: ne in- 
« terea suave aliquid videatur : dicatur : audiatur : fiat : quod illiciat animum 
« teneatque diutius » (ivi). Ecco il casto Ippolito; ecco l'esempio di quel- 
l'ignoto cristiano, sottoposto, nel regno di « Decio e Valeriane » (così il Cavretto), 
ad una beifa pagana, di cui parla S. Gerolamo e che Guarino riporta a 

discarico della libertà del linguaggio di Antonio Panormita (XLIV v.) 

Faccio grazia di altre escandescenze misogine, del ragionamento sulle cause 
della tendenza dei mariti verso le marachelle extraconiugali, « quasi vero 
« sapor ille odorque venereus non omnibus in foeminis idem sit » (XLVI r.) ; 
di problemi eleganti sul genere di quello « an peccet qui coactus coierit », 
di quello « an coitus cum secundum naturam esse videatur spemi aut 
« debeat aut possit » (XXmr.-XXIVv.; LUllr.-v.). Non stancherò neppure 
i lettori con una disamina del terzo libro, che si svolge nella frescura della 
chiesa di S. Marco (1), dopo una novella siesta, durante la quale Cupido in 
carne ed ossa apparisce a Pietro (LVm r.-v.) e, simile all'ovidiano Giano, gli 
parla della duplicità della propria natura e del come si lasci governare dalla 
volontà umana e dall'abito mentale. Anche senza seguire i ragionamenti del 
Cavretto sulla carità cristiana e sui doveri verso il prossimo e verso se stesso, 
vediamo oramai chiaro che il dialogo trevisano è un anello, non privo d'im- 
portanza, nella catena, che dalla triade di operette umanistiche, studiata dal 
Caregaro-Negrin nel suo saggio sullo Zabarella, sul Fazio e sul Platina (2), 
ci porta agli « Asolani » ed al trattato di Leone Ebreo. L'originalità di 



(1) Motivo, questo, tolto al Valla, De prof, religiosorwn (Makcini, Vita di L. VaUa, 
Firenze, 1891, 121-2). 

(2) Cfr, il mio P. Leto, ed. ital., I, 76 agg., 801 sgg. L'articolo del Carkoaro-Nkokih 
sta in Clcuaici e neolatini, Il (1906). 



OOMUNIOAZIONI BD APPUNTI 817 

Pietro consiste nell'accostarsi al soggetto, intendendo la propria trattazione 
come serie di chiose ad un'immagine simbolica, ad un « geroglifico ». Questo 
modo di procedere lo rende singolarmente affine a Fr. Colonna, la cui Hypne- 
rotomachia nacque anch'essa a Treviso, nell'ultimo terzo del secolo XV. Var- 
rebbe la pena, anzi, di confrontare il simbolismo proposto dal Cavretto con 
quello che incontriamo nel Colonna ed in altri romanzi o poemi allegorico- 
anagogici dell'epoca. Basti l'esempio della spiegazione allegorica, propost* da 
Pietro per le ali di Cupido (XVI r.); esse mostrano la celerità del desiderio, 
il dovere agognare cose eccelse, l'incredibile letizia di chi raggiunge l'oggetto 
bramato, ecc. Per essere giusti verso Anteros, aggiungiamo che la sua 
chioma dura e negletta significa « contemptum volaptatis », che la varietà 
dei fiori, che esso porta in testa, simboleggia l'odore delle virtù — non per 
nulla Roma decretò una corona di fiori a Scipione dopo espugnata Cartagine... 
(XXXIIr.-t?.), ecc. Come vediamo, non sono allegorie peregrine, ma altret- 
tanto ovvie e trasparenti sono quelle del Prezzi, del Colonna, dell'Ariosto... 

Vlidimiro Zabuohin. 



Nota Manzoniana. — La Nota Manzoniana di Adolfo Faggi sulla indo- 
vinatissima similitudine del Cinque Maggio : Come sul capo al naufrago..., 
m'induce a far conoscere ed a proporre un'altra interpretazione che, di quel 
passo, io soglio dare ai miei discepoli, non solamente perchè lo intendano 
come credo che vada inteso, ma anche per avvalorare con essa un'opinione, 
che mi par giusta, intorno aWinconscio, o subconscio, nelle opere d'arte. 

Com'è comunemente ammesso, nella formazione d'ogni opera d'arte i prin- 
cipali fattori sono certamente l'immaginazione, la fantasia ed il sentimento; 
ma, insieme ad essi, sia pure come loro naturai conseguenza, entra in fun- 
zione alcune volte, e forse più spesso che non si creda, anche un altro fat- 
tore, che è appunto V inconscio. Non si può negare che l'artista, nell'atto 
della creazione, raggiunge talvolta bellezze e profondità di pensiero da lui 
stesso imprevedute, e l'entusiasmo, ch'egli prova davanti all'opera sua, deriva 
appunto da qneW inconscio, che ha fatto sì che l'autore ha superato se stesso, 
e poi si trova quasi di fronte ad una rivelazione del suo genio : Est deus m 
nobis, agitante calescimu^ ilio. 

Ciò premesso, veniamo alla similitudine : 

Come sul capo al naufrago 
L'onda s'avvolve e pesa. 
L'onda su cui del misero, 
Alta pur dianzi e tesa, 
Scorrea la vista a soernere 
Prode remote invan ; 

Tal su quell'alma il cumulo 
Delle memorie scese ! 



318 COMUNICAZIONI ED APPUNTI 

E qui giova ricordare un episodio manzoniano, che ci è narrato dal Pe- 
trocchi. Il prof. Rizzi, a proposito di questa similitudine, domandò una volta 
al Manzoni se, nelle parole 

Scorrea la vista a scernere 
Prode remote invan, 

questo invan era da riferirsi, com'egli credeva, a remote, oppure, com'era 
opinione generale, a scernere. Ed il Manzoni rispose che era più giusto rife- 
rirlo a remote, ma egli non ci aveva pensato. 

E proprio così; bisogna riferirlo a rem,ote. Di fatto, come pesa sul capo del 
naufrago l'onda, sulla quale la vista del misero scorreva poc'anzi a scernere 
prode, che erano remote invano, cioè che, per quanto remote, la sua eroica 
abilità di nocchiero aveva per lo innanzi raggiunte ; cosi sull'anima di Napo- 
leone scese il cumulo delle memorie di quei fatti che egli aveva saputo com- 
piere, mentre sarebbe stato follia per qualunque altro il solo tentarli. Quegli 
eventi straordinari che Napoleone aveva dominati, nella realtà, dominavano 
ora lui, sotto forma di memorie ; come l'onda, dominata prima dal navigante, 
pesa ora sul suo capo. Così intendendo, diventa anche più logico — di quella 
logica che è propria dell'arte — e quindi più chiaro e più efficace il passaggio : 

Oh quante volte ai posteri 
Narrar se stesso imprese 
E sull'eterne pagine 
Cadde la stanca man ! 

Ecco il nesso delle idee: il nocchiero, che aveva dominato gli oceani, si 
sente ora oppresso da una semplice onda ; Napoleone, che aveva operato tanti 
miracoli, si sente ora travolto dal solo ricordo di essi ; quella mano, che li 
aveva compiuti, si sente ora incapace pure a descriverli. Tutto ciò è super 
lativamente logico e del pari sublime; ma il Manzoni non ci aveva pensato 

Mercurino Sappa. 



ORON j^O A^ 



PERIODICI 



Adula (U) (Bellinzona, 22 febbr. 1918): C. Salvioni, 1 preti di Vaìsolda 
nel « Piccolo mondo antico ». Notizie raccolte da un vecchio contadino e da 
altre fonti. Riguardano il curato di Albogasio, Francesco Brazzova, il curato 
di Castello, Dainon Introini, quello di Cressogno, Giovanni Ceroni, il cappel- 
lano di San Mamette, Giuseppe Costabarbieri, il curato di Furia, Pietro 
Verda, ed altri preti che hanno una parte minore nel romanzo. I dati sono 
precisi e servono all'illustrazione storica dell'opera del Fogazzaro. Queste 
notizie sono quasi completamente confermate da una lettera del romanziere 
stesso al Pedraglio del Piccolo mondo antico, il dott. Alfonso Garovaglio, 
che il Salvioni pubblica hqW Adula del 1° marzo, insieme con un& cartolina. 
La lettera afferma la storicità di altri personaggi. 

Alba Trentina (II, 9, Rovigo, sett. 1918): Angelico da Eporedia, i?(wwjiw/, 
la sua cara terra e V unità d^ Italia] G. Gero\&, La fontanella Madruzziana 
di Rovereto. « Che essa possa assegnarsi al cardinale Cristoforo (1539-1567) 
« al nipote Lodovico (1567-1600) o al pronipote Carlo Gaudenzio Madruzzi 
€ (1600-1629), vescovi di Trento, mi pare da escludersi in via assoluta ». Più 
probabile pare al G. che il possessore della fontana (a cui non son riferibili 
alcuni versi di Gian Andrea Anguillara) fosse uno dei baroni della famiglia 
Madruzzo, feudatari della Valle Lagarina e parenti dei vescovi; — (10 ot- 
tobre) : G. Wenter Marini, Uitalianità nelVarte trentina] C. Seriani, Intorno 
ai cognomi del Trentifio (cont.). Non trascurabile aggiunta agli studi del Lo- 
renzi e del Cesarini-Sforza sui cognomi tridentini, formatisi nella grandis- 
sima maggioranza secondo le caratteristiche italiane. 

Atti della B. Accad. delle Scienze di Torino (LUI, 14, 1917-18): F. Pa- 
tetta. Di alcuni manoscritti posseduti dalla Reale Accad. delle Scienze di 
Torino. Illustra un codice della seconda metà del sec. XII, che è € forse 
l'unico » oggi, « di cui sia certa la provenienza da S. Solutore », l'abbazìa 
torinese dell'ordine di San Benedetto, di cui la chiesa e il monastero furon 
distrutti nel 1536. Comprende in gran parte testi agiografici: vite e mira- 
coli di Santi, miracoli della Vergine, la lettera apocrifa attribuita a Mileto 
vescovo di Sardi, sulla morte e assunzione della Vergine, preghiere, inni 
sacri, canoni diversi, bolle di Gregorio Vili per la terza crociata, il notis- 
simo poemetto De lapidihus di Marbodo .vescovo di Rennes, tre ricette me- 
diche. Il P. riproduce due inni {lam iam pergamus sodi, e fugitvvum 
gaudium) e alcune altre cose ; Maria Monet, Notizie sul movimento pedagogico 
e scolastico piemontese negli anni 1850-53; — (15): V. Cian, Commemoras. 
di A. Graf (cfr. questo fase, del Gioin., p. 309) ; G. Sforza, Commemoraz. 
di P. Villari, Amplissima, compiuta biografia, la quale, oltre che l'atti wtà 



320 OKONAOA 

e la vita dell' illustre storico di Savonarola e Machiavelli, illustra tutto il 
periodo della vita culturale e politica italiana, di cui il Villari fu una delle 
più eminenti figure ; e tocca di molti dei cospicui contemporanei di lui. Con- 
sidera il Villari studente, storico, insegnante, pedagogista, ecc. ecc.; V. Gian, 
Settecento canoro. Fa conoscere una silloge di proprietà privata della seconda 
metà del 700, che raccoglie larga messe di canzonette musicali varie, « un 
« saggio di quel ricco patrimonio di canti onde s'allietò Venezia nella se- 
» conda metà di quello che fu il secolo d'oro del Metastasio, del melodramma 
« e della melica arcadica ». È una prima nota, che sarà seguita da illustra- 
zioni e appendici. 

Atti della Società ligure di storia patria (Append. al voi. XL Vili, 1918): 
D. Cambiaso, L^anno ecclesiastico e le feste dei Santi in Genova nel loro 
svolgimento storico. Tra i documenti vari che formano appendice all'opera 
del C, pubblicata nel voi. 48° degli stessi Atti, notiamo, oltre alcuni inni 
liturgici, un ricco inventario del 1386 (anche linguisticamente non trascu- 
rabile) della chiesa metropolitana di Genova. 

Archivio della Società Vercellese di storia e d'arte (X, 1, 1918): Gino 
Borghezio, jLa p^■ccoZa biblioteca Gerseniana dell'Episcopio d' Ivrea. Dovuta 
alle ricerche del vescovo Luigi Moreno : tra le varie edizioni àeìV Imitazione 
di Cristo, sono notevoli due incunaboli già posseduti da Prospero Balbo, uno 
bresciano del 1485, veneziano l'altro del 1486; P. G. Stroppa, Ira i libri 
dei tipografi vercellesi (contin.). 

Bibliofilia (La) (XX, 3-5, giugno-agosto 1918): A. Sorbelli, Le prime 
edizioni dell' «Jacopo Ortis » di Ugo Foscolo. Prende nuovamente in esame 
l'intricata questione delle rarissime edizioni bolognesi (rifiutate dall'autore) 
delle Ultime lettere, giungendo (cfr. questo fascio, del Giorn., p. 281) alle se- 
guenti conclusioni : le edizioni bolognesi àéiV Jacopo Ortis e della Vera storia 
di due amanti infelici furono più di quelle finora ammesse, cioè cinque, 
due con la data 1798, due con la data 1799 e una del 1801 ; ma in realtà 
(a parte le variazioni dell'introduzione e della fine) si riducono a due tipi, 
quello che reca genuine le lettere della prima parte, e quello che anche 
queste lettere presenta alterate : tutte le edizioni bolognesi non approvate 
dal Foscolo, si fregiano d'un bellissimo ritratto di lui, inciso a punta secca 
forse dal Gandolfi, e diverso da quello che accompagna le edizioni approvate 
dall'autore. Quel ritratto è riprodotto nell'importante articolo del S., in- 
sieme ad alcuni facsimili delle varie edizioni da lui studiate. Alle sue con- 
clusioni il Sorb. fa prudentemente seguire quest'avvertenza : « non ho il co- 
« raggio d'aff'ermare che questa sia l'ultima parola in fatto di edizioni 
« primitive del fortunato libretto foscoliano »; ma « se anche qualche nuovo 
« ritrovamento si farà, esso non muterà sostanzialmente i nostri concetti »; 
G. Vitaletti, La Biblioteca comunale di Urbania e i suoi incunaboli; L. Testi, 
I Corali miniati della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma (cent, 
e fine). Appendice di documenti sui miniatori, specialmente sui Da Molle e 
su Michele da Genova. 

Bilychnis (VII, 6, Roma, giugno 1918): P. Tucci, La gtterra e la pace nel 
pensiero di Lutero ; — (7-8, luglio-agosto) : A. Mario Rossi, Gi&vanni Hus, 
l'eroe della nazione boema (cont.); Luisa Giulio Benso, Il sentimento reli- 
gioso nell'opera di Alfredo Oriani. In continuazione. 

Bollettino d'arte (XII, 1-4, 1918): P. Molmenti, Un ritratto dipinto da 
fra Galgario, cioè Vittore Ghislandi. Il M. esclude che il ritratto raffiguri, 



ORONAOA 321 

come fu detto, l'improvvisatore Bernardino Perfetti; senza mettere innanzi 
altra identificazione; — ('^-8): Mario Salmi, Bernardino Zaccagni e V ar- 
chitettura del Binascimento a Parma. Lar^ trattazione docuinentat* sol 
S. Giovanni Evangelista e sulla Steccata di Parma, e in genere suirarte edi- 
lizia parmense durante il Rinascimento. 

Bollettino storico per la provincia di Novara (XII, 3, 1918): A. Bara- 
gioia, Documenti latini, italiani e tedeschi di Fomiazza (coni.). Pubblica ed 
illustra quattro documenti linguisticamente intere88an4;i, del secolo XV, dei 
quali aveva prima fatto un cenno nel suo recente studio sul Folklore di Val 
Formazza (in Lares di Roma, III, 1914); P. Massia, 5m/ significato storico 
dei nomi di Pómhia e Mezzomerico. Nota di toponomastica novarese. 

Buìlettino della R. Beputaz. abruzzese di st. patria (S. Ili, a. VII-VIII, 
Aquila, 1916-17): G. Sabatini, Capitoli e Statuti di Pettorano sul Oisio 
del 1494. In fine, un glossario con un centinaio di vocaboli desunti da questo 
nuovo statuto abruzzese ; C. De Cupis, Regesto degli Orsini e dei conti An- 
guillara (continuaz.). A p. 297 troviamo detto che la stampa dell'opera di 
V. De Bartholomaeis, Il teatro abruzzese nel Medioevo, è già molto inoltrata. 

Buìlettino senese di storia patria (XXV, 1, 1918): M. Battistini, Una 
rissa tra frati e studenti dello Studio senese del secolo XVI: provocata, a 
onor del vero, dai frati; — (2): E. Lazzareschi, Una mistica senese: Pas- 
sitea Crogi. Pine di questa buona monografia, di cui la stampa era comin- 
ciata nel 1916, e fu interrotta dall'A. per i suoi doveri di soldato; A. Ca- 
nestrelli. Genio e misticismo deW architettura religiosa senese del Medioevo. 

Civiltà cattolica (La) (1638, 21 sett. 1918) : G. Busnelli, Il significato 
morale del Gran Veglio di Creta (cont.). Riprende in esame la questione di 
quello che è uno « tra i più profondi e malagevoli enigmi del poema dan- 
« tesco »; e combattendo la spiegazione politica del Bottagisio, difende l'opi- 
nione da lui già altra volta sostenuta, che al pensiero etico cui s'ispira Dante 
nell'ordire il disegno dei regni d'oltretomba, « anche la struttura della statua 
« con le sue parti e con la differenza che ha da quella di Daniele va nella 
« sua interpretazione coordinata, sicché concorra alla perfetta architettura 
« della concezione morale dei tre regni, come simbolo ... del dogma del pw- 
« cato originale »; — (1639,5 ottobre): CaHeggio inedito del card. De Tencin 
a Benedetto XIV intorno al ven. card. Bellarmino. Continua la pubblica- 
zione del carteggio di papa Lambertini con l'amico arcivescovo di Lione e 
consigliere di Luigi XV, sulla causa di beatificazione di Roberto Bellarmino; 
— (1641, 5 novembre): Libertà d'insegnamento e scuola di Stato secondo 
il prof. Gentile-, — (1642, 16 nov.): G. Busnelli, Critica del senso politico 
del Gran Veglio di Creta (contin.); — (1644, 21 dicembre): A. De Santi, 
L'antica Congregazione di S. Cecilia fra i musici di Roma ed un breve 
sconosciuto ed inedito di Sisto V del 1° maggio 1585. Documenta la fon- 
dazione di una Congregazione di S. Cecilia fra i musici di Roma nel 1584: 
a cui Gregorio XIII non potè dare la conferma apostolica, ch'essa ebbe inveoe 
da Sisto V, in uno de' suoi primissimi atti; — (1647, 1» febbr. 1919): // sim- 
bolo del peccato originale nella « Div. Comm. » (cont.). Dal concetto dalla vec- 
chiezza dell'uomo contrapposta alla rigenerazione operata da Cristo, è ispirata 
la concezione dantesca del gran Veglio; onde nella storia dell'isola di Creta che 
il Poeta tratteggia, è la storia della terra tutta divenuta guasta per il pec- 
cato di Adamo. « Grandezza di corruzione, grandezza di riparazione, graa- 
e dezza di dannazione : ecco il triplice aspetto del gran Veglio che dalle sue 
« fessure effonde il pianto dell'umanità corrotta ; nel suo sguardo verso Kom»» 



322 CRONACA 

« mira la riparazione di Cristo; nel dirocciare delle lagrime nell'inferno, 
€ manifesta la eterna pena della dannazione, tanto per effetto della colpa 
« d'origine quanto della colpa attuale ». Il Poeta, mentre toglie da Riccardo 
da S. Vittore il senso morale della statua del gran Veglio, attinge alla dot- 
trina di S. Tommaso, il quale distingue quattro ferite nella natura umana 
come effetti della colpa originale e attuale, il senso mistico e allegorico delle 
quattro fessure che gocciano lagrime da quattro delle cinque parti di cui la 
statua si compone. 

Corriere d'Italia (II) (Roma, 18 febbraio 1919): Pubblica una lettera di 
N. Tommaseo, posseduta dal sig. Paolo Mazzolani di Sebenico, e scritta circa 
il 1868; lettera fortemente polemica, in tono anti-croato, importante, come 
basterebbero ad attestare le seguenti parole dell'introduzione : « Alcune parole 
« sentite o lette mi muovono a scriverle intorno alla questione dalmatica cose 
« che non vo' dire in istampa, perchè non amo nuocere neanche chi provocò 
« e mi piace tenere altro stile che quel che tengono i ligi ai croati ». 

Emporium (XLVHI, 285, settembre 1918): P. Molmenti, La vita sobria 
di Luigi Cornaro. Divulgativo, con illustraz. ; V. Piccoli, Charles Baudelaire 
critico d'arte; — (286, ott.) : e. j., G. Fraccaroli, con un ritr.; — (288, die): 
P. Molmenti, Venezia nel sec. XVI f descritta da due contemporanei. Delle 
due descrizioni, la prima è di un prelato senese, Francesco Pannocchieschi, 
conte d'Elei, e si conserva nell'Archivio di Stato di Venezia, e fu già fatta 
conoscere dal M. stesso nei « Rendiconti dell'Accad. dei Lincei » (voi. XXV, 
1916, 4); l'altra è anonima e si trova nell'Arch. di Stato di Torino. Il M., 
con l'usata signorile perizia, ne trae informazioni importanti e curiose, fram- 
mischiandovi belle riproduzioni e incisioni illustrative. — Questo fascicolo 
della rivista di Bergamo si adorna di una magnifica tavola a colori col no- 
tissimo ritratto attribuito a Leonardo e detto di Beatrice d'Este: a propo- 
sito del quale nelle « Cronache » del fase, stesso si dà in riassunto la pri- 
mizia di un volumetto che Luca Beltrami sta per pubblicare sull'agitata 
questione della duplice attribuzione, e nel quale con valide ragioni si pre- 
senta l'ipotesi che il celebre quadro sia il ritratto che Leonardo fece alla 
giovane e bellissima favorita di Ludovico il Moro, Cecilia Gallerani. — 
Poiché quest'anno è il centenario Leonardesco, il direttore deW Emporium, 
Ettore Janni, promette di celebrare sulla rivista la ricorrenza con articoli e 
scritti cospicui, con la collaborazione, oltre che del Beltrami, di Gabriele 
D'Annunzio. 

Fanfulla della Domenica (XL, 19, 22 settembre 1918): P. Beltrami, Ri- 
pudii e conversioni d'altri tempi. Del Settecento a volte francofilo e franco- 
fobo, anglomane e anglofobo; C. Antona Traversi, Pietro Sbarbaro e Ugo 
Foscolo; E. Brambilla, Ancora per Stefano Grosso. A proposito dell'arti- 
colo del Fiammazzo, per cui v. questo Giorn., 62, 369; — (20, 6 ottobre): 
A. Ottolini, Ancora in morte di V. Monti. Riferisce e commenta un insignifi- 
cante sonetto anonimo, e riassume un lungo componimento in terzine del mace- 
ratese F. Ilari, in cui sono notevoli finezze di gusto; L. Piccioni, Note dantesche. 
Tra i golosi in Purgatorio. Spiega la contentezza che i golosi dimostrano, 
quando Forese li nomina a Dante, col fatto che « l'essere ricordati, segnati a 
« dito, e così, in certo qual modo, svergognati pel loro peccato, serve eflSca- 
« cemente alla loro purificazione », onde quella presentazione ha ai loro occhi 
valore di espiazione; — (21, 20 ottobre): A. Morselli, Una curiosa incon- 
gruenza nei « Promessi Sposi » . Nel cap. ITI ; dove il Manzoni fa alzare 
Lucia, mentre non ha detto che si fosse seduta dopo aver aperto l'uscio a fra 
Galdino, nò di sedersi avrebbe avuto tempo nei pochi secondi del dialogo tra 



ORONACA 828 

il frate e Agnese; — (22, 3 nov.): M. Fioroni, Pel centenario imetico di 
A. Manzoni. Che coincide appunto con quello della causa italiana da lui in- 
tuita, aiferniata ed esaltata; E. Gamerra, Carducci e OÌ)erdnn. A proposito 
del libro del Sorbelli; — (23, 17 novembre): U. Valente, Confessioni di 
due letterati. Pubblica una lettera del Filangieri a Carlo Mozzacaoe, del 
17 settembre 1787, nella quale ò un giudizio severo dell'ambiente napoletano; 
e un'altra, più interessante, con cui il Genovesi accompagna il 30 maggio 
1763 ad un alto funzionario di Stato una copia della sua opera auWc Sciame 
metafìsiche', — (24, 1° die): P. Molmenti, La verità su Lorenzo Da Ponte. 
A proposito delle Memorie pubblicate nella collezione laterziana degli Scrit- 
tori d' Italia. — Nella « Cronaca » di questo stesso numero si veda una let- 
tera di Giuseppe Lesca sull'articolo, sopra cit., del Fioroni, nella quale si prean- 
nunzia l'edizione di « un Manzoni completo, con largo uso dei manoHcritti » 
e la pubblicazione di un saggio d'iconografia manzoniana; — (25, 15 die): 
U. V^alente, Spigolatido tra le carte delV abate Carlo Denina. Conservate in 
due fascicoli della Biblioteca Nazionale di Torino; — (26, 22 dicembre): 
E. Brambilla, Saggio di addizioni alla « Bihliografìa aleardiana » del Bia- 
dego. Riguarda il « giudizio », rimasto ignoto, intorno alla Virti) d'anwre, 
tragedia civile di Carlo Magnico, e i sentimenti benevoli dell'Aleardi pel Ita- 
pisardi, che lo canzonò pubblicamente, come il Biadego ricorda, nel C. XI del 
suo Lucifero; L. Mannucci, Note leopardiane. Suggerite dal voi. delle Poesie 
pubblicato tre anni fa dal Porena, e che riguardano passi dei canti All'Italia, 
Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai, A un vincitore nel pal- 
lone, La vita solitaria, A Silvia, La Ginestra ; D. Bolsi, Tra gli albori del 
Risorgimento (Voci lontane): Prati - D'Azeglio. Mette in rilievo certi punti 
di contatto tra la prefazione che il Prati dettò alla sua elegia politica Do- 
lori e giustizie (1849) e il libretto del D'Azeglio, Degli ultimi casi di Ro- 
magna (1846); - (XLI, 1, 12 genn. 1919): F. Viglione, La coltura anglo- 
sassone ai tempi di Alfredo il Gravide; U. Valente, Un curioso sonetto. 
Quello di Giovanni Marchetti, in onore del Monti e del Cesari, e che, in ve- 
rità, non sappiamo che cosa abbia di... curioso; — (2, 26 genn.): E. De Be- 
nedetti, La rivelazione delV esilio nel canto XV 11 del « Paradiso >. Dà ra- 
gione dell'incoerenza in cui il Poeta sarebbe caduto ponendo sulle labbra di 
Cacciaguida quella rivelazione della sua vita futura, che nell' Jn/'gr^M) aveva 
in più d'un luogo mostrato di voler riserbare a Beatrice ; — (3, 9 febbr.) : 
A. Segrè, Spunti lamartiniani in Graf e Carducci ? 

Giornale (II) d'Italia (Roma, 20 nov. 1918): I. Del Lungo, // Kaiser in 
due sonetti del Cinquecento. L'uno è di A. Caro ; l'altro, di Lorenzino de' 
Medici: il primo è tutto cortigianamente esaltativo; il secondo, condotto sulle 
medesime rime, è una parodia di quello del Caro, e vitupera lo stesso Carlo V, 
smaccatamente adulato nel primo. Il Del L. li riproduce ambedue, illustran- 
doli con acconce osservazioni; — (17 febbr. 1919): P. Fedele, La laurea dei 
Petrarca e la laurea di G. D'Annunzio. 

Giornale di Reggio (^Emilia) (17 e 18 luglio 1918): Contiene il resoconto 
dell'adunanza tenuta il 7 giugno da quella R. Deputazione «li storia patria, 
nella quale, in base a nuovi documenti comunicati dal can. prof. G. Saccani, 
furono discussi i risultati delle indagini fatte dal Reichenbach e pubblicate 
in questo Giornale (71,208-12) circa la data della nascita e del matrimonio 
del Boiardo. Allorquando questi documenti saranno pubblicati, come si an- 
nuncia, negli Atti, sarà possibile giudicare meglio della loro effettiva portata. 
Un nuovo documento sembra dissipare qualsiasi dubbio sulla prima edizione 
àeW Innamorato, che appare già compiuta il 15 settembre 1495 a Scandiano. 
Altri documenti lumeggiano altri punti della biografia del poeta. 



324 OBONAOA 

Italia (L') che scrive (I, 8, Roma, novembre 1918): A. F. Formiggini, Il 
« mio » Èàbizzani] G. Natali, Gli studii italiani in Francia. Note biblio- 
grafiche sul Bouvy, sul Maugain, sul Luchaire, suU'Hazard, sul Mignon ; — 
(9, dicembre): E. Bonaiuti, Istituti italiani di cultura: L'Accademia del- 
l'Arcadia, che sotto la direzione di mons. Enrico Salvadori, succeduto a 
mons. Bartolini, dà prove di rinnovata attività, ed ha pubblicato un primo 
volume di Atti (Roma, tip. poliglotta Vaticana, 1918), con notevoli scritti 
de' suoi soci. Ma il rinnovamento dovrà essere molto radicale, e nel nuovo 
programma di lavoro, a nostro avviso, dovrebbe avere larga parte la storia 
dell'Accademia, a compimento dei preziosi studi di Isidoro Carini. 

Libri del giorno (7) (I, 8, giugno 1918): G. Rabizzani, BurckJiardt e 
l'Italia. Per il centenario natalizio dello storico del nostro Rinascimento, nato 
a Basilea il 25 maggio 1918 ; — (4, luglio) : G. B., Arrigo Botto, seguito 
da un' interessante bibliografia letteraria e musicale del Boito, dovuta a 
G. Albinati; R. Barbiera, Scienziata e santa. Nel 2° centenario della na- 
scita di Maria Gaetana Agnesi. Sunto di cose note ; L. Amaduzzi, Le opere 
di Alessandro Volta. Sul I volume dell'edizione nazionale delle opere del 
sommo scienziato (Milano, Hoepli, 1918), che si pubblica sotto gli auspici 
della R. Accad. dei liincei e del R. Istituto lombardo di Scienze e Lettere; 
G. Lesca, I ritornelli o gridi marziali nella « Canzone del Quarnaro ». An- 
tichità classica e italiana dei due gridi di guerra: « eia » e « alala »; — 
(5, agosto): R. Calzini, Neera. Segue una bibliografia, tolta dalla Critica 
del Croce, ma aggiornata, sebbene incompiutamente; L. Gigli, Il primo « Me- 
fistofele » di A. Boito, cioè il primitivo libretto, che aveva undici quadri, ri- 
dotti poi a otto, era « una grande opera d'arte »: il suo sacrificio, onde fu- 
rono ridotte o soppresse alcune parti, fu ampiamente compensato dalla maggior 
perfezione che ne venne all'opera musicale. — A. p. 238 col titolo « L'opera 
di Dante nelle traduzioni inglesi » si riassumono i dati raccolti da Paget 
Toynbee in un interessante articolo del Literary Times (20 giugno) sulle 
traduzioni inglesi che l'opera di Dante ha avuto, nella Gran Bretagna, nelle 
sue colonie e negli Stati Uniti; — (6, settembre): R. Simoni, Editori alla 
ribalta, cioè messi in scena dagli autori drammatici; con un breve cenno di 
una commediola I libri dell'ab. Chiari, la quale « fa parte di quei due vo- 
« lumi di Commedie da camera, che sono, in realtà, una raccolta di dialoghi 
« moraleggianti, di assai scarso valore, ma che hanno, in ogni modo, un 
« certo blando aroma di vita settecentesca »; V. Piccoli, Pascoli nella critica 
di Galletti. * Il punto di vista del Galletti è discutibile, ma non trascura- 
« bile, perchè acuto, personale e talora nuovo e profondo »; G. Rabizzani, Un 
romanzo di Oriani, il Nemico ristampato dal Laterza, 1918; — (8, nov.): 
E. Romagnoli, Le ristampe italiane dei classici greci e latini. Proposte e 
giudizi a cui sottoscriviamo in gran parte. Le collezioni proposte dal R. tor- 
. nerebbero a grande onore degli studi nostri: ma chi metterà d'accordo 
gli autori e gli editori ? ; A. Ottolini, Letteratura foscoliana. Rassegna dei 
più recenti lavori della critica foscoliana, nella quale sono corrette numerose 
sviste anche dei migliori, come il Donadoni e l'Albertazzi. — A p. 394 un 
cenno d'un altro dotto artic. del Toynbee pubblicato nel « Supplem. lette- 
rario » del Times (10 ottobre) sulle ispirazioni dantesche nell'arte britannica 
{Dante in English Art). — Ricordiamo anche (a p. 407) un necrologio di Gio- 
vanni Rabizzani; — (II, 1, gennaio 1819): L. Giovanola, Salvatore Farina. 
Breve ricordo dell'onesto romanziere testé morto, con un saggio, troppo breve 
e incompiuto, della sua bibliografia; Il curioso. Schermaglie leonardesche. 
Notizia dei due interessanti volumetti del Beltrami sulla « Vergine delle 
Rocce » e sul ritratto di « Madonna Cecilia ». 



CRONACA 325 

Marzocco (II) (XXIII, 45, 10 nov. 1918): Trieste e Trento. Fra ^li arti- 
coli consacrati a glorificare e a illustrare degna nente la vittoria, uno di 
I. Del Lungo: « Mentre perfezion di tempi vegna »; — (46, 17 novembre): 
P. Molmenti, Un patrizio veneziano al finire della liepubblica. È il nobil 
uomo Pietro Zaguri, l'amicissimo del Casanova, del quale il M. prepaniv* 
per la stampa le lettere all'avventuriero, teste uscite in volume; G. Ortolani, 
Un grido italiano della Polonia nel Settecento. Il grido ò dell'ab. romano 
Filippo La Barthe, il degno amico dell'Alfieri ; e altre voci l'Ort. suscita da 
un carteggio del tempo; — (48, 1° die): D. Angeli, Un traduttore settecen- 
tesco del Pope. Parla dell'avvocato napoletano Emiddio Devincentiis, che 
nel 1767 pubblicò in Napoli Le pastorali tradotte con felice libertà; A. Pa- 
nella, 27 pensiero religioso del Lambruschini. A proposito dell' importante 
volume del Gambaro, del quale si parla in questo fascic. del Giornale ] — 
(49, 8 die.) : G. Zaccagnini, Un nuovissimo documento su la fortuna di UanU 
in Bologna (1806). Fa conoscere un nuovo documento, tratto da carte bo- 
lognesi, che s'aggiunge a quelli illustrati dal Livi, nel quale un notaio denun- 
ziava essergli stato rubato « unum librum, qui vocatur Vita Nova, scriptum 
« in cartis pecudinis, et qaasdam alias rationes diversas ligatas cum ipso... ». 
È evidente trattarsi del « libello » dantesco, rilegato con altri commenti (ra- 
tiones) probabilmente letterari; com'è probabile la data del 1806 (15 giugno) 
assegnata dallo Z. al prezioso documento; — (51, 22 die): A. Panella, // Qua- 
rantotto in Toscana. A proposito dell'opera di F. Martini, il cui \^ voi. fu 
già da noi annunciato (Giorn., 73, 132) e della quale sarà dato conto a pub- 
blicazione compiuta; - (52, 29 die): P. Rajna, Italia e Stati Uniti. Ripro- 
duce, tradotta, dal Boston Herald del 19 novembre la nobile lettera con cui 
C. H. Grandgent, l'insigne dantista, espresse nel modo più caloroso ed espli- 
cito il riconoscimento dei motivi onde l'Italia fu spinta alla guerra e della 
parte decisiva che essa vi prese. Il R. dal suo canto riconosce « che l'America 
« mette le ali e le dispiega verso la più fulgida tra le forme della bellezza: 
« la bellezza morale. Di un procedimento diametralmente opposto ci dà spet- 
« tacolo la Germania. Essa, così innamorata d'idealità un secolo addietro, ha 
« ripiegato le ali sue e si è impantanata nel fango dei meri interessi mate- 
« riali. Con quali conseguenze, vivaddio, lo vediamo » ; — (XXIV, 1, 5 gennaio 
1919): E.G.Parodi, Veglia e il dalmatico; E. Mancini, Un epigrammista 
toscano del Bisorgimento. Si tratta di Vincenzo Salvagnoli. Interessante. — 
(2, 12 genn.) : G. Zippel, Alto Adige. Sulla italianità di questa regione, at- 
testata, fra altro, da Flavio Biondo, che ebbe a visitarla accuratamente; V. Fa- 
biani, Per Vincenzo Salvagnoli epigrammista. Ricorda il mazzetto di epi- 
grammi salvagnoliani pubblic. nel 1906 da Corrado Masi, sotto lo pseudonimo 
di Lucio Zoboli e quello da lui stesso edito primamente fino dal 1901 nella 
sua monografia su Ippolito Neri; — (3, 19 gennaio): P. Rajna, « Deutschland, 
Deutschland iìber Alles ». Illustra, riproducendone il testo tedesco con una 
versione prosastica, il famoso « Lied der Deutschen », dovuto al germanista 
Augusto Enrico Hoffmann von Fallersleben (1798-1874); — (4, 26 genn.ì: 
P. Papa, « Deutschland, Deutschland uber Alles ». Aggiunge considerazioni 
e notizie sul canto, al quale furono adattate nel 1841 le note del Haydn, 
composte per un altro inno fino dal 1797; — (9, 2 marzo): C. Gamba, 
I quadri e gli arazzi restituiti dalV Austria ; i quadri restituiti da Vienna; 
A. Luzio, Gli arazzi di Mantova; — (10, 9 marzo): E. G. Parodi. Paolo 
Savj-Lopez. Commemora brevemente, ma degnamente, anche E. Gorra, B. Sol- 
dati e A. Salza. 

Messaggero della Domenica (E) (I, 24, 8 die. 1918): Adolfo Venturi, Jlfi- 
chelangelo e Raffaello; - (25, 15 die): cont. e fine dell'art, cit.; Federigo 
Tozzi, D Leopardi moralista. A proposito della bella ediz. delle « Operette 
morali » del Gentile; — (26, 22 die) : G. A. Cesareo, La critica d'arte (Tedi 



826 CRONACA 

nel iium. del 20 ottobre l'articolo Pregiudizi critici). Dopo aver sostenuto 
che l'esame del temperamento d'un poeta e delle sue relazioni con l'ambiente 
contemporaneo, ò filologia e psicologia, cronaca o storia, ma non critica d'arte, 
afferma che questa è opera della fantasia riproduttrice, la quale, commossa 
dalla « coscienza della creazione », ricerca il nucleo da cui germogliò quel 
fatto d'arte, e dimostra come ciascuna immagine « aderisca compiutamente 
« al ritmo creatore ». Lavoro diffìcile, « perchè la fantasia riproduttrice è 
« quasi altrettanto rara che la fantasia creatrice ». Conclusione inoppugna- 
bile, articolo lucido ; Gino Monaldi, Trieste : ricordi teatrali (l'italianità del 
teatro Comunale) ; — (27, 29 die.) : Gherardo Ferreri, Sulla riforma univei- 
sitaria] — (II, 1, 5 gennaio 1919): Italo Raulich, La riforma della scuola 
media-, — (2, 12 gennaio): Felice Momigliano, Gli albori del neo-guelfi smo 
in Piemonte (specialmente sul Napione); — (3, 19 gennaio): Alberto Conti, 
induzione o miglioramento delle scuole di Stato?', Antonio Munoz, I/arte 
romana nel Settecento; — (4,26 genn.): Giov. Gentile, Per la riforma della 
scuola media; Rinnovamento esteriore?; F. Momigliano, Minascenza ita- 
liana e radicalismo francese; Giacinto Gallina, Due lettere inedite (la se- 
conda ha un notevole interesse autobiografico); — (9 febbr. 1919): F. Nico- 
lini, Metodo filologico e filologismo. Strascico della vecchia polemica suscitata 
dal Romagnoli ; — F. Momigliano, Bruno, Mazzini e Gioberti. Sull'adesione 
del Gioberti al pensiero del Bruno e del Mazzini fino al 1835; A. Munoz, 
Il romantico delle rovine. A proposito del buon libro di Henri Focillon su 
G. B. Tiranesi, che il Munoz stesso viene studiando in una monografia da 
pubblicarsi nel secondo centenario della nascita; — (16febb.): M. Mignon, 
La cidtura dantesca in Francia. È la parte della sua « Lectura Dantis » 
che riguarda Christine de Pisan e Margherita di Navarra; Guido Mattioli, 
Jacopo del Casentino. Lamenta che i suoi affreschi siano stati trascurati o 
mal restaurati ; — (23 febbr.) : G. Gentile, Prosa e poesia in G. Leopardi. 
Continua nel num. del 2 marzo. Conferma la propria ricostruzione e la propria 
interpretazione delle « Operette morali », rispondendo alle obiezioni del Faggi. 
Insiste con penetrante finezza sulla natura poetica della prosa leopardiana. 
La filosofia scettica, ironica, materialistica del Leopardi è mediocre; la sua 
poesia è divina, perchè in essa « la bestemmia e lo strazio della disperazione 
« si smorzano e si dissolvono nella commossa e tenera effusione di un'anima 
« angosciosamente agitata da un bisogno di amore universale, e da un'incoer- 
« cibile fede nella virtù e nella realtà dell'ideale ». Il Leopardi, « pessimista 
« di filosofia, e quasi alla superficie, fu invece ottimista di cuore, e nel pro- 
« fondo dell'animo ». Senti la verità superiore della potenza dello spirito, ma 
non riuscì « a darle forma riflessa e speculativa » ; Antonio Mufioz, La Ba- 
silica sotterranea scoperta a Porta Maggiore, nel 1917: importante per 
spiegar l'origine delle basiliche cristiane; - (9 marzo): F. Nicolini, «Storie e 
leggende napoletane. A proposito del libro del Croce; Ernesto Codignola, 
La riforma della scuola media. 

Miscellanea storica della Valdelsa (XXVI, 1, Castelfiorentino, 1° sett. 
1918): Il presente fascicolo della benemerita rivistina toscana, è per intero 
consacrato alla memoria del fondatore e primo direttore di essa, il compianto 
Orazio Bacci. Ad una breve introduzione del nuovo direttore della Miscel- 
lanea, Giuseppe Rondoni, seguono vari scritti commemorativi: segnaliamo 
fra tutti il nobile ed alto discorso detto dall'on. Giov. Rosadi a Castelfio- 
rentino il 9 giugno 1918. 

Nuova Antologia (n. 1126, 16 dicembre 1918): A. Pastore, La poesia di 
Giovanni Cena. Profonda e suggestiva commemorazione del poeta, nella quale 
rivive la storia della sua anima lirica; A. De Rubertis, Piero Maroncelli a 



ORONACA 327 

Firenze di ritorno dallo Spieìberr/. Contro la taccia «li bu^ciardo, lanciata al 
Maroncelli dal p. Ilario Kinieri, dimostra, con docunniiti d'archivio, che i..dle 
varie città in cui ^li convenne soffermarsi, il martire dello Spielberj? fu tol- 
lerato e poi espulso; — (n. 1127, l» gennaio 1919): I. Del Lungo, /^ vedette 
di Stùfc e per ami lessicografia dantesca. Allo Stige, secondo il D. L., non 
approdano anime da essere traghettate, e il servizio di Flegias è solo di os- 
servazione e di sicurezza; onde il verbo giuìujere, del verso 18 del C. Vili 
àeWlnferno, ha solo il significato attivo, comune e famigliare agli antichi, 
di cogliere, acchiappare, e quelle parole di Flegias sono parole soltanto di 
minaccia. La dimostrazione che il D. L. fa della sua interpretazione, è molto 
persuasiva e convince sempre più della necessità di una critica lessicale, me- 
todica e compiuta del Poema, a confronto specialmente della lingua parlai* 
e scritta nell'età che fu sua. Che se a questa necessità provvedere adeguata- 
mente il Vocabolario critico della lingua di Dante, che il I). L. preannunzia 
pel Secentenario dantesco che si avvicina, non sarà piccola la benemerenza 
che si sarà acquistata il Comune di Firenze il quale ebbe l'idea e la volle 
attuata; G. Barini, Artisti che scompaiono. L'autore drammatico Lodovico 
Muratori; A. Gustarelli, Romanzi di Virgilio Brocchi] - (n. 1128, 16 gen- 
naio): P. Rajna, In prossimità di un grande centenario (Dante Alighieri, 
1321-1921). Esamina, discutendone le conclusioni, il volume di Giov. Livi 
su Dante, suoi primi cultori, sua gente in Bologtia, dal quale prende oc- 
casione per accennare alle varie iniziative sorte per celebrare degnamente il 
Secentenario della morte del Poeta; L. Messedaglia, La fine della Serenis- 
sima. A proposito del lavoro recente di R. Bratti; — (n. 1129, l" febbraio): 
A. Farinelli, Egidio Gorra. È il commosso discorso commemorativo che il F. 
tenne all'Università di Torino il 9 dicembre 1918, illustrando la natura del- 
l'ingegno e l'opera critica del compianto amico. 

Nuovo Archivio Veneto (XXXIV, 2, ottobre-dicembre 1917): Anna Lore- 
dana Zorzi, Un diplomatico veneziano del sec. XVI (Giovanni Cappello) 
e i suoi dispacci inediti. Con buona preparazione e larghezza di indagini 
traccia la vita del Cappello (1497 circa-1.559), autore d'una lodata relazione 
di Francia, dove fu ambasciatore presso Enrico II. In appendice alcuni « di- 
spacci » inediti; A. Favaro. Per la storia dello Studio di Padova. Spigola- 
ture da archivi e da biblioteche. Neil' imminenza del VII centenario del- 
l'Ateneo patavino, il F. pubblica una prima serie, assai ragguardevole, di 
documenti sulle antiche sedi delle Scuole in Padova, sui « rotuli » delle due 
Università dei giuristi e degli artisti, e su altri più particolari argomenti; 
R. Bratti, Antoìiio Canova nella sua vita artistica privata (da un car- 
teggio inedito). Continuaz.; A. Pilot, La soppressione delV ordine dei gesuiti 
e alcuni sonetti inediti delVab. Labia. — Notiamo una recensione di G. So- 
litro all'importante opera di Vincenzo Marchesi, Storia documentata della 
rivoluzione e della difesa di Venezia negli anni 1848-49, tratta da fonti 
italiane e austriache (Venezia, Istit. veneto di arti grafiche, 1916). 

Nuova Rivista storica (II, 5-6, Milano, settembre-ottobre 1918): C. Bar- 
bagallo, Giuseppe Fraccaroli. Da uno studio d'imminente pubblicazione; 
I. Pizzi, Origine e natura della civiltà orientale nel Medio Évo. Notevole 
per la dimostrazione che il P. riprende della sua vecchia tesi : che tutto ciò 
che s'è inteso o s'intende sotto la denominazione di civiltà e di scienza degli 
Arabi nell'età di mezzo, ò molto più antico di quanto comunemente non si 
pensi, e risale all'India e alla Persia: come, nel campo della letteratura, la 
leggenda di Angelica, che è già in un poema ciclico della scuola di Firdusi ; 
il romanzo di Tristano e Isotta; il disegno dei contrasti e delle tenzoni; e 
va dicendo ; F. P. Giordani, L'umanitarismo razionalistico e V imperialismo 



828 CRONACA 

romantico in Germania, da cui si sparse e per cui germinò in quel popolo 
l'idea, già espressa da Herder, ch'esso fosse il popolo privilegiato chiamato a 
rigenerare il mondo decrepito; E. Rota, Razionalismo e storicismo (Rapporti 
di pensiero fra Italia e Francia avanti e dopo la Rivoluzione francese) 
(cont. e fine). In quest'ultima parte il R. studia la corrente mistica nell'opera 
e nell'apostolato di Giuseppe Mazzini, e la tendenza positiva nella filosofìa 
di Giuseppe Ferrari; e conchiude il suo dotto studio con la esposizione dei 
seguenti postulati: che il pensiero come scienza e il pensiero come arte ripe- 
tono in se stessi il dissidio fra storicismo e razionalismo; che l'antistoricismo 
è un prodotto delle civiltà oltrepassate; che le variazioni filosofiche sul con- 
cetto naturalistico sono un riflesso delle variazioni sociali ; che infine il con- 
flitto logico fra natura e storia è il contrassegno dei periodi di dissoluzione. 
— Interessante fra le « Rassegne » di questo fascicolo quella di V. Piccoli, 
Per la storia della filosofia italiana: studi giohertiani. 

Politica (a. I, voi. I, Roma, fase. 1, 15 dicembre 1918): G. Gentile, Politica 
e filosofia \ — (2, 19 gennaio 1919): G. Gentile, Mazzini. Cerca di presen- 
tare quello che potrebbe dirsi il rovescio della medaglia mazziniana; — 
(3, 10 marzo 1919): G. Gentile, Ciò che è vivo di Mazzini. Il nucleo sostan- 
ziale « sempre vivo e vitale » del mazzinianismo è, secondo il G., la « reli- 
« gione dell'uomo nella vita privata e pubblica », il « concetto idealistico di 
« tutta la vita ». 

Rassegna (La) (XXVI, 4-5, ottobre 1918): S. Santangelo, Le tenzoni poe- 
tiche nella letteratura italiana delle origini (cont.). Continua l'argomento già 
iniziato nel fase. 2 (cfr. questo Giorn., 72, 37 4), trattando della tenzone sulla 
divinità di Amore fra l'abate di Tivoli, maestro Torrigiano, maestro Fran- 
cesco e il notaro Giacomo da Lentino, e indagando sulla personalità di quei 
poeti e sui rapporti fra di loro, per conchiudere che i sette sonetti in que- 
stione devono per ragioni storiche, paleografiche, metriche e di contenuto 
appartenere alla stessa tenzone, la quale verosimilmente ebbe luogo intorno 
al 1241 e alla corte di Federico II. Segue il testo critico dei sonetti, con le 
interpretazioni e le note relative ; G. A. Cesareo, Gaspara Stampa, donna e 
poetessa (cont.). I. Donne e donzelle nel Cinquecento. Riapre la polemica col 
Salza, che avevamo diritto di credere oramai esaurita. Né nulla di nuovo ag- 
giunge questa 1* parte, illustrando le condizioni morali e la moralità fem- 
minile nel secolo decimosesto; A. Gandiglio, Reminiscenze aleardiane nelle 
poesie del Carducci? Dissente dal Checchia, pel quale l' Aleardi « non fu e 
« non potè essere mai modello al Carducci » (La vera critica delle fonti, ecc., 
in Rassegna nazionale, 1° marzo- 1° aprile 1917), e crede che reminiscenze 
aleardiane facciano capolino qua e là nei versi del poeta maremmano, e spe- 
cialmente nell'ode Piemonte, in Miram/ir e « nell'ammiratissimo e ammira- 
« buissimo sonetto II bove »; P. Micheli, Due madrigali dimenticati del Pa- 
scoli. Che rimasero sepolti nella Cronaca minima, an. 1887, n. 31 : SteUa 
diana e Orsa maggiore. — Fra le « Note in margine » meritano menzione 
una lettera di Antonio Medin, Per la storia dei canterini di Firenze, in- 
torno ad Antonio di Matteo di Meglio e ad un suo probabile omonimo; e 
una lettera del prof. Umberto Tria su L'insegnamento delVitaliano negli 
Istituti tecnici. 

Rassegna d'arte antica e moderna (V, 5-6, Milano, maggio-giugno, 1918): 
L. Beltrarai, La « Cassetta di ferro alla Damaschina » di Lodovico il Moro 
nel castello Sforzesco. È il cofanetto di ferro che fa parte dei cimeli sfor- 
zeschi assicurati al castello di Milano durante il riscatto di esso. Il B., che 
già l'aveva illustrato, donandolo al Comune, oggi ne precisa l'ufficio a cui 



ORONACA 829 

fu destinato neo^li ultimi anni del 400; A. Mufioz, La scultura barocca a 
Roma. V. Le tombe pdpali. Bellissime riproduzioni, fra cui (p. SI) qu<»lla di 
papa Rospigliosi (Clemente IX) a S. Maria Maj^giore. 

Rassegna itaìiand (I, 1, Roma, 15 maggio 1918): F. Ruftini, Mazzini. In- 
daga acutamente gli elementi onde si compone il genio « profondamente 
religioso » del Mazzini, per la missione illimitata nello spazio e nel tempo, 
umanitaria veramente, che gli si attribuisce con fervore crescente di con- 
sensi. Anzitutto s'illustra la concezione del principio di nazionalità, spiri- 
tualistica per eccellenza e altruistica; — (2, 15 giugno): A. Venturi, Nelle 
« Stanze ». I. La Disputa del Sacramento. È il primo d'una organica serie 
di studi su Raffaello che il V. darà alla Rassegìm. — Nelle « Rassegne » 
A. Baldini parla anche del Dante e Michelangelo di A. Farinelli ; — 
(3, 15 luglio): F. Ruftini. Vuomo in Arrigo Boito; L. Rava, Napoleone yior- 
nalùita in Italia. Interessante, a proposito del libro del Périvier, Xapoleon 
journaliste, il R. ricorda l'articolo Souvenirs de la jeunesse de Napolf'-on 
pubbl. da Guglielmo Libri nella Revue des deux Mondes del 1842 e pro- 
mette di ritornare sull'argomento; — (5, 15 settembre) : V. Cian, Ricordi e 
commenti antitedeschi. Rintraccia nella tradizione letteraria italiana quelli 
che apparivano i « connotati psichici » più caratteristici dei Tedeschi, tradi- 
zione che corrisponde ad una corrente antitedesca ininterrotta e la alimenta. 
Il C. chiude con alcuni ricordi personali su W. Foerster; — (7, 15 nov.) : 
G. Gentile, li significato della vittoria. Lucide e vigorose pagine, notevoli 
anche per ciò che vi si dice del Machiavelli e del Rinascimento italiano; 
D. Sanminiatelli, La Piave, la Brenta e altri fiumi. Tratta, come già il 
Del Lungo, una questione d'onomastica fluviale, con opportuni riferimenti 
letterari; — (8, 15 die): A. Venturi, Nelle « Stanze ». II. La Scuola d'Atene., 
A. Tamaro. La Dalmazia e il Risorgimento nazionale. Dotta rassegna sto- 
rica, nella quale figurano, tra gli altri, anche l'ab. Ranza e il Gioberti e si 
chiarisce e discute bene il pensiero del Tommaseo e quello del Mazzini. 

Rassegna nazionale (XL, P die. 1918): Perla libertà delV insegnamento. 
Notevoli contributi di diversi autori alla discussione aperta sulla Rassegna 
da più mesi, intorno alla riforma dei nostri ordinamenti scolastici; L. Do- 
nati, Alfredo Oriani nella sua corrispondenza] E. Portai, / Bonaparte e 
le loro opere letterarie. Informazione molto sommaria, e non approfondita in 
nessuna parte. « Tutto il materiale storico-politico-biografico, lasciato dai 
« membri della famiglia Bonaparte, riesce specialmente importante per rico- 
« struire quel fortunoso periodo, che va dal 1789 al 1815, e se i versi e i 
« romanzi non hanno molto interesse, e sono già dimenticati, le altre pub- 
« blicazioni, invece, restano sempre come scritti di notevole valore e saranno 
« sempre consultati dagli studiosi dei fasti napoleonici »; — (16 die): L. Giulio 
Benso, Gli amici di G. C. Abba (cont.). Lettere di Adele Savia di Bernstiel. 

Resto del Carlino (11) (7 genn. 1919): Carlo Frati, Tedeschi e Rus.si neì- 
r Emilia nelle lettere di Pietro Giordani. Da un carteggio inedito, interes- 
santi spigolature. Il 27 giugno 1799, dinanzi agli orrori conimessi dagli 
Austro-Russi nel Piacentino, il G. scriveva, commosso e indignato: « Quali 
« studi mai pensi tu che possan consolare di questi guai? e che mai si può 
« studiare? Avrei ben cattiva opinione del cuor di colui che potesse ora stu- 
« diare. Mi par ben triste quella filosofia, che spoglia d'uma- 
« n ita ». Il G. acquista assai da questi documenti vivi e sinceri della sua 
giovinezza; — (18 febbraio): Albano Sorbelli, Il Carducci e i Romeni op- 
pressi. Pubblica l'appello che l'Urechia, dell'Univ. di Bucarest, aveva rivolto 
nella primavera del 1894, anche al Carducci, a favore dei Romeni di Transil- 

Oiornnle storico, LXXTTT, fase. 218-219. 99 



830 CRONACA 

Vania, accompagnandolo con una letterina piena d'affettuosa ammirazione e di 
simpatia, alla quale il poeta, allora in INìiiia, rispose con qu 'ste parole, elo- 
quenti nella loro concisione, in data dell'll giugno di quell'anno: « Ai Ro- 
« mani d'oltre i Carpazi, da piò della Colonna Traiana, un saluto per la 
« fede nella vita immortale di nostra gente ». 

Bivista araldica (XVI, 6, Roma, 20 giugno 1918): A. Riccardi, Gli anUnati 
di Silvio Pellico] A. Colocci, Pompeo Litta. Raccoglie un certo numero di 
notizie sul sommo genealogista; IJ. Dallari, Motti araldici editi di famiglie 
italiane (cont.); A. Gheno, Bibliografia genealogica italiana (continuaz.) ; — 
(7, 20 luglio): G. F. Hill, The Medal of Ercole 11 d'Este. Con riproduzione; 

— (8, 20 agosto): A. Zanon, Sull'origine dei conti di Collalto ; — (9, 20 set- 
tembre) : U. Dallari, Motti araldici editi di famiglie ital. (cont.) ; A. Gheno, 
Bibliografia genealogica italiana (cont.); — (10,20 ottobre): F. C. Carreri, 
Volgarizzamento del XVII secolo di un documento córso del 1127 o 1126] 
A. Gheno, Bibliografia genealogica italiana. 

Rivista delle nazioni latine (II, 8, Firenze, dicembre 1917) : G. Ferrerò, 
Studi sulla « doppia volontà ». I. X'« Estetica » diB. Croce. « Quest'opera 
« è un guazzabuglio inestricabile di contradizioni ». Il troppo stroppia, anche 
nelle polemiche; e la seconda parte di questa s'attende ancora; — (III, 1, 
maggio 1918): A. Mazzotti, Il ritorno di Machiavelli. Continua al num. 4, 
16 giugno. Si discute acutamente il libro di Mario Mariani, così intitolato; 

— (6, 16 luglio): E. Rota, Aless. Manzoni e la Mittel- Europa. Riproduce, 
convenientemente illustrandolo, l'articolo inserito nella Concordia, giornale 
torinese, del 15 settembre 1848, che Vittorio Ferrari dimostrò appartenere al 
grande Lombardo. Rilevata, anche per altre testimonianze, la passione che il M. 
ebbe per gli studi economici, il R. osserva: « Ma egli prendeva meno colla 
« scienza che con il sacro lume del buon senso: quello che non danno né 1 
« libri, né la scuola, ma solo madre natura; quel buon senso italico che ha 
« posto sopra una stessa visuale realistica un letterato come il Manzoni, uno 
« statista come il Cavour, un diplomatico come il D'Azeglio »; — (7, 1° agosto 
1919): J. Luchaire, Alleanza intellettuale anglo-francese in Italia] C. Pel- 
legrini, Francesco Flamini. In occasione delle onoranze con severa sempli- 
cità tributate in Pisa all'amico nostro e all'oiferta fattagli dai discepoli vecchi 
e nuovi, della Raccolta di studi, della quale si darà larga notizia nel nostro 
Giornale] — (11, 1° ottobre): G. Provenzal , La franco fdia di Boito] — 
(12, 16 ottobre): C. Cestre, Walt Whitman, poète de VAmérique en guerre 
(1861-1865). 

Rivista di filologia e di istruzione classica (XLVII, 1, gennaio 1919): 
C. 0. Zuretti, Giuseppe Fraccaroli] R. Sabbadini, Divagazioni sul ritmo ora- 
torio. A rincalzo della teoria che vuol derivata la metrica volgare dalla la- 
tina, e quindi delle argomentazioni che il D'Ovidio svolse in questo Gior- 
nale sin dal 1898. Il S., in una nota apposta a questo suo articolo, ci vuol 
far perdere la speranza in un suo libro già disegnato sul ritmo oratorio. Ma 
noi abbiamo fiducia che il suo disegno superi « la fase delle buone inten- 
« zioni... ». 

Rivista d'Italia (XXI, 11, 30 novembre 1918): E. Bignone, Giuseppe 
Fraccaroli] - (XXII, 1, 31 genn. 1919): E. Romagnoli, Perchè la lettera- 
tura italiana non è popolare in Italia ; U. Da Como, Una dedica di Ugo 
Foscolo. Con molto, con troppo frascame decorativo, si dà notizia d'un esem- 
plare dei Sepolcri nella edizione principe del Bettoni, con dedica autografa 
alla co. Marzia Martinengo Cesaresco, qui riprodotta insieme col ritratto del 



CRONACA 331 

Bettolìi e della dedicataria, ecc. Ma nel toccare dello hltcre amorose del F. 
indirizzate alla sua Marzia, il Da Como ha trascurato le preziose spigolature 
che ne aveva offerto Arn. Beltrami, molti anni sono, in questo Giorn.^ 5, f)i{0-7. 

Bivista di storia, arte, archeologia per la prov. di Alessafuiria (XXVII, 

S. HI, fase. 6-7, aprile- settembre 1918): G. Bustico, Vttt. Alfieri e il (jeneraU 
Miolh's. Raccojrlie i particolari della scaramuccia fiorentina tra TAltìeri e il 
Miollis, il quale non potè cavarsi il gusto, verso la fine del 1800, di far una 
visita al poeta, che, « già per costume selvatico », era divenuto da più anni 
(com'egli stesso scriveva nel 1797) « selvaticissimo »; e. n., (riuliano Gosel- 
lini. Sommario biografico, con pochissimi cenni sulle opere di questo letterato 
cortigiano, vissuto dal 1525 al 1587, che meriterebbe uno stadio in relazione 
con la società cortigiana e accademica del tempo suo. 

Rivista itaJ. di numismatica e scienze affini (XXX, 3, Milano, 25 ottobre 
1917): G. Giorcelli, Editto di Carlo Kman. I Duca di Savoia. Del 22 die. 
1628, relativo alle monete in corso nella parte del Monferrato da lui occu- 
pata. Il G. vi premette un'ampia illustraz. storica; — (4,31 gennaio 1918); 
U. Giampaoli, Contributo alla storia della zecca di Massa di Lunigiana. 
Lavoro ben documentato, che segue le vicende della zecca di Massa dalla sua 
istituzione (1559), dovuta ad Alberico Cybo-Malaspina, al sec. XVII; G. Cer- 
rato. Contribuzione al « Corpus nummorum italicnrum ». Monete sabaude di 
Filiberto I e di Filippo II; — (XXXI, II S., voi. I, 1-2 trimestre, Milano, 
1918): G. Gerola, Noticine mafdovane. Tratta diverse questioni particolari 
relative ai conii mantovani dal XIII al XV secolo; Palmiero Palmieri -A. Ca- 
nietti Gonnet, Contributi al « Corpus nummorum italicorum ». 

Rivista storica del Sannio (IV, 4, Benevento, 1918): P. Lonardo, Privi' 
legio di Carlo Vili alla città di Benevento, del 4 marzo 1495. 

Scientia (XII, 12, Bologna, 1918): W. M. F. Petrie, The origin of the al- 
phabet. Con due tavole. Notevole, perchè le conclusioni sono dedotte dall'esame 
comparativo del materiale alfabetico delle diverse civiltà mediterranee; — 
(XIII, 1, 1919): P. Bellezza, Phonologie romane. 

Vita Britannica (La) (I, 4, Firenze, nov.-dic. 1918): Guido Biagi, Il 
libro inglese in Italia] A. Galletti, L'Inghilterra e i torti delle « idee mo- 
derne ». Il G. vuol dimostrare che « di fronte alle crollate illusioni del Set- 
tecento », con gli errori del razionalismo, superficiale e materialistico, discono- 
scitore della complessa profondità dell'animo umano, « le ruine del romanticismo 
« (germanico) appaiono ben più gravi e profonde. Di tante titaniche ambi- 
« zioni, di tante orgogliose promesse, neppure una si regge, neppure una 
« sembra avviata a realizzarsi ». 



Académie dea inscriptions et beUes-lettres (Comptes-rendus des sóances) 
(marzo-aprile 1918): L. Léger, Un petit problème de litte'rature comparse. 
n celebre sonetto del poeta spagnuolo Quevedo (1580-1645), in cui si lamenta 
la decadenza di Roma, trova riscontro in una poesia del polacco Nicolas Sep 
Szarzynski intitolata « Epitafio di Roma ». Ma l'una e l'altro sono derivati 
da alcuni distici latini d'un latinista italiano, Vitalis (nelle Delitiae Italorum 
poetarum, Francoforte, 1608, II, p. 1422). 

Annales de VUniversité de Gremble (XXIX, 1-2, 1917): M. Blanchard, 
Correspondance du prieur du Cénis avec Vévéque de Maurienne. Si tratta 



332 CRONACA 

di lettere che portano « une contribution appréciable à l'histoire de cette voie 
« de grand transit franco-italien ». Non difettano gli accenni letterari; — 
(3-4): G. Maugain, La langue et la littérature frangaise en Italie, rassegna 
informativa e critica; — (XXX, 1, 1918), G. Maugain, Les déhuts de la tra- 
gèdie frangaise en Italie. La data più antica accertata è il 1660, quando non 
si voglia accettar quella del 1647, d'una traduzione del Cid edita, ma pare 
non rappresentata, a Carmagnola; — (2): G. Maugain, Thiers et son histoire 
de la hépublique de Florence, opera incompiuta, che non rimane tra i suoi 
manoscritti. Qui si pubblicano 25 lettere del Th. (alcune anzi si ripubblicano) 
a suoi corrispondenti italiani, particolarmente a Giuseppe Canestrini, ch'era 
il suo collaboratore remunerato per ricerche d'archivio. 

Bibliothèque de la Faculté des Lettres de V Université de Pam (XXXII, 
1915) : L. Blart, Les rapporta de la France et de V Espagne après le Pacte 
de famille jtisqu'à la fin du Ministère du Due de Choiseul. Alcuni docu- 
menti sono ricavati dai fondi italiani della Nazionale di Parigi, come la 
relazione di un ambasciatore veneto al suo governo. 

Bibliothèque de VÉc. des Chartes (LXXVI, 1915): H. Omont, Nouvelles 
a^quisitions du Dépariement des manuscrits de la Bibliothèque nationale 
pendant les années 1913-14. Alcuni manoscritti interessano la nostra storia 
letteraria; Paul Fournier, Bonizo de Sutri, Urbain II et la cmntesse Ma- 
thilde d' après le « Liber de vita Christiana » de Bonizo \ H. Omont, In- 
ventaire des manuscrits de Claude Dupuy (1595), nel quale figurano, fra 
i molti latini e francesi, anche « livres en italien »; — (LXXVII, 1916): 
Paul Durrieu, La provenance d^un des plus beaux manuscrits peints au 
XI V^ siede par Nicolò di Giacomo da Bologna. Memoria letta all'Aca- 
démie des inscriptions et belles-lettres nelle sedute del 22 e 29 ottobre 1915; 
Leon Dorez, Nouvelles recherches sur Michel-Ange et son entourage. 

Bibliothèque de VÉcole des Hautes Études (Sciences historiques et pJUlo- 
logiques) (223, 1917): Albert Dauzat, Les argots de métiers franco-proven- 
gaux. Da vedere per quel che si dice dell'influenza dell'italiano su tali ar- 
gots, in ispecie in Savoia « qu'on peut considérer comme la terre classique 
« des argots de métiers ». Segnaliamo il Capitolo III, per la trattazione del 
gergo furbesco italiano e dei dialetti dell'alta Italia ; nella seconda parte, desti- 
nata ai « Vocabulaires des argots franco-proven^aux », il gruppo della Savoia, 
quello della Valle d'Aosta, e, infine, quello delle « Alpes piémontaises », cioè 
delle valli dell'Orco, di Val Soana, di Locana, di Cuorgnè, d'Usseglio, ecc. 

Bibliothèque des Écoles frangaises d'Athènes^et de Bome (109, 1916): 
G. Millet, Recherches sur Viconographie de V Evangile au XIV^, XF« et 
XV 1^ siècles, d' après les monuments de Mistra, de la Macédoine et du 
Mont- Athos. Con 670 tavole: opera considerevole di coltura generale. L'in- 
flusso italico è segnatamente posto in rilievo nel « livre IV », a proposito del 
secolo XIV. 

Biographe moderne (Le) (XVIII, 1916-17): M. Prinet, Fers de reliure 
aux armes du m^réchal Pierre Strozzi et du chancelier Michel de VHàpital. 

Bulletin du bibliophile et du bibliothe'caire (1917, ,n. 1, 15 gennaio): 
Max. Egger, Chateaubriand inédit. Nouvelles lettres (Epoque de la Restau- 
ration). Pubblica nuove lettere dello Ch. , seguendo il metodo usato, stam- 
pandone altre del 1820 nello stesso Bulletin, 1912 (continuaz. nei nn. seg., 
finisce nel 4®); Ernest Jovy, Quelques documents frangais des Archives 



ORONAOA 383 

(V Italie. Ultima parte d'uno studio iniziato nel fase, di luglio 1914. Qui si 
tratta di documenti ecclesiastici posseduti dalla Fabroniana; J. Mathorea, 
Histoire de Chicot, houff'on de Henri J II {Une); — (:J, 15 marzo): M. Hen- 
riet, Uacadcmicien Thomas (1732-1785) d'apre» des correspondances in^- 
dites. Il settecentista francese, oggi quasi dimenticato, ebbe a' suoi tempi 
grande notorietà in patria e fuori, e fu molto apprezzato anche da noi, spe- 
cialmente per il suo Essai sur les femmes (1772) e per i suoi Elogia che 
parvero un modello in quel genere allora in fiore. L'A. di questo studio si 
giova del numeroso carteggio del Thomas (cont. nei nn. segg., fine nei nu- 
meri 9-10); — (4, 15 aprile): E. Jovy, Le pr^cxirseur et l'impirateur di- 
rect des « Lettres persanes ». Importante contributo allo studio delle fonti 
del Montesquieu, fra le quali (è noto) fu anche posto VEspion dell' italiano 
G. P. Marana (cfr. P. Toldo in questo Giorn., 29, 46 sgg.). Qui si fanno co- 
noscere due vere « lettres persanes » pubblicate nel 1716 da Joseph Bonnet 
di Brignoles (Provenza), che per esse ebbe a soff'rire un po' di liastiglia 
(la fine al n. 5); — (1918, nn. 3-4, 15 marzo- 15 aprile): L. Bouland, Litre 
aux armes de P. J. des Ursìns. È un esemplare del I voi. di I^ettere scritte 
a P. Aretino da molti signori (Venezia, Marcolini, s. a.), che è presso il li- 
braio Ledere di Parigi, appartenuto a Paolo Giordano Orsini ; M. Hehriet, 
Thomas et ses amis. Lettres inédites. Nuovo contributo dal carteggio del- 
l'accademico francese (cont.); — (nn. 7-8, 15 luglio-15 agosto): Ernest Jovy, 
Les archives du cardinal Alderano Cyho a Massa. Descrive i notevoli do- 
cumenti ivi conservati, pubblicando un bel gruzzolo di lettere riferentisi in 
particolar modo alle relazioni della grande famiglia con la Francia; — 
(nn. 9-10, 15 sett.-15 ott. 1918) : Ernest Jovy, Les archives du cardinal Aide- 
rano Cyho à Massa. In continuaz.; documenti relativi a molti personaggi, 
fra gli altri, Jean-Francois d'Estrades, che fu ambasciatore a Venezia e a 'fo- 
rino; Henri Omont et Georges Vicaire, Émile Picot, necrologio e bibliografia; 
— (nn. 11-12, 15 nov.-15 die): Henri Cordier, Émile Picot] Ernest Jovy, 
Les archives du cardinal Alderano Cyho à Massa, in continuazione. 

Bulletin italien (XVIII, nn. 3-4, giugno-die. 1918): G. Radet, Im trans- 
formation du « Bulletin italien » en « Etudes italiennes », che. come già si 
annunciò su questo Giornale, vedranno la luce a Parigi ; Henri Hauvette, 
Nos deuils, rimpiange la morte, sul campo di battaglia, di due giovani e 
valenti italianisants, Pierre Muckensturm ed Alfred Mary Job, che già ave- 
vano dato belle prove negli studi letterari comparati ; Paget Toynbee, A mis- 
punctuation in the title of Dante's Letter to Emperor Henry VII: non 
o pacem desiderant terrae ... », ma « pacem desiderant , terrae osculum ... » ; 
A. Pliche, Guy de Ferrare: étude sur la polémique religieuse en Italie, ecc.y 
ultima parte; F. Picco e F. Ravello, Il delitto di Lorenzino de' Medici neUa 
realtà storica e in una novella di Margherita d^Angoulème, ultima parte; 
H. Hauvette, Texte de V* Epistola ad posteros » de Petra rrjue. — In « Bi- 
bliographie » E. Bouvy discorre de / trattati attorno le arti figurative in 
Italia e nella penisola iberica dalV antichità classica al Binnscimento e ai 
sec. XVIII, a cura di A. Pellizzari; A. Fliche, Les collectiom canoniques 
romaines de V epoque de Grégoire VII] A. Morel-Fatio tesse la necrologia 
del compianto italianisant Émile Picot. 

Correspondant (Le) (LXXXIX, 11, 10 giugno 1917): Combes de Lestrade, 
Le programme italien, nelle relazioni con la Francia e per le intese di guerra. 

Mercure de France (n. 486, 16 settembre 1918): Camille Pitollet, Italie: 
VEntente intellectuelle (la fine al n. 491); — (487, 1» ottobre): G. Batault, 
L'idée de progrès et la guerre d'après Xénophon, stratège athénien] 



334 OBONAOA 

J.-G. Prod'homme, Les origines flamandes de Beethoven. Notevole : con al- 
cuni accenni anche a musicisti e opere musicali italiane in Germania, du- 
rante il Settecento. — Notiamo pure una « variété » di G. Maurevert, So- 
lécismes héraìdiques chez de grands écrivains, rilievi arguti di assurdità 
araldiche in autori francesi, che potrebbero agevolmente estendersi anche a 
scrittori nostrani : s' intende ai moderni, che gli antichi erano assai precisi 
nell'uso del linguaggio araldico; — (489, 1° nov.): G. Papini, Lettres ita- 
liennes, velocissima rassegna; — (490, 16 novembre): P. Arbelet, Stendhal à 
r Odeon, d'interesse anche italiano; — (n.494, 16 genn. 1919): Georges Prevòt, 
Essai sur Vempìoi figure des termes de guerre dans le language contem- 
porain. È noto quanto grande fu « l'envahissement des mots italiens dans la 
« langue fran^aise au XVI^ siècle, dù aux diverses expéditions des Fran^ais 
« en Italie ». Il fenomeno si ripete oggi « plus que jamais, dans une guerre 
« longue, où les inventions se multiplient, où le jeu des alliances mèle jour- 
« nellement aux Fran9ais Belges, Anglais, Italiens, Serbes, Kusses, Roumains, 
« Polonais, Chinois, Japonais, Américains, d'autres encore... ». Qui si studia 
più particolarmente l'uso figurato dei vocaboli di guerra, con nutrite sillogi 
di parole; J. Murol, Italie, revue de la quinzaine] — (n. 496, 16 febbr.): 
J. Murol, Italie, ecc. 

Moyen àge (Le) (XXIX, luglio-die. 1917): Maurice Prou, Compte de la 
maison de VAumóne de Saint Pierre de Rome (juin 1385 -mai 1286), terza 
e ultima parte; Gédéon Huet, Notes d'histoire litte'raire. 111. La Danse ma- 
cahrp. Per l'etimologia della parola e per la storia della daìise des morts] 
Max Prinet, Seing Manuel de Bobert D'Esnes (1408). A proposito « de la 
« coUection des Pièces originales, conservée à la Bibliothèque Nationale », che 
« renferme un ròle de dépenses faites pour la duchesse d'Orléans, Valentine 
« Visconti, en sa terre de Coucj ». 

Nouvelle Bevue (La) (n. 154, 1, gennaio 1919): L. C. Montixile, De la 
guerre et de la paix selon Saint Augustin, Saint Thomas d'Aquin, Dante, 
Érasme, Joseph de Maistre et Beììjamin Constant, parte prima; — (n. 155, 
15 gennaio) :" L. C. Montixile, De la guerre, ecc., continuaz. dell'articolo prec, 
dove tratta più particolarmente di Dante che « ne révait, donc, en somme, 
« que le rétablissement mondial des Césars » ; — (n. 156, P febb.): L. C. Mon- 
tixile, De la guerre, ecc., continuazione e fine. 

Bevue (La) critique des idées et deslivres (XXV, n. 146, 10 maggio 1914): 
Xavier de Courville, A propos de la « Petite scène »: la querelle des Co- 
médiens, si discorre di « Comédiens fran9ais et Comédiens italiens » ; André 
M. De Poucheville, Uìie anecdote à la Stendhal, a proposito di Tamagno; 
— (n. 147, 25 maggio): Jean Longnon, Saint Augustin et la littérature 
psychologique ; Xavier de Courville, A propos de la « Petite scène » : un des 
premiers opéras-comiques frangais. Ancora dei comici italiani in Francia. 

Bevue de V enseignement des langues vivantes (XXXV, 3, marzo 1918) : 
P. Desfeuilles, Ossian en France\ e, in generale, Vossianisme nella lettera- 
tura; — (6, giugno): Camille PitoUet, Béflexioìis sur un vers de Dante: 
« Vavara povertà di Catalogna ». Conclude: « ...ce n'était pas auxCatalaus, 
« mais seuleraent à Frédéric II de Sicile que Dante en avait... » ; — (XXX\T;, 
n. 1, genn. 1919): J. E. Spenlé, L'impérialisme allemand, dove, fra l'altro, 
dice che anche sotto il punto di vista culturale e didattico, « plus que jamais, 
« il nous faudra étudier V Allemagne, savoir comment elle se pose à elle- 
« méme le problème de son avenir, comment elle évalue ses ressources, ses 
« énergies matérielles et morales, comment elle s'éduque, s'arme et se disci- 



OBONAOA 885 

« pline, et surtout en vue de quoi elle s'éduquc, s'arine et se discipline »; 
— (n. 2, febbraio): W. Thomas, Le poème de * Beowuìf * (prima part«), 
tratta di Les débuts de V epopèe anfflo-saxonne, di Le « Beowuìf • et san 
Sì{jet épique, eVments paìens e Traces d'une civilisation nouvelle; H. L., 
Apprenons tout de mème Vcdkmand; Cannile Pitollet, Mori d Egidio Gorra, 
necrolofjio con succinta, ma compiuta notizia biobibliogratìca relativa al com- 
pianto Direttore di questo Giornale. 

Bevue de Paris (La) (XXV, 17, 1» settembre 1918): Louis Barthou, 1^8 
amours d'un poète. IV. Ancora delle vicende dell'amore di V. Hugo o Ja- 
liette Drouet: raggi e ombre, passione e gelosia: gelosia della donna spesso 
esasperata dalle infedeltà del suo idolo, non alieno nella sua possente vec- 
chiezza dalle sensuali avventure che gli si offrivano, e sempre perdonato alla 
fine dalla sua Juliette, devotamente innamorata del poeta, per cinquantanni, 
sino alla morte, avvenuta l'il maggio 1883. L'interessantissima narrazione 
è cosparsa di squisiti documenti inediti, lettere, versi e pensieri del grande 
scrittore (cont. e fine nei fase. 18 e 19 del 15 sett. e 1° ottobre); — (20,15 ot- 
tobre): G. Jean-Aubry, Paul Verlnine et VAngleterre (1872-1883). Con do- 
cumenti inediti si illustrano i frequenti soggiorni inglesi del V. (cont. é fine 
nei fase. 22 e 23); — (23, 1° die): Arthur Chuquet, Décetnbre 1812: Le re- 
tour de VEmpereìir (cont.). Il viaggio di Napoleone dopo la sciagurata cam- 
pagna di Kussia; — (24, 15 die): A. Chuquet, Dicembre 1812: I^e retour 
de VEmpereur. In questa narrazione del ritorno di Napoleone in Francia, 
attraverso la Russia e la Germania, occorrono più nomi d'italiani, eroici e fidi 
all'imperatore : tra essi il genovese barone Serra, ministro di Francia a Dresda. 

Revue des études anciennes (XVIII, 2, aprile-giugno 1916): M. Hébert, 
Documents fournis à la préhistoire par Saint Gréyoire de Tours. Prende in 
esame, del suo autore, i Livres des Miracles] — (XIX, 3, luglio-sett. 1917): 
R. Pichon, Virgile et Cesar. A chi si allude nei vv. 788-792 del VI libro 
AeW Eneide'^ — (XX, 1, gennaio-marzo 1918): H. de la Ville de Minnont, 
Jja date des « Captivi* de Piante] — (2, aprile-giugno): G. Gassies, De 
Charlemagne et du fromage de Brie. Curiosità gastronomico-letteraria, in- 
torno ad un aneddoto carolingio narrato dal monaco di St.-Gall; — (3, luglio- 
settembre): S. Chabert, « Juppiter dementat ». Interessante ricerca sull'ori- 
gine, le espressioni antiche e le traduzioni moderne del noto adagio : « (^uem 
« Juppiter vult perdere, dementat prius » ; Camille Jullian, Xotes gaììo- 
romaines: de V unite italo-celtique ; sur la race et le nota des Ligures. 

Bevue des études napoh'oniennes (XIII, 7, gennaio-giugno 1918): Edouard 
Driault, Rome et Napoléon. Comprende varie parti: \, I^e chemin de Bome\ 
II, Le pian d'une Rome napoléonienne] III, Les Jardtns du Grand Cétat 
et les Jardins du Capitole] IV, Le palais imperiai du Quirinol; P. Mar- 
mottan, Napoléon à Bologne (21 au 24 juin 1805) \ Paul Van Tieghem, 
Napoléon Z®'" et Ossian; — (luglio-agosto 1918): Émile Mayer, Les Imto- 
riens de Napoléon: le general Jean Colin, autore fra l'altro de VEdu- 
cation militaire de Napoléon; — (7, sett.-ottobre) : G. Bourgin, Bonaparte 
et la République italienne; G. Vauthier, Une comédie de Nicolò Bonaparte, 
nobile fiorentino del sec. XVI. La commedia, intitolata Jm vedova, fu edita a 
Firenze nel 1568 e nel 1592. Fu poi tradotta in francese. La veuve. 

Revue des sciences politiques (XXXIX, I, 15 febbraio 1918): Leon More!, 
Shakespeare ou Bacon? Il M. è d'avviso che le opere dello Sh. siano vera- 
mente sue, né possano perciò assegnarsi a Bacone o ad altri. 



336 CRONACA 

Bevue d^histoire et de littérature réligieuses (V, 1, gennaio-febbr. 1914): 
Prosper Alfaric, Un nouveau hiographe de Saint Augustin, a proposito del 
libro di Louis Bertrand, che interessa la coltura italiana. 

Revue d'histoire littéraire de la France (XXV, n. 1, gennaio-marzo 1918): 
Pierre de Nolhac, Un humaniste ami de lionsard, Pierre de Paschaì, hi- 
storiographe de France, autore d'un volumetto, redatto in istile ciceroniano, 
dove narra ciò che vide in Italia e mostra « les relations séculaires du royaume 
« de France et de la république de Venise »; Louis Desternes, Les biographes 
de P.-L. Courier et les sources anonymes présumées autobiographiques, che 
per i rapporti fra il Courier e l'Italia interessa pure le lettere nostre; Henri 
Cordier recensisce l'opera di Paul Arbelet, L'histoire de la peinture en Italie 
et les plagiats de Stendhal; — (n. 2, aprile-giugno): Pierre de Nolhac, Un 
humaniste ami de Ronsard, ecc., seguito dell' artic. preced. ; Pierre Villey 
recensisce Pr ere forme et humanisme à Paris pendant les premières guerres 
d'Italie, di A. Renaudet ; — (n. 3, giugno-sett.) : Pierre de Nolhac, Un huma- 
niste ami de Ronsard, ecc., seguito e fine dell'art, sopracitato ; L. A., ree. di 
B. Ravà, Venise dans la littérature fran^-aise , depuis les origines Jusqu'à 
la mort de Henri IV', — (n. 4, ottobre-die.) : Maurice Lange, Victor Hugo 
et les sources de la « Vision de Dante ». 

Revue du seizième siede (N. S., 1, 1913). Da questo numero la rivista 
muta l'antico nome di Revue des études rabelaisiennes ; Lucien Romier, La 
Saint- Barthélemy. Les événements de Rome et la préméditation du mas- 
sacre] — (2, 1914): Jean Plattard, Les jardins frangais à Vépoque de la 
Renaissance. Si dà rilievo all'influsso esercitato dalla « mode d'Italie vers le 
milieu du XVP siede » ; Lazare Sainéan, Mélanges du X VP siede, III. 
Parla di Pierre Grosnet, l'autore di una rassegna di poeti del suo tempo, 
italiani compresi, e, IV, Joseph-Juste Scaliger et ses connaissances linguis- 
tiques] — (3, 1915), René-N. Sauvage, Voyage du cure de Meudon à Rome] 
Émile Besch, Les adaptations en prose des chansons de geste. Non inutile 
a conoscersi anche dagli studiosi italiani; — (5, 1917-1918): V. L. Bourrilly 
dà conto delle due seguenti opere di A. Renaudet, Préréforme et humanisme 
à Paris pendant les premières guerres d* Italie (1497-1517)] e Les sources 
de Vhistoire de France aux Archives d'État de Florence dès les guerres 
d'Italie à la Revolution (1404-1789 J] e dell'opera di H. Courteault, Le 
dossier Naples des archives Nicolay. Documents pour servir à Vhistoire de 
Voccupation frangaise du royaume de Naples sous Louis XI I. 

Revue hebdomadaire (La) (XXIV, giugno, 1915): Henri Cochin, Ce que 
les Italiens pensaient des Allemands au quatorzième siede, cioè da Dante al 
Petrarca, ecc.; — (dicembre): Pierre de Nolhac, Les poètes italiens contre 
VAllemagne, che, in certo senso, continua lo svolgimento dell'importante 
articolo sopracitato, venendo fino^ al Mameli, fino al Carducci; — (XXV, 
agosto, 1916): Pierre I>2iì\\y , L' Egerie de Cavour] — (luglio, 1916): G. La- 
cour-Gayet, La maìtrise de la mer: Du Quesne en Sicile ] H. de Noussanne, 
Le romantisme garibaldien ; — (ottobre) : Pierre Gauthiez, Sainte Catherine 
de Sienne, ses derniers jours, son caractère, son influence] — (XXVI, gen- 
naio 1917): Marcel Boulenger, Comment D'Annunzio parie de la France] 
(aprile): De Lanzac de Laborie, Le prince de Benévent] Comte Primoli, 
La princesse Mathilde et le maestro Sauzay] — (XXVII, febbraio 1918): 
Georges Gayau, Cinquante ans d'action intellectuelle et populaire. La So- 
ciété bibliographique, 1868-1918, articolo ricostruttivo di una vastissima 
attività che interessa tutto il mondo culturale moderno; Julien Brégeault, 
Napoléon et Marie-Louise à Saint-Quentin] Gabriel Paure, Paysages Ut- 



CRONACA 887 

tératres: La maison de Boccace à Certaldo] Edmond Valéry -Giscard, Le 
néocìassicisìne. Facendo tesoro degli insegnamenti gravi e profondi della guerra, 
conclude : « l'important est de sauvegarder la sùreté de l'intelligence en l'ap- 
« puyant sur la volonté. Pour cela étudions les niodèles que nous offrent le 
« Latium et l'Attique: puis on peut aller, sans crainte: arme de ìa raison 
* helléno-ìatine, l'homme peut s'ouvrir à l'Univers »; - (marzo): L. Madelin, 
Les armées fran^aises en Italie. Utili richiami storici e letterari, cosi distri» 
buiti: I, De Bayard à Montine (1494-1555)] II, Le» Bourbom cantre Us 
Habshonrg en Italie] III, Les soìdats de la Nation, Bonapnrte en Italie \ 
IV, Les Grognards en Italie (1800-1814)] — (aprile): Georges Lacour- 
Gayet, La République de Ragiise et Vancienne monarchie fra ur a ise] TAbbé 
Wetterlé, L' anticatìiolicisme allemand] René Moulin, Delenda Austria?; — 
(maggio) : Arthur Chuquet, La Fratice et la langue fran^aise d'aujourd'hui; 
la Conitesse de Chambrun, Les influences latines dans Shakespeare, e cioè 
considerate in Rabelais, Montaigne, Giovanni Florio, fiorentino cinquecen- 
tista, autore del Nouveau Monde des mots] Mil.-R. Vesnitch, Origine» eth- 
niques et viorales de la guerre mondiale] André Pératé, Sienne, cit^ des 
Saints. Pour la fète de Sainte- Catherine] — (giugno): Henri Lemonnier, 
Un grand italien du XVIII^ siede: le graveur J.-B. Piranesi (1720-78), 
a proposito di un recente volume Giovanni Batt. Piranesi di Henri Focillon ; 
— (luglio): René Lote, De Fe'nelon à Rousseau ou les origines du réve 
humanitaire] André Bellessort, Ossian et VOssianisme] Guglielmo Ferrerò, 
L'énigme du 29 juillet et Guillaume li] — (agosto): Georges Lecomte, 
Poxir la littérature et les ecrivains] — (settembre): Gabriel Faure, L'Italie 
de Flaubert ; — (ottobre) : René Lote , Pourquoi les philosophes du 
XVII I^ siede ont préparc la Revolution] — (novembre): F. Rocquain, La 
Religion et la gtierre] — (dicembre): Gustave Fagniez, La société polie 
et la formation du goàt daìis la première motié du XV 11^ siede, in con- 
tinuazione. Studio molto penetrante, che per mille sottili vincoli può riallac- 
ciarsi alle origini e agli svolgimenti del secentismo nostrano; Frantz Funck- 
Brentano, Notre formation nationale et la science fratiQaise, notevole. Si 
richiama alla confutazione della teoria di Leon Gautier, il quale, citando 
illustri filologi tedeschi, italiani e francesi, affermava che « les chansons 
« de geste fran9aises étaient faites de sentiments germaniques exprimés en 
« langue romane». La teoria fu sfatata dal Bédier. Ora qui si riprende e 
si approfondisce l'idea, già espressa dal Flach in Les origines de Vnncientìe 
France , secondo la quale le istituzioni nazionali francesi sono indigene 
e non germaniche; esse si ricollegano, attraverso le antiche popolazioni, a 
Roma civilizzatrice; Gabriel Faure, Sur la tombe du Tasse. Buona rievo- 
cazione tassesca, scritta a ricordo della solenne cerimonia che si svolse in 
Roma (17 dicembre 1917) in onor dell'autore della Gerusalemme, quando le 
armi Alleate l'ebbero un'altra volta ancora, e per sempre, liberata. Si ram- 
marica nella citazione di due versi del Tasso uno svarione tipografico (soava) 
in sé insignificante, ma che pur troppo è indice d'una trascuratezza quasi 
abituale delle citazioni italiane negli scritti francesi ; — (XXVIII, gennaio): 
Léandre Vaillat, Le décor de la vie. Les monuments du souvenir, con accenni 
a cose nostre, al Petrarca, al Ghirlandaio, a Padova, a Venezia, ecc.; - (feb- 
braio) : Monseigneur Odelin, Les vues du cardinal Ramjìolla à la veiUe de 
la guerre de 1914] ~ (XXX): Ulnstitut fraìiQais de Florence; Tancrède 
Martel, La question William Shakespeare, del quale si rivendica il genio e 
l'opera contro chi attribuì questa a Francesco Bacone e contro chi (Célestin 
Demblon) ha speso un grosso volume per negare la genialità prodigiosa dello 8. 

Revue hispanique (XLII, n. 102, aprile 1918): R. Foulché-Delbosc , Bi- 
bltographie de Mateo Aleman (1598-1615). La famosa Vida del picara 
Guzman de Alfarache ebbe fortuna anche in Italia: le due parti di essa 



338 CRONACA 

(del 1599 e del 1602 rispettivamente) furono ristampate a Milano nel 1603, 
con dedica al conte Fabrizio Serbelloni, e nel 1615 con altra dedica: nel 1606 
se ne pubblicò a Venezia una traduzione, ristampata nel 1615; Ad. Coster, 
Poesie inédites de Fernando de Herrera. Due sonetti, un'elegia e un'ode. 
Al C. è sfuggito che i due sonetti hanno reminiscenze italiane : il primo 
(« Destas doradas hebras fué texida | la Red en que fui preso, y enlazado ») 
comincia come un sonetto dell'Ariosto (« La rete fu di queste fila d'oro »), 
col quale offre altri riscontri; il secondo, almeno nel primo verso (« El oro 
crespo al aura desparzido »), ricorda quello del Petrarca « Erano i capei d'oro 
a l'aura sparsi ». 

Revue internationale de Venseignement (T. 71, 1017): Gabriel Maugain, 
Les Universités italiennes et la guerre. 

Revue Savoisienne (La) (LIX, 3, 1918): J. Désormaux, Notes lexicogra- 
phiques. I. Rossignol et rhododendron. Richiama lo studio del Guarnerio su 
La rosa delle Alpi nel voi. di onoranze al Rajna; Ch. Marteaux, Étude sur 
les villas gallo-romaines du Chahlais] G. Letonnelier, Voltaire et la Savoie] 
— (4) : J. Désormaux, Sur un grammairien savoyard, autore anche di libri 
italiani : par si tratti di Jean-Francois Favre ; Francois Miquet, Associazione 
fra oriundi savoiardi e nizzardi italiani. 

Séances et travaux de VAcadémie de sciences morales et politiques (CXC, 
9-10, settembre-ottobre 1918) : H. Welschinger, Les acies du Congrès de 
Vienne. Continuazione d'uno studio importante, cominciato nei fase. 7 ed 8; 
A. Périer, Napoléon journaliste. 

Ciencia Tomista (La) (XIII, n. 38, Madrid, maggio-giugno 1916): Bei- 
tran de Heredia, La ensenanza de Santo Tomàs en la tfniversidad de Al- 
calà, della quale le prime costituzioni risalgono al 1510. Notizie copiose sui 
professori che tennero le cattedre tomistiche nel sec. XVI (cont.); — (n. 39, 
luglio-agosto): Beltràn de Heredia, La ensenanza, ecc.: nei secoli X\1I e 
XVIII. Cont. nei nn. 41, 42, 44, 46; — (XIV, nn. 41-42, novembre-dicembre) : 
F. Trapiello, Maestros generales de la Orden de Fredicadores. Tra essi, nu- 
merosi italiani; — (XV, n. 44, marzo-aprile 1917): L. G. Alonso Getino, Dos 
monumentos de dos Agustinos. Vi è un elenco dei codici di San Tommaso 
d'Aquino della biblioteca dell'Escuriale, desunto dal Catàlogo de los codices 
latinos de la Biblioteca de El Escoriai del p. Guillermo Antolin ; — (n. 45, 
maggio-giugno): L. G. Alonso Getino, El centenario de Suàrez; J. M. Vossé, 
El beato Alberto Magno y la doctrina de la itispìración escrituraria] — 
(XVI, n. 46, luglio-agosto): A. Colunga, El comentario de Santo Tomàs 
sobre Job ; José de la Mano, Fray Felipe de Meneses (cont. nei nn. 48, 52). 
Dotta monografia che trae la sua prima ragion d'essere dalla citazione che il 
Cervantes fece d'un'opera religiosa del Meneses nel Don Chisciotte (P. Il, 
cap. 62"): accenni al « menesismo » del Cervantes e alle relazioni del suo 
pessimismo religioso con quello del Meneses e del Carranza; — (XVII, n. 52, 
luglio-agosto 1918): A. Colunga, El cardenal Cayetano y los problemas de 
introducción biblica (cont. nel n. 53). Considera anche le critiche e le in- 
vettive di Ambrogio Catarino contro il card. Caetani di S. Sisto (noto con 
l'appellativo di « principe dei commentatori di San Tommaso ») per i suoi 
commenti biblici, che gli attirarono da più parti accanite accuse di eresia. 
Egli, conclude il C, fu « un continuador de la tradición medieval de una 
« parte, y de otra un renovador de la exégesis cìentifica segiin los principios 
« de la tradición católica ». I difetti che gli furono notati dagli intransigenti, 
8on dovuti all'influsso della tradizione medievale, alla sua educazione più 



ORONAOA 889 

scolastica che storico-letteraria, e alla rapidità con cui scrisse i suoi commenti ; 
— (n. 53, sett.-ottobre) : P . Lmnhrer&s, La diula metòdica de Descartes-, — 
(n. 54, nov.-dic): A. Colunga, El cardetial Cayetano, expotntor del Antiguo 
Testamento. 

Espana y Amp'ricn (XVI, 21, Madrid, 1918): P. Gr. Martfnez, Nielzscìte 
moralista (cont.); — (23): ?.Gx.ìli.diriìnQz, Elodia mm grande de Nietzsche. 

Bevuta de filosofia (IV, 3, Buenos Aires, mapfgio 1918): Tolbert F. Reavw, 
Lo que dehemos a John Locke. Contributo allo studio del lockisrao : da se- 
gnalare specialmente quel che si dice della divulgazione data aireropirisroo 

inglese dagli enciclopedisti francesi. 

Athnutvìim (The) (n. 4633, settembre, e 4635, novembre 1918): J. Dover 
Wilson, The Playscene in « Hamlet » restored (cont. dai numeri 4631 e 4632). 
II. The Multiple Mouse-trap, and Jiow it loorks. 

Classical Philology (XII, 4, ott. 1917): Duane Reed Stuart, The Sources 
and the Extent of Petrarch's Knowledge of the Life of Vergil. 

Hihhert Journal (The) (XVI, 2, gennaio, London) : E. J. Price, Paul and 
Plato. Sulla questione delle relazioni di S. Paolo con l'ellenismo ; — (4, luglio) : 
J. Lindsay, Albertus Magnus as philosopher-, — (XVII, 1, ottobre 1918): 
G. G. Coulton, Miracles and tJte Medieval ìnan. Con qualche cenno ai Padri 
della Chiesa e a Dante. 

Modem Language Review (The) (XIII, 3, luglio 1918): Notevoli le re- 
censioni di J. G. Robertson sui primi 5 volumi della collezione Letterature 
moderne, diretta da A. Farinelli (Torino, Bocca, 1916), e quella di Paget 
Toynbee, il quale rileva gli errori di stampa (più di 30 nelle sole Epistolae) 
nel volumetto dantesco della Collezione Diamante (Firenze, G. Barbèra, 1917) 
« De Monarchia » e « De Vulgari Eloquentia » con le « Epistolae * e la 
« Quaestio de aqua et terra »; — (XIII, 4, ottobre 1918): Paget Toynbee, 
Dante and the ' Cursus '.- A new argument in favour ofthe authenticity of 
the • Quaestio de aqua et terra '. Il nuovo argomento è, senza dubbio, grave; 
l'indagine, diligente e concludente. Nelle Miscellaneous Notes, J. G. Robertson, 
Lessing, Maffei and Calepio, chiarisce le attinenze del Lessing col Maffei, 
della cui Merope in relazione con quella del Voltaire egli trattò largamente 
nella Hamburgische Dramaturgie e dimostra che conobbe anche il Paragofie 
del Calepio. Fra le « Rassegne », notiamo una su P. E. Kretzmann, l'he Li- 
turgical Element in the earliest Forms of the Medieval Drama with special 
reference to the English and German plays, Minneapolis, Bulletin of the 
University of Minnesota, 1916; una sul voi. delle Transactions ofthe Rovai 
Society of Literature of the United Kingdom, Second Series, voi. XXXV, 
London, 1917, dove si segnalano la lettura del Cippico sul Romanticismo in 
Italia, e, con lode, quelle del Boyd-Carpenter su Dante e Boezio, e del Fitz- 
maurice-Kelly sul Góngora; e un annunzio cumulativo di E. G. Gardner sul 
volume The Ladies of Dante' s Lyrics del Grandgent, con giuste osserva- 
zioni e rettifiche di fatto; sul volumetto divulgativo Dante, di Jefferson 
Butler Fleicher (London, Norgate, 1916) e sulla monografia di Lizette An- 
drews Fisher, The Mystic Vision in the Grail Legend atid in the Divine 
Comedy (New-York, Columbia University Press, 1917). Lo stesso Gardner. 
riferendo intorno a Gli scritti di Fr. De Sanctis, ecc.. Saggio btbliogrnfiro di 
B. Croce, dopo reso il debito omaggio al De S., conclude: * But, without the 
« Constant and rigorous application of the tnetodo storico, he who writes lite- 



340 CRONAÒA 

« rary history * non fa scienza ', and we cannot help thinking that B. Croce, 
« bere and elsewhere, allows himself somewhat to underestimate the defects 
* that are manifest in his hero's masterspiece ». 

Modem Pldloìogy (XV, 12, aprile 1918): John Livingston Lowes, The 
FranJcJin's Tale, the Teseide, and the Filocolo. Importante contributo alla 
controversa ricerca delle fonti della novella di Franklin, della quale son ri- 
levate somiglianze con la Teseide prima d'ora inavvertite: il luogo della 
novella di Chaucer, che concerne l'amore non rivelato di Aurelio, è ricalcato 
sulla passione taciuta di Arcita per Emilia; — (XVI, 4, agosto 1918): Olin 
H. Moore, The Infernal Council. Eccellente preparazione, corredata da larga 
conoscenza della letteratura attinente all'argomento, è dimostrata dall'autore 
in questo studio sull'evoluzione del « Concilio infernale » da Claudiano e dal 
Vangelo di Nicodemo, attraverso Eobert de Boron, il Boccaccio, il Sannazaro, 
il Vida e il Tasso, sino al Milton; — (6, ottobre 1918): Martin Schutze, 
Studies in the Mind of Romanticism. I. Romantic Motives of Conduci in 
Concrete Development; — (7, novembre 1918): E. Preston Dargan, Studies 
in Balzac. IT. Criticai Analysis of Bealism, in continuazione all'articolo 
intitolato Balzac and Cooper: « Les Chouans ^ apparso nella rivista (XIII, 
1915); Dorothy Lister Simons, 2'he Individuai human Dramatis Personae 
of the « Divine Comedy » . Diligente classificazione dei personaggi del poema 
dantesco; — (8, die. 1918): Una rassegna sulla monografia, dianzi ricordata, 
di Lizette Andrews Fisher. 

Monist (The) (XXVIII, 3, luglio 1918): Eugenio Rignano : The School of 
To- Morrò IV. 

Nineteenth Century and After (The) (n. 480, febbraio 1917): Lilian Eow^- 
land Brown, War Poetry of Women. Anche di versi e poetesse italiane; — 
(490, die): Stephen Simeon, Beath of the Cenci in Pome; — (491, genn. 
1918): E. Sullivan, Shakespeare and Italy. Continua nel fase. 492. Sulle varie 
relazioni con la nostra letteratura e accenni all' Italia nell'opera dello Sh.; 

— (499, sett.) : L. Rowland Brown, Madame de Staèl and Germany, 

North American Revieiv (The) (208, 3, sett.): Edith Franklin Wyatt, 
Goethe : anti-Prussian ; — (4, ottobre) : The war and the schools. 

Puhlications of the Modem Language Association of America (XXXIII, 
2, giugno 1918) : John Livingston Lowes, Chaucer and the Ovide moralisé; 

— (3, settembre) : H. M. Belden, Boccaccio, Hans Sachs, and « The Bramhle 
Briar ». Secondo l'autore, questa ballata di tipo popolare, tradizionale in In- 
ghilterra ed in America, sarebbe derivata dalla novella boccaccesca del vaso 
di basilico (5* della giorn. IV) direttamente e non (come è parso a Miss Broad- 
wood) di seconda mano per mezzo della poesia di Hans Sachs. 

Quarterly Beview (The) (n. 457, ottobre 1918) : Arthur Waugh, War 
poetry (1914-1918). La sincerità è la precipua caratteristica della copiosa 
poesia ispirata da questi quattro anni di guerra. 

Romanie Review (The) (Vili, 1, gennaio-marzo 1917): Una notevole ras- 
segna di William P. Shepard su Giulio Bertoni, / trovatori d'Italia, bio- 
grafie, testi, traduzioni, note (Modena, Orlandini, 1915); — (2, aprile-giugno 
1917): In The Clerk's Tale (1,29), Chaucer, parlando del Petrarca, dice: 
« He is nowdead, and nayled in his cheste ». Albert Stanburrough Cook in 
un articolo intitolato Chauceriana rileva come questo passo non s'accordi 



CRONACA 341 

con quanto nel 1848, scrivendo sulla listaurazione (lolla tomba di Fr. Petrarca, 
ebbe ad affermare il Meneghelli : « La sejj^uita apertura assicurò gli astanti 
€ che le reliquie di quella spoglia preziosa non sono chiuse in una cassa, 
« come riferiscono alcuni cronisti, ma poste sopra una nuda tavola di larice, 
« e che le sole estremità stanno ricoperte da un pannolino ». Aggiunge però 
che forse la frase del Chaucer, la quale confermerebbe appunto le testimo- 
nianze ricordate dal Meneghelli, non va presa alla lettera; - (4, ottobre- 
dicembre 1917): Chaucer's « Linian » (contin. di Chauceriana). Diligente 
compilazione su Giovanni da Legnano. In Miscellaneous son posti a riscontro i 
vv. 66-9 del XXII del Purgai, coi primi versi della Legend of iJido di Chaucer 
(L. G. W. 924-6); somiglianza, aggiuni>iamo noi, già rilevata dal Toynbee a 
pag. 9 del P voi. di iJante in Ènglish Ltterature from Chaucer io Cary 
(London, 1909); — (IX, 1, gennaio-marzo 1918): Pio liajna, Paul Meijer. 
È l'articolo già pubblicato nel Marzocco, 11 nov. 1917; — (2, aprile-giugno 
1918): Arthur Livingston, La Merica Sanemagogna. ìi^tLutore prende occa- 
sione dalla poesia Italy del Pascoli e da sonetti romaneschi del Belli per 
fare interessanti e gustose osservazioni sul dialetto italo-americano parlato 
dai nostri emigrati a New-York, il quale ha avuto « the first extensive ar- 
« tistic expression » nelle macchiette coloniali del Terrazzano e, specialmente, 
del Farfariello (Edoardo Migliacci), macchiettista napoletano, che, emigrato 
in America, « transforraed his Neapolitan materials to reflect the emotions, 
« the predicaments, the hopes and the characteristics of Italian colony life 
« in the United States »; — (3, luglio-settembre 1918): J. Douglas Bruce, 
The Composition of the Old French Prose Lancelot ; Charles E. Whitmore, 
Stvdies in the Text of the Sicilian Poets] Morris P. Tilley, Della ('aaa's 
« Galateo » in Seventeenth Century England. Dimostra che il libro di Francis 
Hawkins intitolato Youth's Behaviour, or Decency in Conversation among 
Men, assai popolare in Inghilterra (11 ediz. tra gli anni 1641 e 1684), è un 
epitome del Galateo con l'aggiunta di altri materiali spigolati altrove. 

Yale Revietv (The) (genn. 1918): Tucker Brooke, The Romantic Jago. Cu- 
rioso confronto tra Jago e Falstaff; — (genn. 1919): Tra le rassegne quella 
di K. Mckenzie, dell'Univer. di Illinois, sulle seguenti pubblicazioni di lette- 
ratura dantesca edite dall'Harvard University Press, Cambridge, 1917-1918: 
Four Fssays by Murray Anthony Potter; The Ladies of Dante' s Lyrics by 
Charles H. Graiìdgent; The Divine Comedy of Dante Alighieri, the Itaìian 
text with a Translation by Courtney Langdon, voi. I, Infei-no. 



* Gli Atti del Congresso del Libro, pubblicati testé in Bologna (Zani- 
chelli, 1918), formano un ampio volume, contenente, oltre il resoconto delle 
sedute, anche le Relazioni che vi furono lette. Fra esse ve n' hanno alcune 
del Sodini, di Guido Biàgi, di Piero Barbèra e di R. Almagià, che meritano 
tutta l'attenzione degli studiosi. È questa pubblicazione un nuovo titolo di 
benemerenza della Società italiana per il progresso delle scienze e dell'Asso- 
ciazione italiana per l'intesa intellettuale fra i paesi alleati ed amici, sotto 
il cui patrocinio l'importante volume ha veduto la luce. 

* Vedrà fra breve la luce una monografia di Francesco Lo Parco su quel 
Tideo Acciarini, del quale ebbe egli a trattare già in questo Giorn., 68, 381-94. 

* Ogni buon italiano non potrà che rallegrarsi per la notizia diffusa lar- 
gamente dalla stampa italiana verso la metà dello scorso febbraio, riguar- 



342 CRONACA 

dante l'inaugurazione avvenuta in Roma d'una grande Casa americana (Ame- 
rican House), destinata a concentrare e quindi coordinare intensi beandole 
tutte le precedenti iniziative e istituzioni italo-americane. Sede di essa, e 
degna sede, il palazzo Salviati sul Corso Umberto, quello stesso che accolse 
un tempo l'Accademia istituita da Luigi XIV. Sarà un fascio poderoso di 
forze vive, grazie al quale, insieme con quelli politico-economici, saranno 
efficacemente — speriamo bene — propugnati gli interessi (h Ila coltura. 
Sappiamo che gli Stati Uniti hanno desiderio vivissimo di libri e di studiosi 
italiani e fra gli americani l'Italia diventa sempre più una mèta sognata di 
studi, di coltura, di perfezionamento intellettuale ed artistico. L'America 
diventa quindi un campo d'attività fortunata per autori, editori e studiosi 
italiani, e non a caso, dacché da più anni vediamo il nuovo impulso fecondo 
che vi hanno avuto gli studi romanzi, così medievali, come moderni, e quelli 
più propriamente italiani a cominciare dai danteschi. È questo un felice av- 
viamento alla effettuazione di quel nobile programma di contatti intellettuali 
e letterari, che, interprete anche del pensiero di valenti italofili e italianisti 
quali il Grandgent, il Wilkins e Kenneth Mckenzie (del quale riceviamo ora 
un lucido e simpatico opuscolo: The italian Universities and their Oppor- 
tunities for foreign Students, Roma, Tip. Nazion. Bertero, 1919), espose, sin 
dagli inizi della guerra, il prof. Antonio Marinoni, dell'Università di Arkansas, 
nella N. Antologia del 1» agosto 1915 e del 1° ottobre 1916. 

* Rileviamo con soddisfazione gli indizi di quell'irradiarsi della coltura anche 
fra noi, che non sarà uno degli ultimi benefici di questa guerra profonda- 
mente rinnovatrice. Il noto editore Formiggini, non contento d'avere fondato, 
l'anno scorso, la rivista bibliografica mensile, già da noi menzionata, L'Italia 
che scrive, ha creato un Istituto per la propaganda del libro e della coltura 
italiana, al quale ha offerto la sua rivista con la donazione di centomila lire. 
Se i mezzi, di cui abbisogna questo Istituto, si accresceranno in misura del 
vasto programma felicemente ideato dal geniale e generoso suo creatore, 
l'Italia avrà in esso un potente strumento di penetrazione spirituale in tutto 
il mondo, come spiega assai bene, augurando — e ai suoi auguri associamo 
1 nostri — , Umberto Fracchia nell'articolo II libro italiano alV avanguardia, 
pubblicato ne L'Idea nazionale del 16 febbraio 1919. 

* Anche i vincoli e gli scambi intellettuali fra Italia e Spagna promettono 
di farsi sempre più intimi, con vantaggio evidente pei nostri studi. Rileviamo 
con vivo compiacimento che già alcuni resultati veramente pratici si sono 
conseguiti, grazie all'opera di patriottismo e di fede, che compirono due in- 
segnanti di lettere italiane, il prof, senat. Guido Mazzoni e il prof. Achille 
Pellizzari, inviati dal Governo nostro in missione nella penisola iberica, du- 
rante l'autunno scordo. Frutto della loro intelligente e tenace propaganda fu 
il patto conchiuso fra il Governo spagnuolo, con un decreto del 5 nov. 1918, 
e i rappresentanti del Governo italiano, e che prelude ad una Convenzione, 
la quale, quando sia seriamente attuata, darà nuovo incremento ai rapporti 
italo-ispani. 



ntoNAPA 343 

* JPétrarque et ìes roi» de Francc è il titolo dun j^ustoso e nel tempo 
stesso sostanzioso opuscolo che il nostro amico on. Henri Cochin ha testò pub- 
blicato (Paris, 1918), estraendolo àuWAnnunire-liuUetin de in Socif^té de 
VHistoire de France (a. 1917). Dopo rilevati alcuni accenni, curiosi, riguar- 
danti Carlomaj^'no, quale appariva alla mente del Petrarca, e i figli di Fi- 
lippo il Bello, il C. illustra, di sulle attestazioni petrarchesche, le figure di 
quei re francesi che il Poeta conobbe di persona, Filippo VI e Giovanni il 
Buono. Non occorre dire che le spigolature dalle opere volgari e latine del- 
l'Aretino sono fatte con quella diligenza e con quella finezza che solo da un 
petrarcologo consumato come è il dotto francese potevamo attenderci. Oppor- 
tunamente egli accosta il sonetto e la canzone che il P. compose per la Cro- 
ciata disegnata dal re Filippo e da papa Giovanni XXII, col pesante poema 
crociato scritto in quell'occasione da Philippe de Vitry, l'amico del Poeta 
italiano e pubblicato anni sono dal Piaget; e da un passo dei Herum me- 
morandarum rileva un severo giudizio su quel re, considerato dal Petrarca 
come illetterato, cioè ignorante di lettere classiche. Bene ricollega la rela- 
zione di messer Francesco con re Giovanni, che lo invitò ripetutamente alla 
sua corte, con l'amicizia sua pel cardinale di Boulogne, cognato del re. Come 
li raccoglie e lumeggia l'A., acquistano poi un singolare interesse i ricordi 
e le impressioni che della lunga guerra — quella dei Cento anni — com- 
battutasi tra la Francia e l'Inghilterra, s'incontrano nelle opere del P. Il 
quale, pensa il C, non è impossibile, ma non è neppure certo, che sia stato 
invitato alla sua corte da Carlo V. 

* Il copioso carteggio giordaniano — circa mezzo migliaio di lettere — già 
posseduto dal prof. Oreste Boni di Parma, fu recentemente acquistato dal 
dottor Carlo Frati per la Palatina di quella città. Sono tutte lettere degli 
anni giovanili del Giordani, indirizzate le più a quella Rosa Milesi, che fa 
forse la sua prima fiamma amorosa. Il Frati, che ha tratto copia del prezioso 
carteggio, si propone di pubblicarlo con un'ampia prefazione di quell'autore- 
vole cultore di studi giordaniani che è il prof. G. P. Clerici. Ci auguriamo 
che il volume veda la luce quanto prima. 

* Fra i primi frutti apprezzabili di questa guerra, orrenda, ma fatale, che 
s'è conclusa con una vittoria alla quale l'Italia ha contribuito in modo deci- 
sivo, va notata la rivendicazione di molti di quei nostri tesori artistici, sto- 
rici e letterari che l'Austria ci aveva sottratti. Essi sono già ritornati in 
patria, grazie all'opera tanto sapiente quanto energica, d'una Commissione cui 
presiedeva il gener. Segrè e di cui facevano parte il dott. Gino Fogolari, di- 
rettore delle Gallerie veneziane, il dott. Giulio Coggiola, bibliotecario dell» 
Marciana e il ten. prof. Paolo d'Ancona, dell'Accademia scientifico-letteraria 
di Milano. Per restringerci al campo nostro in attinenza con quello limitrofo 
della storia, rileviamo con viva compiacenza che furono ricuperati i cimeli 
bibliografici, mss. e stampati, di Belluno, di Udine e di Venezia. Il materiale 
bellunese comprende i resti, fortunatamente copiosi, della raccolta Buzzati 
(cfr. Giornale, 17, pp. 108-113), Miari, da Borso e della biblioteca vescovile. 



344 OKONACA 

Furono ricuperati due preziosi cimeli udinesi, il celebre Sacramentario ful- 
densc, o udinese, del sec. X, già illustrato dal'Ebner e dallo Zimmermann, e 
il Libro d'oro, fregiato di squisite miniature della scuola ferrarese, della fine 
del sec. XVI, e ben noto agli studiosi. La Marciana ha potuto riavere quanto 
le era stato asportato fin dal 1802, senza che il trattato del 1866-68 fosse 
riuscito a riparare alla disonesta rapina. Fra i tesori più insigni vi sono sei 
incunaboli, quattro dei quali membranacei in edizioni principi e « unici », 
coi fogli iniziali mirabilmente miniati e recanti lo stemma del cardinale Bes- 
sarione: il Cicerone romano, del 1467, contenente le Epistole familiari, il 
S. Girolamo {Epistole) in due volumi, pure stampato in Roma, nel 1468, 
l'Apuleio e il Gelilo, nelle edizioni romane del 1469, l'Igino, stampato a Fer- 
rara nel 1473 e il Tibullo, s. a. n. st., ma del sec. XV. Dei Diarii di Marìn 
Sanudo non soltanto è ritornata la trascrizione fattane da Francesco Dona, 
storiografo della Repubblica, ma anche la Parte II del 1. 1, dell'originale, che 
non era stata restituita dall'Austria. Si aggiungano 53 autografi, trafugati 
nel 1829 e 15 volumi rarissimi di musica a stampa del principio del Cinque- 
cento, veneziani. Fra gli autografi rileviamo quelli di Marco Foscarini, di 
Carlo Goldoni, di Scipione MafFei, di Paolo Sarpi e di Apostolo Zeno. Una 
gradita sorpresa è il ricupero d'un centinaio di codd. napoletani, che ritor- 
nano in patria dopo più di dugent'anni d'esilio; fra essi sono l'autografo della 
Conquistata e quello del Sannazaro, di Giano Parrasio, ecc. (cfr. ora B. Ca- 
passo noiVArch. stor. p. le Prov. napol.). Anche da questo Giornale giungano 
alla benemerita Commissione i rallegramenti più vivi per la vittoria conseguita 
a beneficio del nostro patrimonio storico e letterario, come di quello artistico, 
pel quale ricorderemo solo gli arazzi di Mantova e i processi di Belfiore. 

* Pel prossimo Centenario dantesco, a cura del Seminario filologico dell'Uni- 
versità romana, sarà ripubblicato VAlfonsus di Battista Spagnoli, insieme con 
una selva di visioni più o meno dantesche. A questa pubblicazione attende il 
nostro VI. Zabughin, che i nostri lettori conoscono come studioso del poeta 
mantovano. Dello stesso Zabughin l'editore Zanichelli ha iniziato la stampa 
dell'opera su Virgilio nel Rinascimento. 

Un Comitato costituitosi per lo stesso Centenario, d'accordo con la Rivista 
di filosofìa neo-scolastica e con la Società italiana per gli studi filosofici e 
psicologici, ha bandito un concorso internazionale sul tema : « Esporre le dot- 
trine filosofiche e teologiche di D. A. illustrandole nelle loro fonti ». I lavori 
dovranno essere presentati entro il 31 gennaio 1920, alla Segreteria della detta 
Società, Milano, via P. Maroncelli, 23, e dovranno